I Volontari in Ecuador
2005


 Dario Coccardi

Scrivo dopo essere tornato (a malincuore) in Italia da ormai sei giorni. Ho trascorso l’ultima settimana del mio viaggio in Ecuador presso l’Hacienda Picalquì, provincia di Pichincha, per il campo di lavoro FBU (Fundacion Brethren y Unida). E, onestamente, se avessi avuto la possibilità di rimanere un altro mese, insegnando ai bambini della vicina scuola, non avrei esitato a farlo.

Ho passato la settimana come unico volontario nell’Hacienda, a parte un pomeriggio in cui sono passate a trovarci (e sono state prontamente messe al lavoro!) una volontaria  italiana che insegnava nella vicina scuola ed una ragazza francese che lavorava con la famiglia presso la quale viveva.

I lavoratori e le loro (numerose) famiglie, che abitano all’interno dell’Hacienda, sono molto amables y confiables (suona meglio in spagnolo). La giornata iniziava con la colazione (propria) presso una delle famiglie o con la colazione delle mucche, i maiali e i cuys se si dovevano alimentare gli animali (in tal caso sveglia prima!), dopodichè si cominciava o ricominciava a lavorare con chi, quel giorno, aveva il carico maggiore di lavoro o a turno con tutti: di solito con Luis e gli animali, Fredy e le piante del vivaio, Stuart e l’agricoltura organica, e Don Marcelo. In mezzo l’almuerzo (pranzo, in famiglia), alla fine la merienda (cena, in famiglia). Purtroppo non aveva ancora iniziato a piovere, l’acqua scarseggiava ed il terreno era molto secco, per cui non c’era moltissimo da coltivare, anche se il lavoro, nei campi, non manca mai.

Oltre ad imparare molto lavorando, ho avuto la possibilità di approfondire la conoscenza degli abitanti dell’Hacienda. Grazie a loro ho passato una splendida settimana ed ho molto da ricordare, sia dal punto di vista umano, sia in relazione a quello che mi aspettavo da questa esperienza e agli insegnamenti che ne ho tratto. Per quanto riguarda la Fundacion, i rapporti con Stuart, che vive e lavora all’interno dell’Hacienda e si occupa anche dei volontari, sono stati ottimi prima,durante e dopo il campo di lavoro; sempre disponibile, preciso e puntuale nel rispondere alle domande e nel dare informazioni, fa sempre volentieri due chiacchiere. In definitiva, la settimana all’Hacienda si è rivelata un’ottima esperienza e, come dicevo, mi è dispiaciuto solamente essere rimasto troppo poco a lungo; inoltre, vale davvero la pena di conoscere l’Ecuador e la sua splendida gente, le contraddizioni di un Paese cui è toccata la maledizione petrolio e quella della vicinanza all’Impero. Un Paese messo in ginocchio dalla dollarizzazione, in cui una ristretta minoranza di signori, nelle città, gode dei frutti del lavoro della popolazione, in buona parte indigena, di sobborghi, villaggi montani, costieri e siti nella selva, e gioca ad imitare la stupidità ed il menefreghismo dei signori del mondo occidentale. Un Paese che viene depredato delle ricchezze naturali, prodotto della straordinaria biodiversità, in nome del libero mercato, mentre la stragrande maggioranza degli abitanti deve lottare quotidianamente per mangiare, ben consapevole di non poter beneficiare dei proventi della svendita del terreno su cui cammina. Per fortuna almeno la coscienza civica e la voglia di continuare a lottare per un Ecuador migliore non mancano.

