Note per  l’individuazione di nuove regole per la convivenza civile e la riduzione dei rischi individuali e collettivi nella città di Roma

 

 
 

 

 

 

Note per  l’individuazione di nuove regole per la convivenza civile e la riduzione dei rischi individuali e collettivi nella città di Roma

 

 

Introduzione

 

Si è discusso molto, nei mesi passati, se il problema della insicurezza dei cittadini romani corrispondesse realmente a dati statistici elevati sulla frequenza di crimini contro le persone e i loro beni o se non fosse un argomento esagerato da una parte  politica per manipolare il consenso o per miopia culturale. La questione non ha avuto un responso definitivo sia per la trasversalità agli schieramenti che ha caratterizzato determinati allarmi, sia per la difficoltà di raccogliere ed interpretare gli stessi dati statistici (si pensi ai crimini non pervenuti a conoscenza dell’autorità giudiziaria), sia, soprattutto, perché alcuni fattori inclusi nel dibattito sicurezza, in realtà, non sono immediatamente riconducibili a minacce per l’incolumità pubblica mentre ne restano esclusi alcuni che colpiscono con notevole frequenza la vita della cittadinanza (come la diffusione delle droghe, gli incidenti stradali, le conseguenze del degrado ambientale, ecc.).

Sebbene sia riduttivo affermare che la sconfessione dell’amministrazione di centrosinistra che aveva governato Roma negli ultimi decenni sia esclusivamente da accreditare  all’inefficienza con cui essa aveva affrontato il problema Rom o la prostituzione stradale, abbiamo motivo di ritenere che le carenze nella sua condotta siano da correlare alla diffusa insicurezza ‘reale’ o ‘percepita’ in quanto il suo operato potrebbe non aver garantito coerentemente il rispetto delle regole democraticamente stabilite, e che ciò abbia turbato in maniera rilevante le aspettative dei cittadini, soprattutto in assenza di un confronto diretto e costante tra il potere centrale e gli ambiti territoriali. La necessità di rendere quanto più breve e diretta la nostra esposizione ispirata dalla volontà di dare, con la massima tempestività, un contributo diverso da quello di altri soggetti che si stanno inserendo nel dibattito sulla sicurezza, potrà farla risultare priva di alcuni elementi di approfondimento, soprattutto per quello che riguarda un più accurato discernimento in relazione ai diversi ambiti sociologici investiti. Pertanto il lettore potrà considerarla esclusivamente come una sequenza di elementi di riflessione destinati agli amministratori pubblici per orientarli a scegliere quale percorso seguire per condurre i cittadini romani ad uscire dall’insicurezza da cui sembrano attanagliati.

 

La costruzione della sicurezza nelle società contemporanee

 

