I Volontari in Palestina 2006
REPORT FINALE del CENTRO LAJEE di BETLEMME
" Da rifugiato palestinese che vive in Canada e che non aveva mai messo piede in Palestina, ho vissuto nel campo di lavoro del Centro Lajee una importante esperienza che terrò per sempre nel cuore.
Non ho soltanto potuto acquisire una visione generale su come i miei fratelli e sorelle palestinesi vivono, soffrono e sopravvivono nelle città e nei campi profughi dell’area della West Bank, ma ho anche condiviso le crudeli conseguenze dell’occupazione israeliana.
Ho vissuto io stesso sulla mia pelle alcuni di questi effetti, vivendo con i rifugiati la quotidianità dell’occupazione. Durante il mio soggiorno, ho respirato un grande senso di unità, comunità e di solidarietà, sentendo dentro di me di avere in un certo senso restituito qualcosa al popolo e alla terra di cui sono originario. "[Ghada, un volontario]
UN GRUPPO ENTUSIASTA E VARIEGATO
Per nulla spaventati dalle notizie che circolavano sui media di tutto il mondo in seguito all’invasione del Libano da parte di Israele, nel mese di agosto sedici volontari provenienti da vari paesi hanno partecipato al Quinto Campo di Lavoro Internazionale presso il Centro Lajee. Molti di loro avevano già in passato preso parte ai Campi di lavoro, proprio nel Campo Aida e sentivano nuovamente forte il desiderio di ritornare: tra loro, italiani, canadesi, inglesi, belgi e statunitensi, arrivati per apprendere una lezione di vita difficile da scordare come quella che si può vivere lavorando in un campo profughi palestinese.
Il Campo di Lavoro Internazionale del 2006 è stato un autentico successo.
Il programma è stato ampio e i volontari sono tornati a casa dopo aver vissuto due settimane intense e aver compreso la vita quotidiana sotto l’occupazione, lasciando un grande affetto nel cuore dei bambini e delle famiglie che vivono nel Campo Aida.
IL MURO DI BETLEMME
Per coloro che già conoscevano il Campo, alcune cose sono risultate peggiorate, altre migliorate. Il primo shock per molti ha coinciso con la vista del nuovo checkpoint a Betlemme, tristemente conosciuto come il Terminal, situato a due chilometri a sud del confine tracciato nel 1967. La costruzione di questo checkpoint ha significato l’ulteriore confisca di terra ai palestinesi: lo spazio è vasto e ricorda un terminal aeroportuale con rampe, corridoi, viottoli, cabine per i soldati, cancelli girevoli, tutti luoghi perennemente pattugliati da soldati. Voci dal nulla nel buio che danno ordini su dove andare, dove fermarsi, quando mostrare il passaporto.
Ci si sente nel mondo allucinato descritto da Orwell nel suo libro "1984" : " siamo tutti disorientati e confusi e quando emergiamo dal buio allo spazio aperto e luminoso, davanti a noi si erge, dietro l'Hotel International, Il Muro su cui il Ministero del Turismo israeliano ha fatto apporre la scritta “Che la pace sia con voi”. "
Il Muro costituisce il peggioramento visibile della vita quotidiana in Palestina: una costruzione di cemento lunghissima, un monumento mostruoso a tutto ciò che è disumano e un ostacolo enorme per il raggiungimento della pace.
Grazie al lavoro dei volontari, vicino alla biblioteca per ragazzi e al Centro informatico, oggi si può ammirare una galleria fotografica, che presenta una serie di scatti realizzati dai bambini stessi sull’argomento dei Diritti dell’Infanzia.
Accanto c'è un piccolo negozio che vende tra l'altro, prodotti dell'artigianato palestinese realizzati dalle donne della comunità locale, cartoline, il bel libro dal titolo "Il bambino e il muro" , opera degli stessi bambini del Centro, e il primo numero della rivista del Centro "Lajee".
IL PROGETTO
Il progetto su cui abbiamo incentrato le nostre attività per l’anno 2006 consisteva nel dipingere sul Muro una rappresentazione visiva di ognuno dei ventisette villaggi da cui provenivano gli abitanti del Campo Aida. Il lavoro poteva sembrare da subito scoraggiante: il Muro è lungo circa 150 metri, ma tutto è andato bene.
