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Gli strumenti volontari di certificazione ambientale
Si fa spesso riferimento al fatto che l'opportunità di partecipare a procedimenti volontari di certificazione ambientale d'impresa nasce come strumento di politica ambientale finalizzato ad integrare, e in alcuni casi sostituire, interventi di tipo più tradizionale, basati sulla definizione di regole e sul controllo del loro rispetto. In realtà sembra importante sottolineare che l'esigenza di "guardarsi dentro" per ciò che concerne le proprie performance ambientali nasce spontaneamente nel mondo imprenditoriale, e segnatamente nelle grandi imprese multinazionali, con la finalità di:
Questo orientamento, sviluppato spontaneamente dalla grande impresa, ha trovato successivamente un riscontro nelle politiche ambientali di nuova generazione dell'Unione Europea che, alla luce del principio della massimizzazione dei coinvolgimenti e della responsabilizzazione di tutti i soggetti, ha approvato, nel 1993, il regolamento relativo al sistema Emas (Environmental Management and Audit Scheme) di ecogestione e auditing ambientale. Parallelamente e con finalità analoghe, è stato approvata, a livello internazionale nel 1996, la norma Uni En Iso 14001. Tale norma, mutuata dall'Iso 9000 relativo alla gestione della qualità, sembra sovrapporsi al regolamento Emas. In realtà le due procedure, pur essendo entrambe finalizzate alla responsabilizzazione d'impresa presentano delle notevoli differenze. Nella tavola 2, dove si mettono a confronto le caratteristiche con cui i due sistemi sono stati recepiti e adottati nel nostro Paese, si evidenzia, tra le altre cose, che l'Emas è rivolto alle imprese industriali, si applica ad un sito produttivo e prevede una Dichiarazione ambientale successivamente convalidata da un verificatore accreditato indipendente; per contro l'Iso 14001 si applica a tutte le organizzazioni imprenditoriali e prevede la richiesta di verifica da parte di un organismo di certificazione. Nel complesso si può sostenere che la certificazione Iso 14001, risultando meno onerosa e condizionante della partecipazione al sistema Emas potrebbe risultare propedeutica a quest'ultima, una sorta di primo passo nella direzione di una maggiore consapevolezza del proprio impatto sull'ambiente. In Italia il regolamento Emas è stato recepito con una certa celerità, perlomeno rispetto a quanto accaduto in passato con altre direttive europee di significato ambientale. Il Decreto Interministeriale di recepimento, che ha istituito il Comitato Ecolabel ed Ecoaudit, è il 413/95; i membri del Comitato sono stati nominati nel 1996, mentre alla fine del 1997 è stato istituito l'Albo dei Verificatori autorizzati alla certificazione. Nonostante ciò il panorama attuale delle adesioni delle imprese italiane a Iso 14001 e ad Emas è decisamente deludente. Nel primo caso, su 11.977 certificazioni, solo 166 riguardano aziende italiane (contro le 2531 del Giappone e le 1460 della Germania), per quanto concerne invece lo strumento europeo, la situazione appare, se possibile, ancora più deludente: solamente 18 siti industriali su un totale di 3035 di cui ben 2250 in Germania (fig. 4).
Tav. 2 - Le principali differenze tra Emas e Iso 14001
Fonte: Anpa
Le imprese che hanno deciso di partecipare a tali procedure volontarie sono per lo più grandi aziende. In effetti, soprattutto per quanto concerne la conoscenza ed il rispetto dei requisiti posti da Emas, le Pmi possono venire scoraggiate da un notevole complessità pur in un contesto di sostanziale libertà nella scelta delle modalità applicative. Sembra dunque necessario, soprattutto per quanto concerne Emas, che i soggetti pubblici nazionali (Ministero dell'Industria, Ministero dell'Ambiente, Anpa, Comitato per l'Ecolabel e l'Ecoadit), regionali (Arpa) e provinciali (Camere di Commercio) sviluppino campagne di informazione e sensibilizzazione finalizzate a diffonderne la conoscenza e procedure incentivanti la sua adozione. Per quanto concerne le campagne si tratta essenzialmente di informare i soggetti economici e le organizzazioni di rappresentanza sugli aspetti peculiari del sistema, segnalando i benefici che una partecipazione può comportare, tra cui:
Sul fronte degli incentivi possono risultare utili:
Oltre a quanto indicato sembra interessante stimolare il confronto, la collaborazione e finanche la competizione tra le imprese per quanto concerne gli sforzi per pervenire alla certificazione ambientale. Questo obiettivo può essere perseguito attraverso la realizzazione di progetti pilota oggetto di una successiva "disseminazione". Il sostegno finanziario può essere individuato negli strumenti comunitari finalizzati ad aumentare la compatibilità dei processi produttivi (DgXI - Life), o piuttosto nei programmi che favoriscono gli "incontri" a livello europeo fra le Pmi (il programma Enterprise, della Direzione Generale per l'Industria ha come obiettivo l’internazionalizzazione delle Pmi attraverso accordi di collaborazione).
