I Volontari in India 2006
Roberto Buono
Insieme agli altri volontari abbiamo alloggiato in una casa privata confortevole, pulita e davvero molto carina. Disponevamo di un giardino ben curato e di un gazebo che utilizzavamo per i pasti. La padrona di casa si è sempre dimostrata molto attenta alle nostre esigenze, cordiale e disponibile. Anche il vitto, basato sulle ricette tipiche dell’India meridionale, era molto buono e abbondante. In generale, non posso che dire di aver apprezzato la sistemazione assegnataci dalla FSL.
Essere l’unico italiano del gruppo non mi ha creato alcun tipo di problema. Anzi, la diversità di culture e Stati (Giappone, Francia, Corea, Stati Uniti ed altri ancora) rappresentati dai volontari è stato un ulteriore motivo di soddisfazione accentuato dal clima di amicizia che si è subito instaurato fra noi. Anche il capogruppo di origine nepalese proveniente dalla FSL si è dimostrato in gamba, ma va ammesso che non aveva il potere di incidere sulla scelta delle attività da fare. Era esclusivamente il personale della ODANADI SEVA TRUST a stabilire come procedere nei lavori. A partire da questo punto, ritengo che debba essere migliorato il rapporto di collaborazione tra la FSL e la ODANADI SEVA TRUST. Ho avuto l’impressione che gli incontri fra rappresentanti delle due organizzazioni siano estremamente rari e di conseguenza non siano significativi gli aiuti.
L’associazione di Mysore merita di essere esaltata per la sua difficile attività di recupero dell’infanzia abbandonata. Nella sua struttura trovano rifugio tanto bambini abbandonati dai propri genitori quanto bambine schiave o costrette alla prostituzione nei bordelli. Questa attività è ancora più degna di essere stimolata in quanto viene svolta in un generale clima di diffidenza per non dire di aperta ostilità da parte delle autorità locali e della popolazione. Nei quindici giorni di permanenza a Mysore ci sono state ben tre manifestazioni (due a favore e una contro l’attività dell’associazione) e ci hanno raccontato di frequenti atti vandalici nei confronti di una struttura che è veramente bellissima, funzionale e al di sopra dei canoni indiani.
Nella sfortuna di essere bambini abbandonati, essi possono vivere in un ambiente davvero confortevole. Purtroppo le suddette opposizioni locali hanno fatto sì che non tutti i ragazzi che sono aiutati dall’organizzazione possano goderne pienamente. I due edifici di Odanadi, infatti, erano nati per ospitare ragazzi di ogni età tanto di sesso maschile quanto femminile. Invece, le autorità locali hanno preteso che ci fosse una netta separazione tra bambini e bambine. Il risultato è stato l’esilio in un posto assolutamente di fortuna e privo delle più elementari necessità per tutti i ragazzi di età superiore ai 12 anni, mentre a quelli di età inferiore è stato permesso di abitarvi. In generale, ho avuto la percezione che un’attività volta a stravolgere ciò che il destino ha determinato (cioè essere poveri e bisognosi) sia ritenuto contrario ai dettami della religione induista basata sulle caste. Di qui derivano i contrasti con la popolazione limitrofa.
A volte può succedere che aspettative e realtà non coincidano. Effettivamente, nei primi due giorni del campo di lavoro, per problemi interni alla ODANADI SEVA TRUST di cui ho parlato in precedenza, i lavori di giardinaggio assegnatici (estirpare le erbacce o livellare il terreno) sembravano più un modo di tenerci impegnati che non il frutto di una pianificazione di attività volte a migliorare concretamente l’ambiente.
A partire dal terzo giorno in poi, invece, la situazione è decisamente migliorata, l’attività giornaliera è stata nettamente divisa in due parti (la mattina dedicata a mansioni fisiche; il pomeriggio insieme ai bambini di ritorno dalla scuola pubblica). La principale obiezione riguarda l’impossibilità di organizzare il tempo da trascorrere con i bambini. Al di là di una funzione di “baby-sitter” non siamo mai riusciti ad andare, perdendo la possibilità di fare una vera e propria interazione culturale. Nell’ultimo giovedì del campo di lavoro, invece, abbiamo avuto carta bianca e abbiamo organizzato un grande gioco che ha coinvolto tutti i bambini e ne sono rimasti davvero entusiasti. In generale, mi aspettavo di trascorrere più tempo con loro.