Due artisti (Ayed Arafah e Yazan Ghareeb, entrambi provenienti dal vicino Campo di Dheisheh), con i volontari stranieri e locali e i bambini, hanno lavorato tutti insieme per creare un risultato significativo nella storia del Campo Aida e della sua gente. Quasi tutte le mattine abbiamo costeggiato il Muro provenendo dalla scuola di Beit Jala, ove era la nostra abitazione e portando i nostri raschietti e i pennelli per iniziare subito a lavorare.
Pochi attimi dopo si avvicinavano numerosi bambini curiosi, provenienti sia dal nostro Centro Lajee, che dai villaggi vicini per vedere cosa stavamo facendo e cercare di far parte del nostro gruppo di lavoro. Tutti i giorni un anziano signore che vive dalla parte opposta del Muro veniva a rifocillarci con una grande quantità di succo di frutta fresco e non mancava di ringraziarci per il lavoro che stavamo facendo.
Anche gli automobilisti di passaggio si fermavano per dare un’occhiata ai dipinti: “quello è il mio villaggio”- ci dicevano - con un misto di entusiasmo e orgoglio. L’esito finale del lavoro di pittura è risultato magnifico: i colori sfavillanti e i disegni donavano una nuova luce e un significato profondo a quella zona al confine del Campo.
LE ALTRE ATTIVITA’ DEL CENTRO
Uno dei più importanti aspetti del Campo di Lavoro per i volontari stranieri è certamente quello che riguarda il tempo che è stato dedicato ai bambini.
Abbiamo organizzato attività ludiche basate sul coinvolgimento di tutti, con balli e canti. Molte attività sono state sviluppate assieme alle famiglie e mediante alcune escursioni . Abbiamo anche ascoltato le storie agghiaccianti di alcuni ragazzi locali riguardo le loro esperienze nelle prigioni israeliane, organizzando incontri con diverse persone (dai rifugiati all’inviato del ministero del Turismo, al preside della scuola)
Abbiamo organizzato la tradizionale Giornata della Donna, che ci ha visto incontrare sei donne con diverse storie di vita alle spalle, dalle madri di prigionieri a una consulente politica del Presidente, lei stessa ex residente nel Campo Aida e co-fondatrice del Centro Lajee.
A Betlemme abbiamo visitato gli uffici dell’Associazione Internazionale per la Difesa dell’Infanzia, il Centro per rifugiati Badil e la chiesa della Natività. Sono stati inoltre proiettati vari documentari sia riguardo il trattamento dei media statunitensi a proposito della situazione israelo-palestinese (dal titolo Peace, Propaganda and the Promised Land - Pace, propaganda e la Terra Promessa) sia riguardo le difficoltà quotidiane della vita dei giornalisti a Hebron (dal titolo In the Line of Fire - Nella linea di fuoco). Quindi, ci siamo goduti una giornata di riposo sul Mar Morto e all’Università di Bir Zeit, passando la notte in un campo accanto al Monastero greco-ortodosso di Mar Saba, che risale al quinto secolo.
Le nostre due settimane come volontari sono state talmente intense che è impossibile descrivere ogni cosa. Per questa ragione, puntiamo l’attenzione sui due viaggi che hanno avuto il maggior impatto su di noi, il viaggio a Jenin e quello a Hebron.
IL VIAGGIO A JENIN
Jenin si trova a circa 80 chilometri in linea d’aria a nord di Betlemme ,che diventano quasi 130 considerando le strade che i palestinesi sono obbligati a utilizzare. Lasciamo il Campo Aida al mattino su un bus noleggiato. Anche se Jenin non si trova molto distante, i continui blocchi stradali e le strade chiuse rendono il viaggio davvero tortuoso. Sulla via per Jenin incrociamo sei checkpoints, senza particolari problemi li superiamo, entrando in città dopo quattro ore di viaggio.
Trascorriamo le prime ore a Jenin in uno splendido parco costruito appena fuori dal paese nel periodo successivo ai bombardamenti che la popolazione ha subito nel 2002, Dopo un bagno rigenerante in una piscina, visitiamo il Campo Profughi di Jenin. Due giorni prima della nostra visita gli F16 israeliani avevano lanciato dei missili contro una casa situata all’interno del Campo, distruggendo l’abitazione e uccidendo due persone. Siamo tutti rimasti scioccati dalla devastazione che ci circondava, ma allo stesso tempo ci rinfrancava l’amicizia e la gentilezza dei bambini che man mano ci avvicinavano lungo le strade del Campo.