Se, in giro per la campagna, incontrassimo un gruppo eterogeneo di individui intenti a sparare con armi di ogni tipo ne saremmo visibilmente sconcertati e lo saremmo ancora di più se, corsi al più vicino posto di polizia,venissimo informati che la cosa è del tutto normale e consentita dalla legge. Se fossimo nati, però, negli USA, la cosa non ci farebbe battere ciglio dato che, in quella democrazia, il libero possesso e uso delle armi è considerato un diritto fondamentale dei cittadini ai quali viene ampiamente concesso di proteggere sé stessi e i loro beni sparando contro chi li minaccia. Nelle democrazie europee, derivate da secoli di tradizioni più o meno autoritarie ove dare le armi al popolo esponeva ai rischi di una rivoluzione, è proibito sparare in luoghi pubblici anche con un semplice fucile ad aria compressa. D’altra parte in Italia solo da pochissimo si procede all’arresto degli ubriachi al volante, mentre negli USA lo si fa da almeno 50 anni. Possiamo dire che il concetto di sicurezza e delle regole che la governano può differire da paese a paese, in maniera non troppo correlata ai rischi che dovrebbe prevenire. In Italia, ad esempio, tutto quello che riguarda la sicurezza individuale nella circolazione stradale (caschi, cinture, telefonino, limiti di velocità) è piuttosto trascurato, mentre un tedesco non salirebbe mai in una macchina senza allacciare le cinture. Può accadere l’opposto in altre condizioni di rischio: gli italiani che vivono in Germania inorridiscono nel vedere i bambini gettarsi nelle acque (gelate) dei laghi dopo aver mangiato abbondantemente senza che i genitori se ne preoccupino minimamente. Per compensare gli errori nella percezione popolare della sicurezza, troppo spesso viziata di idiosincrasie e disinformazione, i governi e i loro consulenti tecnico-scientifici, impongono delle normative per tutelare l’integrità fisica dei cittadini, quando si rendono conto che determinati comportamenti costituiscono una minaccia  seppure questa non venga avvertita nella popolazione. Nelle nostre moderne democrazie questa ‘investitura genitoriale’ verso l’autorità è normalmente accettata, magari con qualche mugugno e corollario di piccole astuzie elusive, dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Oltre agli organi dello stato democraticamente eletti e in maniera meno trasparente  almeno altri tre soggetti concorrono al condizionamento delle regole, con risultati non sempre conformi agli interessi dei cittadini. Il primo è rappresentato dalle lobby industriali il cui potere di indirizzo si articola su almeno quattro livelli: influenza sui consumatori attraverso la pubblicità; pressioni sulle forze politiche o singoli membri delle istituzioni che legiferano attraverso forme più o meno lecite; finanziamento della ricerca scientifica orientata a sostenere i propri interessi; condizionamento degli organi di informazione attraverso la pubblicità a pagamento. Un esempio tipico è rappresentato dall’industria automobilistica che continua a produrre veicoli destinati ad infrangere le leggi che limitano la velocità massima costringendo la collettività a forti impegni di spesa sia per le forze dell’ordine che devono farli rispettare, sia  per gli interventi sanitari e l’assistenza agli invalidi. La sua pressione sulla pubblica opinione per esaltare il fattore velocità si avvale di una pubblicità continua, i governi vengono minacciati dalla possibilità di crollo della produzione (con conseguenti licenziamenti e mancati introiti fiscali) e il mondo scientifico e dell’informazione “scoraggiati” dal far apparire i numeri reali delle morti per incidenti causati dall’alta velocità. L’influenza delle lobby non è costante e immutabile: quella del tabacco, in tempi recenti,  è stata pesantemente penalizzata dalla legislazione antifumo, quella dell’alcool presto sarà minacciata dai divieti di guida in stato di ebbrezza, tanto per fare due esempi. Il loro potere, poi, è progressivamente contrastato dall’associazionismo dei consumatori, da noi ancora agli inizi, ma che fa veramente paura negli USA. Gli altri due soggetti che concorrono, al di fuori degli schemi del consenso popolare e della sua rappresentanza elettiva, al condizionamento dell’emanazione e del rispetto delle regole, sono la Polizia e la Magistratura.  Sarebbe troppo lungo, in questa sede, soffermarsi sulle contraddizioni e i paradossi generati dal delegare a categorie professionali la gestione di problemi complessi come la sicurezza: il rischio che chi gestisce l’apparato repressivo abbia la tentazione (anche per nobili motivi) di sostituirsi alla volontà popolare nello stabilire quali reati e quali figure abbiano la precedenza, è costante, soprattutto se questa tentazione è condizionata da ideologie o segmenti di moralità che non corrispondono a quelle espresse democraticamente. Una tale precisazione, seppur marginale rispetto ai punti più essenziali sui quali intendiamo concentrarci in queste pagine, è tuttavia utile a fare il punto in tutti quei casi in cui magistrati e poliziotti vengono accusati di non far rispettare la legge, di far pochi controlli, di controllare solo le case dei VIP, ecc. , così come pure quando capita  che un prefetto possa apparire a qualcuno  un po’ troppo disattento verso le manchevolezze di una giunta comunale e alla fine del suo mandato si ritrovi un posto in parlamento garantito in un partito il cui segretario è stato sindaco della stessa giunta. Sono cose che possono accadere nel nostro paese ove, nelle città il capo della polizia e il capo della procura sono nominati dall’alto, non direttamente dai cittadini come accade negli USA. 

