I Volontari in Kenya-PIVS
2005


 Cecilia Seminara

 

Il mio report é la semplice trascrizione del mio diario di viaggio in Kenya (Nyakach), dal 21 Luglio 2005 all'11 Agosto 2005.
M
i sembra questo infatti il modo più fedele per ricordare. Ma, prima, qualche osservazione generale: le premesse alla partenza non erano delle migliori, dato che fino a qualche giorno prima non sapevo nulla di chi mi avrebbe accolto a Nairobi, né di che genere di campo fosse quello che mi accingevo a vivere. Arrivata a Nairobi, tutte le incertezze sono svanite e l’efficienza del PIVS è stata degna di un’organizzazione svizzera! L’esperienza è stata positiva: i ragazzi del PIVS sono persone interessanti, con cui si discute di problemi politici e sociali, curiosi verso la nostra cultura come lo siamo noi della loro, con sincera volontà di migliorare qualcosa nel loro paese.
La comunità Luo, presso cui si vive e si lavora, è molto accogliente, cordiale e, se si è ricettivi, ben disposta ad introdurre noi stranieri all’interno del loro mondo e della loro cultura. Il campo funziona, perché gestito da un’organizzazione del posto, consapevole dei bisogni e delle potenzialità della comunità ospitante.
Si lavora abbastanza, ma gli orari non sono ferrei, c’è libertà di modificare la tabella di marcia. E poi c’è spazio per discutere di politica internazionale, di scuola, povertà, di tutto ciò che interessa, perché soprattutto gli uomini della comunità sono smaniosi di confrontarsi con noi. Per concludere, sono soddisfatta e appagata del campo. Non folgorata, no. Ma questo perché ho confrontato il Kenya con il Malì, dove sono stata più volte: in confronto al Mali, il Kenya è più moderno e quindi in alcuni aspetti più vicino a ciò che conosco. E mi sembra aver perso molto della sua tradizione, quindi culturalmente mi ha affascinato meno. Resta il fatto che è forse uno dei posti più belli del mondo: consiglio ai futuri volontari di tenersi qualche giorno oltre al campo per fare un giro nei parchi naturali.

 

21/7

Dopo aver incontrato il mio compagno di viaggio (Carlo) al Cairo, giungiamo a Nairobi puntuali alle 7 di mattina. All’uscita dell’aeroporto ci accoglie Ken, del PIVS, come stabilito via mail. Prendiamo un taxi per arrivare alla sede dell’organizzazione: qui il volante è a destra e si guida sulla corsia di sinistra. Iniziamo a vedere i primi segni d’Africa: il caos, le bancarelle sui lati della strada, il rumore, i colori.  Alla sede del PIVS conosciamo Erick, il responsabile, che ci accompagnerà sul luogo del campo. Iniziamo con lui la cosiddetta “formazione” che, più che altro, è una chiacchierata su ciò che andremo a fare, sulla cultura Luo, su tutte le curiosità che abbiamo. Decidiamo di partire domani per Kisumu, perché oggi dovremmo prendere due autobus più un taxi-bicicletta e arriveremmo troppo tardi. 7 ore per 350 Km! Stanotte siamo ospitati in famiglia: la signora ci prepara una bella cena kenyota a base di riso, legumi, carne stufata. Qui c’è piuttosto freddo, ho due maglioni leggeri. Ma dicono che a Kisumu farà caldo.Facciamo grandi discorsi di politica con la famiglia: sono tutti istruiti, e tutti di sinistra. Dalla chiacchierata, percepisco che il Kenya è piu’ moderno di tanti paesi africani, ha piu’ collegamenti col nord del mondo.

