Per evitare il peggio: istruzioni per l’uso

Di Enzo Minissi


 


 

Ancor prima della distribuzione in forma cartacea del nostro dossier sul degrado a Roma, mi è giunta voce che cominciano a circolare significative reazioni da parte di alcuni dei soggetti raggiunti dalle critiche da noi espresse. Come prevedibile, tali reazioni non si manifestano apertamente in uno scambio di opinioni critiche, ma assumono i toni di lettere personali, pressioni, lamentele, ecc., ossia tutto l’armamentario del sottobosco politico-clientelare che ha, giustamente, paura di venire allo scoperto ma che tenta, in ogni caso, di difendere le proprie posizioni compromesse. Non è sicuramente a loro che ci rivolgiamo con queste ‘istruzioni per l’uso’, bensì a tutti coloro che, al di fuori di ogni interesse particolare, si sentono preoccupati o sfiduciati, nella situazione attuale, e cercano le strade per cominciare a ricostruire qualcosa di diverso.

Riassumendo i contenuti del nostro dossier, si può evincere che, a Roma, in ambiti quali le politiche sociali e per la qualità della vita, si sono formate abitudini, punti di vista, aggregazioni politiche, grosso modo paragonabili al filone delle vecchie clientele democristiane e socialiste in cui ogni associazione, ogni parrocchia, ogni coro o polisportiva di periferia, riceveva i suoi contributi grazie ai buoni uffici di un singolo politico verso il quale, ad ogni scadenza elettorale, venivano convogliati i voti necessari a garantirne la rielezione. Il sistema così raggiunto garantiva una stabilità sociale e politica, in quanto paralizzava automaticamente ogni possibilità di partecipazione di nuovi soggetti autonomi, e, conseguentemente, ogni possibilità di introdurre nuovi valori e strategie era preclusa.

Con l’introduzione della preferenza elettorale singola, questo sistema ha avuto un temporaneo sbandamento, dato che ha messo in competizione individui e gruppi che prima riuscivano, in un’unica tornata elettorale, a far eleggere gruppi di potere in grado di muovere risorse pubbliche rilevanti, per cui c’è stata la necessità di creare meccanismi e rapporti di tipo nuovo per promuovere carriere politiche altrimenti incerte.

Il primo, è stato quello di creare lobbies che eleggessero candidati in liste diverse eliminando ogni competizione dannosa tra persone che rappresentavano gli stessi interessi. Questo però presuppone che la lobby sia di dimensioni notevoli, tali da riuscire a spostare un numero consistente di voti in partiti diversi, e non molti se lo sono potuto permettere.

Il secondo, utilizzato da lobbies di caratura minore è stato quello di infiltrare un partito disorganizzato e di piccole dimensioni che raccogliesse un voto distratto e di opinione prendendone il controllo tramite l’espulsione dei vecchi quadri. La condizione da soddisfare, in questo caso, è che il partitino sia determinante nelle maggioranze di governo e non disturbi gli alleati maggiori, lasciandogli mano libera in cambio della gestione di piccole fette di potere.

Il terzo metodo, sicuramente più umanamente defatigante, è stato scelto da lobby di dimensioni minuscole, e consiste nel crearsi un personaggio eleggibile e farlo passare da un partito all’altro con il bagaglio di qualche centinaio di voti approfittando di un indebolimento temporaneo o di una scissione nei gruppi dirigenti dei partiti da utilizzare. In quest’ultimo caso il profilo del candidato deve essere bassissimo, tale da garantirgli il mimetismo necessario a passare da una formazione all’altra senza destare troppe sorprese, non tanto nel suo allenatissimo e fedele elettorato, quanto in eventuali osservatori esterni.

Possiamo dire che il primo sistema lascia spazio ad una relativa indipendenza dei soggetti coinvolti, in quanto l’eletto non deve occuparsi a ‘tempo pieno’ del suo elettorato. In questa soluzione c’è comunque sempre il rischio di un deterioramento della democrazia rappresentativa, in quanto è prevedibile che, su temi specifici, gli eletti compiranno scelte che favoriscono la lobby e non l’elettorato nel suo complesso.

Nel secondo caso, sinora, il risultato storico è stato il progressivo rinchiudersi in un microcosmo che si è sempre più staccato dalle aspettative dell’elettore e questo, anche se ‘distratto’, si è rivolto altrove. Il risultato è che la lobby si ritrova a dover cercare disperatamente qualche altro soggetto da infiltrare, ma con una cattiva reputazione alle spalle che non gli permetterà penetrazioni così facili come in passato.

Nel terzo caso l’unica prospettiva è una sopravvivenza rischiosa, vissuta con la paura costante che il gioco venga scoperto. I personaggi e i gruppi coinvolti in questo gioco devono, da un lato mantenere una certa visibilità nel partito di recente adozione (per avere qualche possibilità di essere ricandidati) dall’altro non possono permettersi di emergere troppo per non destare sospetti in coloro che possono non giudicare positivamente l’operazione.