La registrazione Emas di un sito produttivo, questo è innegabile, è una procedura di una certa complessità che va intesa come un processo e non piuttosto come un evento che deriva da un atto di volontà estemporaneo. Inoltre, richiede la massima fiducia nel sistema e nei suoi benefici. Affinché questa fiducia nasca e si sviluppi è importante che tutti gli attori coinvolti svolgano concretamente la loro parte:
Solo con quest'impostazione generale il ritardo italiano potrà essere colmato, fermo restando che, essendo il nostro sistema produttivo per larghissima parte basato sulla piccola e piccolissima impresa, potrebbe risultare cruciale, in sede comunitaria, intervenire per una revisione di Emas (peraltro già prevista) orientata alla semplificazione ed alla facilitazione d'accesso per quei soggetti economici le cui dimensioni non consentono scelte di campo paragonabili a quelle delle multinazionali. A conferma di quanto sostenuto si riportano, nella tabella 39, i dati relativi alla disponibilità delle Pmi della Sardegna (indagine Adapt-Lavoro verde) a partecipare a procedure di certificazione ambientale mentre un vero e proprio rifiuto riguarda non più di ¼ delle imprese, la maggior parte degli intervistati non dimostra alcun atteggiamento pregiudizialmente contrario, riservandosi di valutare i regolamenti di attuazione degli strumenti di certificazione. Differenze significative sono comunque riconducibili alla dimensione d’impresa. Risulta infatti evidente che sotto una certa soglia (meno di 50 addetti) l’interesse per Emas e Iso 14001 diminuisce drasticamente.
Tab. 39 - Aziende della Regione Sardegna che dichiarano di voler partecipare in futuro a procedure di certificazione ambientale per dimensione delle aziende - Analisi per classi dimensionali (val. % e ass.)
Fonte: indagine Censis/Progetto Lavoro Verde, 1999
Primi incerti passi della "gestione" dei rifiuti urbani in Italia
Indubbiamente i recenti sforzi compiuti dall'Anpa (Agenzia Nazionale per la Protezione dell'Ambiente) e dall'Osservatorio nazionale sui Rifiuti nel redigere e presentare, nel corso del 1999 il "Secondo rapporto sui rifiuti urbani, sugli imballaggi e rifiuti da imballaggio" ed il "Primo rapporto sui rifiuti speciali, hanno consentito, sia pure in modo provvisorio e parziale, di colmare il pauroso vuoto conoscitivo che caratterizzava i settori della produzione e gestione dei rifiuti in Italia. La base dati che si utilizza nel primo dei due lavori considerati, dipende in larga parte dall'utilizzo dei Mud (Modelli Unici di Dichiarazione) presentati dai comuni per l'anno 1997 e trasmessi all'Anpa da Unioncamere. Si trattava di dati incompleti (per fenomeni di evasione) e in alcuni casi inattendibili (per errori di compilazione), sui quali l'Agenzia per l'ambiente ha applicato numerosi correttivi ottenendo un data-base composto dai Mud di 6.495 comuni (l'80,2% del totale), dai dati rilevati direttamente attraverso un'indagine presso enti locali e soggetti privati e da alcuni dati stimati sulla base delle informazioni disponibili per anni precedenti. Tutto ciò in attesa che, come prevede il Decreto del Ministero dell'Ambiente 372/98, venga riorganizzato il Catasto dei Rifiuti. L'obiettivo è quello di disporre di un sistema informativo unico dove all'Anpa vengono assegnate specifiche funzioni in materia di gestione delle informazioni (Decreto 22/97), mentre il Sistema Catasto viene articolato territorialmente con una sezione nazionale (presso l'Anpa) e sezioni regionali (presso le Arpa) in grado di trasmettere tutte le informazioni acquisite in materia di Mud, di autorizzazioni regionali, e di altra natura e fonte relativa al tema dei rifiuti. E' evidente che solo disponendo di dati raccolti e trattati in modo uniforme l'attività di pianificazione degli enti preposti (le regioni) potrà procedere celermente e "autorevolmente". Allo stesso modo i soggetti privati coinvolti a diverso livello nel sistema di gestione dei rifiuti potranno muoversi in un panorama caratterizzato da maggiori certezze sulle vie da percorrere per perseguire gli obiettivi generali che il Paese ha inteso darsi in materia. Scelte più consapevoli degli enti locali e suffragate da elementi concreti potranno coinvolgere il sistema industriale a pieno titolo nelle diverse forme di gestione dei rifiuti ed ottenere la partecipazione dei cittadini in quei processi dove la sensibilità ambientale è condizione indispensabile per il successo dei programmi (come avviene ad esempio per la raccolta differenziata).
