Un dossier sconcertante sul malcostume e le illegalità nel settore dei servizi sociali nel Comune di Roma – a cura del circolo PRC dei lavoratori sociali ‘Marco Sanna’


 


 AFFARI "SOCIALI"

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FRA SERVIZIO E SPECULAZIONE:
LE POLITICHE SOCIALI NELLA ROMA DEL GIUBILEO

 

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Partito della Rifondazione Comunista
Circolo degli operatori sociali "Marco Sanna"
Piazza dell’Immacolata, 27 – Roma
Tel./fax 064463778

IL COMUNE DI ROMA E LE COOPERATIVE FOR PROFIT

Sulla gestione delle politiche sociali della Capitale, dalla fine dell'esperienza delle giunte di sinistra ha sempre pesato l'egemonia democristiana, confermata dall'attuale Assessore Amedeo Piva che, non appena riconfermato dal Sindaco Rutelli, si è affrettato a gettare la maschera di "tecnico" e ad iscriversi al P.P.I.; a deprimere ulteriormente la situazione, si aggiunge il fatto che la Commissione Politiche Sociali è la sola presieduta da un esponente del Polo, anche lui democristiano (del C.C.D.), il sempiterno Luciano Ciocchetti. Del resto, per quella carica il centrosinistra non aveva trovato di meglio che candidare un altro democristiano, il giovane Assogna di Comunione e Liberazione, impallinato nel segreto dell'urna da alcuni Consiglieri di maggioranza.

La maggior parte dei servizi sociali, assistenziali ed educativi della Capitale vengono gestiti da soggetti privati convenzionati con il Comune; in questo quadro, la parte del leone spetta alle cooperative sociali di tipo "B", quelle aventi come oggetto sociale la fornitura di servizi alla popolazione. Le cooperative sociali sono da tempo nel mirino dei sindacati per i rapporti di lavoro che instaurano al proprio interno, configurandosi spesso come vere e proprie agenzie di caporalato, come denunciò con forza il Segretario Generale della CGIL, Sergio Cofferati, nell’estate del 1997; la peculiarità romana è costituita dal fatto che, mentre al nord le pratiche di sfruttamento dei soci lavoratori sono proprie perlopiù delle cosiddette "cooperative spurie", non affiliate alle organizzazioni storiche del movimento cooperativo (di cui le principali sono la "rossa" Legacoop e la "bianca" Confcooperative), all’ombra del Cupolone sotto accusa sono cooperative affiliate alle suddette centrali. Lega e Conf sono firmatarie con CGIL, CISL e UIL sin dal 1992 di un Contratto Nazionale che a Roma si sono sempre rifiutate di applicare, potendo contare sulla non volontà di Regione e Comune di imporne il rispetto, come invece avviene in quelle Regioni dove il rispetto dei Contratti Nazionali è inserito nelle Leggi Regionali che regolano la gestione dei servizi sociali, sanitari e assistenziali (p. es. Abruzzo, Toscana, Umbria ed Emilia – Romagna, dove gli operatori delle cooperative sociali sono parificati ai dipendenti dei servizi pubblici). La Regione Lazio, come molte altre, è stata capace di produrre solo una normativa generica e fumosa e, quanto al Comune di Roma, non si è certo comportato meglio.

In questo dossier sono illustrate tre situazioni relative ad altrettante cooperative sociali romane convenzionate con il Comune per la gestione di servizi sociali e, in particolare, dell’assistenza domiciliare ad anziani e disabili; questo servizio costituisce il maggior "investimento" sociale del Comune, riguardando circa 2.700 anziani (a cui vanno aggiunti quelli assistiti nelle Case di Riposo) ed un numero analogo di disabili. Dal 1996, il Comune versa alle cooperative convenzionate 24.500 lire più I.V.A. per ogni ora di assistenza erogata; questa cifra è comprensiva della retribuzione dell’operatore e delle altre spese sostenute dalla cooperativa. Complessivamente, la spesa comunale per l’assistenza domiciliare sociosanitaria si aggira intorno ai 70 miliardi annui, sui circa trecento della spesa sociale complessiva (che, sia detto per inciso, rimane in percentuale una delle più basse in Italia: poco più del tre per cento del bilancio comunale. Milano, città con la metà degli abitanti e da sei anni in mano alla Destra – prima la Lega ed ora il Polo – spende per le politiche sociali quanto Roma).

Secondo i dati forniti dalla CGIL, nella Capitale le cooperative sociali impiegano circa 5000 operatori, cui vanno aggiunti quelli delle decine di associazioni, fondazioni, enti morali, ecc. Solo per quanto riguarda l'assistenza domiciliare, gli operatori impiegati sono oltre 2000 e garantiscono il servizio a circa 6000 utenti; nonostante il protocollo di intesa siglato due anni fa con CGIL, CISL e UIL e il preciso impegno fatto sottoscrivere ai Presidenti di tutte le cooperative per ammetterle alla gestione dell'assistenza domiciliare, il Comune di Roma si è sempre ben guardato dal vigilare sul rispetto del Contratto Nazionale, chiudendo gli occhi sui fenomeni denunciati, fra gli altri, dal Segretario della CGIL Sergio Cofferati: diffusione del lavoro nero, precario, sottopagato e senza diritti. Conseguentemente, a Roma gli operatori sociali in condizioni di irregolarità – o, come si dice ora, "atipici" – sono fra il 25 e il 30% del totale, con punte, in alcune situazioni, del 100% della forza lavoro; la CGIL sollevò il caso della cooperativa ROMA 81, il cui intero organico (più di cento operatori) risultava come "colaboratore" retribuito a ritenuta d’acconto. Inutile dire che anche in questo caso l’Assessore Piva, chiamato direttamente in causa dalla CGIL, fece orecchie da mercante.

I fatti riportati sono tutti verificati e, in alcuni casi, tuttora oggetto di inchieste della Magistratura; il Partito della Rifondazione Comunista, con interrogazioni ed interventi in aula, ha più volte sollecitato interventi dell’Assessore per le Politiche Sociali Amedeo Piva, interventi che stiamo ancora aspettando.

 

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LA COOPERATIVA ISKRA (Legacoop)

All’inizio di aprile del 1998, Aldo Nigro e David Zura, esponenti della CGIL Funzione Pubblica, vengono espulsi dalla cooperativa Iskra con l’accusa gravissima di aver ripetutamente maltrattato un giovane con problemi psichici a loro affidato. La vicenda esplode sulle pagine del maggior quotidiano romano, il Messaggero, a seguito della conferenza-stampa della CGIL, che denuncia che il vero motivo del licenziamento di Nigro e Zura è costituito dal loro impegno sindacale.

La madre del giovane disabile smentisce seccamente le accuse rivolte ad Aldo e David e, per tutta risposta, l’Iskra – che nel frattempo ha denunciato alla Magistratura i due operatori – non le invia più alcun assistente, in palese violazione della Convenzione sottoscritta con il Comune di Roma; il S.I.D.I. (Sindacato Italiano Degli Invalidi) denuncia la cooperativa alla Procura della Repubblica per "abbandono di persone minori o incapaci (art. 519 c.p.)" e per tutti gli altri reati eventualmente ravvisati dalla Magistratura. Gli operatori licenziati, a loro volta, querelano la cooperativa e avviano il ricorso contro il provvedimento di espulsione (la sentenza è attesa per questa fine d’anno).

Sul piano politico, il Consigliere del PRC Nunzio D’Erme presenta un’interrogazione all’Assessore Piva, che la trasmette al Coordinatore della Circoscrizione VIII, dove la cooperativa opera da anni; nella risposta all’interrogazione di D’Erme, si sostiene che l’Iskra è stata più volte oggetto di contestazioni e richiamata "al rispetto della convenzione, ma soprattutto ad avere un atteggiamento operativo di garanzia circa la qualità e la continuità del servizio, sanzionandola sino al limite della rescissione del contratto" e si conferma che "la madre del soggetto portatore di handicap al centro della vicenda ha escluso comportamenti gravi degli operatori nei confronti del figlio". Per la verità, non si ha notizia di alcun provvedimento preso dal Comune di Roma nei confronti della cooperativa Iskra, che continua ad "assistere" non solo i disabili, ma anche gli anziani e i minori a rischio dell’VIII Circoscrizione.

