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Note per l’individuazione di
nuove regole per la convivenza civile e la riduzione dei
rischi individuali e collettivi nella città di Roma
Introduzione
Si è
discusso molto, nei mesi passati, se il problema della
insicurezza dei cittadini romani corrispondesse realmente a
dati statistici elevati sulla frequenza di crimini contro le
persone e i loro beni o se non fosse un argomento esagerato da
una parte politica per manipolare il consenso o per miopia
culturale. La questione non ha avuto un responso definitivo
sia per la trasversalità agli schieramenti che ha
caratterizzato determinati allarmi, sia per la difficoltà di
raccogliere ed interpretare gli stessi dati statistici (si
pensi ai crimini non pervenuti a conoscenza dell’autorità
giudiziaria), sia, soprattutto, perché alcuni fattori inclusi
nel dibattito sicurezza, in realtà, non sono immediatamente
riconducibili a minacce per l’incolumità pubblica mentre ne
restano esclusi alcuni che colpiscono con notevole frequenza
la vita della cittadinanza (come la diffusione delle droghe,
gli incidenti stradali, le conseguenze del degrado ambientale,
ecc.).
Sebbene sia riduttivo affermare che la sconfessione
dell’amministrazione di centrosinistra che aveva governato
Roma negli ultimi decenni sia esclusivamente da accreditare
all’inefficienza con cui essa aveva affrontato il problema Rom
o la prostituzione stradale, abbiamo motivo di ritenere che le
carenze nella sua condotta siano da correlare alla diffusa
insicurezza ‘reale’ o ‘percepita’ in quanto il suo operato
potrebbe non aver garantito coerentemente il rispetto delle
regole democraticamente stabilite, e che ciò abbia turbato in
maniera rilevante le aspettative dei cittadini, soprattutto in
assenza di un confronto diretto e costante tra il potere
centrale e gli ambiti territoriali. La necessità di rendere
quanto più breve e diretta la nostra esposizione ispirata
dalla volontà di dare, con la massima tempestività, un
contributo diverso da quello di altri soggetti che si stanno
inserendo nel dibattito sulla sicurezza, potrà farla risultare
priva di alcuni elementi di approfondimento, soprattutto per
quello che riguarda un più accurato discernimento in relazione
ai diversi ambiti sociologici investiti. Pertanto il lettore
potrà considerarla esclusivamente come una sequenza di
elementi di riflessione destinati agli amministratori pubblici
per orientarli a scegliere quale percorso seguire per condurre
i cittadini romani ad uscire dall’insicurezza da cui sembrano
attanagliati.
La
costruzione della sicurezza nelle società contemporanee
Se, in
giro per la campagna, incontrassimo un gruppo eterogeneo di
individui intenti a sparare con armi di ogni tipo ne saremmo
visibilmente sconcertati e lo saremmo ancora di più se, corsi
al più vicino posto di polizia,venissimo informati che la cosa
è del tutto normale e consentita dalla legge. Se fossimo nati,
però, negli USA, la cosa non ci farebbe battere ciglio dato
che, in quella democrazia, il libero possesso e uso delle armi
è considerato un diritto fondamentale dei cittadini ai quali
viene ampiamente concesso di proteggere sé stessi e i loro
beni sparando contro chi li minaccia. Nelle democrazie
europee, derivate da secoli di tradizioni più o meno
autoritarie ove dare le armi al popolo esponeva ai rischi di
una rivoluzione, è proibito sparare in luoghi pubblici anche
con un semplice fucile ad aria compressa. D’altra parte in
Italia solo da pochissimo si procede all’arresto degli
ubriachi al volante, mentre negli USA lo si fa da almeno 50
anni. Possiamo dire che il concetto di sicurezza e delle
regole che la governano può differire da paese a paese, in
maniera non troppo correlata ai rischi che dovrebbe prevenire.
