RICONSIDERAZIONE DELL'AIDS
IN AFRICA
SOTTOSVILUPPO
E STEREOTIPI RAZIALI
di Charles L. Geshekter
Reappraising AIDS
Sett./Ott. 1997
Il problema della verità è che essa
risulta essenzialmente scomoda e spesso sciocca.
-- H.L. Mencken
Milioni e milioni di cittadini africani
hanno sofferto a lungo di deperimento, diarrea cronica, febbre, e tosse
persistente.
Improvvisamente, nel 1985, i ricercatori
occidentali definirono quest'insieme di sintomi come una sindrome
distinta: l'AIDS; dichiararono inoltre che essa era causata da un solo
virus, l'HIV, che loro consideravano sessualmente contagioso. (1)
I funzionari sanitari americani presero
per buona la teoria HIV-AIDS per dare una spiegazione a quelle che
venivano definite le malattie della diffusa povertà in Africa. Esistono
almeno tre ragioni per cui quest'ipotesi necessita di un'attenta
riconsiderazione.
Innanzi tutto c'è il fatto che la
maggior parte della popolazione africana a cui viene diagnosticato
l'AIDS (circa un 70%), risulta in realtà negativo al test dell'HIV.
Il secondo aspetto da considerare è il
fallimento del modello africano HIV-AIDS utilizzato per predirre il
corso dell'AIDS negli Stati Uniti. Visto e considerato che i sintomi
della malattia sono molto diffusi nelle popolazioni africane, (2) se
essa si trasmettesse in maniera eterosessuale dovrebbe diffondersi anche
in altre popolazioni, come quella americana, nella quale ogni anno
centinaia di migliaia di eterosessuali contraggono malattie veneree. Al
contrario, 16 anni dopo i primi accenni della sua esistenza da parte
della letteratura medica, negli USA l'AIDS è rimasto strettamente
circoscritto in particolari gruppi a rischio.
Dei 70.000 americani, che contraggono
l'AIDS ogni anno, almeno il 90% risultano essere tossico dipendenti
(compresi quasi tutti i pazienti omosessuali), mentre i casi di
eterosessuali raggiungono solo il 10%.
In terzo luogo, il contagio sessuale non
spiega le differenze di casi di positività all'HIV tra i popoli
africani (circa 5 su 100) e quelli americani (circa 1 su 7000), in
termini di eterosessualità. Nel 1984, quando il paradigma HIV-AIDS
venne proposto per la prima volta, era accompagnato dalla convinzione
(da parte di chi lo proponeva naturalmente) che l'HIV veniva trasmesso
tramite rapporti sessuali. Gli scienziati verificarono questa teoria
solo tempo dopo, arrivando alla conclusione che la frequenza del
contagio sessuale era estremamente bassa. Studi recenti mostrano che una
donna non-sieropositiva contrae il virus in media solo dopo aver avuto
1000 rapporti non protetti con un uomo sieropositivo, e viceversa un
uomo negativo al test dell'HIV, lo contrae in media solo dopo 8000
rapporti non protetti con una donna contagiata. (3)
Questi dati portano a due sole
conclusioni scambievoli. O l'HIV non si trasmette sessualmente, e quindi
esistono altri fattori che ne giustificano la prevalenza; oppure gli
eterosessuali in Africa sono molto più promiscui di quelli americani,
cosa assolutamente irreale.
Alla luce di queste considerazioni,
perché un numero così alto di esperti in campo medico trova utile o
persino necessario considerare le malattie causate dalla povertà in
Africa sessualmente contagiose? E perché si è creduto a quest'ipotesi?
