VERSO UN’ECOLOGIA DELLA POLITICA
ED
UNA POLITICA DELL’ECOLOGIA

 

di Vincenzo Minissi
presidente dell’Oikos

 

Introduzione

Questo vuole essere un primo contributo al dibattito per cercare di creare una nuova dimensione politica per le problematiche ambientaliste, anche in relazione alla desolante situazione di fronte alla quale si trovano attualmente le formazioni politiche ecologiste e alla crisi di identità che attraversa l’associazionismo del settore. Nel momento in cui le contraddizioni ambientali assumono importanza centrale nelle scelte verso le quali si deve orientare la società umana, dobbiamo ritenere indispensabile stabilire una credibile base di conoscenze metodologiche che si pongano come radicale alternativa alle stentate e frammentate politiche condotte dalle società industriali, per far fronte ai gravissimi rischi che si presentano in un futuro oramai non troppo lontano. Le questioni sulle quali verrà posta l’attenzione, sono quelle riguardanti la necessità di un analisi che sia allo stesso tempo sistemica e minimalista: questo significa che verrà accentuato lo sforzo di concentrazione sulle variabili e sulle loro intercorrelazioni, cercando, allo stesso tempo di ricercare soluzioni specifiche di verosimile attuazione, specialmente quando queste possano innescare meccanismi di autocorrezione in determinati punti nodali del sistema. Il pubblico a cui questo scritto è rivolto è piuttosto ampio, almeno quanto il numero delle categorie sociali, politiche e scientifiche che sono coinvolte in un dibattito sul cambiamento dei sistemi umani, e pertanto verranno evitati i riferimenti troppo specifici a particolari discipline o metodologie di intervento. Da ultimo, in questa sede, i riferimenti storici saranno quasi esclusivamente rivolti alla situazione italiana, sebbene non mancheranno momenti di confronto con le esperienze internazionali.

 

1. Una breve storia dell’ambientalismo italiano

La necessità di conservare la natura, nasce, nel mondo moderno, con la società industriale. O meglio, bisogna dire, che è la società industriale a creare i primi parchi naturali, ove vengono stabiliti confini geografici all’interno dei quali viene ridotta, in maniera più o meno accentuata, l’attività umana di prelievo delle risorse naturali. Già in epoca medievale il territorio era sottoposto a vincoli di vario genere per ciò che riguardava la caccia e la raccolta, tuttavia tali limiti rappresentavano esclusivamente la necessità per le classi sociali dominanti, di impedire che la fame endemica delle popolazioni depauperasse le loro mense dei prodotti più prelibati della natura. Analoghi vincoli erano estesi al taglio dei boschi, il cui legname da sempre costituiva una importante materia prima. La novità apportata con la creazione dei parchi naturali, riguardava essenzialmente due principi: il primo che stabiliva il divieto, per tutti, di accedere alle risorse materiali in essi presenti, indipendentemente dal ceto sociale di appartenenza; il secondo è che tali divieti erano circoscritti entro precisi confini geografici. Tali principi sono essenziali per capire gli sviluppi dell’ambientalismo moderno, così come si presenta attualmente.

Infatti, il primo punto, quello che riguarda l’estensione a tutti dei divieti, introduce nei confronti della natura qualcosa che ha molto a che vedere con la concezione di ‘sacro’. Qualcosa di superiore e condivisibile da tutti gli esseri umani, al di là delle condizioni socio–economiche esistenti. Il secondo punto introduce la distinzione tra parti del pianeta degne del rispetto dell’uomo e tutto il resto che invece rimaneva soggetto ad ogni tipo di sfruttamento e (anche se alcuni criteri di gestione razionale delle risorse, in qualche modo, dovevano venire rispettati, pena grosse perdite economiche).

Appare subito evidente come il problema ambientale venga così frammentato, con una tipica operazione mentale di tipo dualistico che, necessariamente, conduce ad una serie ulteriore di frammentazioni, laddove, per frammentazione, intendiamo ogni situazione in cui uno o più elementi di un sistema complesso si trovino privi di punti di connessione dinamica con altri elementi del sistema stesso.

A seguito dei riflessi delle successive frammentazioni, a cavallo degli anni 70 , la cultura ‘ambientalista’ italiana comprendeva le seguenti categorie: 

  1. Conservazionisti, che miravano soprattutto alla conservazione di singole specie animali e vegetali e che individuavano nella ‘soluzione parchi’ il rimedio sovrano. In Italia l’associazione che più pedissequamente sosteneva tale linea era il WWF.
  2. Protezionisti, che si preoccupavano di difendere le specie anche al di fuori dei parchi, conducendo quindi battaglie contro la caccia, episodi specifici di inquinamento, ecc. Tra questi soprattutto la Lega Italiana Protezione Uccelli e Lega per l’Abolizione della Caccia.
  3. Urbanisti -Paesaggisti , che cercavano di proteggere il patrimonio naturale, archeologico ed architettonico. Essenzialmente rappresentati da Italia Nostra, la più antica delle associazioni italiane.
  4. Animalisti, che si preoccupavano essenzialmente di difendere i diritti degli animali, soprattutto quelli legati alle attività umane, raggruppati nella Lega Antivivisezione.

Pur non esprimendo un orientamento politico definito, le associazioni erano più o meno appoggiate dalla sinistra storica, soprattutto quando denunciavano scempi paesaggistici legati a questioni speculative o di malgoverno, ma a parte sporadiche iniziative , non vi era alcun tentativo reciproco di colmare il gap esistente tra il ‘sacro’ (la purezza dell’ambiente) e il ‘profano’ di una politica che doveva tener conto di molteplici fattori non subordinabili alla variabile ‘ambiente’. La sinistra ‘extraparlamentare’ o alternativa, d’altro canto, stava appena smaltendo la sbornia di una rivoluzione mancata mentre si trovava coinvolta nell’incubo del terrorismo e mai come in tali circostanze valevano le parole di Bertold Brecht "Ahi quali tempi tristi, quando parlar d’alberi è un delitto perchè comporta il silenzio su ben più gravi misfatti".

