I Volontari in Kenya 2006


 Micaela Candeloro

IL PROGETTO

Sono abruzzese. Ho quasi 30 anni e una gran voglia di raccontare la mia esperienza in Kenya. Ho già partecipato ad un campo di lavoro nello stesso Paese due anni fa. Allora fui accolta dalle comunità di Kapsotoon e  Mogoon, nei pressi di Nakuru; quest’anno ho invece visitato il villaggio di Gachuriri, a circa 25 km da Embu. Siamo nel Kenya centrale, a nord-est di Nairobi. Il workcamp a cui ho preso parte ha avuto la durata di tre settimane e precisamente dal 9 al 29 giugno. Differentemente dalla passata esperienza, quando eravamo 3 volontari italiani, 3 locali e un coordinatore, questa volta ero l’unica volontaria; con me ha preso parte al campo lavoro Erik, il coordinatore della PIVS, l’associazione che gestisce alcuni dei work camps in Kenya. Nel villaggio abbiamo trovato Beatrice, che ha collaborato a tutte le attività e che ci ha aiutato nella non semplice comunicazione con la popolazione locale, la maggior parte della quale era in grado di parlare solo nel proprio dialetto.
Ad Embu vivono varie tribù tra le quali gli Embu, i Mbeere, i Kikamba, ognuna delle quali ha la propria lingua. Ho imparato alcune parole in Kiswahili, ma molto più difficile è stato ricordare qualche espressione nei dialetti locali.

Il progetto da realizzare riguardava la semina di piante in collaborazione con il Gachuriri Women Group, composto da circa 60 donne, con un’età media di 45-48 anni. Il gruppo è attivo dal 1985 e ha intrapreso le sue attività allo scopo di realizzare dei profitti che facilitassero l’indipendenza delle donne e migliorassero la loro possibilità di provvedere al sostentamento della famiglia. Le donne hanno già costruito un edificio le cui stanze sono state affittate a dei commercianti, in Gachuriri Market e un dispensario dove è possibile ricevere cure mediche e sottoporsi a controlli periodici. Il gruppo ha lavorato duramente, ma ora che l’età delle partecipanti è abbastanza avanzata non riesce a mantenere i ritmi lavorativi di un tempo. È per questo che l’attività predominante attuale è quella della semina di piante che saranno vendute una volta cresciute. Più precisamente il lavoro che ho svolto con loro ha riguardato la semina di piante locali e di alberi di papaia; lo scopo è quello di venderli per finanziare la costruzione di un’altra ala dell’edificio già esistente in Gachuriri Market. I semi sono stati piantati in sacchettini di plastica riempiti di terra e costantemente innaffiati. Abbiamo realizzato anche delle semine direttamente a terra in spazi opportunamente protetti dagli animali.

L’ACCOGLIENZA

Ho raggiunto Gachuriri insieme ad Erik con il matatu, il mezzo di trasporto locale, che ci ha condotti fino a Embu da Nairobi; abbiamo poi preso un taxi per arrivare a destinazione. Ci aspettava un folto numero di donne che si sono presentate e hanno subito manifestato una tenera disponibilità e una gentile accoglienza. Mi hanno subito battezzato con un nome locale: Mwekali, che significa visitatore.
Ci siamo sistemati in una casetta in muratura, nei pressi dell’abitazione di Miss Judith, la coordinatrice del gruppo femminile. La nostra dimora  era composta da due stanze da letto e una camera adibita a cucina e sala da pranzo, opportunamente arredata. All’esterno c’era la sala da bagno e quella che fungeva da toilette. Oltre che da me ed Erik, la casa era abitata anche da simpatici topi, alquanto fastidiosi durante la notte, ma alla cui presenza mi sono presto abituata. I nostri vicini hanno provveduto a fornirci tutti gli attrezzi necessari per cucinare e generalmente mangiavamo in casa. L’accoglienza delle donne è stata fantastica. Tutte sono state estremamente contente di avermi con loro e ben liete di farmi visitare le loro abitazioni e i loro campi; fondamentalmente è stata questa l’attività preminente, giacché il lavoro di semina e cura delle piantine non richiedeva molto tempo. Le signore si erano organizzate in modo tale da lavorare due alla volta ogni mattina, per poi condurre i volontari presso le loro dimore nelle ore successive. Siamo sempre tornati indietro carichi di doni, specie di cibo. Abbiamo camminato moltissimo, lungo strade assolate e sabbiose e densamente popolate da serpenti velenosi; ne ho incontrati di diversi, di tutte le taglie e di varia pericolosità.