Definire l'AIDS in Africa
Nel 1985 due medici del CDC, Joseph
McCormick e Susan Fisher-Hoch, hanno tenuto la conferenza WHO nella
Repubblica Centrale Africana, convegno che diede vita alla
"definizione Bangui" dell'AIDS in Africa. Il CDC aveva
adottato il modello HIV-AIDS soltanto per spiegare le malattie contratte
dagli Americani che fanno uso di droga per via endovenosa, uno stuolo di
promiscui gay "cittadini" coinvolti in giri di droga e
soggetti a trasfusioni. L'HIV si rivelò uno dei tanti virus che tendono
a fare reazione con il sangue in questi pazienti. Lo stesso si verificò
con pazienti africani affetti dalle malattie della povertà. Il modello
HIV-AIDS partiva dal presupposto che l'AIDS sarebbe stato trasmesso
attraverso l’HIV ad un numero di africani di gran lunga superiore
rispetto a quelli che ne erano affetti in quel momento. McCormick e
Fisher-Hoch accettarono questo modello. Di recente spiegarono la ragione
per la quale avevano tenuto la conferenza ed il motivo della definizione
di AIDS che diedero in quell’occasione:
"Avevamo ancora un bisogno
impellente di iniziare a calcolare la dimensione del problema AIDS in
Africa….Ma esisteva un ostacolo peculiare. In Africa, infatti,
pochissimi casi di AIDS ricevono cure mediche. Non esistono ancora test
diagnostici idonei ad un uso esteso…In mancanza di questi indicatori
(ad esempio i test dei globuli bianchi T4/T8), avevamo bisogno di una
definizione clinica…alcune linee guida che un medico potesse seguire
per valutare se un paziente era affetto da AIDS o meno. Se, alla
conferenza WHO di Bangui, avessimo potuto mettere d’accordo tutti su
una definizione di cos’era un caso di AIDS in Africa, per imperfetta
che sarebbe stata, almeno avremmo potuto cominciare a contare i casi, ed
avremmo grosso modo contato tutti la stessa cosa."
La definizione fu raggiunta
consensualmente, e basata in gran parte sull’esperienza dei delegati
che avevano curato pazienti affetti da AIDS. Ciò si rivelò uno
strumento utilissimo al fine di rilevare l’estensione dell’epidemia
dell’AIDS in Africa, soprattutto in quelle zone dove non esiste nessun
tipo di test. Le sintomatologie principali erano febbre prolungata (per
un mese o più), perdita di peso del 10 per cento se non superiore, e
diarrea. (4)
I medici intendevano sfatare il moralismo
degli anni ’80 che classificava l’AIDS come la "piaga dei
gay", convincendo il Governo americano che "essa era certo una
piaga, ma che nessuno doveva considerarvisi immune". (5)
McCormick e Fisher-Hoch ricordarono che:
"Gli esperti di STDs continuavano ad
intrattenerci con la storia delle pratiche sessuali eccessive e spesso
strane associate all’HIV nell’Occidente… Stavamo cominciando anche
a vedere una correlazione diretta tra il numero di partner sessuali e la
percentuale di infezioni… Paragonati all’Occidente, i rapporti
eterosessuali in Africa sono molto frequenti, e relativamente privi di
restrizioni sociali- almeno per gli uomini… Avevamo tutte le ragioni
per credere che, avendo riscontrato contagi di AIDS in eterosessuali a
Kinshasa, li avremmo trovati in tutto il resto del mondo." (6)
Fu sulla base di queste assurde
affermazioni non-scientifiche, queste imprecise generalizzazioni
cliniche, questa moralità occidentale nei riguardi del sesso, nonché
degli stereotipi razzisti del 19esimo secolo nei confronti del popolo
africano, che l’AIDS divenne "una malattia per definizione".
L’Africa ebbe un ruolo essenziale nel diffondere la premessa che l’AIDS
è dappertutto e che chiunque ne è a rischio. A partire dal 1986,
"la gente si prendeva a gomitate pur di lavorare nella ricerca sull’AIDS",
ricordano i due medici. "Ci si accorse che l’AIDS rappresentava
un’ opportunità per ricevere finanziamenti, per fare esperienza, e
per ottenere riconoscimenti professionali…Divenne una sorta di moda.