Ma altri segnali giungevano dal resto del mondo, ove una tradizione naturalista unita ad una cultura politica di ampie vedute e ad un impulso filosofico caratterizzato da un impegno sistemico ed umanistico, cominciavano a cercare di ricollegare assieme i segmenti separati dalle concezioni dualistiche. Negli Stati Uniti i "Friends of the Earth" proponevano modelli di approccio globale alla militanza ambientalista, con collegamenti ai problemi del Terzo Mondo e al Pacifismo, mentre in Germania e, successivamente in Francia, cominciavano ad affermarsi elettoralmente formazioni politiche che mettevano al primo posto le questioni ‘ecologiste’.

Un’autentica rivoluzione nelle scienze umane fu poi rappresentato dallo sviluppo del pensiero sistemico di Gregory Bateson, che partendo da una comparazione tra i diversi sistemi biologici, aprì la strada ad un tipo completamente nuovo di psicologia e psichiatria che avrebbe portato, anche in Italia, ad una radicale modifica dell’approccio al ‘disturbo mentale’ e alla conseguente attuazione della legge 180.

A quel punto, si era nel 1979, la sinistra decise di scendere in campo direttamente in campo ambientale creando, nel giro di pochissimi mesi, la struttura organizzativa di un’associazione ambientalista di tipo nuovo, che aveva come slogan "Pensare globalmente e agire localmente", un’ottima premessa per cercare di riannodare le trame per un approccio complessivo alla soluzione dei problemi. Nasceva così, all’inizio come appendice dell’ARCI, successivamente come organizzazione autonoma, la Lega per l’Ambiente. Purtroppo, al di là delle buone intenzioni, in realtà essa sembrava rispondere più al desiderio di evitare la futura formazione di un partito ecologista rivale del PCI , che non a quello di avviarsi con coraggio nella ricerca di soluzioni seguendo strade di difficile percorribilità .

La nuova associazione, comunque, comincia ad occuparsi dei problemi ambientali che preoccupano la gente comune, come il traffico, l’inquinamento, l’alimentazione, ecc., promuovendo azioni di protesta di tipo ‘sindacale’ senza troppo curarne la dimensione teorica e strategica. I suoi quadri, dopo tutto, appartenevano in gran parte all’area della Sinistra, più o meno tradizionale e, pertanto, qualsiasi problema ideologico veniva rimandato alle sedi della militanza politica tradizionale.

La catastrofe nucleare di Chernobyl, del 1986, risvegliò bruscamente tutta la società italiana. Malignamente viene da pensare che le mamme italiane preoccupate per l’insalata radioattiva, abbiano influito sulla consapevolezza ambientalista più di tutte le associazioni e gli scienziati messi assieme. Fatto sta che l’ambiente diviene un tema emergente e fa prendere decisamente il volo al partito dei Verdi, con percentuali in aumento elezione dopo elezione. La fase positiva dura sino ai primi anni 90, quando, sia la nascita di una nuova formazione alternativa di Sinistra quale Rifondazione, sia la progressiva corruzione della immagine dei Verdi, divenuta quella di un partititino oscillante e incapace di influire decisamente e divorato da ferocissime polemiche, scissioni, ecc., li conduce ad assumere il ruolo di sottomessi e sbiaditi alleati di un altrettanto sbiadito PDS. Le associazioni si ‘specializzano’: il WWF si ritira definitivamente in un’ottica di gestione manageriale (sfruttando la pubblicità originata dalla moda delle trasmissioni ecologiche in tv), mentre la Lega per l’Ambiente (divenuta ‘Legambiente’ per esigenze di ‘marketing’) diviene sempre più un gruppetto di potere che occupa tutte le cariche politiche in campo ambientale concesse ai Verdi in cambio dell’appoggio garantito ossequiosamente alle Giunte locali di Centro sinistra e, successivamente ai governi nazionali. Gli effetti delle loro scelte politiche, di livello inconsistente, si fanno, però, sentire sull’elettorato il quale si comincia a chiedere quale senso abbia il voto per una formazione politica assolutamente indistinguibile dagli altri cosiddetti ‘cespugli’ della coalizione della sinistra moderata. A questo punto gli esponenti più noti dei Verdi decidono che è il momento di cambiare un’altra volta il mezzo di trasporto delle proprie camaleontiche avventure politiche e molti di loro compiono una virata verso posizioni decisamente moderate (proprio gli stessi che erano entrati nel partitino ambientalista con lo scopo dichiarato di spingerlo a sinistra).

Nella fase attuale, c’è il rischio concreto che vent’anni di lotte, di sforzi organizzativi e di politiche ambientaliste, si ritrovino senza alcuna rappresentanza, svendute alle logiche del potere o alla necessità di sopravvivenza delle singole associazioni, sempre più condizionate dagli sponsor o dai finanziamenti che giungono dalla pubblica amministrazione.

Tutto ciò avviene in un momento storico in cui le contraddizioni e i problemi della società industriale, assumono proporzioni tali da non poter essere sottovalutati ulteriormente, pena gravissime conseguenze per l’umanità intera.

 

2. I punti di crisi dell’attuale sistema

La storia del secolo che sta per finire, è stata costellata da una serie infinita di errori che hanno arrecato inenarrabili sofferenze materiali all’umanità, portato al collasso gli ecosistemi in ogni parte del mondo, invalidata definitivamente la tesi illuminista sulla capacità innata dell’uomo di risolvere i problemi che il suo cammino evolutivo avrebbe incontrato. Se, sino alla rivoluzione industriale, era possibile individuare un percorso, più o meno costante, delle società umane verso il miglioramento delle proprie condizioni di vita, negli ultimi decenni tale atteggiamento ottimistico è stato decisamente scosso da una serie di considerazioni su quanto stava, avvenendo, a dispetto della crescita degli strumenti di analisi scientifica, dell’aumento delle tecnologie di controllo sui fattori ambientali e dello sviluppo pressochè illimitato dei mezzi di informazione. Di fatto, l’incremento dell’armamentario dedicato al controllo e alla previsione degli eventi, non ha assolutamente aiutato a canalizzarli e prevenirli.