IL TERRITORIO

Gachuriri si trova nei pressi di Embu, in Mbeere District. La sua estensione è grande, le distanze da coprire sono ampie e il mezzo più diffuso sono le gambe! Per fortuna il territorio è pianeggiante, ad eccezione della città di Embu, particolarmente collinosa.
Le attività dominanti in quell’area sono agricoltura e allevamento; la zona è semiarida ma la vegetazione è fitta. I campi sono generalmente abbastanza vasti, ma la loro produttività dipende strettamente dalle condizioni metereologiche. Il mese di giugno è stato molto caldo; dall’ultima settimana invece il tempo è cambiato, preparandosi all’ “inverno” del mese di luglio; le stagioni delle piogge sono in ottobre-novembre e poi intorno a marzo.  L’acqua non è poi così scarsa, giacché ci sono diversi fiumi nei dintorni, sfruttati anche per la realizzazione della corrente elettrica, ma paradossalmente la maggioranza della popolazione locale ne è sprovvista.
Ci sono diverse famiglie che hanno cisterne per l’acqua che arriva dai fiumi e dalle quali le genti vicine attingono per il proprio sostentamento; pur essendo acqua pompata e parzialmente filtrata va sempre e comunque sterilizzata. Il metodo usato da noi era quello della bollitura e in alcuni casi anche dell’aggiunta di un disinfettante apposito, ma la popolazione locale non ha questa abitudine, nonostante le raccomandazioni dei medici e le nostre testimonianze. Anche quando le loro condizioni di salute non sono delle migliori, i locali preferiscono bere direttamente l’acqua attinta dalle cisterne o dal fiume o dalla pioggia, senza preoccuparsi minimamente dei suoi effetti devastanti.
Ho avuto modo di incontrare un elevato numero di persone affette da malaria, molte delle quali bambini assai sofferenti. Le precauzioni non vengono adottate di norma e la disponibilità di medicine sembra lenire le loro preoccupazioni. Quella di Embu è una zona alquanto malarica per la presenza di vari bacini d’acqua. Personalmente mi sono sottoposta alla profilassi antimalaria e le mie condizioni di salute sono state sempre buone, ma non so se in futuro seguirò il consiglio dei medici italiani; ho incontrato dei connazionali che vivono da anni in Kenya e mi hanno caldamente suggerito di evitare di intossicare il fegato con i medicinali della profilassi, che comunque hanno il solo effetto di lenire i sintomi e non di prevenire o curare la malattia: non c’è scampo se la fatidica zanzara ti punge! In Kenya ci sono medicinali molto più efficaci che possono essere tranquillamente acquistati in via precauzionale prima del rientro in patria e utilizzati nell’eventualità sintomi della malaria dovessero intervenire nei successivi 15 giorni (tanti sono i giorni di incubazione). Ciò che è certo è che i kenioti convivono serenamente con questa malattia, ma personalmente non posso sottovalutare il fatto che troppe persone ne muoiono e soprattutto non riesco a dimenticare il volto sofferente di quella bimba che – a causa di una particolare forma di malaria - aveva delle dolorosissime ferite nella bocca che le impedivano di mangiare e di bere…