La carriera e la reputazione dipendevano dai risultati" (7)
Come prova che questi "sintomi dell’AIDS"
venivano trasmessi sessualmente, Mc Cormick e Fisher-Hoch fecero
riferimento ad una ristretta statistica condotta da Kevin DeCock, un
altro epidemiologo del CDC. Nel 1986, DeCock analizzò dei campioni di sangue
conservati dal 1976 (che erano stati raccolti allora per il virus dell’ebola)
appartenenti a 600 abitanti della cittadina di Yambuku, nel Nord Zaire.
I campioni di 5 pazienti (lo 0,8%) risultarono positivi al test dell’HIV.
DeCock volle sapere cosa era accaduto a
quelle 5 persone nel corso dei 10 anni di intervallo. Secondo McCormick
e Fisher-Hoch, " 3 dei 5 (60%) erano morti. Per scoprire se la loro
morte era attribuibile all’AIDS, Kevin intervistò delle persone che
li avevano conosciuti. Parenti e amici dei deceduti descrissero la loro
malattia come caratterizzata da una rilevante perdita di peso ed altri
problemi che insinuarono nella mente di Kevin il dubbio che potessero
essere deceduti a causa dell’AIDS". (8)
Dopo l’intervista DeCock arrivò alla
conclusione che quegli individui erano morti di AIDS, e che l’HIV l’aveva
causato.
Trasse questa conclusione senza
paragonare correttamente i 5 soggetti in questione con i loro coetanei
facenti parte dei restanti 595 individui risultati negativi al test dell’HIV,
e senza raccogliere i dati sulla mortalità e lo stato patologico. Se l’avesse
fatto, avrebbe probabilmente scoperto che anche gli africani
non-sieropositivi muoiono di " rilevanti perdite di peso" e
delle altre cosiddette condizioni da AIDS.
DeCock notò inoltre che i test degli
anticorpi eseguiti nel 1986 mostrarono che la prevalenza dell’HIV nel
Yambuku era rimasta stazionaria allo 0,8% nei 10 anni a partire dal
1976. Per quanto ne sapeva lui, questo significava che l’HIV – e
quindi l’AIDS – si era davvero originato in Africa. L’HIV (AIDS)
esisteva da anni in alcuni abitanti di campagna (che avevano contratto
il virus per primi, immaginò). Speculò sul fatto che quando, alla fine
degli anni ‘70 alcuni di essi si trasferirono in quelle che DeCock
erroneamente supponeva fossero " città pazze di sesso",
scoppiò un’epidemia di HIV e quindi di AIDS.
DeCock, come del resto McCormick e
Fisher-Hoch, non considerò che quelle stesse statistiche potevano
indicare che l’HIV è un virus mite, e dal difficile contagio.
La diagnosi "dedotta" da DeCock
è definita "autopsia verbale". Questa è ampiamente accettata
nel Continente Africano, dove "nessuno Stato possiede statistiche
anagrafiche in grado di raccogliere un numero sufficiente di decessi da
fornire il tasso di mortalità". (9)
Mentre in tutto il mondo le cartelle
cliniche sono disponibili solo per un 30% degli stimati 51 milioni di
decessi annui, Il GDB (Global Burden of Desease Study) ha osservato che
nell’Africa sub-Sahariana c’è il più alto tasso di cause di morte
e di stati patologici sconosciuti, dato che le statistiche anagrafiche
ne rilevano solo una minima parte; infatti, non raggiungono che un
misero 1,1%. (10)
Questi dati suggerirono a The Lancet
di ammettere pubblicamente che "le attuali strategie volte a
migliorare la salute mondiale dovevano essere rivalutate" ed a
riflettere su " quanti soldi vengono investiti nella ricerca sull’HIV
( la 30esima causa di morte) invece che nelle cause di suicidio
(12esima) o nella prevenzione degli incidenti automobilistici (nona), e
su perché sia così" (11)
Razzismo e sessualità in Africa
Mentre l’AIDS nei paesi
industrializzati colpisce una fascia ristretta della popolazione
(omosessuali, tossicodipendenti, pazienti soggetti a trasfusioni), in
Africa sono le stesse persone che ancora lottano contro vecchi flagelli
come la malaria, la schistosmiasi e la malattia del sonno (tripanosmiasi),
ad essere stroncate da questo male.