LA QUOTIDIANA TORTURA DEI CHECKPOINTS
Spesso la presenza di stranieri facilita il passaggio attraverso i checkpoints, sveltendo le operazioni di controllo, ma non è stato questo il nostro caso.
Lasciata Jenin alle sei del pomeriggio, incontriamo dopo venti minuti un posto di blocco improvvisato.
I soldati hanno fatto fermare il bus, uno di loro è entrato con un fucile M16 che per tutto il tempo dell’ispezione ha tenuto puntato su di noi. Durante la lunga attesa, il soldato ha invitato alcuni ragazzi palestinesi a farsi avanti facendoli rimanere sul ciglio della strada, per permettere ai soldati l’identificazione. Una volta tornati gli uomini sul bus, abbiamo ripreso la marcia fino al checkpoint seguente. Anche qui i soldati hanno identificato uno a uno tutti gli uomini a bordo, tenendoli lungo la strada per 30 minuti. Solo al terzo posto di blocco sono occorsi 5 minuti: due soldati sono saliti a bordo puntandoci i loro fucili, ci hanno chiesto dove fossimo diretti e sono scesi.
Al quarto checkpoint per la prima volta abbiamo constatato il tentativo di apparire gentile da parte di uno dei soldati: “Ahlan – ha detto – Benvenuti”, per poi farci proseguire senza domande né ispezioni.
Dopo aver passato senza problemi il posto di blocco di Hajez Zatara, alle dieci di sera abbiamo raggiunto l’ultimo checkpoint ed è qui che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle la vera brutalità dei soldati. Due di loro sono saliti sul bus, puntando i loro fucili su di noi e si sono diretti verso le ultime file del mezzo. Senza dire nulla hanno brutalmente afferrato un giovane palestinese, Salah, lanciandolo letteralmente fuori dal veicolo, dove lo attendevano altri due soldati, che lo hanno ripetutamente colpito sulla testa con le loro torce, picchiandolo anche con calci sulle gambe. Noi tutti siamo rimasti seduti, paralizzati dallo shock, senza sapere cosa fare, intenzionati a intervenire, ma con la paura di peggiorare la situazione.
Uno dei volontari, un ragazzo belga molto alto, è sceso dal bus assieme al referente locale del centro Lajee, restando vicino a Salah e facendo smettere il pestaggio, mentre noi tutti ci sentivamo impotenti e arrabbiati.
IL VIAGGIO A HEBRON
Il secondo, memorabile e sconvolgente viaggio compiuto con i volontari stranieri, ha avuto come meta Hebron. Con oltre 140 mila abitanti, Hebron è una delle città più grandi e popolose di tutta la regione della West Bank, con un magnifico centro storico, dove sono maggiormente visibili gli effetti drammatici dell’occupazione, in quanto è proprio nel cuore della città che sono localizzate le più importanti colonie israeliane. I palestinesi sono stati obbligati a lasciare le loro abitazioni e i loro negozi nella città vecchia a causa dei continui e violenti attacchi dei 450 coloni presenti.
Noi abbiamo camminato lungo stradine quasi vuote fino a raggiungere il checkpoint che si trova proprio all’esterno della moschea Al-Ibrahimi, dove nel 1994 avvenne il massacro di ventiquattro musulmani per mano del colono israelo-statunitense Baruch Goldstein. Dopo una visita alla moschea abbiamo continuato il viaggio verso il checkpoint successivo, con l’obiettivo di entrare nella zona colonica di Tel Rumeida.
Un tempo vivevano qui oltre 500 famiglie, ora sono meno di cinquanta e rischiano ogni giorno la vita per andare a scuola, all’ospedale o semplicemente per andare a fare la spesa.I coloni girano con armi da fuoco, possiedono automobili e sono ben protetti dai militari israeliani, mentre i palestinesi non possono per legge possedere né armi né automobili e non hanno mai avuto alcuna protezione. In questo momento sono presenti numerose organizzazioni internazionali a Hebron il cui obiettivo rimane quello di proteggere i palestinesi dalla violenza dei coloni. Uno dei nostri volontari ha passato tre mesi nel Campo di Tel Rumeida, scortando i bambini a scuola e riportandoli a casa ogni giorno, per proteggerli dagli attacchi dei coloni.
Le strade sono deserte, le case abbandonate. Sporadicamente si può scorgere un bambino che corre o un colono che passa guidando una grande automobile, in uno dei luoghi più pericolosi di tutta l’area della West Bank.