Ma quale è stato, concretamente, il motivo che ha indotto il C.d.A. dell’Iskra ad una decisione tanto drastica e inevitabilmente foriera di polemiche, quale l’allontanamento di due esponenti di rilievo della CGIL? Secondo la stessa CGIL, la "colpa" imperdonabile dei due sindacalisti è stata quella di aver sempre lottato per ottenere l’esercizio dei normali diritti sindacali per i lavoratori della cooperativa e per raggiungere un livello accettabile di correttezza amministrativa; in particolare, la CGIL – la cui rappresentanza non è mai stata riconosciuta dall’Iskra – voleva entrare nel merito dell’organizzazione del lavoro, sui turni, i carichi, la sicurezza. A titolo di esempio, il sindacato denunciava la consuetudine di far lavorare gli operatori per dodici ore, retribuendone soltanto sei; sul piano della correttezza amministrativa, poi, i licenziati – assieme ad altri colleghi – avevano impugnato in Tribunale un’assemblea dei soci in cui, per assicurare la maggioranza al C.d.A., erano state ammesse al voto anche persone non aventi diritto.

Successivamente, avviene un altro episodio sconcertante. All’inizio di luglio, viene recapitato anonimamente alla sede del Circolo "Marco Sanna" del PRC un plico, all’interno del quale sono contenuti centinaia di fogli con l’intestazione e i timbri della cooperativa Iskra; si tratta di fogli – firma sui quali gli utenti controfirmano le prestazioni ricevute e che vanno consegnati al Comune per attestare le prestazioni effettuate e, in base al loro numero, la cooperativa percepisce il compenso dovuto.

Il PRC si è attivato per verificare il contenuto di quei fogli e capire perché, pur essendo completi in ogni loro parte, non siano stati consegnati al Comune; la verifica, effettuata dai funzionari del V Dipartimento del Comune, fa emergere la possibilità che al Comune siano stati consegnati fogli – firma falsificati, contenenti un numero di prestazioni superiori a quelle realmente effettuate, contraffacendo la firma degli utenti; a questo punto, della vicenda viene informata la Procura della Repubblica, che apre un’inchiesta tuttora in corso.

Le parole dei lavoratori dell’Iskra, intervistati da Liberazione pochi giorni dopo i licenziamenti.

In un appartamento di Torbellamonaca, quartiere monstre della sterminata periferia romana, incontriamo Aldo, il sindacalista licenziato dalla cooperativa ISKRA, e due suoi colleghi, Tiziana e Marcello, tuttora soci lavoratori della cooperativa; la loro rabbia è quasi palpabile.

Aldo lavora con i disabili da più di dieci anni ed è padre di due bambini; respinge con fermezza le accuse di maltrattamenti contro un utente che sono state addotte a motivo del suo licenziamento e di quello di Davide: "Io e Davide seguivamo Alessandro da almeno otto anni; è sempre stato una persona molto difficile, conosciuto in tutto il quartiere. Il nostro lavoro, che è stato molto duro e faticoso, ha prodotto ottimi risultati non solo per lui, ma per la famiglia e per l’intero quartiere, come possono confermare tutti i responsabili della Circoscrizione e dell’USL".

Ma l’ISKRA sostiene che il vostro allontanamento è stato determinato anche a seguito di incontri con i responsabili USL.

"Non è vero - risponde Aldo - I verbali delle riunioni citati dall’ISKRA non sono stati firmati da alcun responsabile dell’USL e il loro contenuto non lo conosce nessuno. La verità è che avevamo iniziato da settembre una vertenza interna sui carichi e sull’organizzazione del lavoro, contro una ristrutturazione guidata da due consulenti esterni e finalizzata a garantire il potere degli attuali dirigenti; per esempio, gli operatori sindacalizzati o comunque scomodi sono stati tutti assegnati ai casi più difficoltosi e difficili da raggiungere, secondo la logica dei reparti confino della FIAT degli anni cinquanta. Come Delegato alla Sicurezza, avevo contestato numerose inadempienze della 626: hanno voluto farci pagare anche questo".

Nella discussione si inserisce Tiziana: "Abbiamo chiesto ai dirigenti della cooperativa di convocare un’assemblea, ma hanno concesso solo un incontro informale, al quale il Presidente si è presentato con l’avvocato! Alla nostra richiesta di informazioni sulla questione di Aldo e Davide, ha risposto che i fatti sono talmente gravi da non poter essere neanche nominati e non c’è stato verso di saperne di più. Adesso stiamo raccogliendo le firme fra i soci lavoratori per imporre la convocazione di una vera assemblea".

E’ vero che, dopo che la madre di Alessandro ha smentito le presunte violenze inflitte a suo figlio, l’ISKRA ha interrotto unilateralmente l’assistenza?

"Si - risponde Aldo - Per circa due settimane Alessandro è rimasto privo di assistenza, nonostante i solleciti della Circoscrizione, che alla fine ha dovuto incaricare d’urgenza un’altra cooperativa. Anche altri utenti, dopo il nostro licenziamento, sono stati abbandonati per diversi giorni, tanto che il Sindacato degli Invalidi ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica".

In quale clima state lavorando, ora?

E’ Marcello a rispondere: "Dato che sono il nuovo rappresentante sindacale, mi aspetto il licenziamento da un giorno all’altro, anche perché, con l’accordo regionale in dirittura d’arrivo, è possibile che una parte della Lega delle cooperative voglia ridimensionare il sindacato, costringendolo a trattare da una posizione di debolezza."

Le valutazioni del sindacato:

Fabrizio Ottavi – segretario regionale della CGIL Funzione Pubblica – e Stefano Bianchi – segretario confederale della CGIL del Lazio - hanno apertamente messo in dubbio i motivi ufficiali delle espulsioni di Aldo e David, confermando che nella cooperativa si erano sempre battuti a tutela dei diritti contrattuali dei soci lavoratori. Bianchi ha anche denunciato "le condizioni di non tutela dei diritti elementari del lavoratore in quest’area di impresa, alimentate dall’equivoco doppio ruolo del socio lavoratore". Sempre Stefano Bianchi chiede che quando "enti locali affidano a cooperative delicati servizi in appalto esercitino fino in fondo il loro controllo sulla qualità delle prestazioni e sul rispetto dei contratti".

Claudio Laurenti, Segretario della CGIL F.P. di Roma Est, è esplicito sulle accuse di maltrattamenti rivolte ai due sindacalisti: "Oltre alle smentite della signora, abbiamo acquisito quelle dei responsabili della USL di zona; le motivazioni addotte dall’ISKRA sono assolutamente pretestuose". (…) L’ISKRA ha sempre mantenuto un atteggiamento antisindacale: un anno fa, per esempio, ha negato i locali per lo svolgimento di un’assemblea della CGIL, che poi si è tenuta presso il Comitato di Quartiere".


 


 

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LA COOPERATIVA ARCA DI NOE’ (Legacoop)

La vicenda che interessa la cooperativa Arca di Noè presenta molte analogie con quella dell’Iskra; anche qui, infatti, sono in gioco i diritti degli operatori, la correttezza amministrativa, la democrazia interna e il ruolo della Pubblica Amministrazione.