Conosciuto come "il paradosso
eterosessuale" dell’AIDS, viene spiegato da "campioni"
del modello HIV con due opinioni contrastanti. Alcuni dichiarano
semplicemente che il paradosso è temporaneo. Sostengono che l’HIV
arrivò prima in Africa, e che a lungo andare, si svilupperà allo
stesso modo anche in Occidente. Comunque, portano avanti queste
argomentazioni da oltre 10 anni.
Altri affermano la persistenza del
paradosso. La giustificano dicendo che gli africani sono completamente
diversi dagli occidentali. Sono un popolo più promiscuo e più soggetto
ad ulcera genitale. Come si spiegherebbe altrimenti la rapida diffusione
di un virus che richiede, per chi non è affetto da ulcera genitale,
mille rapporti eterosessuali?
In occasione della decima Conferenza
Internazionale sull’AIDS, tenutasi a Yokohama nell’Agosto del 1994,
il Dott. Yuichi affermò che sarebbe stato possibile tenere il virus
sotto controllo esclusivamente se il popolo africano avrebbe ridotto il
proprio forte desiderio sessuale. Il Prof. Nathan Clumeck dell’Université
Libre di Bruxelles era scettico sul fatto che gli africani l’avrebbero
mai fatto. In un’intervista a Le Monde, Clumeck dichiarò che
"il sesso, l’amore, e le malattie non rappresentano per gli
africani ciò che rappresentano per noi europei, perché la nozione di
colpa non è concepita allo stesso modo dalla cultura Cristiano-Giudea
dell’Occidente". (12)
Tali miti razzisti riguardanti gli
eccessi sessuali del popolo africano sono in realtà roba vecchia. I
primi viaggiatori europei che visitarono l’Africa, tornarono in patria
raccontando storie su come gli uomini di colore si prestavano a sfrenate
prodezze sessuali con le donne del luogo, anch’esse insaziabili.
Questi oltraggi al puritanismo Vittoriano venivano menzionati, durante i
conflitti tribali ed altri comportamenti "incivili", per
giustificare il controllo coloniale.
Gli studiosi dell’AIDS distorsero
ulteriormente queste vecchie credenze con storie di abitanti dello Zaire
che spalmavano sangue di scimmia sulle ferite come afrodisiaco; di
genitali affetti da ulcera; di camionisti dell’Africa dell’Est che
contraevano l’AIDS da prostitute e che poi tornavano a casa infettando
le proprie mogli. (13)
Una spiritosa lettera in The Lancet
citò un brano tratto dalle memorie di Lili Palmer che testimoniava come
un grosso scimpanzé maschio "che mostrava segni anatomicamente
inconfutabili di passione verso (Johnny) Weismuller" nel Tarzan del
1946 "poteva fornire una spiegazione al salto inter-specie"
del virus dell’HIV. (14)
Non è mai stato dimostrato che gli
abitanti del Rwanda, dell’Uganda, dello Zaire e del Kenya - cioè della
cosiddetta "cintura dell’AIDS"- sono sessualmente più
attivi di quelli della Nigeria, che ha riportato in tutto solo 3,002
casi di AIDS su una popolazione di 100 milioni; o di quelli del Cameron,
con 8,141 casi su 10 milioni di abitanti. (15)
Non sono mai state svolte statistiche che
comprendessero tutto il Continente africano. Ciò nonostante, gli
scienziati convenzionali confermano gli stereotipi razzisti riguardanti
l’insaziabile fame di sesso e l’esoticità carnale di quei luoghi.
Sostengono che in Africa i casi di AIDS sono causati da una promiscuità
sessuale simile a quella che provocò – associata all’uso di droghe,
a stimolanti sessuali, malattie veneree ed un uso smodato di antibiotici
-- la prima epidemia di disfunzione immunologica all’interno di un
ristretto gruppo di uomini gay in Occidente. (16)
Le ricerche condotte in Africa non fanno
pensare a nulla del genere. Nel 1991 gli studiosi di Medecins Sans
Frontières e The Harvard School of Public Health fecero una statistica
riguardante i comportamenti sessuali nel Moyo, una regione dell’Uganda
nord-occidentale.