22/7

Sveglia alle sei per prendere il matatu per Kisumu. I matatu sono camioncini coloratissimi, con musica ad alto volume. Sono programmati per 14 passeggeri più autista, ma la maggioranza di essi viene riempita fino a 18/20 persone. Per giungere a Nairobi centro attraversiamo molti quartieri: alcuni sono veri e propri slums, colmi di spazzatura e gente che ci ravatta dentro, baracche di lamiera, miseria. Poi, accanto, casette monofamiliari e strade pulite. Un’alternanza ricchezza-miseria impressionante. Dappertutto si vedono bambini in divisa che vanno a scuola: una macchia di colore in mezzo alle situazioni più diverse. Arriviamo in anticipo alla stazione e così ci facciamo un giro downtown. Assistiamo a una scena shockante, un regolamento di conti con un ladruncolo: una folla di persone si scaglia su un ragazzo e lo ricopre di calci, pugni, lasciandolo senza forze sulla strada. Tutti ridono, come fosse uno scherzo. Io sono allibita e chiedo a Erick cosa succede: “E’ un ladro, lo hanno punito. E’ normale, qui”. Normale?? Il viaggio, per il resto, è tranquillo: i paesaggi alternano boschi a zone tipo savana, a foreste tropicali, a piantagioni di the. Sui bordi, i soliti banchetti con frutta, frittelle, ecc. E zebre, come se piovesse. Ogni mezz’ora c’è un posto di blocco della polizia. A Kisumu conosciamo il leader del nostro campo: Erick anche lui, subito molto simpatico. Cambiamo matatu: e qui c’è da ridere. Siamo in venti, uno sopra l’altro (con zaini, galline, ceste, sacchetti...). Ai posti di blocco la questione si risolve mollando qualche mancia al poliziotto. Si arriva a Katito. Mancano ancora 5 Km al posto, prendiamo un peugeot-taxi e arriviamo. Una signora ci accoglie offrendoci del buon the e la cena: è la segretaria della comunità. Poi ci spostiamo nel posto dove vivremo: una casa/capanna tradizionale, fatta di fango e legno, col tetto di lamiera. Si dorme in terra sulle stuoie e poi c’è un letto. E zanzariera, ovviamente. La doccia è quella tradizionale africana: all’aperto, con un catino d’acqua. E il bagno è un casottino di fango con un buco al centro, dove non mancano gli insetti. Ero già abituata a tutto questo grazie all’esperienza maliana, quindi la cosa non mi preoccupa più di tanto. Giochiamo un po’ a carte,e alle 23 si va a dormire.

23/7

La colazione ci viene gentilmente offerta dai vicini: mandazi (frittelle) e latte col cacao. Inizio a far conoscenza coi bambini che vivono qui accanto e che sono, naturalmente, incuriositi e intimoriti da noi mizungu. Poi si inizia a conoscere il progetto del campo: partiamo io, Carlo, i due Erick per visitare le risaie, accompagnati da Ocien, membro della comunità e responsabile delle risorse per lo sviluppo a livello governativo. Arrivati sul fiume scopriamo che non ci sono ponti e quindi... ci immergiamo fino alla vita e lo attraversiamo. I maschi in mutande, ma le donne naturalmente non possono. Quindi, vestite. Secondo ostacolo: incontriamo uomini e donne che scavano un canale nel fango per portare l’acqua dal fiume ai campi. Dobbiamo passare, tra fango, boscaglia, fiume: sono cose che tutte le guide sconsigliano di fare per non prendersi qualche infezione, ma come si fa? Il sole picchia: torniamo alla capanna, ma subito si riparte per Katito (5km a piedi) per comprare carbone e kerosene per cucinare. Al nostro ritorno, quando io mi accingo a cucinare (perché oggi è il mio turno), si aggiungono al nostro gruppetto anche i due volontari di qui: Akini e Austine. Adesso siamo al completo: io, Carlo, Erick di Nairobi (che parte domani), Erick di Kisumu (il cosiddetto leader), Akini e Austine.