Cassandra Koch Dandolo

E’ incredibile come bastano poche ore di volo per ritrovarti in un altro paese, dall’altra parte del mondo tra diversi costumi, tradizioni, pietanze, povertà, ingiustizia, e per sentire uno insolito senso di impotenza.
L’ Ecuador è un paese assolutamente inimmaginabile per chi non lo abbia mai vissuto. E’  una caos di rumori, odori, musiche...cani randagi che abbaiano, galli che cantano a tutte le ore, campi bruciati, sole, paesaggi brulli, calore,venditori ambulanti che salgono a ogni fermata dell'autobus per venderti ogni cosa, bambini che ridono e piangono…è il paese dei contrasti.
Gli Indio delle Ande cantano e ballano sempre, quando possono, dove possono. Eppure e' molto povero e tante volte mi sono chiesta dove trovano il brio e la vivacità per far festa;  o meglio mi sono chiesta cosa festeggino date le loro condizioni di estrema povertà.
Nel cantone di Pedro Mancayo c’è una festa, la festa di San Pedro, che è emblematica delle mille sfaccettature dell’Ecuador. La gente di ogni età canta e balla per due mesi, in tutte le vie, in tutti gli angoli. Gli uomini cantano tutto il giorno e non escono di casa se non hanno la chitarra appresso.
Le donne, vestite coloratissime, fanno ogni faccenda tra una giravolta e l’altra, ballano e camminano per le strade piroettando al ritmo delle chitarre e dei flauti. Non è raro che i vicini di casa vestiti con bandana al collo e pantaloni di pelle di capra, ti bussino a casa alle tre di mattina, muniti di strumenti a corda e a fiato. Entrano e cantano fino alle cinque per poi passare dall’altro vicino. Così come ha fatto la famiglia dove ero ospite. Un giorno siamo andati di casa in casa, sempre seguendo le stesse note, e così per tutto il giorno e tutta la notte, mentre tra le strade del paese ci tiravano arance come segno di augurio e tutti si univano a ballare .
E’ una festa che ti travolge, ti coinvolge, che ti prende. Una volta era la festa dei
Quechua per festeggiare l’estate. Oggi è la loro festa per chiedere o restituire i prestiti agli strozzini. E lo si fa ballando. E’ la festa del paese dei contrasti. Si vive la miseria ballando, si sopporta l’indigenza cantando. Si piange e si ride a ritmi di salsa.
Dopo due mesi in questo paese ho imparato a non sorprendermi più di certe cose.
Così come vedere ragazze che diventano madri a sedici anni e a venticinque hanno già in media tre figli. Nelle strade si vedono miriadi di bambini, tutti che ti corrono incontro incuriositi dai pochi “greengo” che girano. Ti portano nelle loro case, baracche dove in una stanza dormono perlomeno in sei. Allora gli chiedi dove sono i loro genitori e ti rispondono sorridendo che sono al lavoro.
Ti accorgi allora in un baleno che sono loro a mandare avanti la casa, che si prendono cura dei fratelli più piccoli, che portano avanti i lavori di campagna e tutto con estrema spontaneità e innocenza. Poi scopri che i loro genitori lavorano sette giorni alla settimana, dieci ore al giorno nelle piantagioni di rose per 120 dollari al mese.
Mi sento in dovere di scrivere questa relazione per dire  alla mia  gente che facciamo parte di un occidente che non dice o non vuole dire cosa succede al di là dell’oceano, in un continente da noi conosciuto come semplicemente il paese della salsa e delle grandi feste. L’Ecuador è il primo produttore mondiale delle rose da esportazione. Il paesaggio delle Ande è tappezzato di queste grandi piantagioni in mano ai bianchi. Gli indio lavorano con prodotti chimici tossici senza nessuna assicurazione sulla salute ( il sistema sanitario non è finanziato dallo stato). Spesso si ammalano e muoiono senza sapere di cosa…probabilmente cancro ma non hanno le disponibilità finanziare nemmeno per visitarsi e sapere di cosa muoiono.