I risultati mostrarono abitudini sessuali
non molto diverse da quelle occidentali.
In media, le donne avevano il primo rapporto all’età di
17 anni; gli uomini a 19. Il 18% delle donne, ed il 50% degli uomini
avevano avuto rapporti prematrimoniali; 1,6% delle donne ed il 4,1%
degli uomini avevano avuto rapporti casuali nel mese precedente alla
statistica, mentre il 2% della popolazione femminile ed il 15% di quella
maschile li avevano avuti l’anno prima. (17)
La distorsione dei media che collega la
sessualità all’AIDS ha creato ansia e panico morale in regioni dell’Africa
già afflitte da miseria, devastate dalla guerra e prive degli
essenziali sistemi sanitari. La "visione disastrosa" data
dalla stampa consente di utilizzare l’AIDS per vendere "più
giornali che qualsiasi altra malattia mai esistita"—con le
componenti di sesso, sangue e morte, è risultata irresistibile per gli
editori di tutto il mondo". (18)
La sanità sembra aver bisogno di
vendere, non di scetticismo. La richiesta dei media di scenari
inquietanti ed il loro disprezzo verso prospettive alternative permette
di far apparire l’Africa in termini apocalittici. Questo marketing di
ansia aiuta a promuovere programmi di modifica comportamentale per
"salvare l’Africa". "Non tenendo conto dei dati
relativi alla mortalità e agli stati patologici forniti dal Global
Burden of Desease Study, i giornalisti continuano a sostenere che
"l’AIDS rappresenta oggi la più grave minaccia alla vita in
Africa". (19)
Le gravi conseguenze dell’affermazione
che milioni di africani sono minacciati dall’infezione dell’AIDS
rendono politicamente corretto utilizzare il continente come laboratorio
per la prova di nuovi vaccini e la distribuzione di farmaci tossici di
discussa efficacia come il DDI e l’AZT. D’altro canto, le campagne
che evocano la monogamia o l’astinenza e la presenza continua dei
media che rivendicano "il sesso protetto" come unico mezzo per
evitare il contagio, non fanno che terrorizzare gli africani che sono
restii dal farsi visitare negli ospedali per timore di ricevere la
fatale diagnosi di AIDS.
Quindi anche le persone affette da
malattie curabili (come la tubercolosi, ad esempio), pensano di aver
contratto l’HIV e rinunciano di conseguenza a sottoporsi a cure
mediche, credendosi malati terminali. (20)
Alcuni scienziati occidentali, compreso
il Dott. Luc Montaigner, il virologo francese scopritore dell’HIV,
affermano che il fatto di praticare la circumcisione femminile faciliti
la diffusione dell’AIDS. (21)
Per contro il Djibouti, la Somalia, l’Egitto
e il Sudan ( i paesi dove la mutilazione genitale femminile è più
diffusa), rientrano nei paesi con la più bassa incidenza di AIDS.
L’"epidemia dell’AIDS" in
Africa, è ciò da cui dipende il futuro del mondo industrializzato? Le
istituzioni scientifiche sembrano pensarla esattamente così. I fondi
Biomedicali che erano stati assegnati per la lotta contro la malaria,
la tubercolosi e la lebbra in Africa, sono stati impiegati per la
creazione di consultori, per la distribuzione di preservativi, e gli
scienziati hanno chiaramente rivolto la loro attenzione verso programmi
di modifica comportamentale e statistiche di coscienza sull’AIDS.