24/7

Si fa una scampagnata tutti insieme a Kisumu e poi al lago Vittoria. I soliti 5 km a piedi fino a Katito sotto un sole cocente passano velocemente, chiacchierando con i compagni: noto, però, ancora una volta che il Kenya non ha tutti quegli aspetti “tradizionali” che tanto mi affascinavano in Mali. A Kisumu facciamo un po’ di telefonate in Italia e poi andiamo a mangiare pesce con ugali (una specie di polenta) in riva al lago: il posto deve essere famoso, è pieno di gente. Cucinano il pesce alla piastra davanti ai tuoi occhi, poi si mangia con le mani. E costa pochissimo. Con circa 4 euro mangiamo tutti e cinque. Dopo un po’ di relax si torna in matatu a Katito: piove e l’autista guida come un pazzo. Diversi momenti di brivido.

25/7

Regalo dei palloncini gonfiabili ai bimbi, e ne sono contentissimi. Oggi dovevamo cominciare il lavoro nei campi, ma piove, quindi ci dedichiamo alla costruzione della doccia: impalcatura di pali di legno, pareti di canne, inchiodate e legate con una pianta resistentissima. Sembra niente, ma ci vogliono 4 ore per costruirla a prova di vento. Di sera c’è la presentazione ufficiale alla comunità: dopo cena entriamo nella casa della Chair Lady, dove 14 persone ci stanno aspettando in silenzio. Salutiamo uno per uno, ci presentiamo, Theresa (la segretaria) ci presenta i singoli membri e il lavoro dell’associazione. Poi si aprono le domande: mi sento investita di una grande responsabilità, perché tutti si aspettano che dopo questa esperienza qualcosa cambi. Gli uomini sono i più curiosi: mi chiedono (dico “mi” perché Carlo non parla una parola di inglese, quindi l’interlocutrice ufficiale sono io) com’è il sistema educativo in Italia, discutiamo di politica e di religione. E’ un bello scambio. Siamo ufficialmente battezzati dalla comunità.

26/7

Mi alzo nervosa perché Erick ha la bella idea di svegliarci alle 6.30 accendendo la radio! Si va a lavorare nei campi di riso: caldo insopportabile, un’ora di cammino per arrivare sul posto, dobbiamo attraversare il fiume. Il lavoro di oggi consiste nello sguazzare nel fango e togliere dai campi le zolle di terra. E’ abbastanza faticoso, un po’ per il caldo, un po’ perché siamo immersi nel fango fino alle cosce, un po’ perché si sta piegati. Non resistiamo più di due ore...Nel pomeriggio: attività culturali. Oggi si va a visitare la scuola. Incontriamo il direttore e un professore che ci spiegano un po’ di cose: il sistema scolastico è ottimo. Con un bellissimo tramonto come sfondo facciamo due o tre viaggi fino al pozzo per fare scorta d’acqua. Prima di cena, sfida col giavellotto.

27/7

E’ il mio giorno di cucina, quindi niente lavoro. Nel pomeriggio: andiamo a fare un po' di spesa a Katito e poi giochiamo coi bimbi, ma sono troppo intimiditi da noi e non giocano.

28/7

Il fiume è pieno, non si può andare nei campi. Torniamo alla scuola per vedere gli esami di fine anno: sono molto più difficili dei nostri!Rapporti un po’ tesi con gli altri, ma niente di che... la convivenza stretta è sempre un po’ difficile. Pomeriggio: mercato a Katito. Il mercato è sempre Africa: colori, odori, rumori. E si trova di tutto.

29/7

Il fiume è ancora pieno, non si va di nuovo nei campi. Io e Carlo anticipiamo il week-end, e andiamo alla Kakamega Forest da soli oggi e domani.

30/7

Kakamega Forest (una splendida foresta vergine) e ritorno a casa in serata.

