La Repubblica
Martedì, 11 agosto 1998
Di Maurizio Crosetti

 

In trincea contro il fuoco anche il popolo dei volontari

 

ROMA - Il posto si chiama «Oikos», associazione ambientalista che fa parte del Servizio volontario europeo per i giovani: una casettina stretta tra chiome d'albero, a metà tra l'isola deserta e il piroscafo in attesa di salpare. Alexandra ci vive da un anno, da quando ha deciso di prestare servizio per l'Italia che brucia. E' una volontaria alla pari, nel senso che mentre lei è qui, c'è qualche ragazzo italiano alle prese con carciofi francesi o licheni finlandesi. Dura dodici mesi, a volte di più. Si impara un mestiere, si fa qualcosa per qualcuno, compreso il qualcuno più speciale di tutti: se stessi. «Non abbiamo la sindrome del ranger buonista» taglia corto Enzo Minissi, presidente dell'Oikos. «Non ci sentiamo la medaglia appesa all'anima, lo facciamo solo perché è giusto, perché Stato e impresa non arrivano ovunque, perché il sistema dei partiti a volte è lontano dalle persone e dalle cose».

Alexandra riceve trecentomila lire al mese di rimborso, cura l'orto e i siti Internet dell'associazione (www.oikos.org - www.informagiovani.it), passando dalle zucchine al server con estrema disinvoltura. «A Salisburgo ho finito il liceo e ho cercato un esperienza formativa prima dell'università. Ci occupiamo della cultura del bosco nelle grandi città, un'idea difficile da realizzare perché si tende a ragionare per categorie, gli alberi in montagna, le case a Roma. Invece ci sono aree boschive anche a ridosso dei palazzi, come qui a Spinaceto tra il raccordo e la strada per Pomezia. Zone ad alto rischio d'incendio. Il mio compito è inserire nel computer informazioni che possano aiutare a prevenire il fuoco. In un certo senso lo spengo così. Certo, abbiamo anche i fuoristrada con gli idranti».

Quando si alzano i Canadair, di solito è troppo tardi. «Gli incendi si spengono più con la prevenzione che con l'acqua. L'alta tecnologia può essere anche un modo per distribuire appalti e mazzette» dice il presidente Minissi dentro la sua canottiera scura. E racconta di quella volta che gli amministratori pubblici spesero sedici miliardi per un sistema antincendio a infrarossi, peccato che i sensori impazzissero per colpa dei fornelli dei campeggiatori. Non era fuoco, solo due uova al tegamino. Bastò a bloccare tutto. Alexandra ride molto, ascoltando la storiella, poi chiede «hai visto la campana per la raccolta del vetro davanti alla sede? E' un reperto storico, è stata la prima usata a Roma, tanti anni fa».

Doveva arrivare questa ragazza da Salisburgo per raccontare l'orgoglio ambientalista e regalarlo all'Italia dei piromani. Lei come quattro milioni di persone, quasi il dieci per cento della popolazione adulta, impegnati nel volontariato. Quelli

Che regalano tempo in cambio di senso. Quelli che oggi sono il terzo settore", definizione in burocratese per dire che non è Stato e non è impresa, anche se molti di loro - come Alexandra - dopo essere passati su questo strano ponte troveranno un impiego vero. Maggioranza laica, 63,6 per cento, mentre i cattolici sono il 36,4. Lo fanno per i deboli, per i malati, per l'ambiente (e il punto di riferimento resta il Wwf che in Italia gestisce 75 oasi e riserve). Lo fanno per i sette milioni di italiani che vivono male, per le famiglie in bilico tra povertà, disagio sociale e dolore. Non è vero che siano solo giovani: anzi. La maggioranza di loro ha dai 30 ai 45 anni e non bisogna sempre immaginarli divisi in categorie rigide. Lo dimostra la storia di Gabriella Paolucci, pensionata, volontaria alla 'Pro Natura' di San Giuliano Milanese. Per una vita si è occupata di editoria, poi è passata ai fiori rari: cercati, e salvati, cercando e salvando persone.

«Lavoriamo con soggetti a rischio, ex carcerati, emarginati, malati di mente, ai quali viene insegnato il mestiere di vivaista. In fondo, la natura e gli uomini in difficoltà di somigliano». Campagna lombarda sulla via Emilia, verso Melegnano. Complesso storico-monumentale di Rocca Brivio, ottomila metri quadrati di terra e "tunnel" («Le serre costerebbero troppo»), quindicimila piantine di 105 specie diverse da crescere e vendere ai parchi regionali. Funziona così: i servizi sociali segnalano alla Pro Natura le persone da aiutare, queste vengono selezionati e avviate ai corsi, poi comincia la caccia al seme. Si va per boschi sperando di incontrare la frassinella, fiore roso, profumo di vaniglia, oppure il gladiolo palustre, o meglio ancora la campanula raineri, azzurra, quasi estinta. Inseguire, trovare, recuperare, curare, far crescere: vale per i fiori, dice la signora Gabriella, ma anche per la gente.

«Siamo tutti volontari e precari, purtroppo stiamo ancora aspettando una firma sotto la convenzione. Le istituzioni si fanno desiderare, ci sentiamo soli e insicuri ma non molliamo. Tra noi c'è il vigile urbano, l'autotrasportatore, l'informatico, l'insegnante di scuola media. Siamo trenta soci attivi, trecento soci aderenti, un dipendente stagionale e tre obiettori di coscienza. Abbiamo studiato, ci aiutano gli esperti dell'università: lo scopo è riprodurre piante autoctone della Lombardia da vendere ai parchi ma anche ai privati, almeno questo è il progetto: così, invece di strapparle nei boschi potranno acquistarle a poco prezzo da noi».

Come per Alexandra, non è un problema di buonismo ma di impegno. «Io lo faccio perché ho sempre sognato di vivere in campagna, purtroppo mio marito è un irrecuperabile cittadino e allora abbiamo trovato il compromesso. Cominciai in un'oasi della Lipu, poi coltivando semi sul terrazzo e ora eccomi qui. Tutti cerchiamo un senso, e gli eventuali profitti vengono reinvestiti. Certo che è dura. Eravamo riusciti a mettere qualcosa da parte: lo sfratto della prima sede di Pozzo d'Adda e un incendio doloso ai capannoni dei macchinari ci hanno portato via tutto. Chiediamo aiuto, ci servono altri volontari, possono telefonare allo 02-9839022. Intanto l'assessore regionale all'ambiente nemmeno ci riceve. Pazienza, andiamo avanti insieme alle persone che con noi sono rinate, proprio come le piantine, già. La prossima idea è l'orto botanico, alle scuole lombarde servirebbe moltissimo. Però la soddisfazione è enorme anche nelle difficoltà. Un giorno venne da noi un detenuto semilibero, cominciò i corsi e finì di scontare la sua pena. Oggi è un vivaista, assunto con un contratto agricolo a termine». In questa terra cotta dal sole d'agosto, la pensionata milanese Gabriella ragiona come la quasi contadina Alexandra. Non si conoscono, eppure cercano la stessa cosa.

 


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