L’Arca di Noè è probabilmente la più grande azienda del settore nel Lazio: gestisce convenzioni con il Comune di Roma per l’assistenza domiciliare ai portatori di handicap nelle Circoscrizioni V e VI; per l’assistenza domiciliare agli anziani nella Circoscrizione VI; per l’assistenza domiciliare ai minori nella Circoscrizione VI; per un Centro diurno per anziani a Villa Gordiani; per due Centri Informagiovani nelle Circoscrizioni I e XI. L’Arca di Noè gestisce, inoltre, un Centro contro la dispersione scolastica a Torbellamonaca nell’ambito del progetto URBAN) ed una serie di servizi culturali (biblioteca, videoteca, nastroteca ed emeroteca) nella Casa dello Studente di Casal Bertone per conto dell’ADISU (Azienda per il Diritto allo Studio Universitario).

A Tivoli, l’Arca di Noè gestisce l’assistenza domiciliare per portatori di handicap e un Centro diurno per portatori di handicap a Bagni di Tivoli; ad Aprilia, gestisce l’assistenza domiciliare per anziani e portatori di handicap.

Il personale impiegato ammonta a circa 250 addetti, dei quali i soci lavoratori non sono più di 90, ai quali si aggiungono circa 110 dipendenti e un numero di "collaboratori" senza alcun rapporto contrattuale che supera le 50 unità. Tutti i dipendenti sono inquadrati secondo i livelli retributivi del CCNL delle cooperative sociali del 1992, scaduto nel 1995, e non secondo quello attualmente in vigore; un assistente domiciliare viene così a costare alla cooperativa solo 17.000 lire lorde l’ora, anziché le oltre 20.000 che costerebbe applicando il contratto in vigore.

Il 27.5.1999, il Presidente dell’ARCA DI NOE’ – dopo due giorni di sciopero e l’intervento diretto dei Presidenti delle Circoscrizioni V e VI, dove l’ARCA DI NOE’ concentra le attività principali - ha siglato con la CGIL e le RdB un accordo per l’applicazione del contratto vigente e il recupero degli arretrati; questo accordo, che avrebbe dovuto trovare compiuta applicazione entro il giugno 1999, è stato poi ignorato dalla cooperativa, che continua a trattare gli operatori esattamente come prima.

Per quanto riguarda i cosiddetti "collaboratori", un assistente domiciliare fino allo sciopero del 20 luglio 1998 percepiva poco più di 9.000 lire l’ora al netto della ritenuta d’acconto, ovviamente senza ferie, malattia, accantonamento t.f.r., maternità, contributi previdenziali, ecc. Dopo quello sciopero, c’è stato un aumento di circa 1.000 lire l’ora, il che significa che il costo per la cooperativa non supera comunque le 14.000 lire l’ora.

Il lucro della cooperativa ARCA DI NOE’ è dunque altissimo, diciamo fra le 7.000 e le 10.000 lire su ogni ora di lavoro rispettivamente dei dipendenti e dei "collaboratori"; se consideriamo che ogni mese nelle Circoscrizioni V e VI vengono effettuate circa 10.000 ore di assistenza ai disabili (a cui vanno aggiunte quelle agli anziani [1], di cui solo una parte effettuata da soci - lavoratori, il cui costo è leggermente più alto, non è esagerato stimare un "ricarico" da parte della cooperativa nell’ordine dei 50/60 milioni al mese, a cui vanno aggiunti quelli derivanti dagli altri servizi gestiti.

*****

Come già detto, il 20 luglio 1998 gli assistenti domiciliari dell’Arca di Noè scioperarono in massa per l’intera giornata, raccogliendo l’appello lanciato dalla rappresentanza aziendale del Cobas – RdB; si era arrivati a quel punto dopo settimane di stato di agitazione e di rifiuto del C.d.A. di affrontare una situazione che non solo vedeva decine di lavoratori praticamente in nero e pagati una miseria (9.000 lire l’ora, appunto), ma anche quella miseria non veniva erogata, mentre tutti erano al corrente degli "investimenti" effettuati dalla cooperativa in attività a dir poco sconcertanti. Lo sciopero costrinse il C.d.A. ad aumentare il compenso orario dei "collaboratori" ed a disporne l’assunzione di una quindicina; una vittoria, sia pure parziale, che verrà fatta pagare amaramente al sindacato di base pochi mesi più tardi.

Le operazioni principali in cui l’Arca di Noè andava investendo, anziché pagare gli operatori, erano le seguenti: quasi mezzo miliardo per organizzare gli spettacoli dell’Estate Romana 1998 a Villa Gordiani ed oltre centoventi milioni per l’acquisto di un natante da diporto, un "dodici metri" a vela. Un dettagliato dossier raccolto da un gruppo di soci, fra cui un membro del C.d.A. ed un componente del Collegio dei Sindaci, pochi mesi dopo farà luce sull’amministrazione, per così dire, disinvolta dei fondi pubblici versati all’Arca di Noè quale compenso per le prestazioni assistenziali erogate: attraverso un complicato gioco di "scatole cinesi", fatto di società compiacenti e associazioni costituite dagli stessi amministratori dell’Arca di Noè o da loro parenti, i fondi venivano impiegati per pagare generosamente acquisti, noleggi e servizi, per cui la cooperativa andava in perdita (la sola Estate Romana registrerà un deficit superiore ai cento milioni), ma queste società e associazioni incassavano fior di milioni.

A settembre, il C.d.A. dell’Arca di Noè è costretto a dimettersi in blocco; si dimettono anche tutti i membri del Collegio dei Sindaci. In violazione di qualsiasi legge, la maggioranza del vecchio C.d.A. continuerà a gestire la cooperativa per mesi in assenza di qualsiasi controllo e approfitterà della situazione per sbarazzarsi degli elementi più pericolosi, a cominciare dal sindacato Cobas – RdB.

A metà dicembre, per lanciare un ammonimento ai tanti "collaboratori", viene licenziata Alessandra, un’operatrice in servizio da due anni, sempre in nero; Alessandra è una compagna del Circolo "Marco Sanna" del PRC, che a luglio si era ovviamente schierato a sostegno delle ragioni dei lavoratori. La compagna Adriana Spera presenta un’interrogazione al Consiglio Comunale (cui l’Assessore Piva, di fatto, non risponderà) e Liberazione il 5 gennaio 1999 pubblica un lungo articolo di informazione e denuncia.

A seguire, all’inizio di gennaio 1999, con il pretesto di non essere rientrato dall’aspettativa, viene licenziato dalla cooperativa Germano Monti, del Cobas – RdB e Segretario del Circolo "Marco Sanna" del PRC, socio lavoratore dell’Arca di Noè dal 1995. L’obiettivo della normalizzazione della cooperativa – e della copertura delle tante stranezze – sembra così raggiunto, ma il Cobas – RdB e il Partito della Rifondazione Comunista fanno della vicenda un caso cittadino.

Viene presentato un esposto al Ministero del Lavoro riguardo le irregolarità gestionali e amministrative, con la richiesta di un’ispezione straordinaria, che è stata finalmente avviata nel giugno scorso; parallelamente, viene presentata una denuncia alla Procura della Repubblica, che apre un’inchiesta sull’utilizzo dei fondi pubblici e sul bilancio dell’Arca di Noè, inchiesta che porta all’invio di avvisi di garanzia al Presidente e al Vicepresidente della cooperativa. Inoltre, il Presidente dell’Arca di Noè viene querelato da Germano per aver dichiarato il falso allo scopo di creare il pretesto per allontanarlo e una perquisizione dei Carabinieri negli uffici della cooperativa porta al ritrovamento della lettera con cui il compagno chiedeva il prolungamento dell’aspettativa, lettera di cui il Presidente della cooperativa aveva negato l’esistenza.

Naturalmente, sia Alessandra che Germano ricorrono alla Magistratura contro i licenziamenti; essendo quest’ultimo un socio lavoratore, i suoi avvocati presentano il ricorso al Tribunale Civile che, di fronte all’evidenza dei fatti, già alla seconda udienza dispone la sospensione del provvedimento contro Germano e il suo reintegro nella cooperativa. Il compagno riprende servizio ma, dopo una settimana, viene raggiunto da un secondo provvedimento di espulsione, deliberato in tutta fretta dal C.d.A. il giorno successivo all’Ordinanza del Tribunale.