Tale aspetto è stato sottolineato nel questionario della FSL. Non avevo considerato il fattore scuola o comunque pensavo che si potesse andare nelle scuole anziché incontrarli soltanto nella struttura di Odanadi. E’ anche vero che l’unico abboccamento con una maestra è stato tutt’altro che positivo. L’attuale governo sembra essere molto nazionalista e radicale e vuole evitare contatti con la cultura straniera. A parte questo, tornando in Italia, ho comunque apprezzato le attività fisiche che ho svolto (come costruire panchine, cucinare o piantare nuovi alberi) visto che erano finalizzate al miglioramento dell’ambiente in cui vivono i bambini.
La struttura che si trova a Odanadi è sicuramente molto bella, pulita, funzionale e perfettamente tenuta. Il lavoro fatto nei sedici anni di attività ha permesso di realizzare un ambiente invidiabile in rapporto alla povertà circostante. Tutte queste caratteristiche positive stridono con gli disagiati alloggi in cui sono costretti ad abitare i dieci ragazzi di età superiore ai 12 anni che, pur essendo sotto l’ala protettiva della medesima associazione, sono tenuti lontani dalle ragazze e dai bambini più piccoli a seguito di ciò che è stato imposto dalle autorità locali. Un aiuto concreto alla ODANADI SEVA TRUST non può che avere come fine il miglioramento dell’ambiente in cui essi si trovano. Pur essendoci già le fondamenta dell’edificio che dovrà accoglierli, per due ragioni fondamentali è impossibile pensare che esso sia costruito in breve tempo: in primis, è in corso una causa legale in quanto la proprietà del terreno è messa in discussione da coloro che vogliono ostacolare l’attività benefica dell’associazione e poi il costo stimato dell’edificio è quantificabile in settantamila euro. Si tratta quindi di una somma notevole da stanziare che si aggiungerà al denaro da destinare alla causa. Una soluzione tampone che ritengo possa essere messa in atto rapidamente e senza esborsi astronomici potrebbe essere rappresentata dalla sostituzione delle “capanne” con le tende militari abitualmente utilizzate dalla protezione civile nei casi di calamità naturali. In questo modo i ragazzi potrebbero stare in un luogo riparato e coperto e sicuramente più ampio rispetto a quello odierno. Migliorerebbero anche le modalità di preparazione dei pasti.
Spero che dalle mie parole si sia evinta l’interesse e la felicità che ho provato nel sentirmi, seppur temporaneamente, parte di un’organizzazione che svolge un’attività così meritoria e allo stesso il mio desiderio di prolungare, grazie al vostro aiuto, il piccolo contributo dato a questi bambini. Mi rendo disponibile a fornirvi sin d’ora ulteriori informazioni in merito nella speranza che la mia proposta possa essere accolta.
Barbara Genca
Ahmedabad 7.8.2006 - 20.8.2006.
Non è stato il primo progetto di volontariato internazionale per me, però devo dire che fare questa esperienza nel Sud del Mondo assume un significato profondo. La decisione di prendervi parte è nata dal mio desiderio di conoscere, seppure in un periodo di tempo limitato, l’India e la sua popolazione da vicino e non semplicemente da turista.
La sede del nostro progetto era Tintoda, un villaggio rurale nelle vicinanze di Ahmedabad, una delle principali città dello stato del Gujarat.
Era la prima volta che degli stranieri arrivavano in questo villaggio e, superato l’iniziale stupore, l’accoglienza è stata calorosissima da parte di tutte le fasce della popolazione: i bambini sono sempre i più audaci nell’avvicinarsi, ma anche i giovani e gli anziani del villaggio erano ricolmi di curiosità e desiderio di scambio.
