I Volontari 2007 in Kenya


 


Sandrine Chaumond


Venerdì 4 ottobre sono partita per il Kenya, per passare 20 giorni come volontaria in un orfanotrofio. Arrivo a Nairobi in serata e là mi aspetta un signore che mi porta in una famiglia, dicendomi che il giorno dopo avrei visto il responsabile del progetto.  Trascorro due giorni lunghi in quella casa in attesa del mio coordinatore, ch emi raggiunge due giorni dopo.  Essere da sola e non sapere niente è stato brutto.
Dopo avere provato il “matatu”, mini bus super affollato e con la musica ad alto volume, arriviamo a BulBul (20 km da Nairobi) al St Paul’s Center. Una signora ci accompagna dalla responsabile e lì trovo anche una volontaria americana. Evviva!!! Peccato che parta il giorno dopo... Mangiamo insieme ed andiamo a giocare con i bambini ma quando torno indietro e chiedo del responsabile del progetto , mi dicono che è andato via. Sono rimasta male perché non sono stata presentata, nessuno sapeva che sarei arrivata. La mia prima impressione è stata “qui non c’è la farò!”: tanto sporco, parlano solo inglese, ci sono tanti animali (ratti, lucertole…), si mangia solo riso o polenta… I primi giorni sono stati duri, poi mi sono detta che “o dimenticavo tutto il lusso che avevo a casa o non mi godevo il mio breve soggiorno”. Poi, quando ho cominciato a stare con i bambini, ho imparato a conoscerli ed ho trascorso del tempo con loro mi è passato tutto: mi sono divertita e sono proprio rimasta entusiasta di questa esperienza.
La mattina andavo a scuola con loro dalle 7.00 alle 12.30. Io ero nella classe dei piccoli, 29 bambini dai 3 agli 8 anni: lì, davo una mano alla maestra che cercava di insegnare qualcosa a questi bambini, anche se è difficile perché sono tanti e tra l’altro anche piccolissimi. Nel pomeriggio stavo con i piccolissimi, che dopo pranzo giocavano un’oretta e dopo andavano a dormire fino alle 16.30. Dopo tornavano i più grandi e si stava insieme, si giocava con i piccoli, si preparava la verdura per il giorno dopo perché non c’era un cuoco... si faceva quello che c’era da fare.
Alle 19.00 i bambini andavano a mangiare e alle 19.30 i piccoli a dormire (anche perché la mattina si svegliano alle 6.00) invece i più grandi stavano svegli fino alle 21.00 per fare i compiti. Il sabato sbrigavano le faccende di casa e giocavano mentre la domenica andavano a messa di mattina ed il pomeriggio guardavano la televisione.

Per me è stata una bellissima esperienza: dura all’inizio, ma dopo poco ti fai prendere da questi splendidi bambini e non vorresti più andare via. Difficile anche perché non parlo l’inglese, ma alla fine con i bambini basta poco. Un po’ dispiaciuta perché ero l’unica volontaria: nel week-end, per esempio, ero libera ma essendo da sola non sono uscita tanto. Magari se ci fossero stati altri volontari si sarebbero potute fare altre cose, anche con i bambini. Sono stata lì 20 giorni, che sono pochi.
Il primo giorno che sono andata a scuola con loro mi sono detta “non ce la farò, sono tutti uguali!”. E alla fine, quando avevo imparato i nomi e li conoscevo un può meglio, dovevo ripartire. Mi sarebbe piaciuto fare di più per/con loro. C’erano tanti tempi morti che avrei voluto sfruttare di più, la sera dalle 19 in poi non c’era più niente da fare e quindi mi ritrovavo da sola senza poter uscire (sconsigliato uscire per una ragazza bianca di notte), la domenica pomeriggio guadavano la TV ma avrei voluto fare qualcos’altro con loro. D’altra parte capisco benissimo che era l’unico giorno che potevano vedere la TV e quindi per loro non si fa niente quel pomeriggio, ed è giusto che i volontari seguono i ritmi dei bambini.
In passato avevo fatto altre esperienze di volontariato (in Burkina-Faso, in Messico e in Romania), però questa è stata la più ricca di emozione, anche perché ho visto tante situazioni brutte, il che è ben diverso dal vederle in TV.

La mia ultima mattina, prima di andare a scuola, i bambini sono venuti uno per uno a salutarmi e mi hanno chiesto quando sarei tornata... Lì capisci che ci tengono, ai volontari: per loro siamo un attimo di pausa, un qualcosa di diverso nella loro monotona “vita da orfani”.
Adesso che mi sono resa conto della vita che fanno questi orfani, si è rafforzato in me il desiderio di adottare uno di loro con l'intento di donargli  possibilità diverse da quelle che avrebbe restando nel suo Paese.

 


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