ECOLOGIA DELLA POLITICA

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RUTELLI: LA SCOPERTA DELL’AMERICA
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di Enzo Minissi

 

In molti si stanno chiedendo come mai il Centro Sinistra abbia l’intenzione di affidare il suo incerto destino elettorale a Francesco Rutelli. Si dice che sia uno "che piace alla gente", che " rappresenta il nuovo" , che può "incoraggiare il dialogo" tra le varie componenti del suo schieramento e qualcuno azzarda anche a dire che "è stato un buon Sindaco".

E’abbastanza facile rispondere a queste affermazioni rammentando il pessimo risultato personale raggiunto da Rutelli alle elezioni europee (meno di 60 mila voti in un collegio che comprendeva anche gli elettori romani), che egli fa politica da più di vent’anni cambiando per ben quattro volte partito (radicali, verdi arcobaleno, sole che ride e democratici) a seconda dell’aria che tirava e occupando sempre cariche di primissimo piano e che la sua candidatura alla premiership sembra, più che il dialogo, scatenare una serie di spaccature persino nel monolitico partito dei DS.

Quanto al fatto di essere un buon sindaco, beh, evidentemente chi lo dice non parla da anni con i cittadini romani e ignora che il centro destra, nella città da lui così premurosamente amministrata, ha ricevuto tanti consensi da fare eleggere un presidente della Regione e uno della Provincia con schiaccianti maggioranze. Possibile che l’astuta e navigata alleanza progressista ignori questi dati? Cosa può esserci dietro una candidatura scelta con tanta leggerezza e che tante polemiche e spaccature sta creando in uno schieramento già, nei fatti, condannato alla sconfitta?

La prima spiegazione potrebbe essere proprio legata alla certezza della sconfitta: forse nessuno vuole bruciarsi nel tentativo di guidare una coalizione che sta indietro di dieci punti rispetto all’opposizione. Però Francesco Cicciobello Rutelli, la cui storia personale sembra mostrare una spiccata propensione alla ricerca di prestigio e potere formale senza troppo badare ai contenuti e ai risultati, potrebbe essere il manichino da esporre al ludibrio di una sonora batosta.

Tanto più che (e questa potrebbe essere un’altra carta a suo favore) i media (soprattutto La Repubblica ove lavora sua moglie) hanno mostrato una certa indulgenza nei suoi confronti.

Una terza spiegazione potrebbe essere ricercata nella sua estrema docilità verso certi partiti e gruppi di interesse dimostrata durante la sua evanescente esperienza di Sindaco della Capitale: basta guardare i verbali della Giunta Capitolina che assegnano determinati appalti e contributi piuttosto discutibili per accorgersi quanto spesso egli sia semplicemente assente al momento del voto.

A riguardo basti inoltre rammentare quando l’Oikos gli scrisse una lettera per avvertirlo che il Comune di Roma aveva acquistato un banca dati vuota da una coop di Modena per svariate centinaia di milioni (cosa che ha dato origine ad indagini della Magistratura di cui si aspetta imminente esito): semplicemente non rispose. Un presidente del consiglio che svolgesse solo compiti di rappresentanza e lasciasse fare a partiti e lobbies quello che vogliono, potrebbe essere un’appetibile tentazione per qualcuno.

Queste spiegazioni sono, tuttavia, accettabili solo in parte: Francesco forse non è poi così stupido da bruciare irrimediabilmente sé stesso e il suo nascente partitino in una catastrofica sconfitta; i media abbandoneranno un po’ della loro indulgenza, mano a mano che si scaverà un po’ di più nella sua vita pubblica e privata; certe lobbies e gruppi di potere che potrebbero appoggiarlo hanno perso e continueranno a perdere (anche grazie all’azione della magistratura) la loro inquietante influenza.

A meno che la totale incoscienza non abbia perentoriamente prevalso nel centro sinistra, il rischio che si correrebbe nei prossimi mesi è quello di veder trasformata l’immagine del proprio candidato "bello, giovane e nuovo" , in qualcosa di piuttosto ripugnante per chiunque abbia un po’ di sangue di sinistra che ancora gli scorra nelle vene.

Dobbiamo allora cominciare a ragionare in altre dimensioni e ritenere che motivazioni politiche e socio culturali di ordine strategico, siano alla base di una scelta alquanto rischiosa sul piano tattico.

E’un terreno complesso in cui cause ed effetti si rincorrono a vicenda e che forse è difficile riassumere in un breve scritto come questo.

Si tratta di considerare la crisi attuale della sinistra, le sue premesse storiche, la difficoltà ad ammettere francamente gli errori commessi e a prepararsi a situazioni coraggiose.

Lo schiacciante predominio politico delle vecchie alleanze democristiane, protrattesi dal 1948 agli anni 90, aveva lasciato al vecchio PCI e alle altre forze che gli gravitavano attorno due scelte: o condurre una lunga e dura opposizione basata su forti valori e motivazioni, oppure rimuovere completamente la matrice anticapitalista della sua ideologia uniformandosi al modello sbiadito delle socialdemocrazie europee. In realtà il PCI non fece né l’una e né l’altra cosa, ma adottò, invece, due linee che dovevano, per decenni, convivere tra loro. La prima fu quella di far sopravvivere al suo interno l’anima ereditata da Gramsci e sviluppata negli anni dell’antifascismo e del primo Dopoguerra; la seconda, quella di garantire la sua sopravvivenza come partito democratico di una società industriale moderna. La prima scelta comportava il mantenimento di un’immagine alternativa, pura e rigorosa, sia in campo nazionale che internazionale; la seconda quella di accettare compromessi, gestire forme sottogoverno, legarsi a gruppi economici (vedi coop) e a lobbies piuttosto distanti dai suoi principi.