Buone Intenzioni, Pessima Scienza: I Test
e Le Malattie del Virus HIV
Una rivalutazione dell’AIDS in Africa
deve ammettere che i test dell’HIV effettuati sulle popolazioni locali
sono solitamente inattendibili in quanto i loro anticorpi reagiscono in
maniera diversa dal solito ai virus e ai microbi convenzionali,
producendo risultati completamente errati. Ad esempio, nel 1994, uno
studio fatto nell’Africa Centrale riportò che i batteri che causano
la tubercolosi e la lebbra erano talmente prevalenti che più del 70%
dei test risultati positivi al virus HIV erano falsi. (22)
Questo studio dimostrò inoltre che
persone non-sieropositive sottoposte al test HIV, risultano tali se il
loro sistema immunitario è compromesso per una serie di ragioni,
comprese infezioni parassitarie croniche ed anemia, causate da malaria.
La bassissima frequenza di contagio
vaginale dell’HIV lascia difficile immaginare che i rapporti
eterosessuali possano essere la causa dell’alto tasso di infezione del
virus rilevato in alcune regioni.(23)
Allora qual è la causa?
Probabilmente i test utilizzati in Africa
per determinare l’infezione dell’HIV ne sovrastimano la prevalenza.
Alcuni di questi test individuano entità
che si crede facciano parte dello stesso HIV, come alcune proteine o
sequenze genetiche. Ma in Africa la prevalenza del virus è data
eseguendo test sugli anticorpi, che fanno parte dell’organismo, non
del virus.
Il fatto che tali test reagiscano con
anticorpi generati da ordinari batteri africani, rappresenta una
spiegazione della prevalenza di HIV in Africa più attendibile di quella
riguardante il contagio sessuale. (24)
Persino la combinazione tra i test sugli
anticorpi dell’HIV e le normali infezioni, non indicano che in caso di
positività, la prognosi finale sia il decesso. Consideriamo ad esempio
un’indagine, riportata da The Lancet, svolta su 9.389 abitanti
dell’Uganda i cui risultati del test sugli anticorpi dell’HIV erano
inequivocabili. (25)
Dopo due anni che partecipavano allo
studio, il 3% di essi era deceduto, il 13% aveva lasciato l’area, e l’84%
era rimasto. C’erano state 198 morti tra i "sieronegativi" e
89 tra i sieropositivi. Le valutazioni mediche antecedenti le loro morti
erano disponibili solo per 64 dei sieropositivi adulti. Tra questi, 5 (l’8%)
erano affetti dall’AIDS definito dai sintomi clinici del WHO. Quello
che si auto-definì "lo studio più ampio di questo tipo mai svolto
nell’Africa sub-Sahariana" aveva analizzato quasi 9.400 persone
in Uganda, il cosiddetto "epicentro" dell’AIDS in Africa. E
ancora tra i 64 decessi registrati tra gli individui sieropositivi,
soltanto 5 furono diagnosticate come "causate dall’AIDS".
Se la causa non va ricercata nel contagio
sessuale, allora qual è la ragione dell’apparente diffusione dei
sintomi dell’AIDS in Africa? Le prove portano verso la diffusissima
condizione socio-economica che causa i sintomi dell’AIDS anche tra gli
africani sieronegativi.(26)
Nella sua meticolosa dissertazione di
laurea del 1997, Michelle Cochrane contrappose le teorie principali dell’ortodossia
dell’AIDS con il materiale delle cartelle cliniche dei pazienti di San
Francisco affetti dal virus. Scoprì che il personale medico sovrastima
il rischio di contagio del virus attraverso l’attività sessuale,
"sottostimando invece la percentuale di casi di contagio da
attribuire all’uso di droga per via endovenosa ed ai fattori
socio-economici che condizionano l’accessibilità di cure mediche e di
servizi di prevenzione". (27)
Cochrane dimostrò che i medici non
riuscivano chiaramente ad analizzare tutti i fattori a rischio per le
disfunzioni immunologiche in donne eterosessuali adulte. Durante le
analisi di controllo infatti, era sufficiente che la donna in questione
affermasse semplicemente la fonte della sua infezione era un tossico
dipendente EV ( via endovena) o un altro uomo a rischio di HIV/AIDS…
Una percentuale di 187 donne affette da AIDS ( su 24.371 casi
complessivi a San Francisco) il cui contagio fu attribuito ad attività
sessuale, si sarebbe potuto ricollegare, per mezzo di esami appropriati,
all’uso di droga EV.