In Italia, ad esempio, tutto quello che riguarda la sicurezza
individuale nella circolazione stradale (caschi, cinture,
telefonino, limiti di velocità) è piuttosto trascurato, mentre
un tedesco non salirebbe mai in una macchina senza allacciare
le cinture. Può accadere l’opposto in altre condizioni di
rischio: gli italiani che vivono in Germania inorridiscono nel
vedere i bambini gettarsi nelle acque (gelate) dei laghi dopo
aver mangiato abbondantemente senza che i genitori se ne
preoccupino minimamente. Per compensare gli errori nella
percezione popolare della sicurezza, troppo spesso viziata di
idiosincrasie e disinformazione, i governi e i loro consulenti
tecnico-scientifici, impongono delle normative per tutelare
l’integrità fisica dei cittadini, quando si rendono conto che
determinati comportamenti costituiscono una minaccia seppure
questa non venga avvertita nella popolazione. Nelle nostre
moderne democrazie questa ‘investitura genitoriale’ verso
l’autorità è normalmente accettata, magari con qualche mugugno
e corollario di piccole astuzie elusive, dalla stragrande
maggioranza dei cittadini. Oltre agli organi dello stato
democraticamente eletti e in maniera meno trasparente almeno
altri tre soggetti concorrono al condizionamento delle regole,
con risultati non sempre conformi agli interessi dei
cittadini. Il primo è rappresentato dalle lobby industriali il
cui potere di indirizzo si articola su almeno quattro livelli:
influenza sui consumatori attraverso la pubblicità; pressioni
sulle forze politiche o singoli membri delle istituzioni che
legiferano attraverso forme più o meno lecite; finanziamento
della ricerca scientifica orientata a sostenere i propri
interessi; condizionamento degli organi di informazione
attraverso la pubblicità a pagamento. Un esempio tipico è
rappresentato dall’industria automobilistica che continua a
produrre veicoli destinati ad infrangere le leggi che limitano
la velocità massima costringendo la collettività a forti
impegni di spesa sia per le forze dell’ordine che devono farli
rispettare, sia per gli interventi sanitari e l’assistenza
agli invalidi. La sua pressione sulla pubblica opinione per
esaltare il fattore velocità si avvale di una pubblicità
continua, i governi vengono minacciati dalla possibilità di
crollo della produzione (con conseguenti licenziamenti e
mancati introiti fiscali) e il mondo scientifico e
dell’informazione “scoraggiati” dal far apparire i numeri
reali delle morti per incidenti causati dall’alta velocità.
L’influenza delle lobby non è costante e immutabile: quella
del tabacco, in tempi recenti, è stata pesantemente
penalizzata dalla legislazione antifumo, quella dell’alcool
presto sarà minacciata dai divieti di guida in stato di
ebbrezza, tanto per fare due esempi. Il loro potere, poi, è
progressivamente contrastato dall’associazionismo dei
consumatori, da noi ancora agli inizi, ma che fa veramente
paura negli USA. Gli altri due soggetti che concorrono, al di
fuori degli schemi del consenso popolare e della sua
rappresentanza elettiva, al condizionamento dell’emanazione e
del rispetto delle regole, sono la Polizia e la Magistratura.
Sarebbe troppo lungo, in questa sede, soffermarsi sulle
contraddizioni e i paradossi generati dal delegare a categorie
professionali la gestione di problemi complessi come la
sicurezza: il rischio che chi gestisce l’apparato repressivo
abbia la tentazione (anche per nobili motivi) di sostituirsi
alla volontà popolare nello stabilire quali reati e quali
figure abbiano la precedenza, è costante, soprattutto se
questa tentazione è condizionata da ideologie o segmenti di
moralità che non corrispondono a quelle espresse
democraticamente. Una tale precisazione, seppur marginale
rispetto ai punti più essenziali sui quali intendiamo
concentrarci in queste pagine, è tuttavia utile a fare il
punto in tutti quei casi in cui magistrati e poliziotti
vengono accusati di non far rispettare la legge, di far pochi
controlli, di controllare solo le case dei VIP, ecc. , così
come pure quando capita che un prefetto possa apparire a
qualcuno un po’ troppo disattento verso le manchevolezze di
una giunta comunale e alla fine del suo mandato si ritrovi un
posto in parlamento garantito in un partito il cui segretario
è stato sindaco della stessa giunta. Sono cose che possono
accadere nel nostro paese ove, nelle città il capo della
polizia e il capo della procura sono nominati dall’alto, non
direttamente dai cittadini come accade negli USA.
