COMINCIAMO A DIRE QUALCOSA DI ‘SINISTRA’

Di Enzo Minissi


 


 

il governo democristiano 

68 e terrorismo 

la festa è finita 

arriva Berlusconi 

l’elettore di sinistra 

isolamento e autoisolamento di Rifondazione 

non prendiamoci in giro

 

Non bisognava essere analisti troppo acuti per prevedere, come abbiamo fatto un po’ tutti negli ultimi mesi, che la politica della ‘sinistra’ di governo rappresentava la via più facile e diretta per consegnare il paese alla ‘destra’. Uso le virgolette, dato che, a mio giudizio, i termini di ’destra’ e ‘sinistra’, al momento, sembrano categorie soggettive ed alquanto astratte. Per cui, prima di continuare ad usare tali categorie senza le virgolette, forse sarà bene chiarire che cosa esse dovrebbero descrivere nel periodo storico che stiamo vivendo.

L’ultimo secolo è stato caratterizzato da una lato, dalla presenza di organizzazioni statali autoritarie che, nel caso del fascismo, sostenevano gli interessi di un capitalismo (industriale o agrario) che rifiutava di arrendersi e cedere spazio alle classi subalterne, e nel caso del comunismo, pur basandosi sul presupposto di garantire la piena democrazia e il possesso dei mezzi di produzione ai lavoratori, di fatto delegavano il potere ad una nuova classe ibrida la cui caratteristica essenziale era l’accettazione pressochè acritica delle direttive del partito al potere. Dall’altro lato si ponevano le organizzazioni statali democratiche, in cui le leggi stabilite dagli elettori garantivano, almeno in via teorica, l’equa distribuzione della possibilità di decidere sul come le risorse della collettività andavano distribuite.

 

L’Italia, dopo il ventennio fascista, entrò a far parte del gruppo degli stati democratici, ma la presenza di un forte partito comunista, sviluppatosi soprattutto come reazione alla dittatura, richiedeva, da parte delle classi abbienti, forti misure di controllo e di limitazione della possibilità di ulteriori passi verso l’equità nella distribuzione di risorse. Con la costante supervisione degli USA , che avevano grossi interessi strategici nella penisola, le strategie di rallentamento del progresso sociale si basarono, dapprima, sul massiccio invio degli aiuti economici del Piano Marshall (condizionati dall’esclusione delle sinistre dal governo), successivamente da una politica economica sviluppata lungo tre assi principali: un largo assistenzialismo basato sul sovradimensionamento delle unità lavorative nel settore pubblico; una larga tolleranza verso l’evasione fiscale e l’indisciplina normativa dei lavoratori autonomi; una serie di scelte programmatiche economico-produttive per garantire alla piccola borghesia impiegata nel privato, quella serie di prodotti di consumo che rendessero meno visibile e più vivibile la sua condizione di subalternità. Con l’apertura di massa all’istruzione universitaria, la prospettiva di un miglioramento sociale delle loro successive generazioni, incoraggiava ulteriormente gli strati sociali meno abbienti a restare nel sistema. Nel sud, poi, dove non era vantaggioso investire sullo sviluppo industriale, venne lasciato campo libero alle organizzazioni camorristico-mafiose le quali, oltre a reclutare consenso intorno agli interessi economici generati dalle loro attività criminose (droga, contrabbando, ecc.), gestivano gli appalti delle opere pubbliche.

Su tutto ciò si ‘elevavano’ i valori di Santa Romana Chiesa, della comunicazione mediatica (poco sviluppata, ma ben congegnata) e dell’apparato clientelare della DC (che garantiva i valori ‘cristiani’ della ‘solidarietà’ e dell’ ’assistenza’ ad un numero incredibile di cittadini) . Sulla vastità dell’estensione del sistema di raccomandazioni democristiano, basti pensare che, chi scrive, con estrema sorpresa, nel 75, ricevette una lettera di assunzione come ‘tecnico del suono’ alla RAI grazie all’intercessione di una zia preoccupata per certi atteggiamenti politici un po’ estremi. Sfortunatamente non mi sentii di accettare (anche se la curiosità su quello che sarei riuscito a combinare in un mestiere che ignoravo profondamente, un po’ mi stuzzicava), ma questo dava la misura della enorme disponibilità di lavoro assistito che c’era per coloro che ‘passavano dalla parte giusta’.