Le motivazioni dell’espulsione sono costituite, incredibilmente, da volantini del Cobas – RdB e del Partito della Rifondazione Comunista, il che induce gli avvocati di Germano, nel nuovo ricorso presentato al Tribunale Civile, a ricordare "il diritto costituzionalmente garantito del libero esercizio del pensiero politico".

A tutt’oggi, la cooperativa non ha restituito a Germano nemmeno il libretto di lavoro, costringendolo a presentare l’ennesima denuncia. Naturalmente, non gli è stato versato il T.F.R., non gli è stata restituita la quota sociale e non gli è stata retribuita nemmeno la settimana di lavoro effettuato fra i due licenziamenti.

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Anche qui, ci poniamo la stessa domanda del "caso Iskra": perché una cooperativa sociale è disposta a tutto contro i propri lavoratori che chiedono solo diritti e trasparenza? Nel caso dell’Arca di Noè abbiamo qualche elemento in più per formulare un’ipotesi.

Germano Monti era socio della cooperativa e, come tale, nessuno avrebbe potuto impedirgli di partecipare all’assemblea per l’approvazione del bilancio 1998, quello relativo agli spericolati "investimenti" già descritti; quest’assemblea era stata convocata per il 27 giugno 1999; il provvedimento di espulsione raggiunge il socio "scomodo" il 21 giugno 1999.

In un clima che è facile immaginare, il bilancio verrà approvato in un’assemblea con la presenza di meno di un terzo dei soci e con voti contrari e astensioni fra i presenti. Ma cosa c’è di tanto strano in questo bilancio? Nulla, se non che un mese prima dell’assemblea ai soci è stato distribuito un bilancio che descriveva un fatturato, per il 1998, pari a 11.000.000.000 di lire, mentre in assemblea è stato portato e fatto approvare un bilancio di circa 7.500.000.000 di lire, spiegando che i tre miliardi e mezzo spariti erano "un errore del computer".

 

Le reazioni

Contro il comportamento dell’Arca di Noè e in solidarietà con i compagni licenziati si sono espressi l’Unione Sindacale Italiana, la Federazione Romana del PRC, i suoi Consiglieri Comunali e quelli della V e VI Circoscrizione, i Giovani Comunisti, i Democratici di Sinistra dei servizi sociali, l’associazione In Marcia, il Consigliere Provinciale Maurizio Fabbri e il Deputato Walter De Cesaris, l’équipe di LUNARIA, l’associazione di educatori Progetto Laboratorio, l’associazione Progetto Diritti, numerose associazioni di utenti fra le quali citiamo l’Unione Famiglie Handicappati e l’Associazione per la Difesa dei Diritti degli Handicappati.

Il Segretario della CGIL Funzione Pubblica Roma Est, Claudio Laurenti, ha rilasciato una dura dichiarazione in cui definisce "irresponsabile" il comportamento dell’azienda dopo un accordo sindacale e all’indomani di un’ordinanza della Magistratura.

La Federazione delle RdB, in un suo comunicato, ha chiamato nuovamente in causa la colpevole inerzia del Comune di Roma, che omette ogni vigilanza sugli enti privati cui affida la gestione dei servizi pubblici. Le RdB hanno anche sollecitato l’intervento dell’Assessore per le Politiche del Lavoro del Comune di Roma, Stefano Tozzi, "comunista italiano" che finora non ha risposto in alcun modo.

LA PAROLA "FINE" A QUESTA VICENDA, ormai, potrà metterla soltanto la Magistratura, sia per quanto riguarda il doppio licenziamento, sia rispetto alla gestione degli stanziamenti di denaro pubblico di cui l’ARCA DI NOE’ ha usufruito e continua ad usufruire: a Roma, nell’ambito del Piano Territoriale Cittadino per gli interventi a favore dell’infanzia e dell’adolescenza - Legge 285/97, all’Arca di Noè sono stati assegnati in gestione progetti per 1.221.000.000 di lire… a ben pensarci, l’equivalente di una flotta di dieci barche a vela.

 

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LA COOPERATIVA S.O.S. SOLIDARIETA’ (Confcooperative)

La residenza protetta Tor di Nona è costituita da due case alloggio, site in Piazza Lancellotti, 1 e in Vicolo degli Amatriciani, 5), dove sono ospitati quindici adulti portatori di handicap, sette nella casa degli uomini ed otto in quella delle donne. La residenza esiste da più di dieci anni e il personale che vi lavora è rimasto sostanzialmente quello iniziale: 22 operatori di base e assistenti professionali, un’assistente sociale ed una educatrice, ai quali vanno aggiunti 6 "collaboratori", di cui 4, in realtà, ricoprono turni fissi.

La residenza protetta è stata gestita fino al gennaio 1998 dalla cooerativa Pulcinella, vicina alla Comunità di S. Egidio; la cooperativa, venutasi a trovare in difficoltà, era confluita nel Consorzio di Solidarietà Sociale, il cui Presidente è il signor Ciro De Geronimo, imparentato con Vincenzo Cortese, Presidente di un’altra cooperativa sociale e Responsabile per il Lazio di Confcooperative, la centrale cooperativa di ispirazione cattolica. Con questo passaggio, gestito completamente sopra la testa dei soci lavoratori della Pulcinella, questi ultimi si trovano ad essere espropriati di ogni margine di autonomia e possibilità decisionale: è il consorzio (nella persona del Presidente) che firma gli appalti, i rinnovi di gestione e che poi distribuisce il lavoro alle varie cooperative che vi partecipano.

In questi giri di valzer i soci lavoratori delle cooperative non contano nulla, non possono avanzare alcuna rivendicazione e se fanno qualche richiesta alla loro cooperativa si sentono rispondere che il consorzio ha fissato un budget oltre il quale non si può assolutamente andare.

Sempre a causa di problematiche interne, ad un certo punto la cooperativa Pulcinella si scioglie e tutti i soci lavoratori vengono fatti confluire in un’altra cooperativa, la S.O.S. Solidarietà: il primo effetto concreto della nuova collocazione degli operatori è la riduzione secca dei loro salari, che vengono fissati forfettariamente ad 1.300.000 lire mensili. La notizia non viene presa bene dai lavoratori, che iniziano ad organizzarsi con la CGIL Funzione Pubblica di Roma Centro, alla quale si iscrivono ventuno lavoratori, cioè quasi tutti.

I rapporti fra lavoratori e amministrazione della cooperativa, col passare del tempo, non fanno che peggiorare: la democraticità della gestione lascia molto a desiderare, e così il rispetto delle norme… i soci lavoratori lamentano che le assemblee sociali non si concludono mai con la redazione del verbale previsto dalla legge, e nulla si sa delle trascrizioni sull’apposito libro sociale.

Dopo la proposta forfettaria, si è passati ad una paga oraria, il che, se non altro, ha reso espliciti i livelli di sfruttamento cui sono sottoposti gli operatori della S.O.S. Solidarietà: un lavoratore che effettua 158 ore mensili percepisce un salario di circa L. 1.300.000, salvo che nelle 158 ore mensili siano compresi 4 notti o 4 festivi, nel qual caso il salario raggiunge L. 1.400.000. Naturalmente, tutto al di fuori (e al di sotto) del CCNL delle cooperative sociali, di cui peraltro il citato Vincenzo Cortese è firmatario, in rappresentanza della Confcooperative del Lazio.

La CGIL – la cui rappresentanza non è mai stata riconosciuta dalla S.O.S. Solidarietà – ha avanzato una richiesta che testimonia dello stato di profondo disagio vissuto dagli operatori: un aumento di 667 lire orarie per raggiungere le 9.000 lire orarie in busta paga. Avete letto bene: seicentosessantasette lire, "proprio per non morire di fame", come hanno scritto i lavoratori a Liberazione.

