I Volontari 2007 in Tanzania
Giulia Del Re
PEMBA E L’ASSOCIAZIONE UVIKIUTA
Se cercate l’isola di Pemba sull’atlante a stento riuscite a vederla: è un puntino poco sopra Zanzibar, vicino alla costa di fronte a Dar Es Salaam, la capitale della Tanzania. Una delle prime cose che vi diranno gli abitanti del posto è che in realtà Zanzibar è il nome dell’arcipelago che comprende anche Pemba e che il vero nome di quella da noi conosciuta come Zanzibar (nome arabo) è Unguja: ci tengono molto a diffondere tra gli stranieri una corretta conoscenza dei loro luoghi e io ho promesso che avrei fatto del mio meglio per contribuire!
L’isola ha una vegetazione rigogliosa e spiagge paradisiache; è percorsa da un’unica strada asfaltata che va da nord a sud, lungo la quale si sviluppano qua e là piccoli villaggi fatti di poche case in muratura e molte capanne di legno e argilla.
La sede del campo era a Mkoani, il secondo villaggio dell’isola ed eravamo alloggiati in quello che un tempo era un albergo, ormai da tempo dimesso, in attesa di essere demolito e ricostruito da capo. Per quanto veramente spartana la struttura è in muratura, su due piani, con larghi corridoi e ampie stanze comuni (in ogni stanza alloggiavano circa 8 volontari) al primo piano e una cucina con una sala da pranzo al piano terreno. Nelle due settimane che siamo stati lì raramente è venuta a mancare l’acqua, che prendevamo da un pozzo situato nel cortile e portavamo con dei secchi nei bagni delle singole camere. L’elettricità invece è venuta a mancare molto spesso, ma quasi tutti eravamo muniti di torce e di candele…il che rendeva l’atmosfera ancora più suggestiva!
L’associazione ospitante, l’UVIKIUTA, ha una ventennale esperienza nell’organizzazione di campi di lavoro su tutto il territorio tanzano e, devo dire…si vede! L’accoglienza è stata molto calorosa, con tanto di cerimonia di benvenuto con alcune delle autorità dell’isola, balli, canti e un piccolo buffet. I primi due giorni sono stati dedicati al cosiddetto orientamento: Ben, il nostro coordinatore, ci ha illustrato i vari progetti e lo spirito che li accompagna, aiutandoci fin da subito a creare quello spirito di gruppo, quella tolleranza verso abitudini così diverse dalle nostre e quella condivisione di emozioni forti e contrastanti che ci avrebbero accompagnato per le due settimane successive. Uno dei punti fondamentali per loro è lo scambio culturale tra le persone del posto, volontari e non, e gli stranieri: per favorirlo avevamo una “intensa” programmazione di serate culturali a disposizione dei volontari, una per ciascun paese di provenienza. Devo dire che sono stati tra i momenti più divertenti e interessanti del campo. Piccolo consiglio: se decidete di partecipare a un campo organizzato dall’UVIKIUTA portate con voi piccoli oggetti tipici italiani o della vostra città (cartoline, fotografie, semplici giochi di società, piccoli oggetti tipici ecc)… Li troverete molto utili in queste occasioni!
IL PROGETTO E LE ATTIVITA’
Il progetto del campo consisteva nella costruzione di una scuola materna, nel centro del villaggio di Mkoani. Nel giro di un paio di giorni ci siamo tutti abituati senza difficoltà agli orari e ai ritmi del posto: sveglia alle 6:30/7:00, colazione e per le otto eravamo già tutti attivi e a lavoro. Si trattava di costruire la scuola dalle fondamenta e in certi casi anche di sgomberare il terreno da piante di banani e altri arbusti, livellare il suolo, scavare le fondamenta e portare pietre e sacchi di terra e calce da una piccola altura dove erano ammassati al luogo dove sarebbe sorto l’edificio. Inutile dire che in due settimane abbiamo appena fatto in tempo a vedere finite una parte delle fondamenta, ma il lavoro fianco a fianco con persone locali e provenienti da svariati paesi del mondo ci ha permesso di vivere un’esperienza senza paragoni!
Il pranzo era fissato alle 13 e veniva preparato da un gruppo di donne tanzane. La preparazione dei pasti e il lavaggio dei piatti implicavano un lavoro inimmaginabile, per questo era stato fissato un calendario con i turni dei volontari per l’una e per l’altra attività: i momenti passati in cucina con le cuoche ci hanno trasportato in un mondo lontano ma anche vicino, fatto di scherzi, confidenze, piccoli pettegolezzi che ci facevano sentire come in una grande famiglia.
Nel pomeriggio venivano organizzate attività di vario tipo: una visita all’ospedale del posto e l’incontro con i dottori sul tema dell’HIV, un’altra alle piantagioni di chiodi di garofano (spezia tipica dell’isola), un’altra ancora all’inaugurazione di una scuola superiore con tanto di intervento del “Presidente” di Zanzibar, l’immancabile partita di calcio con i ragazzi del posto e per fortuna anche un po’ di relax in una delle spiagge vicine.
Nel fine settimana sono state organizzate due escursioni: una nella Ngesi Forest, una giungla di mangrovie attraversata la quale si apre una delle spiagge più rinomate dell’isola e l’altra a Misali Island, un micro-paradiso a un’ora di barca, meta prediletta dalle tartarughe marine per deporre le uova.
Insomma, si può dire che non abbiamo avuto un solo momento libero, di cose da fare ce n’erano sempre tante e mai abbastanza… ma l’energia che Pemba, i suoi paesaggi e la sua gente, ci comunicavano ci ha dato una carica incredibile!
LE PERSONE
Prima di partire una delle cose che mi lasciavano più perplessa, soprattutto non avendo una buona conoscenza dell’inglese, era la così varia provenienza dei volontari: immaginavo difficoltà di comunicazione che fin dai primi giorni sono andate sfumando nel nulla. L’atmosfera che si è venuta a creare prendeva sempre di più delle connotazioni magiche, nonostante le difficoltà logistiche accentuate ancora di più dall’imprevisto di dover condividere uno spazio pensato per 15, 20 persone con 40!
L’espressione sul volto di tutti gli altri volontari al porto, prima di partire, mi ha dato la conferma di non essere stata la sola a vivere in maniera così forte quest’esperienza.
Le persone del posto, dopo un primo momento che ancora non mi sono chiarita se fosse di diffidenza o di semplice curiosità, si sono dimostrate nei nostri confronti molto aperte e disponibili. La comunicazione risentiva di una scarsa conoscenza della lingua da entrambe le parti ma la volontà di conoscere e far conoscere le abitudini dei rispettivi paesi è stata decisamente più forte.
Inutile dire che la presenza dei bambini è una costante che ci ha accompagnato dall’inizio alla fine, lasciando una traccia indelebile nei miei ricordi. Così come quei sorrisi, enormi ed improvvisi, che si aprivano sul volto dei passanti un istante dopo che il loro sguardo così duro ti aveva comunicato uno strano senso di soggezione.
Purtroppo due settimane sono un tempo veramente breve: non si fa in tempo a creare dei legami, con il posto e soprattutto con le persone, che è già arrivato il momento di ripartire! Nonostante questo mi piace pensare di avere degli amici a Pemba, con cui continuo ad avere uno scambio quasi regolare di sms, che spero si ricorderanno a lungo di me, come io sicuramente farò di loro.