I Volontari in Kenya
2005
Marta Favara
Sono tornata da due giorni dal Kenya. Ho partecipato al campo THIV 09/05 che si svolgeva a Ngong presso l'Huruma Childrens Home. L'esperienza è stata del tutto positiva e davvero indimenticabile. Abbiamo avuto tutto il supporto, l'aiuto e il sostegno necessario dai ragazzi del THIVS che ci hanno seguito passo per passo durante tutto il mese agevolando i nostri spostamenti e aiutandoci quando necessario. Ho pensato di inviarvi una delle mie pagine di diario per dare l'idea di quanto questa esperienza tocchi profondamente l'animo di chi la vive.
21 Aprile 2005
Sola nella mia stanza guardo il soffitto e seguo il rumore degli insetti che popolano il tetto di lamiera. Oggi il mio stomaco ha deciso che era il caso di riposarsi per un giorno e mi ha costretto a letto, avvolta nel sottile materasso molle. Una pausa non mi dispiace, ho pensato subito, ma la voglia di tornare al lavoro ha immediatamente sostituito il lassismo, residuo dell’animo occidentale che superstite aleggia in me. Un esperienza simile ti entra dentro e sconvolge i tuoi ritmi, ti cambia, muta il tuo modo di vivere e di pensare. Non si tratta di ricordare i nomi dei luoghi dove sei stato o le cose che giorno per giorno hai fatto e farai. I colori le voci dei bambini, le preghiere, i canti, le amicizie e i discorsi durante la sacra pausa del the, quelle non le dimentichi perché diventano parte di te stesso. Senti che non riuscirai a farne a meno quando il comodo occidente ti riaccoglierà nel suo frenetico e spesso insensato modo di vivere. Star seduti sul divano alla luce fiocca della lampada a petrolio con Moses, Tom e la piccola toto, discutere senza il rumore di fondo di una tv insistente che non lascia spazio alle relazioni umane, è un modo piacevole per riscoprire il piacere di stare in famiglia. L’odore dolciastro e acre della pelle dei bambini, gli occhi curiosi e attenti che seguono la mia mano alla lavagna nelle ore di algebra, il coro di “mzungo, how are you?” che echeggia nelle strade al nostro passaggio, la canzone del mattino, i pianti della mamma durante la preghiera della domenica, il lavoro nei campi, i colori della savana e la coperta ricamata delle nuvole africane, gli occhi di un popolo che vive nella miseria, senza acqua, luce, servizi igienici, strade fangose che sembrano latrine a cielo aperto popolate da folle scalze disperatamente in cerca di una occupazione e fonte di guadagno. Ti fermi e pensi che la tragedia non ha mai lasciato questi luoghi, silenziosa, indifferente ne è compagna perfida e al tempo stesso naturalmente consolatrice... la povertà non ha rovinato del tutto questa gente cordiale, ospitale, sognatrice e per nulla rassegnata ad una condizione che obbliga madri ad abbandonare i propri figli, che getta nell’alcol padri di famiglia trasformandoli in crudeli e violenti animali, che fa della strada la casa di centinaia di bambini scalzi dallo sguardo perso e dal ventre gonfio. L’amicizia, la solidarietà, il sostegno e la speranza coltivata da una religione onnipresente, il senso della condivisione e della comunità compongono la fragile ragnatela che impedisce loro di cadere nell’abisso della disperazione. Noi del primo mondo crediamo davvero di aver trovato nell’egoistica affermazione di noi stessi la ricetta per la felicità? Crediamo davvero che inseguire il successo sia la chiave della nostra affermazione? Possiamo davvero permetterci di guardare dall’alto in basso il “terzo mondo” giustificando con la nostra ricchezza la superiorità del nostro modo di vivere? Possiamo davvero paragonare la vita alienata di un occidentale frustato dalla routine dei suoi meeting con quella di un uomo africano che non sa dov’è l’Italia ma che se incontra un italiano lo accoglie in casa sua e con lui divide il riso rimasto? La ricchezza di un uomo non si misura ne in dollari ne in scellini, la bellezza di una donna ne in centimetri ne stoffe griffate.. abbiamo bisogno di mascherarci dietro il denaro e i Dolce Gabbana per non mostrare al mondo la povertà che subdola abita il nostro paese dei balocchi...
Questo angolo di mondo conosce davvero cosa vuol dire vivere e perciò anche cosa vuol dire morire. Negli occhini dolci e svegli dei bambini è nascosta la sofferenza di chi troppo da giovane ha dovuto conoscere le fatiche che la vita e il destino ha preservato per lui ma anche la bontà, la fanciullesca integrità d’animo, la genuinità dei sentimenti, la divertita meraviglia di un mondo che li aspetta.. Mentre i pensieri si accavallano nella mente e si tramutano in emozioni che mi fanno sussultare, Jennet bussa alla porta e interrompe il flusso di coscienza.
Non vedendomi arrivare alla lezione di matematica si è preoccupata per me e eccola qui nel suo maglioncino rosso, sporco e bucato tendermi un mazzo di buganvillee profumate. La trattengo con me, il silenzio della stanza stava diventando opprimente e il richiamo delle voci dei bimbi dell’Huruma troppo forte per non convincermi che avrei potuto ascoltare il mio dolore anche scomodamente seduta sullo scivolo polveroso in mezzo a loro.
Jennet non ha alcuna voglia di tornare a casa preferisce chiacchierare con me seduta sulle mie gambe;chiacchierare con chi può davvero dirle se in tutto il mondo è normale che un bambino picchiato a sangue dal padre non riceva alcun ascolto da nessuno e la sua denuncia diventi un mezzo in più di ritorsione verso il suo indifeso corpicino… no in tutto il mondo non è così: una Jennet italiana, picchiata dal padre insieme alla madre e ai due fratelli minori, avrebbe avuto sostegno, aiuto e un po’ di giustizia terrena più efficace e veloce di una presunta giustizia divina che qui sembra essere la sola in cui si possa contare. I suoi occhi si velano di tristezza e il guizzo divertito che prima li animava, lascia spazio a un misto di sofferenza, imbarazzo, vergogna e senso di colpa per i fratelli lasciati nelle mani di quello che lei ancora chiama papà.Questo è l’Huruma: 150 bambini che hanno conosciuto vite disperate, la sofferenza della povertà, dell’ignoranza, della fame, la polvere della strada caotica e indifferente, l’oppressione e la violenza delle mura domestiche, il dolore della malattia e della perdita di un genitore, l’abbandono, il distacco…bambini che qui hanno trovato una famiglia, che qui hanno trovato fratelli e sorelle che si improvvisano “mama” e “baba”, la serenità di una famiglia allargata ma attenta alle esigenze di ognuno, la solidarietà e l’altruismo che non abita il nostro mondo di “figli unici”, la possibilità di ricevere un’istruzione che li renda consapevolmente attori di una vita migliore… per loro Huruma Children’s Home vuol dire rinascita.