 

Le cause  dell’insicurezza nel ‘Modello Roma’

 

Chiunque svolga la controversa professione della psicoterapia, sa bene che i suoi clienti sono persone che descrivono i loro problemi come  una minaccia pressante alla propria identità che si manifesta, con gravità progressiva, in ansia, angoscia, depressione e delirio. L’ansia corrisponde ad una minaccia non troppo estesa, l’angoscia ad un attacco massiccio e generalizzato, la depressione è la sospensione  percettiva di un mondo imprevedibile e il delirio la costruzione di un universo separato ove si spera (inutilmente) che le minacce scompaiano. Il terapista saggio non si pone il problema se le minacce esistano o meno, ma aiuta il suo cliente a costruirsi un’identità basata su regole certe e durature che gli permettano di affrontarle senza restarne paralizzato e, per far questo, deve individuare nelle regole e convinzioni  della famiglia di provenienza del cliente quelle zone oscure che gli hanno impedito di sapere con sufficiente certezza come affrontare gli inevitabili rischi della vita. Questa è, ovviamente, solo una specie di riassunto che utilizzeremo, a titolo esemplificativo  per cercare di individuare senza troppe ipocrisie  le cause dei vari livelli di insicurezza che si ritengono diffusi tra la gente di Roma. La parte che seguirà suonerà alquanto sgradevole al lettore che appartenga ad una delle categorie politiche o professionali che più direttamente portano le responsabilità più marcate in  eventi che hanno generato incertezza, confusione e che, conseguentemente, possono aver generato uno stato di insicurezza grave nei cittadini romani ed è inutile sperare che, chi non abbia avviato una profonda autocritica, accoglierà le nostre opinioni con un certo risentimento. Ci secca un po’ utilizzare per l’ennesima volta la citazione di Brecht sui rischi di ripetere gli stessi errori  quando si evita di far i conti con il passato storico, ma vorremmo essere sicuri che, almeno su alcuni punti, le forze che governeranno la città nei prossimi anni siano completamente consapevoli dei danni compiuti e decidano se impegnarsi con fermezza a non praticare gli stessi percorsi oscuri e tortuosi che hanno alimentato il caos distruttivo.