Le
cause dell’insicurezza nel ‘Modello Roma’
Chiunque svolga la controversa professione della psicoterapia,
sa bene che i suoi clienti sono persone che descrivono i loro
problemi come una minaccia pressante alla propria identità
che si manifesta, con gravità progressiva, in ansia, angoscia,
depressione e delirio. L’ansia corrisponde ad una minaccia non
troppo estesa, l’angoscia ad un attacco massiccio e
generalizzato, la depressione è la sospensione percettiva di
un mondo imprevedibile e il delirio la costruzione di un
universo separato ove si spera (inutilmente) che le minacce
scompaiano. Il terapista saggio non si pone il problema se le
minacce esistano o meno, ma aiuta il suo cliente a costruirsi
un’identità basata su regole certe e durature che gli
permettano di affrontarle senza restarne paralizzato e, per
far questo, deve individuare nelle regole e convinzioni della
famiglia di provenienza del cliente quelle zone oscure che gli
hanno impedito di sapere con sufficiente certezza come
affrontare gli inevitabili rischi della vita. Questa è,
ovviamente, solo una specie di riassunto che utilizzeremo, a
titolo esemplificativo per cercare di individuare senza
troppe ipocrisie le cause dei vari livelli di insicurezza che
si ritengono diffusi tra la gente di Roma. La parte che
seguirà suonerà alquanto sgradevole al lettore che appartenga
ad una delle categorie politiche o professionali che più
direttamente portano le responsabilità più marcate in eventi
che hanno generato incertezza, confusione e che,
conseguentemente, possono aver generato uno stato di
insicurezza grave nei cittadini romani ed è inutile sperare
che, chi non abbia avviato una profonda autocritica,
accoglierà le nostre opinioni con un certo risentimento. Ci
secca un po’ utilizzare per l’ennesima volta la citazione di
Brecht sui rischi di ripetere gli stessi errori quando si
evita di far i conti con il passato storico, ma vorremmo
essere sicuri che, almeno su alcuni punti, le forze che
governeranno la città nei prossimi anni siano completamente
consapevoli dei danni compiuti e decidano se impegnarsi con
fermezza a non praticare gli stessi percorsi oscuri e tortuosi
che hanno alimentato il caos distruttivo.
La
coalizione politica che ha governato Roma negli ultimi
quindici anni, non aveva di fronte a sé un compito facile: da
una parte doveva condurre la città fuori dal guazzabuglio
criminale e dal vuoto ideologico e morale che caratterizzò gli
ultimi anni della cosiddetta Prima Repubblica, dall’altra
ostacolare l’ascesa al potere della coalizione avversa che
veniva percepita (e questo, nei primi anni 90 era
comprensibile) come poco aderente ai principi che avevano
ispirato la maggioranza degli Italiani dal dopoguerra e da cui
i due contrapposti partiti democristiano e comunista, avevano,
per decenni, tratto il consenso elettorale. Il partito della
Democrazia Cristiana e quello Comunista, per ragioni diverse,
cessarono di esistere in maniera rapida e drammatica, e le
nuove formazioni politiche che nacquero dalle loro rovine,
pensarono che i vecchi motivi di divisione potevano essere
superati decidendo di stabilire un’alleanza basata sulla
tolleranza delle reciproche differenze. L’idea, di derivazione
gramsciana, non era del tutto campata in aria ma avrebbe avuto
bisogno, per eliminare le molte asperità sparse sul suo
percorso, di un periodo ragionevolmente lungo al riparo da
pressioni e incidenti ai quali, per una sorta di riflesso
condizionato storicamente acquisito, gli appartenenti alle
vecchie formazioni contrapposte, avrebbero naturalmente
reagito in maniera disomogenea. Inoltre, per una crudele
concatenazione di cause, mentre il Partito Comunista e la
Democrazia Cristiana negli anni 80 avevano assieme quasi il 70
percento dei voti, i loro eredi, adesso, non riuscivano ad
arrivare a quel 51 che gli permetteva di raggiungere le leve
del potere e furono costretti in alleanze con la cosiddetta
sinistra alternativa che derivava dai movimenti giovanili
degli anni 70 le cui ambiguità nei confronti della democrazia
aveva contribuito non poco a frenare lo sviluppo del Paese. La
scelta di questa coalizione piena di vuoti e contraddizioni è
risuscita a durare 15 anni senza troppi traumi garantendo un
po’ di potere e di spartizione di risorse pubbliche ai suoi
membri e non prendendo decisioni sulle quali non sarebbe
possibile trovare accordi lasciando, quindi, insoluti i
problemi ereditati e quelli nuovi che, inevitabilmente, si
presentavano in una città in costante evoluzione. Sin qui
abbiamo illustrato quella che è stata una semplice scelta di
tipo ‘conservatore’ che, secondo i canoni classici della
politica, mantiene un minimo di stabilità in attesa che i
tempi maturino per cambiamenti in direzioni certe. Le