 

Tra la fine degli anni 60 e per tutti gli anni 70, soprattutto tra i giovani che si erano accorti che gli studi universitari (seppur quasi ridicolizzati) non gli potevano garantire un futuro diverso da quello dei loro padri, si diffuse una ribellione generalizzata che assunse presto le connotazioni ideologiche di una sinistra estrema dalle molte sfaccettature. Alcuni settori dello stato, in accordo con i servizi segreti statunitensi, utilizzarono l’occasione per cercare di ritardare ulteriormente il progresso democratico. Cominciò la stagione delle stragi terroristiche contro la sinistra, dapprima (Piazza Fontana) per cercare di isolarla e criminalizzarla, successivamente, apertamente dirette contro di lei (Brescia, Italicus, stazione di Bologna) per cercare di provocarla a compiere reazioni inconsulte. Le tattiche di destabilizzazione, in effetti, qualche risultato l’ebbero. Molti giovani confluirono nelle formazioni terroristiche, e il Partito Comunista Italiano, fu costretto a prendere le distanze da essi, limitando la sua capacità di rinnovarsi nei quadri e nei programmi e scivolando sempre più all’interno del sistema che pochi anni prima combatteva con tenacia e coraggio. Il PCI ebbe il governo di molte città e regioni, ebbe la possibilità di spartirsi gli appalti e iniziò a sviluppare programmi moderati diretti da una nuova leva di quadri opportunisti e carrieristi (il partito degli Assessori richiamato da Veltroni in questi giorni), accentuando sempre più il divario tra sé e le forze dell’alternativa, le quali si collocarono in un limbo dal quale, ancora oggi, faticano ad uscire.

 

Saremmo andati avanti per decenni in questo quadro ma la favola del paese felice che resisteva al comunismo cominciò a crollare sotto il peso del debito pubblico, dell’improduttività industriale, della sanguinarietà crescente delle politiche mafiose, ma, soprattutto, di un fattore di importanza epocale che non poteva essere controllato dalle manovre di sagrestia a cui era usa la politica italiana.

Sfinita dalla corsa per il controllo militare del mondo, l’economia dell’Unione Sovietica crollò, e con essa tutto il blocco politico-militare che aveva creato in Europa e che era stato la causa prima della tolleranza atlantica verso l’anomalia italiana. Gli USA cominciavano ad essere infastiditi dai fiumi di droga che si riversavano dalla Sicilia verso di loro, aggravando il loro sistema sanitario di un onere non più compensato dalla presenza di un comodo alleato. Se per liberarsi di Noriega (grande spacciatore che garantiva gli interessi USA nel Centro America prima che i movimenti rivoluzionari in Honduras, Guatemala e Nicaragua fossero ridotti alla ragione) c’è stato il bisogno dell’invasione militare di Panama, per l’Italia bastò consentire al pentito Buscetta, sotto protezione negli Stati Uniti di parlare con i magistrati che indagavano sul rapporto mafia-politica . Probabilmente anche le inchieste milanesi del pool di Mani Pulite poterono proseguire grazie alle crepe che si stavano allargando, e alla metà degli anni 90 , ci siamo ritrovati con un quadro completamente nuovo. Dei vecchi partiti erano sopravvissuti solo quelli che erano stati all’opposizione: tutti gli altri erano risultati immischiati in attività criminose di così ampia portata che, più che agli elettori, sarebbero risultati impresentabili sulla scena politica del mondo occidentale.

 

A parte il fenomeno Lega, rimanevano i due poli, (un tempo estremi, adesso decisamente smussati) rappresentati da AN e PDS, quest’ultimo tallonato dalla consistente minoranza rappresentata da Rifondazione e fiancheggiato da una forza alternativa minoritaria e sbiadita come i Verdi. Parte dei cattolici e dei laici sopravvissuti alle bufere giudiziarie costituivano partiti e sigle che cercavano di costituire un non meglio definito centro. In realtà la mossa vincente l’ha compiuta Berlusconi, che sapendo da buon laico liberista, come sfruttare i minimi vantaggi per cogliere i massimi successi (ma soprattutto con la forza della disperazione di chi doveva mantenere una posizione conquistata in maniera poco chiara) ha raccolto i consensi di quella parte di Italiani che avevano contribuito in maniera essenziale al mantenimento della I Repubblica. La categoria dei suoi elettori può essere riconducibile a tutti coloro che:

Non vogliono contribuire al mantenimento dello stato pagando le tasse

Sperano che qualche loro opportunità individuale (vincita al lotto, raccomandazione, carriera agevolata) porti a migliorare la loro condizione sociale indipendentemente dal miglioramento generale della società.

Hanno paura delle sinistre pur rifiutando di considerarsi di estrema destra. Insomma non vogliono esporsi troppo (vecchia abitudine italiana).

Sperano in un ridimensionamento dei poteri della magistratura , perché hanno paura che essa scopra qualcosa che hanno fatto o stanno facendo, oppure perché gli rimproverano di aver distrutto il sistema in cui erano cresciuti. Non è una caso che la mafia abbia portato voti a Forza Italia, né che tra i suoi dirigenti, soprattutto al centro sud, di trovino in gran numero uomini degli ex apparati democristiani o socialisti.

Tutto sommato non va troppo male per la sinistra il fatto che una formazione che vezzeggia i vizi storici degli Italiani riceva solo consensi compresi tra il 25 e il 30 %.


 


 

D’altra parte, l’elettore di sinistra, è una persona che, in genere:

 

Non crede che il benessere consumistico sia garanzia di benessere esistenziale.

Crede in uno stato efficiente che sia portatore di giustizia sociale.

Accetta, o ha accettato in passato, l’idea di esporsi personalmente: il suo modello è la lotta partigiana e la guerriglia di liberazione terzomondista.