Così si fanno visitare dalla sciamana del paese che li cura recitando innumerevoli volte il rosario. Rocio è una ragazza di 21 anni, ha tre figli: Omar di due anni e due gemelle di otto mesi. Non aveva i soldi per sposarsi e convive con Wilson in un baracca dove dormono in 5 nella stessa stanza. Non hanno cucina, bagno né un tavolo per mangiare. Wilson e Rocio lavorano tutto il giorno tutti i giorni e ovviamente non possono crescere i loro figli, ma li affidano alla nonna. Rocio durante la gravidanza delle due gemelle è stata male per un mese. Non è potuta andare a lavorare e ha perso un mese di stipendio. Ha così dovuto chiedere un anno fa 200 dollari allo strozzino che oggi come oggi sono diventati 400 e ha ancora pochi mesi per saldare il conto se non vuole finire in prigione ( gli strozzini sono tutelati dalla legge). Patricio è un ragazzo di 27 anni. Ha fatto il tremendo errore di sposare la donna sbagliata e non potersi permettere il divorzio. Sono separati, ma lei gli ha chiesto un mantenimento di 90 dollari al mese quando lui ne guadagna solo 120. Lei ha un vecchio zio che le finanzia un avvocato.  Lui d’altro canto non  può permettersi il diritto di replicare. E’ venuto a prenderlo la polizia per portarlo in carcere. E’ uscito sotto una cauzione di 400 dollari. Tutti i suoi sette fratelli (tra cui Rocio) hanno dovuto chiedere soldi allo strozzino per farlo uscire e l’anno prossimo si troveranno con un debito di 800 dollari. Ora che è uscito, nemmeno lavorando, ha più i soldi per mantenere una figlia che ha avuto con la sua nuova donna che tra l’altro non può sposare. Nelly di 35 anni ha due figli, Myrian di 16 anni e Franklin di 9. Ha lavorato una vita e vissuto nelle condizioni più misere per cercare di garantire l’università ai sue due figli.
Louis di 40 anni mi ha detto un giorno che il suo sogno più grande era stato quello di studiare all’università come agronomo.. Ha iniziato due mesi ma aveva dovuto lasciarla perché non ce la faceva a garantire 300 dollari semestrali di iscrizione. Adesso vive vendendo porcellini d’india e facendo il formaggio. E in tutto questo esiste una classe di bianchi in capitale che vogliono ignorare completamente cosa succede nelle loro campagne. Ho cenato e conversato con loro raccontando della mia esperienza e mi guardavano come una pazza e si chiedevano come avevo potuto rinunciare per due mesi alle comodità di una ricca  Europa  per vivere una realtà che invece loro fanno di tutto per nasconderla. “Tu hai vissuto con LORO?” mi chiedevano.. come se quei “Loro” fossero degli innominabili, fenomeni da riserva, dei poveracci che sfigurano il loro paese all’estero e che per questo si rifiutano di visitarlo facendo  nei loro viaggi  direttamente scalo negli Stati Uniti.
Mi hanno chiesto addirittura che lingua parlano quando sono stati i loro antenati a perseguitarli per sradicare le loro tradizioni, imporgli la loro lingua e lasciarli nella più estrema povertà. In tutto questo da parte degli indio c’è una grande remissività, una passività che gli è stata inculcata dal 3% di connazionali bianchi. In televisione ci sono solo bianchi, qualsiasi prodotto viene pubblicizzato da bianchi, ogni telenovela è una storia fra bianchi :  tutti bellissimi, ricchi e sorridenti. Ho chiesto perché. “Perché sono razzisti,” mi ha risposto la gente con cui vivevo.  