tradizionali politiche conservatrici, normalmente, investono
sul rigoroso rispetto delle regole che già esistono tutte
quelle energie che non possono utilizzare in azioni di
rinnovamento, ma a Roma, i prudentissimi sindaci e gli
assessori meno visibili che la città abbia mai avuto, avevano
bisogno dei voti di coloro che sostenevano la liberalizzazione
della droga, il salario minimo garantito, il diritto di
occupare le case vuote, ecc., e costoro non si stancavano, sia
nella quotidianità, sia attraverso manifestazioni eclatanti,
di mettere in pratica le loro idee, anche se vietate dalle
leggi. Queste ultime non potevano essere cambiate neanche dai
governi nazionali costruiti con lo stesso tipo di alleanza (il
decantato “Modello Roma” ) dato che, difficilmente, un ex
democristiano avrebbe potuto accettare la droga libera o il
diritto di esproprio proletario di immobili e allora su tutta
una serie di comportamenti trasgressivi si decise di chiudere
un occhio. Dalla seconda metà degli anni 90, poi, cominciò una
massiccia politica di spesa a favore dell’assistenza e
integrazione degli stranieri nel cui ambito i destinatari dei
finanziamenti erano organizzazioni direttamente legate alla
sinistra che non avevano interesse che i loro assistiti
finissero in galera e venissero, quindi, decurtati dal novero
di coloro per i quali ricevevano fiumi di danaro. Un minimo di
protezione e tolleranza verso gli atti illegali compiuti da
Rom Abruzzesi, Sinti, Calderasha e altri gruppi di quest’etnia
era stata sempre praticata dalle organizzazioni che
storicamente li sostenevano, ma in cambio gli zingari si
impegnavano, ovviamente con i loro ritmi, a ridurre al minimo
le loro attività criminose e a procedere verso l’integrazione.
Ma i nuovi Rom, provenienti da nazioni autoritarie, hanno
presto capito benissimo che coloro che li stavano
‘assistendo’ erano più preoccupati di ricevere i soldi
pubblici piuttosto che di educarli al rispetto della legge e,
di conseguenza, non hanno mostrato alcuna remora nel compiere
crimini gravi, alcuni dei quali completamente estranei alle
loro tradizioni secolari e alla loro radicata moralità. Questo
clima generale di illegalità tollerato verso categorie
integrate nei pubblici servizi o comunque complementari alle
forze politiche al governo della città, è stata,
verosimilmente, un elemento che ha prodotto una diffusa
ricaduta in interi settori della pubblica amministrazione,
dall’assegnazione illecita di immobili, alle sanatorie di
abusi edilizi, all’ attribuzione di incarichi importanti di
direzione e gestione con procedure assai dubbie, e tante altre
vergognose vicende che, si spera, verranno presto chiarite e
perseguite con il dovuto rigore. Se persino il comandante
della Polizia Municipale è stato accusato di gravi
irregolarità e inquisito dalla magistratura, non è difficile
immaginare cosa sia successo altrove. Non è dato di sapere
quanto i cittadini romani fossero consapevoli del contesto
generale di illegalità che ha caratterizzato l’amministrazione
della cosa pubblica negli ultimi 15 anni, anche perché la
stampa locale (fatta eccezione per un paio di testate) non ha
brillato certo nel ruolo di moralizzatrice. Tuttavia sono
pochi quelli che non hanno notato l’aria di impunità di alcune
categorie di immigrati, lo spaccio di stupefacenti diffuso
ovunque, la prostituzione di strada sempre più invasiva, i
cantieri sorti dove non dovevano, ecc. Non tutti possono
averne tratto conseguenze chiare stabilendo responsabilità
giuridiche e politiche, ma in molti debbono aver tradotto
questa generalizzata mancanza di rispetto per le regole come
il segnale di qualcosa di più grave nascosta da qualche parte
e pronta a manifestarsi con effetti devastanti per le loro
identità di cittadini predisposti ad accettare quel minimo di
disciplina richiesta dalla convivenza civile.
Verso una cultura della sicurezza, della legalità e
dell’efficienza
Alcuni
di noi non credono che la prostituzione di strada sia, di per
sé, una minaccia per la sicurezza delle persone, ne’ che un
gruppo di stranieri ubriachi debba essere considerato un
immediato aggressore, che un venditore di dosi di marijuana
sulla piazzetta del quartiere ci equipari a Medellin o che un
adolescente che scrive sui muri sia un futuro devastatore di
opere d’arte. C’è chi può ritenere, al contrario, che il sesso
mercenario sia un antidoto alla violenza sessuale, che la
triste esuberanza degli stranieri possa ricordarci i nostri
nonni emigrati in paesi freddi e lontani, che chi fuma
marijuana sia un po’ come i pacifici e sognatori hippies degli
anni 60 e che un writer o “graffitaro” sia un potenziale
artista o, più semplicemente, una persona che cerca di dare un
po’ di colore al cemento delle nostre orribili periferie.