La riconsiderazione di alcune delle metodologie usate per la soluzione dei problemi potrà aiutarci a capire come si è, troppo spesso, finiti in vicoli ciechi.

 

2.1. Una soluzione specifica non risolve un problema sistemico

Dal momento stesso in cui la scienza si è separata, come disciplina, dalla filosofia, l’umanità è progredita, di volta in volta, utilizzando solo una parte degli strumenti che aveva a disposizione per risolvere i suoi problemi. Abbiamo avuto una crescita economica senza regole etiche che, come reazione ha sviluppato un socialismo etico senza regole economiche efficaci a garantirne la sopravvivenza (separazione tra valori materiali e valori morali). Abbiamo sviluppato una tecnologia bellica che doveva risparmiare vite umane (bombardamenti arerei mirati a ridurre il potenziale di produzione bellica invece che a massacrare i soldati in trincea) e tale tecnologia è stata utilizzata, soprattutto per colpire le popolazioni civili a scopo terroristico quando ci si è accorti che il livello di crescita tecnologica dell’industria degli armamenti la aveva messa al riparo dagli stessi armamenti che la dovevano distruggere (separazione tra sviluppo tecnologico e organizzazione tecnologica). Si è utilizzata la chimica e la meccanizzazione in agricoltura per aumentare la fertilità e la produttività del suolo, e ciò ha portato alla deumificazione e all’erosione, rendendo i terreni agricoli semplici supporti meccanici di una produzione agricola sempre più vulnerabile e dipendente dall’industria chimica e farmaceutica (separazione tra chimica e biologia). Si sono prodotte autovetture per aumentare la velocità di spostamento, e nei grandi centri urbani (ove vive la maggior parte delle popolazioni industrializzate) la velocità di spostamento si è ridotta, producendo, inoltre, fattori di rischio per la salute umana (separazione tra crescita lineare e crescita geometrica). Di esempi del genere è possibile farne decine. Di parecchi guasti, probabilmente, non siamo ancora consapevoli mentre, probabilmente, sono quasi pronti a manifestarsi in tutta la loro pericolosità.

 

2.2. Il cambiamento non è un processo lineare

Il pensiero attuale è caratterizzato dall’idea costante che, applicando un cambiamento ad una variabile di un sistema, questo comporti automaticamente un cambiamento del sistema in una direzione deducibile da quella alla quale è stata applicata la variabile. Questa idea, meccanicamente desunta dalla fisica tradizionale, è totalmente arbitraria nella maggior parte dei sistemi. D’altra parte, chi ha una certa esperienza di guida sa che una sbandata a sinistra non si corregge sterzando a destra, laddove in uno sbandamento sono coinvolte altre componenti, diverse dalla semplice deriva in uno spazio piano.

Tale intuizione, spesso, sfugge, a molti di quelli che programmano le scelte programmatiche sociali.

Nella Cina dell’immediato dopoguerra, una specie di passeriformi prelevava dai raccolti di riso, una percentuale oscillante tra l’1 e il 3%. Questo impediva la perfetta attuazione dei piani di sviluppo agricolo stabiliti dal Partito Comunista, e, data la situazione di enorme indigenza del Paese, stremato dalle guerre, si decise di provvedere alla drastica e totale eliminazione dei volatili. Per settimane tutta la popolazione si mobilitò impedendo, giorno e notte, agli uccelli di posarsi a terra e nutrirsi, sino a che l’ultimo di essi stramazzò al suolo. Sfortunatamente i fautori della ‘soluzione finale’ per i passeri non avevano ben considerato la biologia della specie. E’infatti noto che, se da adulto un passeriforme conduce un regime alimentare granivoro, quando è ancora nel nido si nutre di larve e insetti. Per cui, alla successiva stagione del raccolto, tutti gli insetti della Cina non ebbero più nessun passero che li disturbava, divorarono molto di più dell’1-3 % del raccolto e provocarono una terribile carestia che fece morire milioni di persone.

Omettendo le critiche scontate alle politiche liberiste, le quali, apertamente dichiarano che il loro progetto sociale è favorire chi si arricchisce e ridurre all’impotenza tutti coloro che sono riluttanti rispetto ai processi di accumulazione , ritengo importante soffermarci brevemente su quel contraddittorio ibrido rappresentato dalle attuali politiche della sinistra socialdemocratica europea, che trova una delle sue espressioni più strane nel nostro Paese. La storia dei recenti governi di centro sinistra è in sintesi questa: per battere una destra pericolosa che vuole abolire le garanzie sociali (tra le quali includiamo pure il diritto all’ambiente) e condurre una politica di oppressione ed emarginazione dei Paesi e delle etnie che non si riconoscono nel blocco occidentale, dobbiamo condurre scelte nella sua stessa direzione ma con un’intensità minore. Quindi sacrifici per l’Europa, ma sovvenzioni alle famiglie meno abbienti, traffico aperto nei centri storici ma con le marmitte catalitiche, sviluppo dell’edilizia ma creazione parallela di alcune zone protette, e, da ultimo, guerra alla Jugoslavia ma esponenti della sinistra che stanno allo stesso tempo nel governo che partecipa ai bombardamenti e nelle piazze accanto alle forze pacifiste, in alcuni casi addirittura filoserbe. Tutto ciò in nome di una ‘credibilità’ sul piano internazionale,che, verosimilmente, oramai viene concessa all’Italia solo per premiarne il ruolo buffonesco di ‘parvenue’ sottomesso e confusionario. Ma la ‘credibilità’ presso il proprio tradizionale elettorato e la capacità di dare risposte ad una società in trasformazione dove sono finite? La rincorsa verso la conquista di una piccola parte degli elettori moderati rischia di fargli perdere tutto il raccolto faticosamente conquistato in questi anni.