Per non lasciargli nessun tipo d’illusione o meglio l’ambizione di diventare ricchi e felici che potrebbero farsi vedendo gente del loro colore in televisione “ mi ha risposto una mia amica di Quito. E’ un modo per esplicitare il ruolo dei pochi ricchi e la posizione dei tanti poveri nel paese. Tutti devono stare al proprio posto e non c’è nessun possibilità di ascesa. E così ci sono le scuole private dove viene garantita una educazione e l’insegnamento dell’inglese, e le scuole pubbliche dove a malapena sanno le tabelline. Ho insegnato per tre settimane in una scuola rurale e non posso tacere sulle condizioni del sistema scolastico pubblico. La scuola è una immensa aula dove si riuniscono tutte le classi, asilo, elementari e medie. Sono sette classi di 6-7 bambini ciascuna per un totale di una quarantina di bambini senza contare quelli dell’asilo. C’è una sola maestra aiutata da un assistente che insegna, a tutte le sette classi, differenti programmi saltando da una lavagna all’altra. Apprezzano molto i volontari perché gli danno una gran mano nel gestire questa situazione. Mi sono ritrovata così a insegnare a sette bambini senza che mi fosse stato detto il programma che stavano seguendo e cosa avessero fatto. Io che credevo di insegnargli giusto un po’ d’inglese mi sono ritrovata con il mio spagnolo scarso a insegnargli dalla geografia alla storia, dalla  grammatica alla matematica! 
I bambini si sono affezionati tantissimo a me perché  non gli sembrava vero di avere una maestra tutta per loro che li seguisse uno ad uno. E’ stato deliberato dal ministero dell’educazione che la scuola inizia alle 7.30 e finisce alle 12.30. Nella scuola dove lavoravo, come nella maggior parte  delle altre scuole, la maestra arrivava alle 8.30 e se ne andava alle 11. I bambini dovevano aspettare sempre un’ ora fuori al freddo perché era lei ad avere le chiavi. Alle undici si chiudevano le lezioni e si mandavano i bambini a casa. Non c’è nessun controllo di quello che avviene nelle scuole rurali e i bambini si ritrovano a malapena con tre ore di lezione al giorno! Gli insegnanti rurali  d’altra parte guadagnano 80 dollari al mese e chiudono la scuola prima del previsto per scappare al secondo lavoro. Sulla strada del ritorno verso l’ Italia, ho fatto scalo a  Madrid. Ero finalmente tornata in Europa, nel mondo dei bianchi…e mentre mi guardavo attorno in aeroporto vedevo gente, bianca, dal fare sicuro, vestita tutta uguale, pagare un caffè quattro euro mentre aspettava il suo aereo.. Ho cominciato a sentirmi enormemente a disagio, quella che vedevo era la mia gente, il popolo a cui appartengo.  Eppure mi sentivo terribilmente diversa.. Avevo capito che avevo visto e vissuto cose che mi estraniavano da loro.. Avevo visto la povertà e l’ho in qualche modo vissuta mangiando riso e patate per due mesi. Pensavo ai miei amici indio, eccessivamente poveri ma dal sorriso sincero e dalla immensa ospitalità.. Eccola la gente ben vestita, pettinata e dalle scarpe a punta che loro vedono solo in televisione.. Eccoli che sono tutti attorno a me a meno di un giorno di viaggio, sono a centinaia.. Non ero più abituata a vedere tanti occidentali insieme.. Ho ripreso allora le foto dei miei indio e pensavo che con quattro euro avrebbero potuto comprare patate per un mese, oppure la mia amica Myrian ci avrebbe comprato quel poncho che tanto le piaceva e che non aveva mai potuto permettersi. E pensare che siamo stati noi che siamo andati a conquistarli e colonizzarli, e che oggi studiamo che la colonizzazione si è conclusa con Pizarro secoli fa e che il razzismo è finito con Nelson Mandela. Scrivo questa relazione  perché se nel mio piccolo so di essere completamente impotente di fronte alle logiche dei potenti e a secoli di storia, posso tuttavia raccontare e denunciare, quello di cui sono stata testimone, qui in un occidente che, mai come oggi,  mi è parso così sordo e muto. Tacere è la prima bestia da abbattere se si vuole che  questi paesi intraprendano un giorno la strada dello sviluppo….è questo il nostro piccolo, ma importante contributo,  di noi volontari.
 


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