Dato il carattere fortemente ideologico, al limite del fideismo, di gran parte dei suoi militanti, tale ambiguità portò ad un progressivo dissanguamento dei quadri e della base militante, a partire dagli anni 70. Da quel momento in poi gli idealisti, quelli che volevano cambiare la società, hanno cominciato a rivolgersi altrove, oppure, semplicemente, a non emergere come soggetti attivi in politica. Possiamo semplificare dicendo che, proprio in quegli anni, personaggi come Veltroni e D’Alema entrarono nella Federazione Giovanile Comunista, rinchiudendosi nelle tetre stanze delle federazioni, mentre i loro coetanei si scontravano in piazza con i fascisti e la polizia o finivano in clandestinità, invischiati dal miraggio terrorista. Accettare questo ruolo di giovani precocemente disillusi e disposti al compromesso, in quegli anni, non era facile, particolarmente per chi voleva essere "di sinistra". Significava essere fischiati nelle assemblee, criticati in ambito intellettuale, derisi nei rapporti interpersonali, il tutto per un ruolo di potere assolutamente irrilevante in confronto a quello che si poteva conquistare se si aderiva alla DC o, meglio ancora, al PSI. La frustrazione si accumulava e così il distacco dalla società civile e dai problemi della gente. Il tentativo costante di costoro, una volta cresciuti, sarebbe stato quello di cercare di imitare il più possibile i loro fortunati colleghi del pentapartito, senza però perdere il cosiddetto "zoccolo duro", quell’elettorato che, nutrito a salsicce e fagioli ai festival dell’Unità, poco tollerava i "compagni assessori" con atteggiamenti rampanti.

La ventata risanatrice seguita alla scoperta di Tangentopoli, agli inizi degli anni ’90, risparmiando sostanzialmente gli ambienti del PCI, apriva però, a questi ex non - giovani , nuove prospettive di potere che li avrebbero compensati degli anni di isolamento e sconfitte. L’unico problemino è che, il passaggio dal PCI al PDS, li aveva privati di una parte del loro elettorato e, soprattutto, dei militanti di base, dei quadri intermedi e di buona parte degli intellettuali che preferirono le varie anime di Rifondazione o che, semplicemente, si ritirarono dalla politica.

L’esplosione di Forza Italia doveva essere l’elemento che avrebbe definitivamente interrotto i loro sogni, ad un passo dall’essere realizzati, e la risposta al nuovo avversario è ancora frutto di un errore dovuto alla solita doppia anima della ‘sinistra riformista’.

Berlusconi viene demonizzato perché imprenditore, perché demagogo, perché manipolatore mediatico, perché in passato amico di Craxi e poi gli si contrappongono paladini della libera impresa come Dini, facce da telenovela come Rutelli e socialisti di ferro come Amato. Il tutto condito dai vari Mastella, Cossutta, Verdi di diversa estrazione e provenienza, con Di Pietro e Bertinotti che entrano ed escono dalla variopinta quanto insulsa e leggermente disgustante minestra che viene proposta al Paese per "evitare il peggio".

Difficile da mandar giù per gli Italiani, popolo con sane tradizioni culinarie e avvezzo ai sapori, magari un po’ forti ma decifrabili.

Meno difficile, sogna qualcuno, se i gusti italiani assomigliassero di più a quelli americani.

Gli USA sono il Paese più democratico del mondo, in cui, però, si pratica l’omicidio di stato, si sostengono le dittature sanguinarie, si tollera il razzismo e si viola la privacy dei cittadini. Questo sistema di profonde contraddizioni non funziona, però, perché gli elettori americani sono idioti e si bevono tutto: al contrario. Funziona proprio perché, negli USA, la gente non crede ai partiti e va a votare solo una minoranza che lo fa solo perché dai partiti riceve vantaggi diretti che vengono contrattati sin nei minimi dettagli prima della campagna elettorale. La maggioranza della gente non ci va a votare e delega la difesa dei suoi diritti ad altre componenti della società civile, estranee alla partecipazione diretta alla vita politica.

E’ come se in Italia andassero a votare solo i dipendenti di Mediaset, della Fiat, della Lega delle Coop e le famiglie dei giornalisti di Repubblica, e che gli altri si accontentassero di stare a casa e farsi difendere da sindacati, associazioni ambientaliste, comitati di difesa dei consumatori e magistratura (posto che questi presidi a difesa dei cittadini siano veramente liberi dagli invadenti condizionamenti dei partiti politici, ma questo è alquanto dubbioso).

Bene, questa è l’idea che è venuta a chi vuole proporre uno come Rutelli alla guida del Paese: mettiamoci uno così scialbo da non irritare troppi palati, tanto poi, comandiamo noi e i nostri gruppi di interesse. Anzi, uno come Rutelli che ha ampiamente dimostrato, a Roma, di favorire tutti, (dal Vaticano a quella minoranza di Centri Sociali che ha eletto quei consiglieri comunali che sostengono la sua giunta), può essere proprio quello che ci vuole. Poi, poco importa che Roma durante il suo governo sia divenuta sempre più invivibile, che mentre si buttano decine di miliardi in strampalati progetti di arredo urbano, si lasci bruciare per incuria totale l’unico polmone verde della città, che i miliardi finiti nelle casse delle cooperative sociali non impediscano le morti per freddo di barboni e bambini nomadi, etc. A queste inezie ci si pensa dopo e chi, in questo momento, denuncia i disservizi, gli scandali, il clientelismo, gli sprechi, mette in difficoltà la Sinistra.

Ma signori DS, Ulivisti, cespugli rosso-verdi di varie tonalità, siete sicuri di ricordare cos’era la Sinistra ?

 

Vita e opere di Francesco Rutelli

 

 

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