 

2.3. Lo stadio evolutivo di un sistema non rappresenta necessariamente la condizione ottimale per la maggioranza dei suoi componenti.

Nonostante ciò sia da molti trascurato, anche negli ecosistemi naturali si verificano squilibri che portano ad una naturale estinzione qualcuno dei suoi componenti a vantaggio di qualcun altro. Una eccessiva concentrazione di predatori può portare alla scomparsa di un determinato tipo di prede, ma non necessariamente dei predatori stessi, i quali possono rivolgersi ad altre nicchie trofiche che ne consentono, comunque , la sopravvivenza. Tale meccanismo, molto sovente si riscontra nei sistemi umani, ed è caratterizzato dalla scomparsa di intere categorie sociali a seguito di scelte programmatiche di chi detiene il potere. Non necessariamente i detentori del potere devono essere anche i detentori del consenso generale sulle strategie adottate. Ricatti di tipo economico, strategie manipolative dell’informazione, privazione del diritto di rappresentanza, sono strade che conducono alla sottomissione di una maggioranza alle scelte di una minoranza. Nel corso degli ultimissimi anni, la popolazione del nostro Paese, è stata sottoposta al ricatto della perdita di benessere se avesse rinunciato alla moneta unica, è stata manipolata dall’informazione di regime sulle effettive conseguenze dell’adesione all’unione monetaria e, da ultimo, tramite il referendum sul maggioritario, si è cercato di eliminare l’espressione politica del dissenso. Il fallimento della terza operazione ha sicuramente ostacolato la totale sopraffazione della minoranza oligarchica finanziaria, unica vera entità che si avvantaggia del passaggio europeo. Le conseguenze per tutte le altre categorie sociali, soprattutto quelle più deboli, si stanno già rivelando peggiorative o, quantomeno non risolutive. E’quindi prevedibile una crisi, a medio periodo, dagli esiti inimmaginabili. In una simile prospettiva, la presenza di forze che si pongono al di fuori del sistema di potere, in una posizione di alternativa totale alla sua gestione, svolgono una funzione ecologica essenziale ad evitare la totale scomparsa di soggetti in grado di fornire risposte adeguate qualora la crisi assumesse aspetti tali da non poter essere gestita né dalla minoranza che detiene il potere delle scelte, né dalla maggioranza che le subisce.

Storicamente, una situazione analoga si era verificata nell’Armata Rossa dopo le epurazione staliniane del 37, e solo per la fortunosa sopravvivenza di elementi dell’esercito sfuggiti alla purga, fu possibile la riorganizzazione in extremis della difesa di Mosca e, successivamente, la ricostituzione dei quadri militari che avrebbe portato alla vittoria sulla Wermacht.

 

2.4. I processi di adattamento degli elementi, in un sistema complesso non sono rigidamente prevedibili

Le strategie di progresso che si basano sulla crescita economica, seguono un percorso orientato esclusivamente da una o più variabili semplici. Credere che mantenendo ad un buon livello l’economia e il benessere materiale delle popolazioni consenta una buona previsione di stabilità e benessere generale, e un’illusione che già più volte si è dimostrata capace di apportare vere e proprie catastrofi all’umanità. Oltre alle categorie inerenti il miglioramento delle condizioni di vita materiali, l’evoluzione dei sistemi umani, nell’occidente industrializzato, proprio in conseguenza dei cambiamenti generali che si sono resi necessari per arrivare ai suoi obiettivi, ha generato problematiche di tipo nuovo, condizionate da variabili di estrema complessità. I due maggiori interrogativi che il mondo scientifico si pone con crescente attenzione, riguardano oggi, da un lato i problemi legati all’utilizzo razionale delle risorse naturali, dall’altro la crescita di patologie dello spirito umano, caratterizzate dall’aumento del disagio causato da problematiche esistenziali e che ha per conseguenza i cosiddetti disturbi psichiatrici del comportamento, l’abuso di droghe, la violenza, il disinteresse per le relazioni umane. Il fattore patogeno di entrambe le ‘malattie’ può essere interpretato considerandolo come il risultato del costante tentativo di aumentare l’acquisizione di risorse, considerando i diversi sistemi come potenziali serbatoi dai quali effettuare prelievi e versamenti valutando esclusivamente fattori quantitativi. La deforestazione eseguita con il duplice scopo di utilizzare il legname e di accedere a nuovi suoli da destinare al pascolo e all’agricoltura, è una pratica che l’uomo segue da millenni. Sebbene ciò abbia portato in molte regioni europee a radicali trasformazioni dell’ambiente, tutto sommato gli effetti negativi sono stati spesso riassorbiti dall’evoluzione delle stesse circostanze che li avevano generati. La possibilità di esplorare il pianeta consentita dalla possibilità di costruire le navi, nel Rinascimento, col legname delle foreste che ricoprivano gran parte del vecchio continente, ha portato a fornire i prodotti del Nuovo Mondo e a dare impulso ad un’agricoltura più redditizia che ha, tra l’altro, limitato la pressione ecologica causata dall’allevamento del bestiame. La stessa rivoluzione industriale, a parte le aree dove erano concentrati i centri di produzione e quelle di prelievo delle materie prime, ha diminuito la pressione sui territori agro-silvo-pastorali, escludendo dallo sfruttamento le aree dalle quali non era conveniente coltivare e trasportare le derrate agricole necessarie a nutrire le popolazioni urbane. L’aumento della concentrazione demografica è stato, tutto sommato, compatibile con la espansione dell’accesso alle molte (ma non infinite) risorse dell’ecosistema planetario. Al giorno d’oggi, invece, quello che si verifica è uno sfruttamento delle risorse naturali finalizzato all’acquisizione di un profitto economico che si pone al di fuori del sistema del quale si alimenta: i profitti ricavati dall’allevamento del bestiame in Amazzonia, non vengono utilizzati per ripiantare alberi là dove i suoli vengono erosi a seguito del pascolo, bensì finiscono nelle tasche di una multinazionale che può decidere, ad esempio, di investirli in autostrade. Ciò che giace nei conti bancari degli azionisti delle grandi società, è in realtà materia prima sottratta definitivamente ai cicli di riutilizzo e riequilibrio. Analogamente, l’essere umano viene considerato un soggetto dipendente da utilizzare esclusivamente come produttore di ricchezza e come acquirente di prodotti e, di conseguenza, egli tende ad acquisire ostilità verso il sistema e a sottrarsi dal ruolo di componente attiva e responsabile. La sua unica soluzione per mantenere un’identità personale che lo differenzi dai fustini di detersivo allineati nei supermercati, è quella di sviluppare comportamenti antisociali, o, quantomeno imitatori degli stessi meccanismi di sfruttamento che sono proposti come l’unico valore nel sistema in cui è immerso.

