I Volontari in Marocco
2004


 Gabriella Addivinola

CAMPO DI LAVORO CSM09
INSEGNAMENTO DELLA LINGUA INGLESE - RABAT

ORGANIZZAZIONE
Il mio campo ha visto coinvolti 9 volontari provenienti da Inghilterra, Belgio, America, Francia e un nutrito numero dal Marocco.


LAVORO

Il lavoro è consistito in circa 3 ore di lezione d’inglese al giorno a una classe di 30-40 persone. Dopo un test iniziale i ragazzi sono stati suddivisi in due livelli che tuttavia hanno mantenuto un’ampia eterogeneità interna, la quale talvolta ha creato qualche problema. A ciascuna classe è stata assegnato, credo casualmente, uno dei volontari. Io mi sono trovata di fronte ragazzi diciottenni di livello Intermediate….una bella scommessa!
L’organizzazione delle lezioni è stata liberamente affidata a ciascuno; fortunatamente avevo portato con me i miei vecchi libri di studio, che si sono rivelati una risorsa indispensabile, insieme a quelli che mi hanno portato i miei ragazzi.
Nonostante il gran numero di alunni e l’assenza di un libro di testo per ciascuno , le lezioni si sono svolte abbastanza bene. I volontari locali ci aiutavano per le fotocopie,e la nostra classe si è subito dotata di un efficientissimo “Photocopy-Man”; la lavagna, l’impegno e il buon umore hanno fatto il resto.
Purtroppo non c’erano momenti di discussione “prestabiliti” tra gli insegnanti su temi didattici, cosicché non c’è stato un vero e proprio coordinamento dei programmi di studio. Inoltre con l’assegnazione casuale delle classi si sono verificate alcune situazioni incongruenti: una ragazza londinese che non parlava affatto il francese è finita in una classe di bambini alle prime armi con l’inglese, che le hanno dato un bel po’ di filo da torcere, mentre io e una ragazza francese siamo finite con i ragazzini Intermediate!


ESPERIENZA

A ciascuno di noi è stato affidato un “responsabile”, generalmente  un membro della famiglia ospitante,  con cui si pianificavano le giornate e che “vigilava sulla nostra sicurezza”.
I pomeriggi prevedevano talvolta attività organizzate, come una divertentissima finta festa di matrimonio in cui ci siamo trasformati tutti in perfetti sposini, una visita ad un ospedale, alla festa conclusiva del campo di lavoro nella città vicina, escursioni in giro per la città.
Tuttavia molti pomeriggi  erano liberi e si cercava allora di stabilire qualcosa da fare con la famiglia o con i volontari.
Il punto più controverso sono stati però i week-end; discussioni infinite sulla possibilità di spostarci da soli o insieme ai volontari locali e scarsa collaborazione, che hanno prodotto un unico viaggio a Marrakech…

SOGGIORNO
La permanenza è avvenuta nelle famiglie locali. E’ stata davvero un’ occasione fantastica per conoscere meglio la cultura marocchina, entrare nelle loro abitudini,   rituali …La fama dell’ ospitalità di questa gente, non è stata affatto smentita, anzi…mi sono quasi sentita una reginetta!
E’ stata un’esperienza davvero molto bella, sorseggiare insieme il the a sera, imparare, o meglio cercare di cogliere i segreti della preparazione del couscous, conversare a lungo con “la mia nonnina” che parlava solo arabo… Il calore e la benevolenza della mia famiglia mi hanno da subito fatta sentire a casa!
Gli unici problemi sono sorti dal fatto che in alcuni casi le abitazioni in cui erano ospitati i volontari erano parecchio distanti tra loro e dalla scuola… ben 20 minuti di bus per me, che rendevano un po’ difficoltose le uscite serali, ma mi garantivano un tragitto denso di colori e di vita…le strade che si affollavano di gente che si incamminava al lavoro, i mercanti che preparavano i banchetti, la gente seduta a chiacchierare ai crocicchi…Ho amato molto i quartieri popolari così effervescenti pur tra le difficoltà.
Ho avuto inoltre la fortuna di visitare molte famiglie,dato che i miei alunni spesso mi invitavano a pranzo o a trascorrere la giornata a casa loro, con quella particolare cura e attenzione che mi hanno fatto veramente sperimentare che cosa significhi essere ospite.Tuttavia sono sorti dei problemi: sebbene le  famiglie presso cui risiedevamo avessero dichiarato la loro disponibilità, gli organizzatori hanno iniziato a sollevare una serie di complicate questioni  giungendo fino a vietare agli alunni di invitarci!!!!

RAPPORTO CULTURALE
Il fatto di trascorrere molto tempo insieme a persone di cultura marocchina mi ha senza dubbio richiesto una notevole capacità di adattamento a ritmi e punti di vista decisamente molto lontani dai miei. Ore e ore seduta al bar a chiacchierare e discutere,che sebbene all’inizio sembrassero un vero e proprio appiattimento della mia dinamicità, mi hanno insegnato ad apprezzare lo stare insieme, condividere semplicemente il proprio tempo e spesso mi sono stupita di quante cose avessimo ancora da dirci! La questione più spinosa è stata tuttavia il fatto di essere donna, il che qualche volta mi ha causato limitazioni della mia libertà personale, decisamente inferiori a quelle che mi aspettavo, ma che mi hanno pur sempre infastidito, prima tra tutti la difficoltà incontrata nel poter uscire da sola. In generale è forse stata proprio la dimensione “integralmente”comunitaria della vita che mi ha creato più problemi, i quali tuttavia sono stati molto arricchenti.