La CGIL ha richiesto un incontro all’amministrazione della cooperativa e agli Assessori Piva e Tozzi, ma la richiesta è rimasta senza conseguenze; una seconda richiesta non ha sortito altri effetti, se non una riunione dell’amministrazione con gli operatori, nel corso della quale, dopo alcune minacce nemmeno troppo velate, è stato promesso ai lavoratori un ulteriore incontro per discutere del "grande aumento" richiesto.

Dal punto di vista salariale, la cooperativa S.O.S. Solidarietà si caratterizza per alcune stranezze contabili, facilmente riscontrabili sulla busta – paga dei soci lavoratori: in primo luogo, la retribuzione vera e propria è di 717.200 lire, qualunque orario effettui l’operatore, ed è su questa cifra (inferiore addirittura al salario medio convenzionale!) che vengono versati i contributi INPS e INAIL; la parte restante del salario, che varia in base all’orario effettuato, viene descritta come "integrazione" e, naturalmente, su questa parte non viene versato alcun contributo previdenziale, mentre incide sulla fiscalità a carico del lavoratore, che viene così penalizzato due volte… la prima perché contributi, indicizzazioni, ecc. vengono calcolati su una piccola parte del suo salario reale, la seconda perché l’IRPEF e tutto il resto, invece, deve pagarli di tasca sua sul salario completo.

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Anche in questo caso, la responsabilità dell’amministrazione comunale è evidente, e non solo perché Piva e Tozzi si guardano bene dall’intervenire in difesa dei diritti dei lavoratori; questa situazione si riflette direttamente sul servizio erogato agli ospiti delle residenze protette, perché la Convenzione non stabilisce nemmeno il rapporto numerico operatori/utenti, cosicché avviene che spesso, anzi spessissimo, nella residenza maschile – quella di Vicolo degli Amatriciani – per 7 utenti siano presenti, nei turni diurni, solo 2 operatori, ed uno solo la notte… tutte le notti.

Si tratta di una situazione vergognosa: gli ospiti della residenza protetta sono tutti disabili adulti gravissimi, psichici e fisici, per cui le mansioni degli operatori riguardano l’intero arco della vita di un essere umano: gli utenti devono essere aiutati ad alzarsi, andare in bagno, lavarsi, vestirsi, mangiare; inoltre, gli operatori sono tenuti a somministrare le terapie prescritte agli ospiti (sono decine di medicinali da gestire quotidianamente) e durante la notte il solo operatore presente deve farsi carico dei bisogni di tutti. Non è esagerato affermare che solo l’altissima professionalità e sensibilità umana degli operatori riescono a garantire un livello di vita decente agli ospiti, che però sono costretti ad una serie di forzate autolimitazioni, che avvicinano la loro esistenza a quella che si è costretti a condurre in quelle istituzioni totali di cui la residenza protetta dovrebbe essere l’alternativa più radicale: le uscite all’aperto, per esempio, sono sottoposte a turni rigidissimi, da caserma, e così ogni altra attività… persino gli orari di riposo devono essere regolamentati, e così l’ora di andare a letto. Tutto questo avviene perché prima l’Ente Pubblico e poi la cooperativa e il consorzio di cui è parte hanno come obiettivo primario quello del contenimento dei costi, cosa che può realizzarsi solo risparmiando sul personale e sul costo del lavoro. La qualità del servizio, che significa la qualità della vita degli operatori e degli utenti, viene dopo, molto dopo.

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In queste pagine abbiamo esposto dei fatti, che ci sembrano molto gravi; non lo abbiamo fatto per amore dello scandalo o per criminalizzare l’intera cooperazione sociale, ma per denunciare l’insopportabile ipocrisia di tutti quei soggetti – pubblici e privati – che, mentre parlano di solidarietà e di diritti sociali, tagliano il welfare e si riempiono le tasche; non è possibile tollerare che un’Amministrazione si vanti di aver fatto delle politiche sociali una sua priorità, quando la realtà è fatta di operatori costretti a lavorare in condizioni umilianti e di intere famiglie che subiscono questa situazione, ricevendo un servizio di infima qualità.

Concludiamo questo dossier con un’ultima informazione, che dovrebbe far riflettere ulteriormente: le condizioni di chi lavora nell’assistenza domiciliare sono talmente miserande che, dal maggio di quest’anno, la Regione ha deliberato che la professione possa essere svolta anche da "operatori dei servizi sociali" e "tecnici dei servizi sociali", cioè da adolescenti appena diplomati, poiché si tratta di corsi interni ad alcune scuole superiori. Questo perché la fuga degli operatori dalle cooperative è ormai massiccia e, viste le condizioni descritte, non c’è di che sorprendersi se in tanti preferiscono affrontare il rischio della disoccupazione.


 


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E I BAMBINI?

Anche per quel che riguarda i servizi educativi e scolastici la situazione romana è, a dir poco, problematica; le competenze sono state divise fra due assessorati, quello per le Politiche Educative e Formative (cui fanno capo, fra l’altro, le scuole materne) e quello creato ad hoc per la Dott.ssa Pamela Pantano, cui è stato dato il nome di Assessorato alle Politiche per la Città delle Bambine e dei Bambini, che però - per motivi facilmente comprensibili– viene più spesso chiamato Assessorato all’Infanzia; quest’ultimo si occupa anche degli asili nido.

I servizi per l’infanzia sono complessivamente carenti, tanto che anche quest’anno circa 10.000 bambini sono rimasti fuori da asili nido e scuole materne per mancanza di posti e di personale; la realtà è particolarmente grave nelle scuole materne, dove i continui "tagli" hanno prodotto situazioni grottesche, come quella che vede i bambini portarsi la carta igienica da casa, perché le scuole non hanno soldi… in compenso, nella scorsa consigliatura, la Giunta Rutelli ha regalato 17 miliardi alle scuole materne private.

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Il disagio giovanile e la dispersione scolastica hanno raggiunto dimensioni più che preoccupanti; a Roma esistono zone in cui la maggioranza dei giovani fatica per portare a compimento la scuola dell’obbligo, e molti nemmeno ce la fanno. Consapevoli di questa situazione, sia pure con ritardo, intorno alla prima metà degli anni 90 le istituzioni cittadine avviarono alcune sperimentazioni, fra le quali un progetto mirato all’intervento nelle zone con la maggiore percentuale di evasione e dispersione scolastica.

I Centri Pilota per la prevenzione della dispersione scolastica e del disagio giovanile vennero programmati nelle Circoscrizioni V, VI, VII, VIII e X, con l’obiettivo di sperimentare forme di intervento integrato con le scuole, i servizi territoriali e le attività del privato sociale; dopo un estenuante iter amministrativo, vennero assegnati i finanziamenti, ma la firma delle convenzioni fra l’XI Dipartimento (l’Assessorato di Fiorella Farinelli) e gli organismi assegnatari slittò di altri mesi… dalla gara d’appalto (1995) all’attivazione effettiva dei Centri (1997) passarono quasi due anni.

I Centri Pilota per la prevenzione della dispersione scolastica e del disagio giovanile erano stati finanziati inizialmente per un anno, con l’impegno che la loro attività sarebbe stata prolungata ed estesa alle altre Circoscrizioni dove la dispersione scolastica superava il livello di guardia. Gli operatori delle cooperative e delle associazioni cui era stata affidata la gestione dei Centri hanno lavorato in condizioni impossibili: il Dipartimento dell’Assessora Fiorella Farinelli per più di sette mesi non versò una lira dei compensi spettanti agli organismi convenzionati, costringendo gli operatori ad autoridursi gli stipendi o a rinunciare alle attività programmate.

Non contenta di questo, la signora Farinelli procedette allo smantellamento dell’Unità Operativa Interdisciplinare e dell’èquipe socio - psico - pedagogica dell’Assessorato, privando gli operatori del supporto tecnico del Comune e il Comune stesso dei suoi strumenti di valutazione dell’intervento.