La delinquenza giovanile, l’uso di droga, la famiglia vista unicamente come fornitrice di beni di consumo (alcuni casi giudiziari in cui ragazzi, definiti ‘normali’, ammazzano i genitori per impossessarsi dei loro averi, contengono tutti e tre questi elementi) diventano fenomeni sempre più devastanti nelle società umane, proprio perché rappresentano, a Palermo come a New York o a Rio de Janeiro, le uniche risposte che i giovani si danno per giustificare un’esistenza mercificata e ridotta al volere degli accumulatori di profitto. Al di là degli enormi costi sociali che questo comporta ( e non sappiamo se, nel futuro, potranno bastare tutti i profitti del mercato mondiale per porvi rimedio) la devianza crea una minaccia che acuisce il malessere e la diffidenza della gente verso l’organizzazione sociale e le sue componenti: i servizi pubblici, le rappresentanze democratiche e le parti politiche. Smentiremmo il titolo stesso di questo paragrafo se affermassimo di prevedere con certezza una involuzione degli attuali modelli socialdemocratici moderati verso forme di potere repressivo e autoritario, tuttavia, un’ipotesi del genere è da mettere per certo tra quelle possibili.

Comunque il nostro compito non è, in questa sede, quello di prevedere catastrofi o fornire soluzioni preconfezionate, quanto, piuttosto, quello di considerare ottiche alternative e pianificare interventi graduali diretti verso i diversi elementi che influenzano la crisi. Uno dei passi fondamentali, in tale processo è la necessità di sviluppare relazioni sociali che si distacchino dai meccanismi attuali di riduzione di ogni entità a semplice risorsa da utilizzare .

 

3. La ricerca delle soluzioni

Non bastano sicuramente gli errori compiuti dalle organizzazioni politiche o dalle associazioni a far sparire dalla coscienza della gente le problematiche ambientaliste. In molte città italiane l’appiattimento dei verdi e di gran parte dell’associazionismo su posizioni completamente subordinate alle politiche del centro- sinistra , ha generato un dissenso diffuso che, sebbene privo di organizzazione e sostegni politici, riesce a far sentire la sua voce e a creare vertenze locali che, molto spesso, riescono a spuntarla contro le scelte del potere politico ed economico. Esiste poi una cultura diffusa che si richiama genericamente ai valori del rispetto della natura e che si manifesta attraverso determinate abitudini di vita, quali il turismo alternativo, l’uso di prodotti biologici, l’amore per le piante e per gli animali, il ricorso a terapie alternative, ecc. In molte frange della sinistra antagonista extraparlamentare, è presente un forte spirito di contrarietà verso le manomissioni ambientali che, spesso, si manifesta con azioni, anche violente, di lotta e protesta. Inoltre, sebbene non ne emergano con chiarezza i livelli quantitativi e qualitativi, una parte del mondo scientifico si sta muovendo verso una direzione epistemologica le cui connotazioni sistemiche sono da collocare all’interno del filone antiautoritario -anticapitalistico-pacifista ed ecologista. L’aggregazione e l’organizzazione di tali componenti, può originare un forte nucleo di resistenza e costituire la premessa per future alternative ai rischi di una crescita incontrollata a spese dell’ambiente e delle fasce sociali più esposte. Qualsiasi tentativo in una tale direzione, tuttavia, deve fare i conti con una serie di pregiudizi, convinzioni, e metodologie errate di intervento, largamente imperanti nella cultura del mondo politico. Un approccio al dissenso ‘ecologista’ che non passasse attraverso un profondo metodo di revisione degli strumenti di analisi e di intervento da parte del soggetto politico che lo propone, rischia di ripercorrere le tappe fallimentari che abbiamo sin qui verificato.

In questa sezione considereremo alcuni elementi essenziali per consentire i primi passi verso la creazione di nuove strategie per la ricerca di soluzioni.

 

3.1. Soluzioni specifiche applicate a punti nodali del sistema possono innescare meccanismi di cambiamento

Rispetto a quanto prima affermato nella sez. 2.1, possiamo qui dire che applicare soluzioni specifiche è , a volte, il primo passo per modificare parti più generali del sistema. Oltretutto è una scelta obbligata per quelle forze di alternativa che non possono, con le loro limitate energie, imporre mutamenti strutturali alla rete di relazioni sociali in cui sono presenti. Tuttavia, prima di proseguire sarà necessario soffermarci brevemente su un grave problema presente nelle società industriali, che impone un’estrema attenzione sulle modalità con le quali un soggetto proponente una soluzione si debba rivolgere ai destinatari delle sue proposte.