VALUTAZIONE

Il rapporto con i miei alunni è stato fin da subito molto stimolante. Le curiosità e la voglia di trasmettersi conoscenze erano ampie da entrambe le parti e si è creata una bella intesa che ci ha permesso di trascorrere piacevolmente le nostre English hours. Gli esercizi di espressione orale si trasformavano spesso in discussioni, dibattiti e analisi critiche sulle esperienze personali, la religione, la letteratura etc.
Il tutto alternato a momenti very funny , che hanno tra l’altro eletto a  tormentone estivo “La canzone del sole” che, insegnata al mattino in un mini-corso di italiano, è ben presto passata all’inglese "into the sun".

A tutti loro il mio più grande chokran!
 

 Valeria Vallese

Sono stati quindici giorni bellissimi: eravamo gli unici italiani insieme ad un tedesco, uno spagnolo, un greco, un'austriaca, una francese e una decina di ragazzi marocchini. Al di là di qualche difficoltà linguistica - nessuno di noi due parla bene il francese, e nessuno di loro parla bene l'inglese - è proprio con questi ultimi che si è creato il legame più forte. Sono stati tutti eccezionali, estremamente accoglienti e ospitali, con un cuore grande così. Insieme a loro abbiamo girato ogni angolo della capitale, sempre protetti da tante "guardie del corpo" che non ci perdevano di vista nemmeno per un attimo, anche a costo di visitare luoghi a loro ben noti; nei week-end siamo stati a Casablanca e a Fes, dove i nostri amici hanno messo a frutto i loro contatti con chi conoscevano in quelle città, per far sì che i nostri viaggetti fossero sempre piacevoli e guidati da persone del posto. Ogni sera restavamo nella scuola in cui eravamo alloggiati a ballare musica marocchina, a fumare la Jija (non so se si scrive così, comunque è una specie di narguilet) che abbiamo comprato tutti insieme e a bere the alla menta. Prima di andare via uno di questi ragazzi mi ha  regalato una cassetta con la canzone marocchina che più mi piaceva. Il 27 luglio era il compleanno di Roberto, e loro hanno organizzato una bellissima festa a sorpresa che credo lui non dimenticherà mai, spendendo i loro pochi soldi per comprargli dolcetti e bevande squisiti, cantandogli "tanti auguri" in tutte le lingue del nostro campo. Che dire... Ci siamo letteralmente innamorati di questi ragazzi, e anche degli altri marocchini che abbiamo conosciuto per le strade: la nostra casa non era esattamente a Rabat, ma in periferia, in una specie di frazioncella di Temara costituita di una sola via, di piccoli chioschi e, naturalmente, di una moschea. Dopo i primi giorni i giovani del posto ci aspettavano fuori dalla scuola, eravamo gli "stranieri", una novità per un posticino tanto piccolo. Ebbene ogni sera eravamo invitati a cena da qualcuno di loro, a volte ci siamo trovati in minuscole casette di lamiera a dividere pane e burro con famiglie che magari non ne avevano a sufficienza per loro ma godevano della felicità di condividerne con noi.

Addirittura già in aereo abbiamo conosciuto una ragazza di Rabat che studia a Bologna, e vive lì con i suoi cinque fratelli; tornava a casa per le vacanze, e non ha esitato un istante a lasciarci il suo numero; durante il campo l'abbiamo incontrata più volte, ci ha portati al mare con suo fratello che fa il pasticcere a Reggio Emilia (ma è laureato in giurisprudenza...), ci ha invitati a mangiare il cous cous a casa sua, e sua mamma quel giorno ci ha perfino fatto dei regali. Abbiamo conosciuto marocchini innamorati dell'Italia, uno in particolare che ha imparato l'italiano solo con l'aiuto della televisione e che con un'amica "più colta" si trova ad ascoltare cd di Battiato e Branduardi e a parlare di un posto lontano che sognano di vedere. Già, perché il governo marocchino impone loro di pagare una somma di circa 6.000 euro (un marocchino medio ne guadagna 150 al mese) per lasciare il Marocco, a meno che non siano in possesso di un contratto di lavoro all'estero. Un ragazzo che partecipava al campo aveva provato già tre volte, ad arrivare da noi clandestinamente: corre venti chilometri al giorno e si allena come un campione con dei tempi che in Italia gli darebbero accesso all'atletica nazionale, peccato che la società a cui è iscritto gli abbia fatto firmare un contratto per cui non può per altri tre anni cambiare paese, e che soprattutto non gli dia assolutamente nulla, neppure quando vince gare importanti. Un'altra ragazza, che abitava sulla nostra stessa strada, ci ha raccontato di come le sue due lauree, le cinque lingue che conosce e l'immensa cultura che possiede non le diano accesso ad alcun posto di lavoro solo perché si permette di andare ai colloqui in jeans e maglione... Cosa a dir poco sconveniente per una donna. ...E poi abbiamo il coraggio di lamentarci dei clandestini! 