In realtà la commistione tra affari e politica rappresenta quanto di più dannoso possa capitare per tutta la società civile e quindi anche per i soggetti che la praticano, dato che:

  1. La lobby e il suo rappresentante politico perdono spazi più o meno considerevoli di autonomia l’uno dall’altra.
  2. La lobby e il suo rappresentante politico si trovano a dover dipendere in maniera costante dalle risorse pubbliche. Qualsiasi soggetto che si trovi ad essere disturbato da qualche loro iniziativa, può chiedere controlli, porre obiezioni, frapporre ostacoli all’erogazione dei contributi economici, con il rischio di limitarne le attività. Quindi è impensabile che possano prender parte a battaglie di opposizione significative.
  3. Il contare esclusivamente su risorse pubbliche tende a mantenere lontana la lobby da potenziali nuovi membri e il politico da nuove fasce di elettorato potenziale. Sono quindi entrambi condannati ad un ristagno della loro crescita, venendo sempre meno ad incidere sulla complessità del sociale.

I punti 2 e 3, di riflesso, danneggiano fortemente il partito infiltrato dalla lobby e dal suo rappresentante, in quanto ne ostacolano la crescita del consenso elettorale e la penetrazione in nuovi ambiti della società civile. Bastano le poche centinaia di preferenze sicure a garantire la sopravvivenza del sistema, e la perdita di migliaia di voti del partito di appartenenza può diventare un fatto secondario.

Ma è interessante notare come, anche di fronte alla progressiva riduzione di consensi del partito ‘adottato’, le lobbies e i suoi esponenti non abbiano reazioni d’allarme apprezzabili e sembrino accettare con rassegnazione l’inevitabile destino di doversi spostare su un nuovo organismo una volta che quello attualmente occupato abbia perso ogni capacità di garantire la loro sopravvivenza.

Resta da comprendere come alcuni partiti riescano a tollerare con tanta leggerezza ospiti così scomodi. Non esiste una spiegazione unica di un tale fenomeno di assuefazione, ce ne sono diverse che, spesso si sovrappongono. Cerchiamo di elencarne qualcuna:

  1. Il partito, in realtà, non è che una federazione di lobbies con provenienze apparentemente simili ma con percorsi, aree di intervento e basi ideologiche molto differenziate. Un partito che manca di un’identità condivisa da tutte le sue componenti può alimentare le differenziazioni di partenza, creando correnti più o meno stabili, alcune delle quali tendono a diventare delle lobbies che lottano e combinano alleanze tra loro.
  2. Il partito ha attraversato un momento di crisi proprio nello sforzo di trovare una identità definita, ad esempio dopo una scissione. L’ingresso di gruppi organizzati viene considerato alla stregua dell’arrivo di ‘truppa fresca’. E’ umanamente comprensibile che alla ‘truppa fresca’ vengano lasciati presidiare punti cruciali del ‘fronte’, ma è una scelta suicida concedergli il controllo di certe posizioni chiave senza l’adeguato controllo e supervisione di ‘veterani’ fidati e questo indipendentemente dal fatto che le 'nuove forze' siano realmente nuove o rappresentino tentativi evidenti di riciclaggio e infiltrazione. Generalmente i gruppi dirigenti in crisi a causa di una mancanza di prospettiva strategica, tendono a tamponare la perdita di consensi interni con queste nuove ‘forze’. Il fatto che queste forze rappresentino una nullità sul piano numerico e che non portino nemmeno idee o soluzioni nuove è irrilevante: quello che conta è la sopravvivenza tattica del gruppo dirigente.
  3. Il partito mira esso stesso a diventare una federazione di lobbies che controlla le risorse pubbliche. Ogni nuovo gruppo è bene accetto purchè porti un po’ di voti e qualche personaggio da copertina che catturi l’attenzione dei media. Attualmente, nel centro sinistra, il nucleo del ‘dibattito politico’ sembra ruotare proprio sulla possibilità di successo di formazioni del genere, e almeno tre diversi soggetti sono in competizione tra loro nel tentativo di avere più sigle al loro interno. Restano molti dubbi sull’efficacia di tali operazioni che, perlomeno in passato, hanno portato ad esiti assai deludenti.

L’unico filo conduttore che unisce i tre punti sopraelencati, è la mancanza di un programma strategico, anche di medio periodo, che si sovrapponga agli interessi particolari, al minimalismo, al tatticismo, all’orgoglio di clan e renda dignità ed energia a coloro che attribuiscono alla militanza e al dibattito politico il ruolo di elementi propulsori del progresso sociale.

E’ con estremo senso di responsabilità l’Oikos e ad altri hanno ritenuto di rendere pubblico il dossier a cui questa nota è dedicata, proprio per ricostruire la possibilità di una manovra strategica delle forze di progresso. Ci auguriamo che con la stessa responsabilità venga compreso il suo contenuto e le implicazioni che esso ha sul futuro della vita politica della nostra città.


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