Negli ultimi decenni le strategie di marketing hanno sviluppato forme di manipolazione dei loro potenziali clienti, utilizzando ed ampliando le tradizionali tecniche utilizzate in tutti i sistemi umani da determinate categorie di persone che dirigono il loro comportamento verso il controllo del loro prossimo. Lo stile manipolativo adottato verso il partner o l’amico, è perlopiù determinato da sensazioni e convinzioni personali di insicurezza che vengono attenuate attraverso il controllo; questo, in una relazione intima può avere effetti limitati alla natura della relazione complementare che si instaura tra manipolatore e manipolato. Ma quando tale soluzione viene applicata a sistemi più complessi, quali il marketing, le politiche sociali, le scelte internazionali, ecc., la situazione che si verifica è quella di forti poteri che, avendo a disposizione potenti mezzi falsificano il corso reale degli eventi, lasciando alla fine, la maggioranza insoddisfatta, frustrata e nell’incapacità totale di comprendere cosa realmente sia la propria esistenza.

Tutto ciò senza ricorrere alla forza o alla coercizione tipica delle dittature, ma con il risultato implacabile di soffocare elegantemente e irrimediabilmente il dissenso.

I presupposti di una strategia manipolativa implicano la costruzione di una teoria costruita solo tenendo conto degli interessi di una delle parti in causa. Molto spesso è interessante notare che la teoria iniziale nasconde anche a chi la formula le sue parti invalidanti che, comunque, si dimostreranno prima o poi in tutta la loro carica di fallimentarità, ma, presumibilmente, ad uno stadio in cui l’interesse del manipolatore sia stato già soddisfatto (ad es. l’azienda che produce un farmaco che non si cura degli effetti collaterali sino a che la gente non li manifesta). L’attuazione pratica della manipolazione consiste nel presentare la propria teoria come l’unica in grado di risolvere il problema, escludendo tutto ciò che la può mettere in discussione attraverso l’uso della seduzione e della minaccia indiretta nei confronti di chi è dubbioso, facendo leva sulle cosiddette debolezze dell’animo umano in relazione al target specifico al quale si vuole far digerire la teoria. Attualmente la manipolazione è divenuto lo stile comunicativo che caratterizza non solo l’attività di marketing, ma anche il consenso elettorale, l’adesione a clubs e associazioni, la spinta all’utilizzo di un servizio pubblico, ecc.

Nella città di Roma, ad esempio, una multinazionale della pubblicità ha fornito i suoi servizi sia per la promozione di un’associazione a scopi umanitari, sia per un servizio informativo rivolto ai giovani, sia per la campagna elettorale del sindaco. Il linguaggio utilizzato, a parte il suo diverso ‘confezionamento’ è facilmente individuabile nell’assioma tipico della manipolazione :" Prendi questo perché l’unica scelta che ti conviene". E’interessante notare come la campagna rivolta ai giovani sia stata quella che ha avuto meno successo, non tanto perché i giovani siano più acuti osservatori semantici, quanto perché, essendo essi cresciuti in un periodo in cui la manipolazione si è ampiamente diffusa, hanno sviluppato una totale sordità a qualsiasi proposta che si presenta con il messaggio: "Stiamo cercando di aiutarti". E non perché ritengano di non aver bisogno d’aiuto, quanto perché avendo sperimentato ampiamente la spietata efficienza delle tecniche di manipolazione a cui ogni cittadino è sottoposto, hanno scelto di chiudere tutti i canali attraverso i quali esse possono penetrare in loro.

Il processo inerente la proposta di attuazione di una soluzione specifica, per aver l’opportunità di svolgersi in maniera proficua ha, invece, la necessità di possedere queste caratteristiche  

  1. Deve nascere in risposta ad un esigenza sociale chiaramente avvertibile.
  2. Chi propone la soluzione deve aver chiare le sue possibili implicazioni : deve cioè essere pronto a successive soluzioni correttive qualora si manifestassero effetti irrilevanti o contrari a quelli previsti.
  3. La soluzione deve essere chiara: va spiegato esattamente che ‘è solo una soluzione parziale’ tra tante possibili e che non è diretta a minacciare implicitamente o esplicitamente le condizioni generali del sistema.
  4. I soggetti coinvolti devono essere pronti ad interagire creativamente con le nuove prospettive che si creano in un contesto condivisibile di partecipazione costruttiva.

A titolo esemplificativo riportiamo, per sommi capi, due tipi di problema a cui ci siamo applicati e alle soluzioni adottate alla luce dei punti di cui sopra.

 

Esempio 1: gli incendi boschivi in Italia.

Il fenomeno degli incendi boschivi in Italia rappresentava un problema endemico di dimensioni determinate dall’utilizzo produttivo del territorio agro silvo pastorale. Tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80, quando cominciammo a lavorare sul problema, la maggior parte degli incendi derivavano dalla necessità di conquistare spazio al pascolo e favorire l’eliminazione dei residui cerealicoli dopo la mietitura. Questi due fattori, negli anni successivi, progressivamente si andavano riducendo, giacchè le tecniche di gestione, sia in pastorizia che in agricoltura si trasformavano e, tuttavia, il numero degli incendi andava crescendo, non tanto per numero, quanto per l’importanza ambientale delle zone colpite. Questo spingeva sia le Regioni che lo Stato, a massicci investimenti nel campo degli incendi boschivi, senza capire però perché, nonostante la crescita delle dotazioni e degli addetti, il fenomeno aumentava costantemente e toccava aree del Paese mai raggiunte fino ad allora. Dopo qualche anno che ci prodigavamo di andare a spegnere gli incendi con i nostri volontari, acquistando fuoristrada e motopompe e studiando tecniche di spegnimento sempre più originali, capimmo che la ovvia spiegazione (tra l’altro dimostrata dalle statistiche che dimostrano che gli incendi devastanti sono più numerosi nelle regioni in cui si spende di più) era che gli incendiari dovevano proprio essere ricercati all’interno del giro d’affari miliardario legato alle assunzioni stagionali, al noleggio di aeromobili, all’acquisto di attrezzature idrauliche, vestiario, ecc. Accertato tutto ciò, si poneva il problema del come fare ad interrompere il giro vizioso: laddove qualche coraggiosa amministrazione aveva scelto di chiudere i rubinetti, gli interessi esclusi avevano immediatamente ‘dimostrato’ che di loro c’era assoluto bisogno, e a riprova di ciò, scoppiavano incendi in periodi a bassissimo rischio e in zone raggiungibili solo dall’aria. E’divertente che per confondere i distratti investigatori si inventavano le storie dei piccioni muniti di ordigni incendiari, di yacht che sparavano razzi a distanze incredibili dalla superficie del mare, ecc., naturalmente mai provate. Obtorto collo si è dovuto subire il ricatto, anche per non disturbare gli interessi elettorali locali e per rassicurare i turisti ai quali, per breve tempo, è stato fatto credere che bastasse qualche Canadair per evitar loro di finire ammazzati in qualche amena località. Tuttavia, tutti sanno che non esiste alcuna forza che possa impedire che un incendio dopo che sia scoppiato, si trasformi in una tragedia. La variabile principale è l’intensità, imprevedibile del vento, che aumenta il potenziale distruttivo del fuoco a livelli assolutamente incontrollabili, indipendentemente dagli uomini e dai mezzi utilizzati.

