Le specie termofile: un fattore di inibizione degli incendi boschivi.

di Vincenzo Minissi


 


 

E’ da parecchi che insistiamo sul fatto che il fenomeno degli incendi boschivi, nella regione mediterranea vada considerato in maniera totalmente diversa da quello che, a livello mondiale, è il modello, più o meno omogeneo, che ispira le tattiche di prevenzione e lotta attiva. E’abbastanza noto che le ricerche più avanzate nel settore, sono iniziate e si sono sviluppate per combattere gli enormi danni economici arrecati dagli incendi alle grandi foreste di Conifere del Nordamerica. L’ecologia abbastanza elementare di quelle fitocenosi e la loro enorme estensione, hanno fatto sì che la lotta contro il fuoco fosse impostata secondo criteri basati su dimensioni di vasta scala che tenevano conto del risultato esclusivamente in termini di economia nel rapporto valore del volume di legname distrutto/spesa per lo spegnimento . Leggendo manuali antincendio americani o canadesi degli anni 60, troviamo interi paragrafi dedicati alla preparazione delle squadre di spegnimento, alla loro sistemazione logistica, ai loro spostamenti, in base a misure spazio-temporali inimmaginabili nell’area mediterranea. In seguito all’insorgere si un incendio, veniva calcolata l’area da lasciar bruciare, e successivamente si stabiliva un confine ove creare una linea di difesa sulla quale operai e macchine lavoravano giorno e notte, disboscando enormi fasce di vegetazione ove l’incendio si arrestava per mancanza di combustibile. In alcuni casi tali fasce hanno superfici analoghe a quelle di un Parco Nazionale italiano, e le superfici sacrificate al fuoco sono paragonabili a quelle di intere regioni. Allo stesso principio si ispira l’utilizzo dei Canadair , che impegnati massicciamente sui fronti di incendio possono ridurne gli effetti distruttivi su vasta scala, ma che si dimostrano scarsamente utili nella lotta attiva mirata alla salvaguardia di aree di proporzioni ridotte quali i rarefatti boschi dell’Italia peninsulare e insulare. Nei nostri boschi un’attesa di poche ore (come quella che normalmente intercorre tra la segnalazione e la decisione di impiego selettivo del costoso mezzo aereo) significa una distruzione percentualmente grave degli ecosistemi. E’quindi opinione abbastanza diffusa fra gli ambientalisti più coscienti che la lotta vada condotta essenzialmente basandosi sulla prevenzione e sull’intervento a terra di personale qualificato che sappia valutare con precisione l’intensità del rischio e la possibile evoluzione di un incendio. La conoscenza specifica dei sistemi forestali e delle essenze che li costituiscono permette di determinarne il grado di infiammabilità nell’arco di un determinato periodo di durata dell’incendio, nonchè la prevedere la possibile direzione verso cui si svilupperà il fronte principale. Se ci troviamo, ad esempio, a dover intervenire su un bosco tipico della pianura tirrenica, con presenza di Leccio e sottobosco mediterraneo marcatamente xerico, alternato a zone a Roverella e Cerro, caratterizzate da maggiore presenza di acqua nei tessuti fogliari, possiamo prevedere che l’incendio proceda più velocemente e in maniera più devastante nella direzione ove prevale maggior presenza della vegetazione del primo tipo. Selezionare la priorità dell’intervento di spegnimento tenendo conto di questi fattori, permette un’utilizzazione ottimale delle risorse a disposizione e, conseguentemente, una maggiore protezione dei boschi.

E’ nell’ intento di acquisire sempre maggior conoscenza dei meccanismi di propagazione degli incendi, che da qualche anno stiamo rivolgendo la nostra attenzione alla vegetazione erbacea che viene coinvolta negli incendi. E’noto a tutti che essa ricopre il primo strato del terreno sul quale si sviluppano gli incendi e , nel caso delle specie a portamento rampicante, arriva a determinare condizioni di maggiore o minore propagazione del fuoco anche a livello di sottobosco o di medio fusto. In pratica stiamo valutando, specie per specie, quelle che, durante il periodo favorevole allo sviluppo degli incendi boschivi, mantengono una concentrazione d’acqua nei tessuti fogliari tale da costituire un fattore di ritardo nella combustione. Si tratta di considerare l’acqua, in quanto fattore di diminuzione della temperatura di combustione, non solo quando viene irrorata sulla superficie della vegetazione, ma anche quando essa si trova al suo interno. Se abbiamo assistito all’evoluzione tipica di un incendio nella regione mediterranea, caratterizzato da un fronte che si sviluppa in pascoli o coltivi e che investe violentemente una formazione boscata, possiamo verificare, con una certa sorpresa, che a seguito dell’impatto con le fasce perimetrali del bosco, le fiamme appaiono ridursi notevolmente, e, in alcuni casi, ad estinguersi. La spiegazione di ciò è dovuta al fatto che, nelle fasce perimetrali crescono più rigogliosamente specie erbacee rampicanti come le Leguminose e le Convulvulacee, che, a causa dello sviluppo in profondità degli apparati radicali, mantengono un tenore elevato di liquidi nelle parti aeree che inibiscono la combustione. Le Caprifoliacee decidue e le Ranuncolacee a portamento lianoso del genere Clematis, svolgono lo stesso ruolo anche all’interno delle formazioni boscate. Nelle zone a gariga, nei cespugliati e in ambiente prativo la propagazione delle fiamme viene fortemente inibita dalle Liliacee, soprattutto dall’ Asphodelus sp., dalle Composite (Artemisia vulgaris, Crysanthemum sp., Matricaria camomilla, Anthemis mixta ), nonchè dalle numerose specie che si sviluppano a margine delle colture agricole intensive, tra cui, Chenopodium album, Eliotropium europeaum, Urtica dioica, Portulaca oleracea . Un cenno particolare va inoltre riservato alla Cuscuta ephytimum, che cresce sui campi di stoppie dei cereali limitando l’intensità degli incendi che si sviluppano con assidua frequenza in tali ambiti.

Le specie termofile, con i diversi meccanismi che adottano per la conservazione dei liquidi, costituiscono, insomma piccoli serbatoi naturali che sfruttano al massimo ogni minima precipitazione o rugiada estiva, ogni residuo di umidità presente nel sottosuolo, garantendo isole o barriere più o meno estese in un periodo dell’anno in cui le fitocenosi dell’area mediterranea attraversano il loro periodo più critico di siccità. Sarebbe interessante, in un prossimo futuro, sviluppare tecniche atte ad incrementare la presenza di queste specie ai margini dei boschi, in maniera tale da formare delle fasce ritardanti naturali che potrebbero avere gli stessi effetti (ma più duraturi e con minor spesa) di quelli sperimentati con le sostanze chimiche (fire-trol- e phos check) utilizzate saltuariamente negli ultimi decenni.


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