Avere un atteggiamento positivo, ottimista, tollerante e
rilassato è senza dubbio una gran bella cosa. Poi ci troviamo
a parlare con qualcuno che abita nella strada dove dopo le
dieci di sera comincia il traffico legato alla prostituzione,
non può dormire per il rumore e che magari ha dei figli in età
critica che gli fanno domande imbarazzanti o che scopre che
quelle ragazze apparentemente allegre e spensierate stanno
conducendo una vita pericolosa e senza prospettive senza che
nessuno faccia niente. Poi vediamo a terra il sangue e i corpi
senza vita conseguenza delle risse generate dall’alcool,
scopriamo che il piccolo spacciatore e i suoi clienti, quando
c’è poca ‘erba’ sul mercato spacciano e consumano sostanze
mortali e pensiamo che i profitti della loro vendita, quella
si, arriverà a Medellin. Se siamo proprietari o gestori di un
bel localino alternativo che abbiamo appena arredato e
tinteggiato esternamente indebitandoci per un anno o due,
saremo, forse, un po’ severi nel giudicare il talento
artistico di chi ha utilizzato almeno sei bombolette spray di
colore diverso per ornare muro e porta con la scritta “Deborah
sei la mejo”. Questione di punti di vista. Le ‘paure’ dei
Romani, talvolta appaiono esagerate o, forse, addirittura
inesistenti: si grida alla violenza razzista se brucia un
campo di sterpaglie vicino ad un campo Nomadi, si
organizzazioni manifestazioni contro i ripetitori della
telefonia cellulare, si teme che lo scavo per un parcheggio
faccia crollare la propria abitazione. Il quadro generale di
insicurezza, che in alcuni casi conduce a paure esagerate e
immotivate se non palesemente irreali, va oltre l’orientamento
politico, attraversa classi differenti di età e differenze di
ceto sociale, e questo ci pare sufficiente a confermare
l’ipotesi esposta nella sezione precedente sulle condizioni
‘ambientali’ che influenzano tutti coloro che vivono, con
modalità e posizioni diverse all’interno del contesto Roma: i
problemi nascono in un sistema che ha consentito loro di
nascere e la loro soluzione è da cercarsi modificando le parti
deteriorate del sistema invece di limitarsi a cercare solo di
eliminare alcuni sintomi, per fastidiosi che possano essere.
In questa prospettiva, ci sembra essenziale ricercare quale
sia stata la configurazione di eventi storici più rilevante
che abbia investito la città negli ultimi, se questo abbia
potuto generare fattori di insicurezza e si siano create
circostanze secondarie che abbiano concorso all’aggravarsi del
problema. Dobbiamo quindi tornare a considerare il terremoto
che, a cavallo degli anni 90, ha cambiato la cambiato regole e
strategie della politica italiana e come questo abbia prodotto
effetti sulla partecipazione agli eventi in una città come
Roma. Sino ad allora, con oscillazioni fisiologiche legate ai
cambiamenti nel tessuto sociale ed urbanistico, i due grandi
partiti che si scontravano sullo scenario nazionale ed
internazionale avevano ritenuto necessario, più per le loro
stesse esistenze di apparati di propaganda e militanza che per
muovere il consenso elettorale, mantenere una significativa
presenza sul territorio, particolarmente attraverso le sezioni
di quartiere che, seppur condizionate dai vertici a fungere
esclusivamente da cinghia di trasmissione di iniziative prese
a livello superiore erano, inevitabilmente, dei punti di
raccolta e discussione dei problemi della popolazione in
relazione a quanto avveniva quotidianamente. Esistevano poi,
quasi ovunque, i comitati di quartiere ove i membri delle
opposte fazioni si trovavano, spesso, a condividere le scelte
sulle opzioni di vivibilità a livello locale e i loro
rispettivi vertici e rappresentanti istituzionali erano
costretti a seguire tali indicazioni per non rischiare di
perdere il consenso e la disponibilità delle loro strutture
periferiche. Dopo che la democrazia cristiana fu cancellata
dall’azione giudiziaria e la base militante comunista non
accettò di abbandonare la falce e martello, le sezioni
‘bianche’ scomparvero, mentre le altre (non sapendo più bene
di che colore tingersi) si svuotarono, progressivamente, di
persone ed iniziative. L’ingresso in campo di Forza Italia
che, non avendo un’organizzazione territoriale fu costretta a
scegliere la strada dei grandi media per raccogliere consensi,
fu un ulteriore fattore di ritiro delle forze politiche dalle
postazioni periferiche. Dopo che anche i municipi persero, nei
confronti del Campidoglio, il potere contrattuale che gli
derivava dalla vicinanza con i cittadini, i sindaci (che,
probabilmente per idiosincrasie personali sembravano alquanto
compiaciuti di muoversi sui palcoscenici della
politica-spettacolo) non ebbero più troppi fastidi dalla
periferia, ma persero, anno dopo anno, ogni possibilità di
capire cosa stava succedendo realmente nella città .