L'unica soluzione possibile è quella di rimuovere la causa principale di incendio, cioè la vegetazione secca che si trova tra le vie d’accesso e le formazioni boschive e, allo stesso tempo mantenere un livello di sorveglianza che scoraggi gli incendiari. I costi infinitamente inferiori delle opere di prevenzione, rispetto a quelli di un’azione di spegnimento, consentirebbero di investire nella creazione di posti di lavoro tra le popolazioni locali, innescando le basi per un consenso sociale basato, stavolta, su intenti socialmente utili e non su un patto criminoso. L’attività lavorativa può essere sostenuta per tutto l’anno, sviluppando azioni concomitanti di miglioria ambientale che, oltretutto, porterebbe ad un controllo del dissesto idrogeologico tale da evitare definitivamente catastrofi come quella verificatasi nel 98 in Campania.

Tale strategia è stata già applicata in altri Paesi del Mediterraneo con indiscutibile successo, ma qui da noi non è stata nemmeno sperimentata (sebbene le nostre proposte siano state accolte con grande risalto lo scorso anno, sulla scia dell’ennesima catastrofe e che il Corpo Forestale dello Stato abbia dato completa disponibilità ad agire con noi in questa direzione).

I motivi: probabilmente la paura di alcuni soggetti, tra cui gli stessi Verdi e molti appartenenti alla Protezione Civile (inclusi, purtroppo, gli stessi volontari), di vedere minacciata la loro identità, vedersi ridotta la possibilità di apparire sulla stampa, il dover rinunciare a qualche contributo, il dover ammettere la propria inutilità o, semplicemente, per un palese disinteresse per il problema.

 

Esempio 2:  L’Informagiovani di Roma

Nel 1997, nel quadro delle nostre attività destinate ai giovani, siamo stati incaricati di gestire un centro informativo ad essi destinato facente parte della della rete del Comune di Roma. In breve tempo abbiamo notato che le informazioni che eravamo in grado di fornire non potevano soddisfare l’utenza, la quale, d’altra parte, ben si guardava dal mettere piede nel centro, probabilmente anche in seguito al genere di pubblicità al servizio che la multinazionale già citata aveva realizzato. La sparuta utenza, tuttavia, mostrava un interesse per i computer, e, principalmente per la tecnologia Internet. L’ipotesi che abbiamo quindi sviluppato era che il contatto fisico con un ufficio appartenente alla controparte (il mondo adulto), doveva essere considerato infido e manipolativo proprio per i giovani più emarginati ai quali esso era rivolto. Il personale che impiegavamo, inoltre, era costituito da psicologi ad indirizzo clinico che, nonostante la formazione che gli fornivamo, avevano difficoltà a porsi su un piano di relazione aperto e condivisibile con gli interlocutori. Contattando alcune realtà di altri Paesi europei con le quali collaboriamo, queste ci hanno confermato che il problema era più o meno analogo anche da loro. Abbiamo quindi inutilmente cercato di persuadere l’assessore competente che era più conveniente per l’amministrazione ridurre al minimo la spesa per i centri (nonostante il compenso che ricevevamo era piuttosto consistente) e di orientarsi ad installare postazioni telematiche interattive nei i luoghi gestiti e frequentati dai giovani, quali associazioni, centri sociali, collettivi universitari, ecc. Naturalmente niente da fare : il paradosso in cui l’assessorato alla politiche giovanili si era infilato consisteva nel voler rassicurare i giovani che la pubblica amministrazione voleva aiutarli disinteressatamente, ma, allo stesso tempo, voleva avere un controllo stretto del flusso d’informazioni (comprese le biografie dei consiglieri comunali e le attività promozionali in favore delle Olimpiadi a Roma) e del personale che le forniva. Oltretutto l’affidamento di parti del servizio con procedure amministrative assai discutibili avevano sollevato opposizioni in consiglio comunale e l’interesse della magistratura e dei media, per cui la diffidenza verso qualsiasi critica al servizio prevaleva costantemente verso la constatazione della necessità di apportare cambiamenti. Abbiamo quindi deciso di realizzare autonomamente il progetto di contattare i giovani creando un sito Internet che, attualmente, sfiora i duecentomila contatti mensili ed è sostenuto solo dalle magre risorse della nostra associazione. Il rapporto che abbiamo instaurato con l’utenza e che ha garantito un tale successo è basato su una formula che recita più o meno così: "Comprendiamo che non vi fidiate degli adulti e non possiamo darvi torto. Tuttavia speriamo che vi rendiate conto che essere informati vi aiuta ad evitare ulteriori fregature. Per cui chiedeteci quello che vi serve e, se possiamo, ve lo facciamo sapere. Può essere che qualcuna delle nostre informazioni possa essere errata o ingannatoria e se questo avviene fatecelo sapere".