31/7

Come preannunciato da una settimana, ci attendono per celebrare la “messa” insieme. Sono cristiani protestanti di una confessione chiamata “Chiesa del settimo giorno”. La “Chiesa” è una casa tradizionale di fango e legna, con delle panche dentro. Il pastore è il nostro vicino Joshua.. La messa è una performance di due ore, in cui si alternano canti, sermoni, urla, momenti intensi in cui tutti urlano le proprie preghiere contemporaneamente. Pur non capendo nulla, perché è in Luo, comunicano sensazioni forti. Gioia e dolore profondo. E hanno davvero una fede profonda qui. Naturalmente, a metà funzione io e Carlo veniamo presentati ufficialmente. Oggi mi sono riconciliata col mondo: il Kenya sta assumendo un certo fascino, i compagni sono simpatici e Erick sta perdendo un po’ dell’autoritarismo dell’inizio. Nel pomeriggio facciamo una passeggiata fino al fiume, perché dicono essere pieno di ippopotami: naturalmente non ne vediamo neanche uno. Ma intanto si discute dei soliti problemi con Ocien. La sera si mangia un ottimo Pilau cucinato da Erick.

1/8

Lavoro: per arrivare camminiamo per 5 km col fango fino al ginocchio e attraversiamo il fiume pieno. Il lavoro di piantare il riso è semplice, ma arriviamo comunque stanchi a casa per pranzo per il caldo. Pomeriggio relax: spesa a Urudi. Io non sto bene, vado  a dormire presto.

2/8

Mattina: dimostrazione di come cucinare con fornelli solari. Sono praticamente cartone ricoperto di alluminio (quello che da noi si usa per farsi le lampade), nel quale si mette una pentola dipinta di nero. La signora ci cucina una torta e in effetti funziona. Nel pomeriggio si impara a fare le stuoie; poi a trovare un ragazzo qui vicino, poi un passo al campo della scuola a giocare a netball, quindi a casa. Dopo cena insegno agli altri a giocare a “tappo” e ci divertiamo per due ore.

3/8

Di mattina passiamo di nuovo alla scuola, perché c’è una dimostrazione pubblica sui fornelli solari. E’ pieno di gente interessata, ma la maggioranza non può permetterseli (uno dei più semplici costa circa 5 euro). Io e Carlo ne compriamo un po’ da distribuire alla comunità e tutti ci sono molto riconoscenti. Poi siamo andati a fare un po’ di stuoie. Nel pomeriggio abbiamo assaggiato il cibo cucinato: riso, carne stufata, uova, cavolo e la torta. Ottimi davvero. Alle cinque, come tutti i giorni, si va a caricare l’acqua dal pozzo: è sempre un momento molto conviviale, in cui le donne e i bambini giocano con noi mizungu. Per cena vengono Michael e sua moglie e per l’occasione prendiamo un pollo (vivo!). Austine lo ammazza, Erick lo spenna e lo cucina. Mi fa un po’ impressione, ma è buono.

4/8

Tutta la notte si sono sentite urla: sembrava una festa, invece è morto qualcuno e qui si usa festeggiare. Mattina: visita all’ospedale di Pap-Onditi. Grosso, in mezzo al verde, fa una buona impressione. C’è tutto un reparto dedicato ai sieropositivi. Qui l’AIDS si sente e si percepisce la catastrofe: la gente muore, ci sono tanti orfani. Il governo se ne prende cura. Per tornare prendiamo un bus ancora più stipato dei matatu. Nel pomeriggio parlo a lungo con Erick su alcune riflessioni che ho fatto che mi hanno un po’ scoraggiato: l’atteggiamento generale delle persone, pur se molto cordiale, è quello di chi si aspetta qualcosa da noi. Ho come l’impressione che sia molto difficile creare rapporti di amicizia veri, perchè noi, oltre ad essere persone, siamo anche “mizungu”, quindi veniamo da un paese ricco, quindi abbiamo di più, quindi possiamo e dobbiamo dare. E’ giusto, lo sappiamo anche noi, ma pregiudica la sincerità dei rapporti umani. Erick dice cose interessanti, e per la prima volta riusciamo a parlare di cose serie (perché qui si gioca e si scherza sempre...). Carlo deve partire domani: al tramonto, Theresa e la Chair Lady ci portano i regali della comunità: cestini, borse, cose fatte a mano. Sono commossa e vorrei avere perfetta padronanza della lingua per farglielo capire.