Non contenta ancora, la signora Farinelli, vanificando una Delibera del Comune di Roma (la 4678 del ’97), non utilizzò il mezzo miliardo (L. 509.500.000) che la Regione Lazio le aveva assegnato per il proseguimento dell’attività dei Centri.

Non ancora soddisfatta della sua opera di distruzione, la signora Farinelli si cimentò in un’impresa eccezionale: poiché la Regione Lazio le stanziò comunque un altro mezzo miliardo (L. 478.800.000) per gli interventi, lei decise di impiegarne per i Centri Pilota un po’ più della metà, per mandarli avanti fino al termine dell’anno scolastico e poi farli cadere nel dimenticatoio; gli altri duecento milioni e rotti li stornò per "progetti da definire".

Tutto questo con una Delibera, votata dalla Giunta (la 1631 del 12.5.98), che revocava quella precedente.

L’Assessora Farinelli non si presentò all’audizione promossa dalla VI Commissione Consiliare Permanente del Comune, presieduta dalla compagna Adriana Spera, dove si sarebbe trovata nell’imbarazzante situazione di dover spiegare che cosa era successo ai soldi stanziati per la prevenzione della dispersione scolastica.

I Centri Pilota hanno chiuso i battenti, interrompendo forzatamente il loro intervento, che solo parzialmente e in forme diverse è stato ripreso da alcuni progetti finanziati dalla Legge 285; a Pietralata, per esempio, l’intervento è bruscamente cessato, distruggendo i risultati positivi che si stavano cominciando ad ottenere. Il risultato di queste brillanti scelte della signora Farinelli è che, oltre ad aver prodotto ulteriore disagio (conseguenza inevitabile degli interventi lasciati a metà)[2], ha di fatto devoluto circa un miliardo e mezzo a fondo perduto alle associazioni e alle cooperative che hanno gestito i Centri Pilota, delle quali è ormai impossibile valutare sia l’operato che la corretta gestione dei fondi stanziati… insomma, chi si è impegnato per svolgere un lavoro serio, nonostante il palese boicottaggio dell’Assessorato, è stato frustrato; chi, invece, si fosse limitato ad incassare, senza operare concretamente, ha lucrato alcune centinaia di milioni senza colpo ferire.[3]

La vicenda dei Centri Pilota si inquadra nel contesto dell’opera di smantellamento dei servizi scolastici e para - scolastici intrapresa con particolare impegno dalla signora Farinelli, la stessa che ha proposto di privatizzare anche i bidelli, affidando il loro lavoro a cooperative.

A coronamento della sua meritoria attività, la signora Farinelli è riuscita a non impiegare nemmeno i fondi per la prevenzione del disagio giovanile stanziati dalla legge 285: come si può constatare dalle stesse pubblicazioni del Comune di Roma - mentre l’Assessorato alle Politiche Sociali, l’Assessorato all’Infanzia e le Circoscrizioni hanno attivato quasi tutti i fondi assegnatigli dalla Legge 285 – l’Assessorato alle Politiche Educative e Formative di Fiorella Farinelli su 5.000.000.000 di lire ne ha attivati solo 2.723.000.000, di cui 380.000.000 "in gestione diretta" (da parte dello stesso Assessorato, supponiamo); inoltre, l’Assessorato di Fiorella Farinelli – anche qui, caso unico – ha impiegato cento milioni stanziati dalla Legge "per spese" non meglio identificate. Oltre due miliardi di lire sono ancora "da mettere a bando" o "ancora da affidare"… tanto, che fretta c’è?

Non aggiungiamo altro: l’operato della signora Farinelli è incommentabile.

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All’inizio di giugno, abbiamo appreso dalla stampa la notizia dello stanziamento, da parte del Comune di Roma, di otto miliardi e mezzo per la creazione di "micronidi", cioè di "asili nido in miniatura" da realizzarsi in strutture private e che verranno gestiti da soggetti privati, quali associazioni e cooperative. Si tratta di un fatto gravissimo, di una decisione scellerata che segna un passo avanti nella deriva liberista imboccata dalla Giunta Rutelli; non pago di aver svenduto la Centrale del Latte e promosso la privatizzazione dell’ACEA, il Sindaco asinista e i suoi soci spingono sull’acceleratore per consegnare ai privati tutti i servizi pubblici, dall’AMA all’ATAC, fino agli asili nido e alle scuole materne.

Vogliamo denunciare, nel merito, l’ipocrisia dell’operazione "micronidi", già tentata lo scorso anno dall’Assessora Pantano nell’ambito della Legge 285 e sventata dall’opposizione del PRC: queste strutture si configurano a tutti gli effetti come alternative agli asili-nido comunali, altro che "integrative"! Infatti, opereranno negli stessi orari dei nidi comunali e, quanto alle dimensioni, potranno accogliere fino a trenta bambini di età compresa fra i tre mesi e i tre anni. In relazione alla qualità del servizio che verrà dato ai piccoli utenti, poi, sono forti le perplessità in merito alla professionalità degli operatori impiegati e all’adeguatezza delle strutture.

Quanto alle condizioni delle operatrici e degli operatori che lavoreranno in queste strutture, possiamo facilmente immaginarcele, vista l’allergia di associazioni e cooperative sociali romane al rispetto dei diritti contrattuali e sindacali dei propri lavoratori e la non volontà del Comune nel controllarle.

ALL’ULTIMO MOMENTO…

Mentre portiamo in stampa questo documento, apprendiamo dal "Corriere della Sera" del 26.10 che la Procura della Repubblica sta indagando sulla gestione della Rete Informagiovani del Comune di Roma, sulla base delle denunce presentate dall’associazione ambientalista Oikos. Sulla vicenda, in assenza di altri riscontri, ci limitiamo a riprodurre l’articolo del quotidiano, ma alcune osservazioni vogliamo farle.

In primo luogo, l’associazione Oikos informa su questa sconcertante vicenda da oltre due anni attraverso il suo sito Internet, dove è possibile trovare tutti i particolari, comprese le interrogazioni della compagna Adriana Spera, che ha ripetutamente chiesto chiarimenti sugli appalti per gli Informagiovani in Consiglio Comunale, ottenendo soltanto risposte evasive e inconcludenti.

In secondo luogo, già nel febbraio del 97 "Il Giornale" riportava le questioni sollevate da Oikos, gli interventi di Adriana Spera e l’intenzione dell’associazione di consumatori Usicons di chiedere l’intervento della Magistratura penale e di quella contabile, visto che, secondo Oikos, il prezzo corrisposto dal Comune al consorzio modenese In. & Co. per i computer e il software raggiungeva almeno il doppio di quelli correnti sul mercato, in evidente contrasto con le conclamate politiche di risanamento e di rigore della Giunta Rutelli.

Ma chi sono i "politici" su cui si è appuntata l’attenzione della Procura? Il "Corriere" non fa nomi, ma basta scorrere il sito di Oikos per comprendere che ad essere chiamata in causa è Fiorella Farinelli, poiché la Rete Informagiovani è afferente al suo Assessorato. E le risposte evasive e inconcludenti alle interrogazioni di Adriana Spera arrivano (ma tu guarda!) proprio dall’Assessorato della signora Farinelli.

Naturalmente, l’associazione esclusa dalla gestione dei Centri Informagiovani, di cui parla il "Corriere", è proprio Oikos, evidentemente colpevole di aver denunciato gli episodi riguardanti gli appalti. Come già detto, per l’operato della signora Farinelli ogni commento appare inadeguato.

 

Corriere della Sera CRONACA DI ROMA MARTEDI’ 26 OTTOBRE 1999 – Lavinia Di Gianvito

La Procura controlla gli appalti per il servizio "Informagiovani". Reati ipotizzati: abuso d’ufficio e falso

Il "cercalavoro" dà lavoro ai giudici

Sotto accusa lo sportello comunale pro-disoccupati: 12 indagati

E’ nata tre anni e mezzo fa per aiutare i ragazzi a trovare lavoro, ma adesso la rete "Informagiovani" del Comune è finita sotto la lente d’ingrandimento della procura della Repubblica. Il sostituto Maria Cordova ha iscritto dodici tra politici e funzionari nel registro degli indagati, con le accuse di abuso d’ufficio e falso. Al centro dell’inchiesta, quattro appalti sospetti, affidati senza gara pubblica, per i quali finora il Campidoglio ha speso 11 miliardi e 680 milioni.