Crede nella magistratura, soprattutto perché ha fatto fuori Craxi e Co.

 

Non è detto che sia disposto a comportarsi coerentemente con quello che pensa: l’importante è che la sua coscienza gli faccia dare il voto a quelli che affermano i valori in cui pensa di credere. Con elettori di questo tipo, cattolici, laici, socialisti, progressisti e comunisti di vario genere, la sinistra ha vinto le elezioni del 96 e ha cominciato a governare l'Italia. Una volta all’opposizione, Forza Italia ha perso gran parte della forza d’attrazione per il suo elettorato che, si può ben capire, non ama stare dalla parte di chi perde, non ha potere, non maneggia soldi. Anche gli elettori di AN, in gran parte ex furenti reazionari con passati burrascosi ed una lunga esperienza di emarginazione e opposizione, disgustati dalle manovre dei loro leader, appiattiti sulle posizioni di Berlusconi, si sono rivolti altrove. La strada era quindi libera per realizzare quelle scelte coraggiose di cambiamento che avrebbero fatto recuperare all’Italia il tempo perduto. Invece no: da autentici morti di fame, i leader dei partiti e partitini di governo hanno fatto di tutto per essere sicuri di non perdere il potere che avevano conquistato. Per essere sicuri di non essere disturbati hanno cercato accordi con Berlusconi, facendogli credere di essere disposti a salvarlo dalle disavventure giudiziarie e hanno cercato di corteggiare gli elettori, ritenuti ‘di centro’ per allargare la base dei loro consensi. Solo che gli ‘elettori di centro’ non esistono più, o meglio, se per centro si intende l’elettorato di Forza Italia, dovrebbe essere evidente che non vale la pena di distruggere l’identità della sinistra per accaparrarsi una piccola parte di quel 25-30 % di consensi che comprendono bottegai, evasori fiscali, mafiosi e quant’altro di meglio c’è nella società italiana. Successivamente, l’Ulivo si è scannato al suo interno per il controllo di questi improbabili elettori e ha, progressivamente, assunto posizioni talmente conformiste, (vedi Kossovo), dall’allontanare, verso l’astensione, una parte consistente del suo elettorato.

 

Rifondazione, che pure si era rifiutata di avventurarsi su una strada chiaramente impraticabile, non essendo stata in grado di mostrare con chiarezza la necessità di proseguire verso modelli alternativi, è stata abbandonata da una parte del suo elettorato. Non da quello di derivazione sessantottina, in grado di leggere (anche su Internet) ed interpretare quello che stava avvenendo e sarebbe avvenuto e che ha praticamente riconfermato (ed aumentato) i consensi che aveva Democrazia Proletaria nel passato, ma da quello che, ritenendosi irritato dalla deriva conservatrice e moderata del PDS, si aspettava delle risposte politiche che non ricalcassero un conservatorismo ‘di sinistra’, mirato esclusivamente alla tutela di alcune categorie sociali in via di naturale estinzione a causa dell’evoluzione economica e sociologica delle società post –industriali. D’altra parte il suo permanere in posizione di subordinazione nei governi degli enti locali, ove il centro sinistra dava le sue peggiori prove di sottogoverno unito all’immobilismo più totale sul piano programmatico, gli ha pressochè alienato i consensi dell’elettorato nemico della corruzione e della partitocrazia, attento alle scelte ambientali, critico verso l’arroganza dei sindaci-padroni . Non è un caso che l’ultima emorragia del PRC sia avvenuta a vantaggio dei Verdi, e della Bonino, oltre alla prevedibile (ma non inevitabile) cessione di voti ai separatisti cossuttiani. Di fronte alla chiusura mediatica, all’aggressione sistematica e all’evidente tradimento opportunista degli scissionisti, la risposta del PRC è stata quella di trovar conforto manifestando in piazza assieme ai centri sociali, degna minoranza ma che, guarda caso, non vota, o va a votare solo quando gli viene minacciato il diritto alla sopravvivenza fisica negli spazi pubblici che occupa. Ma un partito che deve portare avanti alternative coraggiose non può cercare conforto presso chi gli appare più simile, deve invece muoversi con aggressività e intelligenza verso quei settori di opinione pubblica che hanno bisogno di essere informati su quanto succede.

 

C‘è da ritenere che la strada da percorrere verso un recupero della credibilità della sinistra non sia inconciliabile con le necessità storiche della maggioranza della popolazione delle società post-industriali: una forte organizzazione statale che consenta la creatività degli individui, singoli o raggruppati in imprese di qualsiasi tipo, ma che, allo stesso tempo garantisca il rispetto delle scelte di coloro che rifiutano la competizione sociale e tuteli, in via prioritaria, il patrimonio ambientale e culturale che appartiene a tutta la collettività. Ci sono tutte le premesse perché la sinistra ricominci a conseguire successi: l’importante è che i suoi esponenti la smettano di dire bugie agli altri e a sé stessi. E che comincino ad accettare di essere meno garantiti degli elettori a cui chiedono il voto.


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