Con i dati oggi disponibili è possibile effettuare qualche riflessione sull'evoluzione recente della problematica della produzione di rifiuti urbani e sulle relative forme di gestione. Innanzitutto occorre rimarcare che non si arresta il vorticoso trend di crescita della produzione complessiva, che ha ormai toccato la quota di 26,6 milioni di tonnellate annue, ovvero qualcosa come 462 chilogrammi pro-capite. Il tasso di incremento nell'ultimo intervallo disponibile (1996-97) è del 2,5% anche se, a livello regionale, si registrano differenze vistose di difficile interpretazione (tab. 40). Per ciò che concerne i rifiuti raccolti in modo differenziato, i dati disponibili consentono di mettere a confronto i risultati raggiunti con gli obiettivi posti dal decreto Ronchi quando, all'art.24 introduce i termini temporali - 16 febbraio 1999, 16 febbraio 2001, 16 febbraio 2003 - entro i quali deve essere assicurata la raccolta differenziata rispettivamente del 15%, del 25% e del 35% dei rifiuti prodotti. Siamo ovviamente ben lontani da tali obiettivi, come dimostra il fatto che, nel complesso, i rifiuti raccolti in modo differenziato nel '97 sono il 9,4% del totale dei rifiuti raccolti e che l'incremento rispetto al '96 è del 2,2%. A livello ragionale, la situazione si presenta decisamente variegata. Infatti, accanto a situazioni molto interessanti nel Nord Italia quali quella della Lombardia (26,9%) del Trentino Alto Adige (17,5%), del Veneto (10,3%), si evidenzia il ritardo ormai "storico" del nel Mezzogiorno, con tassi di raccolta differenziata che vanno dall'0,6% della Calabria al 4,1% del Molise, la più "performante" tra le regioni meridionali, ma anche quella che produce la minore quantità di rifiuti è quindi pesa pochissimo sulla totalità del fenomeno. Su un altro fronte si stagnala la stasi degli indici di raccolta dei rifiuti ingombranti, che presenta addirittura una contrazione nel 1997 rispetto all'anno precedente (dal 2,4% al 2,1%). Il Decreto 22/97 risulta ampiamente disatteso anche là dove individua nel 1 gennaio dell'anno 2000 la data a partire dalla quale "...è consentito smaltire in discarica solo i rifiuti inerti...e i rifiuti che residuano dalle operazioni di riciclaggio e recupero..." (il Decreto prevede poi che possano essere smaltiti in discarica senza pericolo per la salute umana e senza pregiudizio per l’ambiente i rifiuti derivanti da incenerimento a terra, da biodegradazione di alcuni residui liquidi o fanghi, e da alcune tipologie di trattamento fisico-chimico). I dati della tabella 41 evidenziano che le quantità avviate in discarica nel 1997 sono tali da rendere impensabile l'applicazione di quanto decretato. Si parla infatti di più di 21.000 tonnellate/anno, ovvero del' 79,9% dei rifiuti smaltiti. Se si considera che la differenza rispetto al '96 è di circa 3 punti percentuali (83%), le previsioni, a meno che non ci si accontenti di registrare un'inversione di tendenza, non possono che essere pessimistiche. Per contro, le altre modalità di smaltimento continuano a ricoprire un ruolo residuale: i rifiuti avviati all'incenerimento - con o senza recupero energetico - ammontano a poco più di 1.700.000 tonnellate/anno (circa il 6,6% del totale), i rifiuti conferiti in impianti di trattamento con produzione di compost e di CDR (combustibile derivato dai rifiuti) sono poco più di 1.600.000 tonnellate/anno, i rifiuti avviati in impianti di compostaggio per frazioni selezionate sono meno di 900.000 tonnellate/anno. Nel complesso parliamo di circa 4.300 tonnellate/anno, poco più del 16% dei rifiuti avviati a smaltimento. Il deficit impiantistico è davvero notevole e non è solo un problema di quantità, ma anche di qualità, come dimostra tra l'altro il fatto che gran parte dell'incenerimento avviene senza recupero energetico e che il compost prodotto negli impianti senza preselezione non è di buona qualità. A questo occorre aggiungere la squilibrata dotazione territoriale che inibisce l'applicazione di un ulteriore principio sancito dal Ronchi là dove individua nel 1 gennaio 1999 la data a partire dalla quale "...è vietato smaltire i rifiuti urbani non pericolosi in regioni diverse da quelle dove gli stessi sono prodotti" (viene concessa questa possibilità per accordi precedenti o qualora l’opportunità tecnico-economica di raggiungere livelli ottimali di utenza lo richiedano. Al riguardo, basti pensare che buona parte degli incenerito e tutti i compostori che operano con frazioni selezionate sono localizzati nel Nord Italia. In altre parole si può ben prevedere che il "principio di prossimità", nelle regioni del Centro e del Sud potrà essere perseguito, perlomeno nei prossimi anni, sono attraverso il reiterato ricorso allo smaltimento in discarica.