Sul sito sono presenti parecchie pagine che riflettono l’impostazione politica molto schierata della redazione, ma questo non sembra infastidire l’utenza che, verosimilmente non è limitata ai giovani della sinistra rivoluzionaria.

Molte altre città italiane hanno seguito il nostro esempio ma non Roma, tant’è che alla fine il dibattito tra noi e l’amministrazione si è spostato sul piano giudiziario. In questo caso appare evidente un groviglio di interessi economici tale da non consentire a nessuno dei partecipanti al progetto di divincolarsi verso prospettive nuove.

 

3.2. La correttezza di un’ipotesi non può essere determinata dal consenso iniziale che essa genera.

Difficilmente un deputato che , avendo informazioni certe su di un’eruzione del Vesuvio nei prossimi anni e mettesse nel suo programma lo sgombero delle popolazioni che abitano le sue pendici, riuscirebbe ad essere eletto nel collegio elettorale dove votano quelli che intende proteggere. E’una storia vecchia quanto il mondo e che spinge, talvolta, ad una forma ‘riflessiva’ passiva di manipolazione anche chi è animato da buone intenzioni. Essa si basa sull’omettere la comunicazione su una o più parti dell’ipotesi nel timore di perdere il consenso iniziale intorno ad essa. Nel migliore dei casi ci si riserva di raccontare ‘tutta la verità’ in un momento successivo più favorevole, ma il più delle volte tutto ciò viene costantemente rinviato da una successione di ‘necessità tattiche’. Tale atteggiamento è estremamente pericoloso perché genera sensazioni di sfiducia e delusione, invalidando la credibilità del soggetto proponente. Oltretutto è bene che le difficoltà e la riluttanza vadano affrontate, sin dall’inizio, senza reticenze, affinché ognuno possa dare il proprio contributo per un complessivo miglioramento delle strategie di attuazione. Va ricordato che nessuno ha in tasca la soluzione per i problemi dell’umanità e che un’ipotesi, per buona che sia, è sottoposta costantemente al rischio di fallire. Solo una costante verifica collettiva può dare qualche garanzia che essa riesca a dimostrarsi funzionale, tanto più quando la materia trattata riguarda problemi sociali largamente condivisi.

 

4. Un’ ipotesi strategica è una costruzione persistente che deve mantenere un’identità impermeabile alle variabili semplici

La fretta con cui l’ambientalismo italiano ha liquidato alcuni principi fondamentali che ne avevano ispirato la nascita, con argomentazioni prese in prestito dalla realpolitik, è in realtà opportunismo della peggior specie che ne ha cancellato completamente l’identità come forza politica alternativa. Non si può essere ‘ambientalisti’ e accettare pesanti deroghe ai propri presupposti per evitare di essere emarginati dal potere. O meglio, si può fare ma si perde credibilità e, conseguentemente, lo stesso potere che si voleva mantenere a costo di pesanti compromessi. Dato che, comunque, un’ipotesi di alternativa sconta il rischio di un forte isolamento all’interno dell’attuale sistema, dovremmo cominciare a riflettere su quali alleanze e mediazioni sono convenienti per una progressiva diffusione dell’ipotesi prescelta.

Si può dire che qualsiasi mediazione:

1. Non deve portare alla cancellazione di parti consistenti dell’ipotesi iniziale.

2. Deve essere circoscritta ad un arco temporale rigidamente definito.

3. Non può essere riconducibile alla necessità di incremento di una variabile semplice (quale consenso numerico, risorse finanziarie o umane, realizzazione di obiettivi marginali).

4. Non va effettuata con interlocutori la cui posizione consente loro di interrompere a proprio piacimento la transazione stabilita.

Una mediazione può essere invece accettata quando:

1. Garantisca la possibilità di realizzare obiettivi parziali senza causare la paralisi strategica

2. Ci si trovi di fronte ad una minaccia autoritaria che comporti il rischio di cancellazione di ogni possibilità di mantenere in vita l’ipotesi.

3. Porti ad un confronto con altri elementi che arricchiscano l’ipotesi iniziale senza alterarne le linee guida.

4. Sia effettivamente e manifestamente necessaria per impedire o mitigare gravi rischi per l’essere umano e l’ambiente in cui esso vive.

 Scegliere i tempi e le misure di tutto ciò è il compito fondamentale di una forza alternativa che intenda mantenersi tale. Essa dovrà muoversi utilizzando tutto il potenziale che deriva dalla sua forza etica, dalla sua capacità di riflessione, dalla sua umiltà, dal suo spirito di sacrificio e dalla determinazione sostenuta dalla fondatezza delle sue ipotesi. Non è sicuramente un facile compito ma, purtroppo, si pone come inderogabile se si ha la radicata intenzione di tracciare percorsi migliori per l’avvenire della specie umana immersa nell’ambiente che la circonda.


Per ulteriori riferimenti sono disponibili presso i siti Internet dell’Oikos i seguenti articoli

Kelly G. – l’Ostilità
http://www.oikos.org/kelostilità.htm

Kenny V – Gardner G.G. Le due psicologie della Manipolazione e della Comprensione
http://www.oikos.org/ldpdc.htm

Kenny V- Verso un’Ecologia della Conversazione
http://www.oikos.org/vinccomunic.htm

Kenny V. – Gash U. – La risoluzione del Pregiudizio 
http://www.oikos.org/kenpregiudizio.htm

Minissi V- Strategie Manipolative e Strategie Comprensive nel Dialogo tra Generazioni
http://www.informagiovani.it/intinf1.htm

Minissi V. – Fa veramente bene la psicoterapia?
http://www.oikos.org/supervis.htm

Minissi V. – Tecniche di pascolo nell’Agro Romano, tradizioni storiche e problemi di conservazione
http://www.oikos.org/tdpna.htm


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