5/8

Si va tutti insieme a Kisumu per accompagnare Carlo e poi lui proseguirà per Nairobi. Prima i saluti: prepariamo un pranzo italiano per tutti quelli che vogliono passare da noi, ma gli unici ingredienti che troviamo sono spaghetti e pomodori. Che vengono malissimo, un pappone immondo. Poi facciamo anche un budino, che invece riesce bene ed è molto apprezzato. In breve arrivano una ventina e più di persone, ed è tutto un passare di piatti, un lavare bicchieri (ne abbiamo solo 7...). Joshua saluta Carlo con una preghiera, e poi si parte. Austine è molto triste. A Kisumu incontriamo un altro ragazzo del PIVS che preleva Carlo e lo accompagna a Nairobi. Io e Erick restiamo lì a dormire, a casa di sua sorella.

6/8

Ritorno a casa senza Carlo, niente di particolare nella giornata.

7/8

Riusciamo a saltare la messa e andiamo da un musicista locale che suona gli strumenti tradizionali: è un vecchietto, parla solo Luo, è molto onorato della visita. Si mette a suonare una specie di violino, con la cassa di latta, corde di budello, manico di legno. In poco tempo si radunano un sacco di bambini intorno a noi. Ci promette un happening con altri musicisti per martedì, come saluto a me. Wow. Poi spesa a Katito. Inizia a piovere, quindi si torna a casa in poda-poda (taxi bicicletta).

8/8

Mattina relax: preparo un po’ di cose da lasciare alla comunità. A pranzo cuciniamo delle pesantissime sambusa: fritti ripieni di fagioli. Buone, ma lunghe da digerire. Nel pomeriggio andiamo a trovare la nonna di Erick che sta vicino a Katito: ma non c’è, stiamo a giocare con suo nipote e altri bambini trovati lì. Il resto: solito tran-tran di fine giornata.

9/8

Appena sveglie, io e Akini andiamo a prendere l’acqua al pozzo, perché non ce n’è più. Poi a piedi a Katito per comprare ciò che ci serve per la festa d’addio di oggi pomeriggio. Al ritorno, Erick dorme! Doveva iniziare a preparare il pranzo, prendere altra acqua: niente. Divento una furia e lui si smuove. Poi continuo a lavorare con Akini, prepariamo le cose per il pomeriggio. Alle 17 è pieno di gente che aspetta. Arrivano i musicisti e iniziamo a sfornare succhi, budino e birre. Erick prepara anche il pilau per tutti.

In breve il musicista è ubriaco e fa sempre più ridere: un bel pomeriggio e si va avanti fino alle 21.

Quando tutti se ne vanno, ci sono i saluti con la comunità: do loro i miei regali, qualche medicina, parliamo a lungo con le donne di tante cose. Vado a dormire con molte sensazioni positive in testa.

10/8

E’ il giorno di partire: vado con Akini per l’ultima volta al pozzo e saluto le donne. Dopo la colazione, Joshua e la comunità fanno una preghiera finale e c’è il commiato ufficiale dalla comunità. Partiamo in molti da casa per andare a Katito, tutti ci salutano lungo la strada, perché siamo una corazzata! A Katito saluto tutti, e rimango con Erick, col quale starò ancora per qualche giorno. Il campo è finito, ma alla mia partenza dal Kenya mancano ancora 4 giorni: mi aspetta un giro all’Hell’s Gate National Park insieme ad Erick.

11/8-14/8

Hell’s Gate National Park (bellissimo parco sul lago Naivasha, con animali selvaggi e savana)

 

 


BACK OIKOS INFORMAGIOVANI

VOLONTARIATO

E-MAIL