I Volontari 2007 in Marocco
Alessandra Pezza e Giulio Formenti
Asilah 11- 25 agosto
Siamo molto contenti di come è andato il nostro campo in Marocco.
Certo, l'inizio è stato un po' traumatico, di sicuro ci aspettavamo una situazione un po' più internazionale e meno strettamente marocchina: eravamo 5 italiani e in media 15 marocchini (ma ogni giorno c'erano partenze e nuovi arrivi). Da un altro punto di vista e a voler essere particolarmente critici, il lavoro che ci veniva richiesto era francamente piuttosto "ridicolo": in un edificio sporco, un po' cadente e in cui mancava acqua per i due terzi della giornata, oltre che una doccia per tutto l'istituto, ci viene chiesto di disegnare e scrivere sui muri del bagno per rallegrare l'ambiente!
Spero che i bambini dell'istituto abbiano apprezzato, sicuramente lo spirito era dei migliori, ma forse avremmo potuto fare qualcosa di più, con le nostre 20 forti paia di braccia. In ogni caso, l'organizzazione era saldamente in mano ai responsabili dell'associazione marocchina e non ci siamo permessi di interferire in modo così radicale nell'organizzazione del campo.
Ci siamo adeguati ai lenti ed altalenanti ritmi marocchini, fatti di lunghe pause in cui tutti dormono e di improvvisi risvegli nell'iperattività più completa e, più o meno, volentieri a seconda dei momenti, ci siamo sottomessi all'imperio del programma delle due settimane stilato all'inizio del campo.Subito emerge che, comparato alle due-tre ore di lavoro alla mattina, è il lavoro della cucina ad essere veramente pesante: un medio pasto marocchino non particolarmente ricercato richiede due ore e mezza-tre di lavoro; il cous cous del venerdì almeno cinque. La pasta italiana in un quarto d'ora è quasi indegna ai loro occhi (e in effetti, anche se ci coprono di complimenti, quasi non la toccano), e apprezzano invece la faticosissima pizza che finiscono per convincerci a preparare. Niente da fare, non siamo più abituati a cucinare nel pieno senso della parola, noi ci limitiamo a preparare da mangiare. E la differenza è abissale e non sta nella qualità del piatto finale, ma nella sacralità dell'atto: le ragazze marocchine che ci insegnano a preparare il cous cous scottandosi le mani con granelli bollenti che sgranano uno per uno non hanno fretta di finire. Il senso del piatto non sta nel cibo ma nell'atto stesso del cucinarlo, e noi non lo capiamo. Sicuramente siamo noi quelli fuori luogo quando facciamo notare che il cous cous preparato in cinque ore è finito in cinque minuti nelle mani di venti persone affamate non ha nessuna importanza. E poi, il disagio fisico di dover abitare per 15 giorni in un posto senza acqua calda, molto spesso senza neppure acqua corrente, con due turche in 20 e nulla più, senza un briciolo di intimità o uno spazio personale... All'inizio siamo terrorizzati.
Ma poi, piano piano... va sempre meglio. E non perché il lavoro ci sembri più sensato, non perché i programmi ci vadano più a genio (finiamo puntualmente sulla gelata spiaggia di un gelato Oceano Atlantico alle 6 di sera -prima c'è la pausa pisolino- per poi cenare alle 11 senza un motivo apparente), non perché non sentiamo più la mancanza di una doccia che non sia a secchiate gelate ed alle 6,30 del mattino, ma perché alla fine tutto questo ci dà la possibilità di chiacchierare, anche senza uno scopo apparente, con delle persone gentili, ospitali, simpatiche. Quelle persone con cui dovremmo effettuare uno "scambio culturale". Preciso: l'idea dello scambio culturale fine a se stesso, e in particolare di un campo di lavoro finalizzato a questo, continua a sembrarmi ridicola. Ad Asilah abbiamo conosciuto delle persone bellissime, ospitali come non era mai capitato di incontrarne. Abbiamo avuto l'opportunità di discutere con loro degli argomenti più disparati: da come si tagliano le verdure per l'insalata a “Perché credi in Dio, in che Dio, ma ci credi davvero?”.