Beh, mi sono dilungata un po' ma solo per cercare di darvi un'idea di quale fosse lo spirito del campo e di quanto umanamente ci abbia dato. Un pezzetto di cuore l'abbiamo lasciato là. 

C'è però un altro aspetto di cui vorrei parlarvi, volevo scrivervi da tanto, in realtà, ma non vorrei che alcune considerazioni che farò vadano a nuocere ai responsabili del campo a Rabat, che veramente erano due persone meravigliose che hanno fatto di tutto perché le cose funzionassero. Ciò che è mancato è stato proprio tutto quello che concerneva il lavoro. Siamo partiti pensando di partecipare alla costruzione di un giardino pubblico, e ci siamo ritrovati -senza aver capito bene perché - a non fare nulla. Il secondo giorno dopo il nostro arrivo è venuto a prenderci un pulmino del Comune e ci ha portato in spiaggia: il nostro compito si era magicamente trasformato nel pulire le spiagge. Ora, sicuramente un po' di sporcizia c'era, esattamente la stessa che c'è sulle spiagge italiane: mozziconi di cicca, bastoncini dei lecca lecca, qualche bottiglietta. In venti persone, muniti di grandi sacchi neri, vagavamo per un'oretta sui nostri dieci metri di spiaggia e adempivamo a questo grande compito. Dopodiché... mare, sole e giochi fino alle 14, quando venivano a riprenderci. Beh, da un certo punto di vista è stato bellissimo: una vacanza a tutti gli effetti, anche se naturalmente con parecchie comodità in meno. Eppure ci siamo vergognati. Un giorno addirittura abbiamo pulito una spiaggia circondata da case da sogno gestita da un club privato, che si è presentato a noi sottolineando come volesse far sì che la spiaggia assumesse carattere elitario, fatto di giochi organizzati e "buttafuori" all'ingresso. Cioè, siamo andati a pulire una spiaggia per ricchi. E' stato terribile. Ho avuto la percezione di come io fossi lì per uno scopo e invece non servissi a nulla. Certo, nessuno pensava ci fosse un lavoro in miniera, e naturalmente l'impostazione avrebbe dovuto essere comunque quella di una vacanza, ma trovo inconcepibile che  ci fossero venti persone pronte a lavorare in un paese a scatafascio (perché vi assicuro che certe zone lo sono davvero), la cui priorità non è certamente quella di avere le spiaggette pulite, pronte a dare qualcosa di se stessi e, oltretutto, gratis, e che invece non sia stato fatto fare loro niente di niente. Di questo siamo stati tutti molto molto scontenti. Io non so cosa non abbia funzionato, se la vostra organizzazione di qua o la loro di là, oppure tutte e due insieme, so solo che dopo tutto quello che abbiamo fatto all'Africa, mi sono sentita come se li prendessimo in giro una seconda volta.
 

 Enrico Ferrero

Il campo di lavoro in Marocco a cui ho partecipato si è rivelato una esperienza interessante che mi ha permesso di comprendere meglio la cultura islamica.
Nonostante alcuni problemi ed alcune lacune organizzative il bilancio finale è stato positivo.
Estremamente piacevoli sono stati i giorni di preparazione al campo di lavoro che si sono svolti a Rabat dal 18 al 20 luglio nei quali ho avuto la possibilità di visitare la capitale del Marocco e soprattutto di vivere a stretto contatto con una famiglia marocchina che mi ha ospitato nella sua casa. In questo modo ho conosciuto da vicino le abitudini, gli stili di vita e le tradizioni locali e ho sperimentato la straordinaria ospitalità e premura marocchine.
Durante il campo di lavoro vero e proprio a Casablanca abbiamo alloggiato in una struttura giovanile che abbiamo provveduto a risistemare e rendere più vivibile poiché alcune aree, in particolare la cucina ed i servizi igienici, erano inutilizzate da tempo. Le giornate del campo erano suddivise in due momenti: la mattina era destinata al lavoro che consisteva in interventi di giardinaggio e pittura in una zona periferica della città mentre nel pomeriggio erano previste visite ed attività varie. Di fatto le mattinate di lavoro si sono ridotte a 6 o 7 a causa della mancanza del materiale necessario e l'organizzazione delle attività pomeridiane, nei primi giorni intensa e ben programmata, è andata via via scemando diventando nella seconda settimana una quasi completa autogestione del tempo libero.
Il gruppo di cui facevo parte era costituito da 2 italiani, 4 greci, 1 francese e 8 marocchini. Tra i partecipanti si è creato un buon clima, estremamente cooperativo ed amichevole. La comunicazione non si è rivelata sempre facile sia perché alcuni ragazzi marocchini, compreso qualche responsabile, non sapeva l'inglese (in questo senso la conoscenza del francese mi è stata di grande aiuto), sia perché la presenza di un così consistente numero di ragazzi locali spingeva ad un frequente utilizzo dell'arabo.

 


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