La progressività degli obblighi di raccolta differenziata avrebbe dovuto consentire ai soggetti incaricati di attrezzarsi in modo adeguato per il perseguimento degli obiettivi indicati. Sulla base dei dati presentati nel paragrafo precedente non sembra di intravedere una progressione particolarmente virtuosa. L'unico segnale parzialmente positivo in materia viene dall'approvazione del Programma generale di prevenzione e gestione del Conai (il Consorzio Nazionale Imballaggi), dove si fissano le linee di intervento per la gestione dei rifiuti provenienti da imballaggi. Il programma prevede sia azioni finalizzate alla riduzione dell'overpackaging e a favore del riuso, sia precisi obiettivi di recupero - in materiali ed energia - in riferimento all'anno 2002. La logica adottata è evidentemente la stessa che ha informato il Decreto Ronchi e questo costituisce un elemento di continuità non trascurabile. Un ulteriore passo avanti nella direzione di una "messa a regime" della raccolta degli imballaggi post-consumo può essere individuato nell'accordo, stipulato nel luglio di quest'anno tra il Conai e l'Anci, per rilanciare la raccolta differenziata delle diverse tipologie di materiali da imballaggio (carta, vetro, alluminio, plastica, acciaio). Il Consorzio, a cui hanno aderito al momento più di 200.000 imprese e che crescerà ulteriormente quando aderiranno, attraverso le organizzazioni di rappresentanza imprenditoriale, le piccole imprese, "stimolerà" i comuni a praticare la raccolta differenziata conferendo ai comuni stessi un corrispettivo per ogni chilogrammo raccolto. Il corrispettivo varierà sulla base non solo del tipo di materiale, ma della sua stessa "purezza". Con quest'attenzione all’uniformità dei materiali raccolti si è inteso intervenire per superare uno dei vincoli che ha spesso scoraggiato iniziative imprenditoriali nel settore del riciclaggio dei materiali, ossia la mancata disponibilità di "rottame di qualità". Al Conai si prevede che il costo complessivo del sistema, una volta a regime, sarà di circa 350 miliardi". Ciò dovrebbe consentire di recuperare, nel 2002, circa 5 milioni di tonnellate di materiale, passando così da un tasso di recupero attuale di circa il 35% al 55%, superando dunque gli obiettivi del Dlgs 22/1997 ("almeno il 50% di recupero"). Resta da stabilire se l'incentivo economico sarà in grado di attivare effettivamente gli enti locali, e segnatamente i grandi comuni metropolitani, ossia quelli che incontrano al momento le maggiori difficoltà logistiche nell'organizzare forme efficienti di raccolta. Recenti esperienze mostrano a sufficienza che non esiste un sistema di raccolta valido in senso assoluto: occorre capacità di analisi, conoscenza del contesto in cui si opera, disponibilità verso l'innovazione e contemporaneamente verso il recupero di soluzioni solo apparentemente superate: chi avrebbe immaginato, solo qualche anno addietro, che la raccolta "porta a porta" sarebbe stata riproposta con successo anche nei grandi comuni?
Tratto dal "Rapporto sulla Situazione Sociale del Paese" a cura del Censis
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