La ricerca epidemiologica in Europa e
negli USA non ha mai dimostrato che un individuo di sesso femminile
sieropositivo, ne abbia contagiato, per via sessuale, uno di sesso
maschile. Infatti il contagio fra uomini e donne avviene difficilmente
nonché raramente…..Tutti i dati riportati dalle statistiche svolte su
donne affette dalla malattia sono stati raggruppati senza rigorosa differenziazione
del rischio di malattia a cui erano state esposte le
pazienti, e con l’intento di comprendere il maggior numero di casi
femminili. (28)
Sebbene non vi fossero dati empirici sull’argomento,
le supposizioni a priori con le quali vennero analizzate le statistiche
sull’AIDS negli Stati Uniti trasformarono in "conoscenza
comune" la previsione di una diffusione esponenziale della
malattia. Questi sono punti cruciali che vanno considerati quando si
riconsidera qualsiasi dato epidemiologico riguardante i casi di AIDS in
Africa.
Nell’arco di tempo che andò dal 1984
al 1995, l’WHO paragonò le valutazioni di sieropositività all’HIV
con le percentuali attuali di casi di AIDS nei suoi "Weekly
Epidemiological Reports" (rapporti epidemiologici settimanali). Il
risultato fu che 99,95% degli africani non sono affetti da AIDS—compreso
il 97% di quelli sieropositivi. Questo si contraddice alla convinzione
comune di un Africa che pullula di infezioni HIV. (29)
L’AIDS e la "Medicalizzazione"
della Povertà
In Africa, il Sistema sanitario rimarrà
inefficiente finché i responsabili non raggrupperanno sistematicamente
i dati sulla morbosità e la mortalità per dimostrare accuratamente le
cause delle malattie e dei decessi in specifici Stati africani. Negli
ultimi 10 anni, i finanziamenti per i programmi relativi all’"AIDS
conseguenza dell’HIV" aumentarono vertiginosamente, lasciando
stazionari invece quelli riguardanti altri tipi di problemi, sebbene il
tasso di mortalità causata da tubercolosi, malaria, tetano infantile,
malattie respiratorie e diarrea (per citarne alcune) cresceva ad un
ritmo inquietante. (30)
Mentre i dirigenti sanitari occidentali si
concentrano sulla questione HIV, il 52% della popolazione dell’Africa
sub-Sahariana non ha a disposizione l’acqua potabile, il 62% manca di
cure mediche adeguate, e circa 50 milioni di bambini in età
pre-scolastica soffrono di denutrizione.(31)
Le minacce più gravi alla vita dei
popoli africani sono rappresentate dai raccolti miseri, dalla povertà
rurale, dal sistema di lavoro migratorio, dall’affollamento urbano,
dalla degradazione ambientale, dal disordine sociale, dal fallimento
delle strutture statali, e dalla sadica violenza delle guerre civili.
(32)
Quando gli impianti energetici ed idrici
nonché i trasporti urbani vengono a mancare, la pubblica sanità
peggiora, ed il rischio di colera, tubercolosi, dissenteria e di
infezioni respiratorie aumenta.
Hiroshi Nakajima, Direttore Generale dell’WHO,
avverte con enfasi che "la povertà è la malattia più letale al
mondo". (33)
Difatti, le cause principali dell’immunodeficienza e ciò che fa presagire i sintomi dell’AIDS in Africa sono
proprio le misere condizioni di vita, la difficoltà economica, e la
malnutrizione; e non degli assurdi comportamenti sessuali o gli
anticorpi contro l’HIV, virus che tra l’altro rimane molto difficile
se non impossibile isolare direttamente, anche in pazienti affetti da
AIDS.
La cosiddetta "epidemia di
AIDS" ha funto da giustificazione alla "medicalizzazione"
della povertà sub-Sahariana.