Abbiamo svolto varie attività utili per la comunità locale, spesso con l’ausilio dei giovani del villaggio, quali la ricostruzione di una casetta di campagna che era crollata a seguito delle forti piogge, il piantare gli alberi intorno al lago per rafforzare gli argini e limitare il pericolo di esondazioni, varie attività ludiche con i bambini della scuola e attività di sensibilizzazione con le donne su tematiche legate al periodo dell’adolescenza e al parto. Abbiamo inoltre preso parte a tutti gli eventi del villaggio intercorsi nel periodo della nostra permanenza, per citarne uno ricordo bene il primo a cui siamo intervenuti il ‘sibling festival‘ in cui fratello e sorella si scambiano un braccialetto simbolo del loro legame e del rinnovato impegno di prendersi cura l’uno dell’altro, noi ne abbiamo leggermente modificato il significato: siamo andati in gruppo nel villaggio e abbiamo distribuito i braccialetti alle persone locali come segno della nostra volontà di entrare in contatto con loro e, per quanto possibile, dare un contributo al miglioramento delle loro condizioni di vita.
Le attività da noi svolte sono state molteplici, ma quello che ha esercitato l’impatto maggiore, secondo me, è stata la pura e semplice possibilità di scambio quotidiano con persone provenienti da realtà diverse e lontane, è questo il fulcro di ogni cambiamento a mio parere, in quanto il confronto con l‘altro amplia gli orizzonti mentali e, al contempo, permette di conoscere meglio se stessi. Questo vale per i locali, ma anche per noi volontari naturalmente! E’ difficile esprimere cosa si prova nel vedere come queste persone, sebbene vivano spesso in condizioni difficili, siano dotate di una forza interiore tale da riuscire a far fronte ad ogni avversità senza mai perdere la gioia di vivere. Sembra una frase retorica probabilmente, ma vi assicuro che ritrae esattamente la realtà. Se non avessi partecipato a questo progetto non sarei mai riuscita a capire gli indiani e il loro modo di vivere. Quando si visita il Paese, infatti, si viene a contatto spesso e volentieri con avventori senza scrupoli o, in generale, si è costantemente visti come ricchi turisti da cui cercare di trarre il maggior guadagno possibile, basti pensare unicamente alle numerose contrattazioni quotidiane per il risciò o il taxi, o la camera in cui alloggiare, sono a dir poco estenuanti! Fortunatamente so che questa è solo una faccia della medaglia!
Altra fondamentale esperienza è quella della condivisione nel gruppo di internazionali provenienti dai Paesi più disparati, ma tutti accomunati dalla voglia di conoscere e di aprirsi ad uno scambio interculturale. Due settimane mi sembravano poche inizialmente, ma sbagliavo! L’intensità con cui sono state vissute ci hanno fatto unire rapidamente da un affetto sincero. Alla fine del progetto sono partita con alcune delle persone conosciute nel progetto alla scoperta di altre località, questa volta turistiche, e dopo una settimana con quasi tutto il gruppo ci siamo incontrati nuovamente a Delhi, un’emozione inenarrabile! Invito tutti a viverla personalmente.
L’unico punto debole del progetto è stato che all’inizio non avevamo l’acqua minerale e abbiamo dovuto bere quella locale con gli effetti indesiderati che ne conseguono. Immagino che sia stato legato alla mancanza di esperienza, era infatti il primo progetto a Tintoda, però è stato un elemento decisivamente negativo in quanto la maggioranza dei partecipanti si è ammalata. Altro punto debole è stato il fatto di avere cucina indiana per 2 settimane, i cuochi erano molto disponibili e cercavano di venire incontro ai nostri gusti e necessità (quando si ha la diarrea mangiare cibo piccante e speziato non è esattamente l’ideale…), ma resta il fatto che per tutti noi è stata durissima e nessuno è riuscito ad adattarsi a quel cibo, al contrario ne è generato un netto rigetto non appena finito il campo. Il principale punto di forza invece è stato la flessibilità delle attività previste nel progetto. A seconda delle condizioni atmosferiche (ha piovuto molto spesso) e dell’urgenza delle attività da svolgere si è sempre deciso all’unisono nel gruppo quando e che tipo di iniziativa intraprendere. E’ un modo per rendere il gruppo attivo e responsabile, oltre ad essere un efficace modello organizzativo.
Cecile Palandre
Mysore 7.8.2006 - 20.8.2006.