La coalizione politica che ha governato Roma negli ultimi quindici anni, non aveva di fronte a sé un compito facile: da una parte doveva condurre la città fuori dal guazzabuglio criminale e dal vuoto ideologico e morale che caratterizzò gli ultimi anni della cosiddetta Prima  Repubblica, dall’altra ostacolare l’ascesa al potere della coalizione avversa che veniva  percepita (e questo, nei primi anni 90 era comprensibile) come poco aderente ai principi che avevano ispirato la maggioranza degli Italiani dal dopoguerra e da cui i due contrapposti partiti democristiano e comunista, avevano, per decenni, tratto il consenso elettorale. Il partito della Democrazia Cristiana e quello Comunista, per ragioni diverse, cessarono di esistere in maniera rapida e drammatica, e le nuove formazioni politiche che nacquero dalle loro rovine, pensarono che i vecchi motivi di divisione potevano essere superati decidendo di stabilire un’alleanza basata sulla tolleranza delle reciproche differenze. L’idea, di derivazione gramsciana, non era del tutto campata in aria ma avrebbe avuto bisogno, per eliminare le molte asperità sparse sul suo percorso, di un periodo ragionevolmente lungo al riparo da pressioni e incidenti ai quali, per una sorta di riflesso condizionato storicamente acquisito, gli appartenenti alle vecchie formazioni contrapposte, avrebbero naturalmente reagito in maniera disomogenea.  Inoltre, per una crudele concatenazione di cause, mentre il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana negli anni 80 avevano assieme quasi il 70 percento dei voti, i loro eredi, adesso, non riuscivano ad arrivare a quel 51 che gli permetteva di raggiungere le leve del potere e furono costretti in alleanze con la cosiddetta sinistra alternativa che derivava dai movimenti giovanili degli anni 70 le cui ambiguità nei confronti della democrazia aveva contribuito non poco a frenare lo sviluppo del Paese. La scelta di questa coalizione piena di vuoti e contraddizioni è risuscita a durare 15 anni senza troppi traumi  garantendo  un po’ di potere e di spartizione di risorse pubbliche ai suoi membri e non prendendo decisioni sulle quali non sarebbe possibile trovare accordi lasciando, quindi, insoluti i problemi ereditati e quelli nuovi che, inevitabilmente, si presentavano in una città in costante evoluzione. Sin qui abbiamo illustrato quella che è stata una semplice scelta di tipo ‘conservatore’ che, secondo i canoni classici della politica, mantiene un minimo di stabilità in attesa che i tempi maturino per cambiamenti in direzioni certe. Le tradizionali politiche conservatrici, normalmente, investono sul rigoroso rispetto delle regole che già esistono tutte quelle energie che non possono utilizzare in azioni di rinnovamento, ma a Roma, i prudentissimi sindaci e gli assessori meno visibili che la città abbia mai avuto, avevano bisogno dei voti di coloro che sostenevano la liberalizzazione della droga, il salario minimo garantito, il diritto di occupare le case vuote, ecc., e costoro non si stancavano, sia nella quotidianità, sia attraverso manifestazioni eclatanti, di mettere in pratica le loro idee, anche se vietate dalle leggi.  Queste ultime non potevano essere cambiate neanche dai governi nazionali costruiti con lo stesso tipo di alleanza (il decantato “Modello Roma” ) dato che, difficilmente, un ex democristiano avrebbe potuto accettare la droga libera o il diritto di esproprio proletario di immobili e allora su tutta una serie di comportamenti trasgressivi si decise di chiudere un occhio. Dalla seconda metà degli anni 90, poi, cominciò una massiccia politica di spesa a favore dell’assistenza e integrazione degli stranieri nel cui ambito i destinatari dei finanziamenti erano organizzazioni direttamente legate alla sinistra che non avevano interesse che i loro assistiti finissero in galera e venissero, quindi, decurtati dal novero di coloro per i quali ricevevano fiumi di danaro. Un minimo di protezione e tolleranza verso gli atti illegali compiuti da Rom Abruzzesi, Sinti, Calderasha e altri gruppi di quest’etnia era stata sempre praticata dalle organizzazioni che storicamente li sostenevano, ma in cambio gli zingari si impegnavano, ovviamente con i loro ritmi, a ridurre al minimo le loro attività criminose e a procedere verso l’integrazione. Ma i nuovi Rom, provenienti da nazioni autoritarie, hanno presto capito benissimo che coloro che  li stavano ‘assistendo’ erano più preoccupati di ricevere i soldi pubblici piuttosto che di educarli al rispetto della legge e, di conseguenza, non hanno mostrato alcuna remora nel compiere crimini gravi, alcuni dei quali  completamente estranei alle loro tradizioni secolari e alla loro radicata moralità. Questo clima generale di illegalità tollerato verso categorie integrate nei pubblici servizi o comunque complementari alle forze politiche al governo della città, è stata, verosimilmente, un elemento che ha prodotto una diffusa ricaduta in interi settori della pubblica amministrazione, dall’assegnazione illecita di immobili, alle sanatorie di abusi edilizi,  all’ attribuzione di incarichi importanti di direzione e gestione con procedure assai dubbie, e tante altre vergognose vicende che, si spera, verranno presto chiarite e perseguite con il dovuto rigore. Se persino il comandante della Polizia Municipale è stato accusato di gravi irregolarità e inquisito dalla magistratura, non è difficile immaginare cosa sia successo altrove. Non è dato di sapere quanto i cittadini romani fossero consapevoli del contesto generale di illegalità che ha caratterizzato l’amministrazione della cosa pubblica negli ultimi 15 anni, anche perché la stampa locale (fatta eccezione per un paio di testate) non ha brillato certo nel ruolo di moralizzatrice. Tuttavia sono pochi quelli che non hanno notato l’aria di impunità di alcune categorie di immigrati, lo spaccio di stupefacenti diffuso ovunque, la prostituzione di strada sempre più invasiva, i cantieri sorti dove non dovevano, ecc. Non tutti possono averne tratto conseguenze chiare stabilendo responsabilità giuridiche e politiche, ma in molti debbono aver tradotto questa generalizzata mancanza di rispetto per le regole come il segnale di qualcosa di più grave nascosta da qualche parte e pronta a manifestarsi con effetti devastanti per le loro identità di cittadini predisposti ad accettare quel minimo di disciplina richiesta dalla convivenza civile.   