Quindi, l’intervento medico da parte
dell’Occidente avviene sottoforma di prove di vaccini, sperimentazioni
di farmaci e richieste quasi evangeliche di modifiche comportamentali.
Gli scienziati ed i funzionari sanitari
dovrebbero riconoscere il ruolo che la malnutrizione, la mancanza di
igiene, l’anemia e le ordinarie infezioni giocano nella comparsa di
sintomi da AIDS anche in assenza dell’HIV. (34)
I dati suggeriscono senza dubbio che la
strada verso il miglioramento delle condizioni di salute dei popoli
africani si trova nello sviluppo socio-economico, e non nelle
restrizioni sessuali.
I due medici volontari Phillipe ed Evelyn
Krynen del gruppo francese "Partage", mentre lavoravano nella
Provincia di Kagera in Tanzania scrissero nel loro rapporto che
"Là dove gli abitanti dei villaggi ricevevano le cure appropriate
in caso di malattie come la polmonite o le infezioni micotiche (che
avrebbero potuto contribuire ad una diagnosi di AIDS), di solito
riuscivano a guarire". (35)
Una testimonianza simile arriva da Padre
Angelo D’Agostino, ex-chirurgo e fondatore di Nyumbani, una
casa-famiglia per bambini sieropositivi abbandonati o orfani in Kenya:
"La gente pensa che risultare
positivi al test dell’HIV voglia dire che non c’è più speranza, e
quindi i bambini sieropositivi vengono relegati nei reparti più
nascosti degli ospedali, dove non vi sono cure appropriate, e quindi
muoiono. Quando arrivano da noi stanno davvero molto male. Di solito
sono depressi, denutriti e taciturni… Ma dopo aver ricevuto le nostre
cure, riprendono peso, guariscono dalle infezioni e crescono. Da noi l’igiene
è molto curato ed il cibo è ottimo; i bambini assumono supplementi
vitaminici, olio di fegato di merluzzo, verdura tutti i giorni, insomma
tante proteine. Crescono davvero molto." (36)
Conclusione
La gente può essere incoraggiata ad
assumere comportamenti sessuali dettati dal buon senso solo se viene
informata sull’utilizzo dei contraccettivi, sul controllo delle
nascite, e sulle malattie veneree. Le Istituzioni e gli educatori
sanitari che gestiscono la questione dell’AIDS dovrebbero essi stessi
familiarizzare con i testi scientifici che fanno luce sulle contraddizioni, le anomalie e le
inconsistenze dell’ortodossia dell’HIV
e dell’AIDS. (37)
Su di loro grava la responsabilità di
considerare le situazioni che non espongono gli individui al rischio di
contagio dell’AIDS e di arrestare quindi la proliferazione di un tipo
di informazione completamente errata che tende a equiparare la
sessualità con la morte.
Dr. Charles L. Geshekter insegna storia
Africana alla California State University
Riferimenti
(1) Gilks CF "What use is a clinical
case definition for AIDS in Africa?" BMJ 303:1189-90, (Nov. 9,
1991).
(2) Bentwich Z, "Immune activation
is a dominant factor in the pathogenesis of African AIDS",
Immunology Today
16(4):187-91 (1995).
(3) Padian N "Heterosexual
transmission of HIV" Am J Epidem 146[4]:350-7 (Aug. 15, 1997).
(4) McCormick JB, Level 4: Virus Hunters
of the CDC (Atlanta: Turner Publishing, 1996) pp. 188-90.
(5) Ibid ., 176.
(6) Ibid ., 173-74.
(7) Ibid ., 179-80.
(8) Ibid ., 193.
(9) Kitange HM, BMJ 312:216-17(Jan. 27,
1997).
(10) Murray C, The Lancet 349:1269-76 (May
3, 1997).
(11) Editorial, The Lancet 349 (May 3,
1997) 1263.
(12) Jau JY Le Monde section of
Manchester Guardian Weekly (Dec. 14, 1993).
(13) Conover T, "Trucking through
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