Ho partecipato dal 7 al 20 agosto a un campo di lavoro in Mysore, India, presso l'associazione di Odanadi e scrivo perché voglio che conosciate la mia esperienza.Odanadi si occupa del recupero dei minori dalla prostituzione, affidandoli, quando è possibile, ai genitori o prendendosi cura della loro un'educazione. Odanadi è situata nella periferia di Mysore, in un villaggio chiamato Hootgally.
Il posto dove erano ospitati i volontari era meraviglioso. Noi vivevamo in una piccola casetta veramente carina, a quindici minuti di cammino dal quartier generale di Odanadi.
Rani, la moglie del direttore dell'associazione, si prendeva cura di noi e cucinava deliziose colazioni e cene. A mezzogiorno pranzavamo insieme ai bambini.Il lavoro che facevamo consisteva nell'abbellire la sede dell'Odanadi piantando alberi e costruendo panchine. Facevamo anche lavori socialmente utili come giocare con i bambini durante il pomeriggio.
Nel periodo in cui siamo arrivati ad Odanadi, il contesto era molto particolare: il direttore dell'associazione era appena stato arrestato perché un bambino scappato dal centro era stato catturato in un bordello dalla polizia e aveva dichiarato di essere stato picchiato proprio dal direttore.
Il fenomeno della prostituzione in India si configura come problema complesso: diversi poliziotti sono corrotti, molte persone dell'alta società risultano essere abituali clienti dei bordelli. Per contro c'è la tradizionale popolazione locale che crede ancora nelle caste. Diventa, quindi, a mio avviso, difficile per una popolazione rurale accettare un'organizzazione come Odanadi.Penso che Stanley e Parashuram ( direttori di Odanadi) stiano facendo un lavoro straordinario. Stando alle circostanze, hanno bisogno di molto coraggio per aiutare a sconfiggere la prostituzione e il traffico di bambini nel loro paese. Sono rimasta molto impressionata dalle ragazze di Odanadi. Sembravano così carine e sveglie che nulla lasciava immaginare le dure esperienze che avevano vissuto.
Vedere queste donne graziose e sensibili andare all'università è stato per me meraviglioso. Io penso che portandole verso l'indipendenza, Odanadi sta veramente raggiungendo i suoi obiettiviCome volontari era difficile individuare la tipologia di intervento che poteva creare una differenza sostanziale sul posto.
L'aiuto finanziario, di certo, rappresenta un aiuto efficace e utile che noi possiamo dare in ogni caso.Non so quanto l'Oikos sia in diretto contatto con Odanadi, ma ritengo che qualunque aiuto si voglia dare, il denaro è sempre il benvenuto.
Il bisogno più urgente, a mio avviso, è quello di formare un habitat migliore per i ragazzi: i maschi devono essere separati dalle femmine per volontà della comunità locale. Questo significa che all'età di 12 anni, i ragazzi sono costretti a lasciare il posto meraviglioso che fu costruito per tutti i bambini di Odanadi ( ci sono voluti 16 anni per trovare i fondi e costruirlo insieme) e devono andare a vivere in un campo che sembra un quartiere malfamato. Fa male vedere le condizioni di miseria in cui sono costretti a vivere. Andrebbe costruita una casa per loro.
Con l'intero patrimonio, tuttavia, il governo vuole ottenere la terra dove si trova l'Odanadi. La costruzione della casa, pertanto, non è ancora iniziata. Odanadi necessita di 60,000 $ per completare la nuova casa.
Nel frattempo, i ragazzi costruiscono un accampamento accatastando dei blocchi coperti da una grossa tela catramata blu. Naturalmente non hanno elettricità ed è facile preoccuparsi di quello che possano fare dopo le sette di sera quando scende la notte.
La maggior parte di loro va a piedi fino a scuola ( alcuni volontari hanno portato loro delle biciclette). Devono fare 5 km ogni mattina ed ogni sera. Fa veramente male vedere come sono più povere le loro case rispetto a quelle delle ragazze. Prima che la nuova casa sia del tutto finita, probabilmente avranno bisogno di una vera tenda militare così che possano stare uniti e dormire tutti insieme. Avranno anche bisogno di luci, come lampade ad olio o qualunque altra cosa sia disponibile.
Non so quanto possa costare tutto ciò. Probabilmente troppo per me sola ma se un'organizzazione come l'Oikos volesse aiutarli, questo potrebbe essere un buon punto da cui partire.