I Volontari in Kenya
2003
LAVORO
Il lavoro del campo è costruire serbatoi per l'acqua piovana e non "educazione e droga", come noi sapevamo e per cui ci eravamo preparate. Abbiamo lavorato con tre gruppi di donne che si sono unite per alleviare le loro misere condizioni di vita Il rapporto con le donne è diventato presto amichevole e di fiducia.
ORGANIZZAZIONE
Contribuendo con una piccola quota mensile,hanno cominciato con il comprare utensili essenziali per la casa come pentole e piatti; poi hanno comprato una pecora per famiglia e ora sono passate ai serbatoi per la raccolta di acqua piovana,strumento essenziale in un paese in cui piove ogni giorno ma l'acqua deve essere raccolta e trasportata sulla testa da una sorgente distante a volte anche 4 o 5 chilometri
RAPPORTO CULTURALE
. Io ho 50 anni e per questo sono stata soprannominata "Battiem" che in Kalenjin significa "donna adulta, saggia e degna di fiducia" e ho raccolto le confidenze delle donne che mi chiedevano consigli su come risolvere problemi relativi la gestione della casa, i rapporti con i mariti, l'educazione dei figli, ecc. La sera la padrona di casa, una maestra alla scuola locale, veniva da noi e mi parlava delle loro tradizioni, delle loro abitudini nelle grandi occasioni della vita, tipo nascita, passaggio dall'età adolescenziale a quella adulta,matrimonio,ecc. Molte persone del villaggio venivano a trovarci e davanti al fuoco parlavamo dell'Italia, del nostro governo (pare che Berlusconi sia conosciuto anche lì e non in modo lusinghiero), della scuola, della sanità, volevano sapere di tutto e facevano sempre continui paragoni con il loro paese così martoriato da anni ed anni di lotta e corruzione politica che hanno accentuato le differenze sociali e formato una classe di pochi fortunati che hanno tutto e di molti poveracci che non hanno neanche il minimo per sopravvivere. Una cosa mi ha dato molta gioia ed è stato incontrare tanti giovani di tutto il mondo lì per fare volontariato. Ne abbiamo conosciuti alcuni che lavoravano su progetti di gemellaggio, altri per le varie chiese, tutti però erano allegri e felici di essere là, come lo eravamo pure noi. L'ultimo giorno, in occasione della "giornata culturale" nella quale abbiamo presentato l'Italia, nella cucina, nella musica, con dei poster e giochi, ci siamo sentiti come il "santo protettore" del paese. Tutto il villaggio era lì per noi. Molti di più che non all'arrivo e ognuno di loro, anche i saggi, che esprimono il loro parere su ogni decisione che viene presa dalla comunità e dai singoli, hanno voluto pregare per noi e augurarci tutto il bene che potesse capitarci. E' stato emozionante, ci siamo sentiti importanti e onorati di tanta importanza. I rapporti con la gente di Kepkures ( è il villaggio vicino Nakuru in cui abbiamo realmente alloggiato) sono ancora costanti. Mia figlia Adele è attualmente a Nairobi, ospite di un'amica conosciuta al campo e mio marito la raggiungerà tra poco.
ESPERIENZA
Questa estate ho partecipato ad un campo di lavoro in Kenya e vorrei riportarvi le mie impressioni. Vi scrivo solo ora perché tornata in Italia, dopo il campo, il mio atteggiamento nei vostri confronti non era positivo dico non "era" perché ora, dopo un po di tempo dal ritorno, ho ripensato su tutto e la mia fiducia in voi è ritornata. Ora vi spiego il perché della mia arrabbiatura. Arrivate a Nairobi (sono andata con mia figlia Adele) non sapevamo che qualcuno dell'organizzazioni keniota fosse venuto a prenderci all'aeroporto e quindi ci siamo messe alla ricerca della sede da raggiungere (l'indirizzo da voi fornito non riportava infatti il nome della strada ma solo quello dell' edificio in cui si trovavano gli uffici) e dopo più di mezz'ora passata all'ufficio informazioni ci accorgiamo di due ragazzi della PIVS che ci cercavano. Domanda: perché non ci avete detto che sarebbero venuti prenderci in aeroporto? sarebbe stato più semplice per tutti. Comunque, andiamo in sede e ci viene detto che è meglio pagare in Euro (e noi invece abbiamo comprato dollari in Italia proprio per pagare il campo e quindi non abbiamo euro a sufficienza) e che il costo del soggiorno a Nairobi, prima dell'inizio del campo, non è di 15 dollari al giorno ma di 20.La cosa si risolve facilmente perché ho con me il vostro foglio notizie e quindi pago quanto e come scritto. Continuano le sorprese: ci viene comunicato che il campo non è a Ukunda Kwale,come ci aspettavamo, ma a Nakuru, nella Rift Valley. Meglio così, là non fa caldo, l'ambiente è bellissimo e interessante però noi avevamo portato solo abbigliamento estivo e nella Rift Valley invece fa freddo. Per non dire poi cosa ci è capitato appena abbiamo raggiunto la famiglia che ci doveva ospitare a Nairobi. Praticamente ci hanno portate là, alle 8 di mattina,e ci hanno detto:" veniamo fra qualche ora,senz'altro prima di pranzo" e si sono presentati dopo un giorno,a ora di pranzo come promesso. A distanza di tempo mi viene anche da ridere ripensando a tutto questo ma non è certo il modo più simpatico per iniziare un' esperienza in Kenia. Quando finalmente siamo andati a Nakuru (la partenza era stata rinviata perché Rejane, l'altra partecipante italiana ha perso l'aereo ed è arrivata con due giorni di ritardo) le cose sono cambiate totalmente. Ed è di questo che vi parlo con piacere e vorrei che chi ha intenzione di partecipare ad un campo di lavoro legga. Arrivati alla casa che ci avrebbe ospitati per il periodo del campo, aperto il cancello di legno, siamo stati accolti da un gruppo di donne che cantava per noi un canto di benvenuto. Accanto alle donne c'erano anche gli uomini del villaggio e tutti insieme erano là per festeggiare il nostro arrivo. Nelle tre settimane che sono seguite anche noi abbiamo imparato a cantare e ad esprimere la nostra gioia di stare insieme in modo così semplice e chiaro.