Non direi che abbiamo scambiato culture, forse ci abbiamo provato. Con una curiosità che era quasi vorace abbiamo cercato di classificare ancora prima di assimilare. Ma paradossalmente la parte meno interessante della discussione saltava sempre fuori al momento di generalizzare: voi fate questo, voi pensate quello. Bah. Ognuno aveva la sua risposta, come è normale. Risposte generiche non ce ne hanno date. Se non quando usavano la loro "cultura" per schermo: i marocchini fanno così (ma tu cosa ne pensi? Mah...). D'accordo, in un certo senso è stata una piena immersione in un generico stile di vita marocchino. Ma forse proprio per questo i denominatori comuni di questo "stile di vita", tirate le somme, si riducono a due-tre punti generici: al-salat, la preghiera 5 volte al giorno, con il muhadhdhin che chiama dalla moschea, i canti e la musica tutta la notte per i matrimoni, quali cibi si mangiano in che momento della giornata, dell'anno, della vita. E di fatto quello che resta è una sensazione più profonda e che non sa di esotico, ma di intimo e personale.
Abbiamo abitato in Marocco per due settimane sentendoci, volenti o nolenti, "diversi". Ma ce ne siamo andati con la sensazione di lasciare casa e amici.
Un grazie nel vento per questa splendida occasione di conoscenza che ci siamo trovati a vivere. Non abbiamo visto Marrakesh né Fès, ma torniamo in Italia sapendo di aver visto molto di più, e di più bello.
Clara Sbertoli e Marco Tundo
Per noi si è trattato della prima esperienza di campo lavoro e quindi siamo partiti con tante aspettative e incertezze riguardo a quello che ci aspettava.
All'arrivo abbiamo avuto qualche difficoltà a trovare l'orfanotrofio; l'indirizzo era poco dettagliato e gli abitanti del luogo non sapevano darci indicazioni; comunque alla fine ce l'abbiamo fatta. L'organizzazione del campo di lavoro era ben strutturata, il responsabile del campo ci ha diviso in squadre per i turni cucina e ha stilato un programma dettagliato per le due settimane alternando il lavoro (la mattina) allo svago (pomeriggio e week end) ritagliando tempo per raccogliere le impressioni sul campo lavoro.
Al di là di un primo momento di sconforto per il diverso "standard di vita" a cui non siamo abituati (ad esempio il diverso modo di stare a tavola mangiando da un unico piatto), l'esperienza è stata molto bella e ricca di scoperte. Insieme a noi c'erano altri tre ragazzi italiani; gli altri ragazzi del campo erano tutti marocchini. Sono stati tutti molto gentili, ospitali e un po' protettivi nei nostri confronti, preoccupandosi per esempio di accompagnarci alla medina per non farci abbindolare come i "soliti turisti". La maggior parte di loro era curiosa di conoscere le nostre abitudini e descriverci le loro in un vero e proprio scambio culturale, nonostante le barriere linguistiche. Tutto ciò ci ha consentito di iniziare a conoscere il popolo marocchino e la loro cultura permeata di religione superando un personale pregiudizio condizionato dal messaggio dei media e dalla paura generata dai recenti episodi di cronaca.
In conclusione è stato un bel modo per vivere dall'interno una cultura diversa e conoscere un paese straniero senza guardarlo da dietro i vetri, come spesso accade nei viaggi all'estero. Infatti nei viaggi che abbiamo fatto successivamente abbiamo sentito la mancanza di conoscere persone e abitudini dei posti che abbiamo visitato. Ci riproponiamo di rivivere un'esperienza simile, sperando di trovare un'altra valida organizzazione e persone altrettanto ospitali.