TECNICHE DI PASCOLO NELL’AGRO ROMANO

TRADIZIONI STORICHE E PROBLEMI

DI CONSERVAZIONE

 

Di Vincenzo Minissi - Presidente OIKOS


 


 

Per meglio comprendere il problema che ci siamo posti nell’affrontare uno studio la cui componente socio-etnologica è indubbiamente preponderante, bisogna porsi nell’ottica di chi, come l’OIKOS, assiste, da anni ad un utilizzo irrazionale delle risorse agro-silvo-pastorali dell’Agro e che cerca di individuare, tra i soggetti protagonisti dell’utilizzo, quelli che diano migliori garanzie in termini di tutela dell’ambiente. Ovviamente la scelta di analizzare i comportamenti dei pastori sardi, anziché quelli degli avvocati napoletani o dei carrozzieri marchigiani, è stata dettata da una serie di informazioni e percezioni raccolte, per così dire, sul campo, in 17 anni di lavoro di tutela ambientale, proprio per aver colto dei frammenti comportamentali tipici del gruppo esaminato che lasciavano presupporre qualcosa di diverso rispetto ad altre forme di sfruttamento del territorio. Brevemente passeremo in disamina le principali forme di utilizzazione dell’Agro Romano con le relative implicazioni a livello di impatto ambientale.

Storicamente la prima forma di sfruttamento dei suoli di Roma è quella effettuata dai pastori di epoca pre-romana i quali traevano il potenziale calorico della loro dieta dalle greggi che potevano proliferare in un clima favorevole (inverno mite, estati poco siccitose), suoli fertili perché di origine vulcanica e/o alluvionale, abbondanza di risorse idriche. Condizioni differenti dalle aree immediatamente adiacenti che presentavano ecosistemi paludosi a sud (Agro Pontino), rilievi boscosi ad est (Sub Appennino), suoli calcarei e di aspra conformazione a nord (Tuscia meridionale), terreni silicei ad ovest (Litorale). La vegetazione climax della post glaciazione era rappresentata da boschi dominati da varie specie del genere Quercus (querce), le cui giovani piante e i virgulti, integravano il pascolo nella stagione estiva, nonché dalla Macchia mediterranea, inadatta al pascolo per le caratteristiche particolari delle sue essenze, coriacee, spinoso-villose e ricche di oli essenziali, che cresceva limitatamente su suoli silicei più o meno adiacenti alla zona litoranea. Probabilmente per il passaggio dall’allevamento della Capra -capace di nutrirsi esclusivamente di arbusti- a quello della Pecora -più produttiva ma che necessita di una grande disponibilità di specie prettamente erbacee-, cominciò il progressivo disboscamento con il sistema del debbio (incendio e sfruttamento successivo), portando a sensibili mutamenti nel paesaggio agrario che spianarono la strada al successivo sfruttamento agricolo. Il culmine di questa trasformazione si ebbe con l’istituzione delle centuratio, ossia lottizzazioni agricole a favore dei legionari romani che venivano in tal modo premiati per i loro servizi nelle spedizioni di conquista. I segni dello sfruttamento intensivo a scopi di produzione cerealicola destinata a nutrire l’enorme cittadinanza romana dell’età tardo repubblicana e imperiale, sono emersi con chiarezza dai segni di antichi aratri sullo strato tufaceo sottostante suoli agricoli in località Tor de’ Cenci, a riprova delle necessità di coltivazione anche in aree poco adatte per pendenza, struttura dei suoli ed esposizione. Di fronte al maggior vantaggio calorico offerto dai cereali rispetto alle proteine animali in termini di superficie agraria utilizzata, la pastorizia viene spostata nelle zone preappenniniche, su terreni poco coltivabili, con la possibilità di ‘importazione’ del latte sotto forma di prodotto conservato in formaggi e altri derivati. D’altra parte le proteine nobili, appannaggio delle classi abbienti, potevano essere procurate sotto forma di selvaggina e pollame allevato nelle Villae che punteggiavano il territorio periurbano sino al Litorale e ai contrafforti preappenninici. Con il Medioevo e il calo demografico della popolazione romana, la Selva rioccupa gli spazi coltivati e progressivamente la pastorizia rioccupa uno spazio rilevante tra le attività produttive ed è per questo che la vediamo così sovente rappresentata nell’arte figurativa sino alla fine dell’Ottocento. Poi Roma Capitale, la possibilità di importazione di derrate e la crescita economica del Dopoguerra con l’aumento della popolazione di Roma che diviene progressivamente area metropolitana, il suolo agro-silvo-pastorale diviene appetibile per altre forme di vantaggi. È il boom dell’edilizia selvaggia, della cementificazione, delle infrastrutture che sommergono sotto un mare di mattoni e asfalto i pascoli di Romolo e Remo. Qualcosa (per una serie di fattori che non elencheremo in questa sede) si salva, soprattutto in quello che amministrativamente chiamiamo territorio della XII circoscrizione, ossia il sud ovest dell’area metropolitana. Qui, in una porzione territoriale contenuta tra l’espansione edilizia metropolitana e la Foresta di Castel Porziano miracolosamente sopravvissuta per appannaggio reale, si crea una "nicchia ecologica" favorevole al recupero di attività produttive ritenute superate e svantaggiose economicamente. Per molti anni il pastore abruzzese, o ciociaro, addirittura albanese, porta a svernare le greggi che nel periodo estivo pabulano sull’Appennino. E’ la transumanza rievocata dai versi dannunziani:

 

"Settembre andiamo, è tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare".