SOCIETA’ E RAPPORTI CULTURALI

Il ruolo degli uomini anche in questa zona del Kenya è alquanto marginale; la maggior parte di quelli che ho incontrato ha il vizio del bere, indipendentemente dal proprio ruolo nella società e dalle responsabilità familiari.
Al contrario, le donne sono molto ben organizzate. Oltre al Gachuriri, esistevano anche altri Women Groups, costituiti da donne più giovani, ma con le stesse intenzioni di intraprendere attività capaci di renderle più autonome. Forte è la loro dedizione alla famiglia e in particolar modo ai figli, generalmente numerosi. Forte è anche la religiosità; diverse sono le confessioni presenti sul territorio, ma profondo è il rispetto reciproco e la comune accettazione.

L’alimentazione è quella tipica keniota: fagioli, mais, ugali, latte.

Un’abilità particolare delle donne del posto è quella di lavorare il sisal, un materiale ricavato dall’omonima pianta col quale realizzano borse e ceste robuste e colorate, che però si limitano ad utilizzare in ambito domestico, senza nessuna intenzione di sfruttare questa capacità in senso commerciale.

L’impossibilità di comunicare direttamente non ha reso agevole i rapporti tra me e le donne del gruppo, giacché era sempre necessaria la traduzione; ma questo non ci ha impedito di affezionarci l’un l’altra e di intenderci soprattutto sul lavoro.

Miss Judith, la coordinatrice del gruppo, parlava inglese; è una donna molto forte, ha militato in politica e ora non gode di ottima salute, ma ha ancora energie da vendere. Da quanto ho potuto vedere ha un carattere molto ostinato e si fa rispettare da tutti, donne e uomini. È anche molto loquace e orgogliosa. Come nella passata esperienza, ho potuto constatare che il capo del gruppo femminile non è necessariamente la donna più anziana, ma di certo la più benestante e la più acculturata. Questi due elementi le mettono in condizione di essere ascoltate da tutte le altre signore e a volte le autorizzano anche ad assumere comportamenti che ostentano una certa superiorità…
Tutti hanno mostrato una profonda curiosità per lo stile di vita occidentale, manifestando una visione abbastanza distorta della nostra realtà; si pensa comunemente che in Europa si lavori poco e male, che tutto sia automatizzato e che gli uomini non abbiano alcun rapporto con la terra e le cose semplici come le loro. Non è facile far capire quali sono le reali condizioni di vita dalle nostre parti né scardinare la convinzione che la ricchezza sia l’elemento dominante per tutti.
In diverse occasioni mi è stato chiesto di intercedere presso il mio popolo per aiutare il Gachuriri Women Group  economicamente. Anche altre organizzazioni e gruppi hanno avanzato le stesse richieste e alcuni avrebbero voluto sfruttare la mia presenza per fare campagna elettorale, ma fortunatamente sono riuscita a sfuggire a certe manipolazioni.
Numerosi erano i bambini presenti nel villaggio, tutti estremamente incuriositi dalla presenza di un Mzungo (persona dalla pelle bianca); anche con loro la comunicazione non era semplice, perché restii a parlare inglese, ma coi bimbi è sempre più agevole intendersi, specie dinanzi a regali e piccole leccornie…

LA PARTENZA

La partenza è stata dolorosa per tutti… L’ultimo giorno di permanenza le donne hanno organizzato un party: hanno ucciso una capra appositamente acquistata in mio onore e l’hanno cucinata secondo gli usi locali; hanno danzato a cantato e illustrato il loro progetto e le modalità della nostra collaborazione a tutti i presenti. I capi politici della zona hanno partecipato alla festa, ringraziando vivamente i volontari. Durante il party ci siamo scambiati dei doni.

Tornare a casa è sempre molto duro. La nostalgia è il sentimento dominante, mista a una certa confusione di sensazioni ed emozioni che però facilmente lasciano spazio a una profonda gioia, quella di avere nuovi amici coi quali ho trascorso momenti indimenticabili, che lasciano il segno e una piacevole piega di sorriso sul viso e sul cuore…

 

         


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