 

Verso una cultura della sicurezza, della legalità e dell’efficienza

 

Alcuni di noi non credono che la prostituzione di strada sia, di per sé, una minaccia per la sicurezza delle persone, ne’ che un gruppo di stranieri ubriachi debba essere considerato un immediato aggressore, che un venditore di dosi di marijuana sulla piazzetta del quartiere ci equipari a Medellin o che un adolescente che scrive sui muri sia un futuro devastatore di opere d’arte. C’è chi può ritenere, al contrario, che il sesso mercenario sia un antidoto alla violenza sessuale, che la triste esuberanza degli stranieri possa ricordarci i nostri nonni emigrati in paesi freddi e lontani, che chi fuma marijuana sia un po’ come i pacifici e sognatori hippies degli anni 60 e che un writer o “graffitaro” sia un potenziale artista o, più semplicemente, una persona che cerca di dare un po’ di colore al cemento delle nostre orribili periferie. Avere un atteggiamento positivo, ottimista, tollerante e rilassato è senza dubbio una gran bella cosa. Poi ci troviamo a parlare con qualcuno che abita nella strada dove dopo le dieci di sera comincia il traffico legato alla prostituzione, non può dormire per il rumore e che magari ha dei figli in età critica che gli fanno domande imbarazzanti o che scopre che quelle ragazze apparentemente allegre e spensierate stanno conducendo una vita pericolosa e senza prospettive senza che nessuno faccia niente. Poi vediamo a terra il sangue e i corpi senza vita conseguenza delle risse generate dall’alcool, scopriamo che il piccolo spacciatore e i suoi clienti, quando c’è poca ‘erba’ sul mercato spacciano e consumano sostanze mortali e pensiamo che i profitti della loro vendita, quella si, arriverà a Medellin. Se siamo proprietari o gestori di un bel localino alternativo che abbiamo appena arredato e tinteggiato esternamente indebitandoci per un anno o due, saremo, forse, un po’ severi nel giudicare il talento artistico di chi ha utilizzato almeno sei bombolette spray di colore diverso per ornare muro e porta con la scritta “Deborah sei la mejo”. Questione di punti di vista. Le ‘paure’ dei Romani, talvolta appaiono esagerate o, forse, addirittura  inesistenti: si grida alla violenza razzista se brucia un campo di sterpaglie vicino ad un campo Nomadi, si organizzazioni manifestazioni contro i ripetitori della telefonia cellulare, si teme che lo scavo per un parcheggio faccia crollare la propria abitazione. Il quadro generale di insicurezza, che in alcuni casi conduce a paure esagerate e immotivate se non palesemente irreali, va oltre l’orientamento politico, attraversa classi differenti di età e differenze di ceto sociale, e questo ci pare sufficiente a confermare l’ipotesi esposta nella sezione precedente sulle condizioni ‘ambientali’ che influenzano tutti coloro che vivono, con modalità e posizioni diverse all’interno del contesto Roma: i problemi nascono in un sistema che ha consentito loro di nascere e la loro soluzione è da cercarsi modificando le parti deteriorate del sistema invece di limitarsi a cercare solo di eliminare alcuni sintomi, per fastidiosi che possano essere. In questa prospettiva, ci sembra essenziale ricercare quale sia stata la configurazione di eventi storici più rilevante che abbia investito la città negli ultimi, se questo abbia potuto generare fattori di insicurezza e si siano create circostanze secondarie che abbiano concorso all’aggravarsi del problema. Dobbiamo quindi tornare a considerare il terremoto che, a cavallo degli anni 90, ha cambiato la cambiato regole e strategie della politica italiana e come questo abbia prodotto effetti sulla partecipazione agli eventi in una città come Roma. Sino ad allora, con oscillazioni fisiologiche legate ai cambiamenti nel tessuto sociale ed urbanistico, i due grandi partiti che si scontravano sullo scenario  nazionale ed internazionale avevano ritenuto necessario, più  per le loro stesse esistenze di apparati di propaganda e militanza che per muovere il consenso elettorale, mantenere una significativa presenza sul territorio, particolarmente attraverso le sezioni di quartiere che, seppur condizionate dai vertici a fungere esclusivamente da cinghia di trasmissione di iniziative prese a livello superiore  erano, inevitabilmente,  dei punti di raccolta e discussione dei problemi della popolazione in relazione a quanto avveniva quotidianamente. Esistevano poi, quasi ovunque, i comitati di quartiere ove i membri delle opposte fazioni si trovavano, spesso, a condividere le scelte sulle opzioni di vivibilità a livello locale e i loro rispettivi vertici e rappresentanti istituzionali erano costretti a seguire tali indicazioni per non rischiare di perdere il consenso e la disponibilità delle loro strutture periferiche. Dopo che la democrazia cristiana fu cancellata dall’azione giudiziaria e la base militante comunista non accettò di abbandonare la falce e martello, le sezioni ‘bianche’ scomparvero, mentre le altre (non sapendo più bene di che colore tingersi) si svuotarono, progressivamente, di persone ed iniziative. L’ingresso in campo di Forza Italia che, non avendo un’organizzazione territoriale fu costretta a scegliere la strada dei grandi media per raccogliere consensi, fu un ulteriore fattore di ritiro delle forze politiche dalle postazioni periferiche. Dopo che anche i municipi persero, nei confronti del Campidoglio, il  potere contrattuale che gli derivava dalla vicinanza con i cittadini, i sindaci (che, probabilmente per idiosincrasie personali sembravano alquanto compiaciuti di muoversi sui palcoscenici della politica-spettacolo) non ebbero più troppi fastidi dalla periferia, ma persero, anno dopo anno, ogni possibilità di capire cosa stava succedendo realmente nella città .   L’illegalità come conseguenza della mala amministrazione descritta nella sezione precedente e la cecità dei sindaci verso le realtà locali sono i due ingredienti sistemici della patologia che ha interessato il “Modello Roma”, o meglio quelli che ne hanno ridotto le difese autoimmunitarie. Per continuare nella metafora ispirata alla medicina, termineremo col dire che la potenziale viralità presente nei flussi incontrollati dell’immigrazione o in altri fenomeni (come ad es. quello delle nuove droghe) originati all’esterno del sistema  ha trovato un organismo particolarmente disposto ad accoglierlo e i suoi organi più esposti, cioè le fasce meno protette e consapevoli della popolazione, ne hanno avvertito maggiormente i rischi e sperimentato direttamente i dolorosi sintomi.    