Tutto comincia con la delibera numero 2357 del 4 agosto 95. Quel giorno la giunta approva il progetto di creare un sito Internet che avrà il compito di fornire ai giovani romani (si pensa alla fascia d’età fra i 15 e i 30 anni) informazioni, orientamento e consulenza nel campo del lavoro. In più ci saranno notizie su turismo, spettacoli e cultura.

Alla fine dell’anno la realizzazione del progetto viene affidata alla "In. & Co." di Modena, un consorzio che fa capo alla Lega delle cooperative, con un contratto miliardario che la guardia di finanza non è riuscita a trovare quando lo scorso gennaio ha chiesto i documenti al Comune. C’erano invece alcuni mandati di pagamento e c’era il contratto con cui l’appalto è stato rinnovato per il 98 e il 99, al costo di un miliardo e 900 milioni l’anno.

Intanto tra gli ultimi mesi del 95 e i primi del 96 il Campidoglio aveva completato il progetto con altre quattro delibere. Aveva affidato la campagna pubblicitaria alla "Ata Tonic" per 350 milioni, aveva creato i centri "Informagiovani" in 6 Circoscrizioni (I, VI, VIII, XI XV e XIX) curati da sei associazioni in cambio di 210 milioni a testa per il 97 e metà 98 (poi sono stati banditi i nuovi appalti, vinti dagli stessi soggetti tranne uno), era nato il servizio itinerante su tre furgoni Iveco. Questi ultimi, attrezzati come uffici, sono costati 460 milioni, mentre il consorzio Meta, Agorà e Nuova Socialità, che ha gestito il servizio fino a settembre scorso, ha preso in tre anni poco meno di 600 milioni.

Dopo le cifre, i sospetti della magistratura. Prima di tutto, il contratto con la "In. & Co.". Il consorzio era stato scelto in base a una nota della IX Ripartizione secondo cui non esisteva in Italia e in Europa un’altra società in grado di fornire un prodotto analogo, come asserito dal "Rapporto sui sistemi informativi nei servizi Informagiovani" del Ministero degli Interni. Ebbene: interrogata la responsabile dell’ufficio del Viminale, Tiziana Rossi, è emerso che il ministero nel 91 aveva fatto soltanto una rilevazione quantitativa degli "Informagiovani" in funzione in Italia, senza valutarne la qualità.

Come mai allora era stato scelto il consorzio modenese? E come mai nel 98 era stata scartata l’offerta dell’associazione ambientalista Oikos, che aveva proposto al Comune di gestire gratuitamente il sito su Internet? Anche le trattative private motivate con l’urgenza sono apparse agli inquirenti poco convincenti.

E per di più la rete non funzionerebbe a dovere: all’inizio pare che nel sito Internet installato dalla "In. & Co." fosse più facile trovare una palestra emiliana che una biblioteca romana e a volte sarebbero stati inseriti i dati di concorsi pubblici scaduti da una settimana.

ESCLUSI DA TUTTO

La questione dei problemi provocati a Roma dalla presenza di un certo numero di rom tiene periodicamente banco sulle pagine dei giornali; in genere, il tenore degli articoli è riconducibile a due tipologie: la prima (di gran lunga dominante) riguarda l’equazione zingari = microcriminalità, se non criminalità tout court; la seconda si sofferma sull’intollerabile degrado in cui vivono i rom, più che altro in occasione di eventi tragici, come la morte di un bambino per il freddo o gli stenti.

La stampa romana è per la maggior parte "amica" della Giunta, in quanto espressione di tendenze politiche e culturali affini; fanno eccezione, ovviamente, i giornali di destra, ma è interessante notare come sulla questione dei rom sia difficile, se non impossibile, rintracciare una qualche diversità di approccio.

La premessa occorre per sottolineare come la "linea dura" inaugurata nella scorsa primavera dal Sindaco Rutelli non abbia trovato obiezioni sostanziali da parte di chi informa la cosiddetta opinione pubblica, il che, unito alla comune determinazione delle forze politiche rappresentate in Campidoglio – con la solitaria eccezione del PRC – avrebbe dovuto garantire il successo dell’esecuzione della volontà espressa dal Sindaco. Così non è stato; ma vediamo cosa è successo dalle esternazioni alla Rudolph Giuliani di Rutelli ad oggi.

Il campo di Casilino 700 è una ferita approfonditasi e incancrenitasi nel corso del doppio mandato conferito a Francesco Rutelli: nel 1993, gli zingari accampati nei terreni polverosi dell’ex aeroporto di Centocelle erano solo 400, tutti bosniaci e montenegrini; nel 1996, con l’arrivo di romeni e macedoni, le presenze sfioravano il migliaio, per arrivare ai circa 1200 del 1999, cifra comprensiva di un folto gruppo di immigrati nordafricani. Periodicamente, la stampa si occupa di Casilino 700, sempre con articoli all’interno delle due tipologie indicate, ma nessun intervento sociale degno di questo nome viene mai intrapreso per tutta la durata della gestione di centrosinistra della città. Per descrivere brevemente le condizioni di vita del campo, riprendiamo le parole pubblicate nel marzo di quest’anno da Borderline, giornale stampato a cura di alcuni operatori sociali romani: "Casilino 700 non è la sola vergogna dell’amministrazione Rutelli, ma certo una delle più grandi; oggi, si presenta come un’immensa distesa di baracche, disseminate su un’estensione di decine di ettari dell’ex aeroporto di Centocelle. Vi si accede da un sentiero che fiancheggia uno dei tanti sfasciacarrozze della zona e si può procedere per centinaia e centinaia di metri fra baracche di legno, bambini, donne, uomini, cumuli di immondizia… e topi, un esercito di topi che all’imbrunire esce allo scoperto; (…) i topi sono circa 300 per ognuno dei 120 ettari dell’area.

In questo inferno metropolitano vivono, in condizioni disumane, 1200 persone, di cui quasi la metà minorenni".

Il campo, naturalmente, non è mai stato dotato di servizi igienici o di un qualche sistema di riscaldamento: gli stenti e il freddo, il 25 gennaio, uccidono Salem Ramovic, venuto al mondo da due mesi e mezzo. Poche settimane prima, l’Assessore Amedeo Piva aveva dichiarato al settimanale Avvenimenti: "L’unica colpa che penso di avere è di aver dedicato troppo tempo ai nomadi nella prima parte del mandato; ammetto che la situazione è grave, ma anche per colpa loro…".

La morte di Salem muove la solidarietà dell’amministrazione comunale: a Casilino 700 arrivano alcune tonnellate di legname da bruciare per scaldarsi, due roulotte per i genitori e i fratelli della piccola vittima e un’altra roulotte attrezzata come presidio sanitario. Tutto qui.

Il solo intervento "strutturale" del Comune a Casilino 700 consiste nell’opera di scolarizzazione dei bambini rom, ma anche qui le perplessità non mancano: secondo i dati forniti dal Provveditorato agli Studi, su 547 minori gli iscritti a scuola sono 80, di cui solo 20 frequentano davvero. Non esiste alcuna volontà del Comune – Assessorato di Fiorella Farinelli – di verificare l’operato degli organismi convenzionati per la scolarizzazione… anche qui, dunque, denaro pubblico investito male, senza alcun controllo, poiché l’importante è affidare i servizi a privati e smantellare tutto ciò che è pubblico. Non a caso, crediamo, chi percepisce i maggiori finanziamenti per Casilino 700 è l’Opera Nomadi, la stessa organizzazione che, nel pieno della polemica sugli interventi repressivi istigati dal Sindaco, si produrrà in una serie di improbabili difese d’ufficio dell’operato del Comune.