L’illegalità come conseguenza della mala amministrazione
descritta nella sezione precedente e la cecità dei sindaci
verso le realtà locali sono i due ingredienti sistemici della
patologia che ha interessato il “Modello Roma”, o meglio
quelli che ne hanno ridotto le difese autoimmunitarie. Per
continuare nella metafora ispirata alla medicina, termineremo
col dire che la potenziale viralità presente nei flussi
incontrollati dell’immigrazione o in altri fenomeni (come ad
es. quello delle nuove droghe) originati all’esterno del
sistema ha trovato un organismo particolarmente disposto ad
accoglierlo e i suoi organi più esposti, cioè le fasce meno
protette e consapevoli della popolazione, ne hanno avvertito
maggiormente i rischi e sperimentato direttamente i dolorosi
sintomi.
Se la
nostra breve e sintetica analisi ha trovato il consenso del
lettore egli converrà che, oltre ai provvedimenti immediati
per limitare il dilagare dell’illegalità dei quali, pur
prevedendone effetti limitati nel tempo riteniamo che siano un
importante segnale di rassicurazione verso i cittadini, sia
necessario agire al più presto su altri due fronti.
Il
primo è quello di intervenire inflessibilmente su tutte le
illegalità e irregolarità riscontrabili negli apparati
capitolini e nelle imprese private di ogni tipo che hanno
prestato o prestano servizio per la pubblica amministrazione.
Non esistono strade complicate e non c’è bisogno di
particolare creatività per una tale azione: ogni posizione o
situazione irregolare o sospetta deve essere immediatamente
portata a conoscenza dell’autorità giudiziaria che ne trarrà
le conseguenze dovute. Forse si verrà accusati di scarso fair
play, ma non è di fair play che la città ha bisogno in questo
momento e, soprattutto, meglio mostrarsi rigidi che essere
considerati complici.
Il
secondo fronte comporta l’intervento più lungo e complesso del
ristabilire i canali di comunicazione tra cittadini e
amministrazione. Magari in una città di 30 mila abitanti è
sufficiente che il sindaco si faccia una passeggiata una volta
alla settimana o passi spesso a prendere il caffè in qualche
bar per capire che succede. Per fare lo stesso a Roma, il
sindaco dovrebbe consumare centinaia di scarpe e prendersi
un’intossicazione di caffeina , e forse c’è bisogno di
qualcosa di più strutturato, ad esempio una rete i cui nodi
siano presenti nei municipi e nei quartieri della città e dove
si sviluppi un dibattito trasversale agli schieramenti sul
tema della sicurezza. Gruppi di cittadini che si riuniscano
una volta al mese e un computer collegato ad internet con cui
far conoscere e confrontare le proprie idee e proposte possono
essere un buon inizio. Le organizzazioni di volontariato
potranno dare il loro contributo (lasciando da parte i loro
pregiudizi e i loro schieramenti) e chiunque abbia più
esperienza in materia potrebbe fornire strumenti e consigli
per chiarire gli aspetti più tecnici di particolari problemi.
Se il Campidoglio vorrà farsi promotore di una simile
iniziativa chiarendo a sé stesso e ai cittadini che essa non è
uno strumento per attirare consenso o confinare il dissenso in
un contenitore vuoto, bensì un prezioso strumento per capire
cosa sta avvenendo sul territorio e, allo stesso tempo,
accettare di lavorare assieme ai suoi abitanti per rimuovere
le condizioni più degradate e pericolose, siamo convinti che,
oltre ad ottenere un rapido cambiamento nella percezione
ostile dell’ambiente, si possano tracciare le strade per
definire stili e metodologie di tipo nuovo e più adatto a
fronteggiare le dinamiche evolutive di una metropoli moderna.
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