 

Una tale pratica, soprattutto per come viene condotta ai giorni nostri, porta ad un’esasperazione del nomadismo, con carichi di greggi trasportate su gomma da un giorno all’altro, senza prevedere la disponibilità di risorse idriche e foraggiere. L’indeterminazione della disponibilità di biomassa vegetale pabulabile porta come conseguenza la necessità di aumentare lo spazio complessivo al cui interno vi può essere la probabilità di raggiungere la quantità stimata sufficiente. In pratica, se la stagione è buona mi bastano cento ettari ma se è cattiva me ne serve il doppio. Per cui la transumanza industriale portava a due fenomeni: il frequente sconfinamento dalle proprietà o concessioni e la conquista di nuove superfici di pascolo attraverso la pratica di incendiare i boschi. Altra abitudine era (ed è) quella di incendiare l’erba secca al termine della stagione estiva per stimolare la crescita di nuovi germogli con le prime piogge. Tale pratica risulta pericolosissima perché gli incendi vengono appiccati in condizioni di massima pericolosità, con alte temperature, massima siccità e forti venti. I responsabili non sono mai individuati ma, non è un caso, nell’autunno successivo sugli stessi luoghi si trovano pecorai usi alla pratica della transumanza, un tempo ciociari o abruzzesi, oggi, soprattutto, extracomunitari totalmente ignari degli obblighi e dei divieti connessi al pascolo, tant’è che lo praticano anche all’interno di parchi pubblici (vedi ciò che avviene nel quartiere di Spinaceto o nel comprensorio dell’Appia Antica).

Con l’andare del tempo, a cavallo degli anni '70, compare una nuova figura di pastore che i volontari dell’OIKOS* incontrano, per la prima volta, mentre pascola d’estate i suoi greggi, quando l’assenza di pecore sino alla seconda metà d’agosto era, di solito, la regola. E, stranamente costui si affanna a soffocare il fuoco scoppiato su un pendio erboso utilizzando un ramo frondoso. Finito l’incendio spiega che anche tra l’erba secca e le stoppie del grano oramai mietuto da due mesi, le sue pecore riescono a trovare nutrimento e che il fuoco, utile al pastore transumante che d’estate tiene le sue pecore sui pascoli appenninici, è per lui una grande iattura. Scopriamo così un attento osservatore delle dinamiche vegetazionali che non sfrutta ciecamente ampie superfici ma le utilizza in maniera razionale coltivandone a foraggio le porzioni che ritiene necessarie, salvando il bosco come ombroso e umido luogo di crescita per erbe estive, che utilizza anche i pochi chicchi di grano sfuggiti alla mietitura per nutrire le sue bestie. D’altra parte la tradizione gastronomica del maialino è il frutto di questa concezione del risparmio di risorse territoriali: finché si nutre del latte della madre alimentata a rifiuti va bene. Quando è prossimo allo svezzamento e avrebbe necessità di mangiar erba, viene ucciso per il fabbisogno umano di proteine che, comunque non possono essere "costruite" sottraendo risorse alla pecora che produce il prezioso latte, alimento ancestrale della dieta mediterranea.

È ovvio che uno stile di produzione così concepito sia affascinante per gli ambientalisti, e la selvaggia integrità dell’Isola da cui questa cultura ha origine ne è la riprova. Colonizzata in età antichissime ha subito un degrado parziale solo in tempi recenti, con il turismo di massa, con le speculazioni edilizie di livello multinazionale e con gli incendi che colpiscono, probabilmente, a scopo di vendetta e intimidazione ma che non hanno alterato il valore naturalistico del Suprammonte barbaricino, ancora oggi terra di pastori caparbiamente attaccati all’asprezza della loro terra. Tuttavia sarà necessario valutare un problema: una Città come Roma, affamata di verde, di spazi per il tempo libero, soffocata dallo smog, può permettersi di utilizzare aree libere dall’edilizia per produrre caciotte e ricotta? La risposta è ardua e questa pubblicazione cerca di analizzare il problema sotto diversi punti di vista per giungere a tracciare, in un futuro, possibili soluzioni. In realtà ci è sembrato, senza voler trarre conclusioni, che la pastorizia praticata dai Sardi rappresenti la meno grave delle minacce all’ambiente nell’uso della superficie agro-silvo-pastorale. Dobbiamo rammentarci che essa occupa superfici altrimenti destinate ad usi altamente improduttivi se non, addirittura, parassitari, come le coltivazioni a grano e a colza che sopravvivono solo grazie ai meccanismi di sostegno dell’Unione Europea. Certamente il nostro sogno sarebbe quello di rivedere i boschi primigenii tornare a ricoprire la Campagna Romana. Ma sicuramente in quel paesaggio ideale si troverebbe posto anche per coloro che, per retaggio culturale, possono essere considerati gli eredi di quei primi pastori che pascolavano tra i colli capitolini e un fiume, ahimè, non più biondo.


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