Il Sindaco promette di risolvere il problema di Casilino 700 "entro giugno"; iniziativa velleitaria e demagogica, come denunciano Borderline e le associazioni che, fra mille difficoltà, operano nei campi nomadi; alcune di queste, coordinate nella Rete Territoriale Roma Sud – Est, producono anche un documento con alcune proposte di breve e medio periodo per Casilino 700, che vanno dall’utilizzo dei container della Protezione Civile alla realizzazione di fosse biologiche, per arrivare ad una politica di urbanizzazione di aree pubbliche sul modello del progetto sperimentale di Via dei Gordiani, quello – fortemente voluto dall’Assessore Regionale all’Urbanistica del PRC, Salvatore Bonadonna – che nei mesi successivi riceverà il "via" per il finanziamento, scatenando una infame campagna di disinformazione da parte dei fascisti di Alleanza Nazionale, che tappezzeranno i muri della città di manifesti contro la Regione, "governata dai comunisti" e accusata di regalare ville agli zingari a spese dei contribuenti.

Le proposte delle associazioni non vengono tenute in alcuna considerazione: come molti temevano, a giugno Rutelli si fa prestare la divisa da Wesley Clark e, non disponendo di marines, lancia polizia e vigili urbani contro i rom di Casilino 700. Le forze dell’ordine, spinte dalle pressioni del Campidoglio, non vanno tanto per il sottile, tanto a chi importa qualcosa dei diritti degli zingari? Irruzioni e rastrellamenti all’alba, perquisizioni violente, arresti arbitrari, accompagnati da gentilezze del tipo agenti che pisciano sui letti; Hercules Ramovic, il padre del bimbo morto a gennaio, viene scaraventato dal letto con violenza perché, secondo i tutori dell’ordine, non esegue abbastanza velocemente l’ordine di alzarsi… solo dopo averlo sbattuto per terra i gorilla in uniforme si accorgono che Hercules non stava facendo resistenza, ma non poteva "scattare" ai loro comandi perché invalido e privo di una gamba.

Contemporaneamente alle operazioni di polizia, arrivano le ruspe, inviate dal Comune per "bonificare l’area e ripulirla dall’immondizia"; le pale meccaniche radono al suolo decine di baracche, lasciate vuote dalle famiglie fuggite per la paura provocata dalle incursioni delle forze dell’ordine.

Il Vigile del N.A.E. Nando Bucci, profondo conoscitore della realtà di Casilino 700 e sindacalista delle RdB, si permette di effettuare alcune critiche sull’operato del Comune: pagherà il suo coraggio civile con un brusco trasferimento e l’avvio di un procedimento disciplinare, ad ennesima testimonianza del bizzarro concetto di democrazia che attualmente alberga dalle parti del Campidoglio.

Purtroppo per il Generalissimo Francesco, in questo Paese e in questa città resistono alcune sacche di testardi e irriducibili democratici (non nel senso del somaro): compagni dei centri sociali, reporter, preti e volontari iniziano a darsi appuntamento a Casilino 700, diventando scomodi testimoni e costringendo le truppe a comportamenti meno palesemente violenti; la "pulizia" del campo subisce un rallentamento e l’obiettivo di smantellarlo entro giugno viene posposto prima ad agosto, poi ad ottobre, poi non si sa quando, perché le aree individuate per insediare i deportati si rivelano inadatte, o perché contenenti reperti archeologici o perché la Destra ha buon gioco nell’aizzare le popolazioni residenti.

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Un fallimento totale, una prova di inutile crudeltà, una volgare esibizione di forza bruta, nell’assenza del sia pur minimo progetto teso a concretizzare anche per i rom le chiacchiere e i vaniloqui che si sono sprecati sul "Giubileo dell’accoglienza e della solidarietà": ecco il bilancio della campagna anti – rom del Generalissimo Francesco e della sua Giunta (militare?).

Non vi sono attenuanti, per nessuno: sin da marzo era stato diffuso il documento "1999 e 2000: al lavoro per la città", in cui venivano illustrati gli obiettivi della Giunta dopo la verifica – farsa delle settimane precedenti. A pagina 13 del documento, vengono indicati i quattro obiettivi prioritari per le politiche sociali: il terzo punto indica "La creazione di centri sociali, case famiglia, centri per l’immigrazione promossi e sotto la responsabilità del Comune, in centri fuori delle cinte urbane".

Per quel che riguarda specificamente i rom, il quarto punto parla di "definizione di un numero certo", di "riaffermare quel principio di solidarietà e di tolleranza che ha da sempre caratterizzato la storia della nostra città", di "definizione, programmazione, localizzazione ed organizzazione (…) di più piccoli campi"… insomma, un mix di belle intenzioni e propositi evidentemente razzisti, che prefigurava quello che poi è effettivamente accaduto successivamente. Possibile che a nessuno sia venuto in mente che l’idea di deportare gli immigrati (e quindi anche i rom) in centri fuori delle cinte urbane è un’idea insopportabilmente fascista?

Fallimenti, crudeltà, esibizioni di forza non sono dunque il risultato di isteria e improvvisazione: per quanto perverso, c’è un disegno dietro tutto questo, e non può che essere quello di ripulire la città da tutte le brutture sociali che potrebbero disturbare i milioni di pellegrini del Giubileo, sulla scia di quanto fece Carraro con gli immigrati della Stazione Termini in occasione dei Mondiali del ’90.

Invertire radicalmente la tendenza avviata da Rutelli e dalla sua Giunta, ascoltando e sostenendo le proposte di chi opera realmente con e per i rom, e dei rom stessi, che hanno il diritto di dire una parola sul proprio destino: il PRC lo sta facendo, perchè non c’è altra possibilità per restituire senso e significato al termine "politiche sociali" in questa città… prima che ci sommerga la barbarie.


NEWS POLITICA OIKOS INFORMAGIOVANI

[1] Nei primi mesi del 1998, il numero di "collaboratori" impiegato dall’Arca di Noè nei soli servizi di assistenza domiciliare in V e VI Circoscrizione superava le 60 unità, per un totale di quasi 5.000 ore mensili, il che vuol dire che solo su questi lavoratori venivano lucrati dalla cooperativa circa 50 milioni di lire al mese. Siamo in grado di rendere noto che molti di questi "collaboratori" – la maggior parte – effettuavano orari completi e per lunghissimi periodi e che non si tratta assolutamente di "sostituzioni" momentanee di altri operatori; per esempio, T.R. aveva lavorato 109 ore in un mese, R.A. 127, P.L. 140, M.S. 149, M.E. addirittura 210, M.F. 138, M.M. 127, D.L. 156, C.M. 141, A.P. 144.
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[2] Alcuni operatori hanno avanzato il sospetto che la signora Farinelli detesti sinceramente i giovani a rischio di emarginazione; non siamo in grado di confermare o smentire tale ipotesi, ma siamo effettivamente sconcertati dalle sue innumerevoli trovate, fra le quali spiccano gli anatemi contro i writers, i "graffitari", criminalizzati da Rutelli e dalla Farinelli come delinquenti abituali, mentre in altre metropoli del mondo i loro murales fanno ormai parte dell’arredo urbano e sono spesso considerati vere e proprie opere d’arte.
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[3] Qualcosa del genere è effettivamente avvenuta, e non ce ne stupiamo, visto che a gestire alcuni dei Centri Pilota erano associazioni e cooperative a noi ben note per la disinvoltura con cui gestiscono i fondi assegnatigli dal Comune; fra l’altro, ci risulta che sia stata presentata una denuncia contro un noto cantautore che, con il pretesto di un laboratorio di musicoterapia nell’ambito delle attività di un Centro, abbia incassato la rispettabile sommetta di sette milioni per produrre un CD che in giro non ha visto nessuno.
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