Se la nostra breve e sintetica analisi ha trovato il consenso del lettore egli converrà che, oltre ai provvedimenti immediati per limitare il dilagare dell’illegalità dei quali, pur prevedendone effetti limitati nel tempo riteniamo che siano un importante segnale di rassicurazione verso i cittadini, sia necessario agire al più presto su altri due fronti.

Il primo è quello di intervenire inflessibilmente su tutte le illegalità e irregolarità riscontrabili negli apparati capitolini e nelle imprese private di ogni tipo che hanno prestato o prestano servizio per la pubblica amministrazione. Non esistono strade complicate e non c’è bisogno di particolare creatività per una tale azione: ogni posizione o situazione irregolare o sospetta deve essere immediatamente portata a conoscenza dell’autorità giudiziaria che ne trarrà le conseguenze dovute. Forse si verrà accusati di scarso fair play, ma non è di fair play che la città ha bisogno in questo momento e, soprattutto, meglio mostrarsi rigidi che essere considerati complici.

Il secondo fronte comporta l’intervento più lungo e complesso del ristabilire i canali di comunicazione tra cittadini e amministrazione. Magari in una città di 30 mila abitanti è sufficiente che il sindaco si faccia una passeggiata una volta alla settimana o passi spesso a prendere il caffè in qualche bar per capire che succede. Per fare lo stesso a  Roma, il sindaco dovrebbe consumare centinaia   di scarpe e prendersi un’intossicazione di caffeina , e forse c’è bisogno di qualcosa di più strutturato, ad esempio una rete i cui nodi siano presenti nei municipi e nei quartieri della città e dove si  sviluppi un dibattito trasversale agli schieramenti sul tema della sicurezza. Gruppi di cittadini che si riuniscano una volta al mese e un computer collegato ad internet con cui far conoscere e confrontare le proprie idee e proposte possono essere un buon inizio. Le organizzazioni di volontariato potranno dare il loro contributo (lasciando da parte i loro pregiudizi e i loro schieramenti) e chiunque abbia più esperienza in materia potrebbe fornire strumenti e consigli  per chiarire gli aspetti più tecnici di particolari problemi. Se il Campidoglio vorrà farsi promotore di una simile iniziativa chiarendo a sé stesso e ai cittadini che essa non è uno strumento per attirare consenso o confinare il dissenso in un contenitore vuoto, bensì un prezioso strumento per capire cosa sta avvenendo sul territorio e, allo stesso tempo, accettare di lavorare assieme ai suoi abitanti per rimuovere le condizioni più degradate e pericolose, siamo convinti che, oltre ad ottenere un rapido cambiamento nella percezione ostile dell’ambiente, si possano tracciare le strade per definire  stili e metodologie di tipo nuovo e più adatto a fronteggiare le dinamiche evolutive di una metropoli moderna.       

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