Roma, la sinistra verso la resa dei conti nelle politiche sociali ?
 

 

 
 

Avevano cominciato il 24 novembre i militanti di Action, invadendo il IV municipio  (amministrato dalla sinistra) guidati da un consigliere di Rifondazione Comunista per protesta contro l’assegnazione di appalti a cooperative legate ai DS, con relativa scorta di escrementi da spargere negli uffici .

 Si è proseguito il 2 dicembre con l’occupazione della Casa dei Diritti Sociali da parte dei lavoratori precari che vi prestano servizio. La protesta è dovuta al fatto che non ricevono stipendio da sei mesi, nonostante i finanziamenti puntualmente erogati dal Comune di Roma.

Situazione analoga ma con risvolti più preoccupanti al Villaggio Globale dove i lavoratori precari denunciano addirittura un tentativo di aggressione da parte del presidente della coop che gestisce gli spazi utilizzati per concerti, feste, ecc.

Di questi giorni, infine, la notizia che il Comune di Roma esige 94 mila euro di arretrati per l’affitto (a canone ridotto) del centro sociale Auro e Marco, con minaccia di sgombero in caso di inadempienza. La risposta degli occupanti: non vi diamo una lira perchè svolgiamo attività socialmente utili !

Il quadro generale che emerge dal dibattito che si è sviluppato intorno a questi episodi fa emergere alcuni fattori interessanti:

1-   In qualche modo, per interessi economici contrastanti, si è rotto il patto di non belligeranza tra la ‘sinistra sociale’ alternativa e le forze di maggioranza che amministrano Roma.

2-   Rifondazione Comunista , che nell’accordo programmatico alla base dell’elezione di Rutelli e Veltroni avrebbe dovuto svolgere il ruolo di mediazione del “dissenso sociale”, sta clamorosamente fallendo nel suo ingrato compito. Questo è dovuto al fatto che la sua componente che tende al compromesso e all’accordo sottobanco è contrastata da personaggi e gruppi che tendono a gestire le lotte sociali in un’ottica coerente con quanto dichiarato dalla linea ufficiale del partito.

3-   Le politiche sociali del Comune di Roma appaiono prive di ogni indirizzo programmatico funzionale: se ne parla solo in relazione a gare d’appalto, stipendi non pagati, diatribe tra dirigenti di cooperative e personale, ecc. Manca totalmente ogni tentativo di risolvere i gravi problemi, sorti già da anni, in relazione alle trasformazioni delle politiche sociali nazionali conseguenti alla globalizzazione e alla crisi dell’economia mondiale.

 Negli ultimi anni abbiamo espresso l’ipotesi che la sinistra italiana aveva considerato le politiche sociali come elemento marginale, adottando soluzioni che garantissero esclusivamente la sopravvivenza degli interessi economici, professionali e lavorativi di determinati settori  che le garantivano risultati elettorali. Il caso di Roma, ove i voti di Rifondazione Comunista, centri sociali, cooperative, ecc. erano garanzia di successo elettorale può servire a spiegare l’enorme flusso di denaro speso in progetti sociali dei quali la città non ha tratto alcun vantaggio visibile.

Come era prevedibile, il prosciugamento dei fiumi di denaro che prima arrivavano  a Roma dai governi nazionale e regionale di centrosinistra, ha messo in crisi un settore cresciuto vorticosamente senza alcuna reale capacità progettuale e con scarsa attenzione all’evoluzione dei fenomeni di degrado sociale e alla necessità di rendere flessibili le strategie di intervento. Si spende troppo, ad esempio, per convegni, pubblicazioni, manifesti, ecc. sottovalutando l’efficacia e l’economicità della telematica, tutto per garantire vecchie e superate professionalità a scapito dell’emergere di nuovi filoni di creatività e innovazione. A tutto ciò va aggiunta la reale mancanza di controlli finanziari, soprattutto per ciò che riguarda la sperequazione dei redditi tra dirigenti e personale impiegato nelle Onlus.

Al di là delle conseguenze politiche, sindacali e giudiziarie di quanto sta avvenendo, resta il fatto che senza un deciso ridimensionamento del settore che tenga conto delle reali esigenze dell’utenza, senza l’emanazione di linee guida strategiche che privilegino le fasce sociali più a rischio, senza lo sviluppo di nuove metodologie di analisi ed intervento, la riduzione degli investimenti pubblici in campo sociale, invece di essere considerati come una sfida per fare meglio a costi minori per la collettività, rischiano di sancire la morte di ogni forma di intervento sociale di tipo moderno e democratico. Questo comporterebbe, da un lato, la totale privatizzazione delle forme di assistenza e il ritorno alla ‘beneficenza’ dei benestanti verso i disagiati, dall’altro lo sviluppo di un disagio antisociale incontrollato gestibile da forze che fanno della violenza e della illegalità il loro terreno favorito di scontro .

L’unico augurio è che le forze politiche di governo e opposizione interessate al futuro di Roma, comincino a prendere in maggiore considerazione il problema del suo degrado sociale in maniera diversa dal recente passato.

 

a cura del gruppo di lavoro dell’Oikos sulle politiche sociali

 

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