I Volontari in Togo
2004
Ilaria Caserini / Marco Marannino
11 giorni durati 11 mesi, 11 giorni di emozioni intense, 11 giorni di estrema riflessione su tutte le contraddizioni del mondo di oggi. Un viaggio in un Paese, il Togo , in cui ogni immagine, ogni sguardo di tutte le persone incontrate, ogni singolo istante hanno lasciato qualcosa nei nostri cuori e nelle nostre menti. Da dove cominciare? Beh, dal primo impatto con l’Africa e cioè dalla capitale togolese, Lomè . 30° di caldo umidissimo… Una città con mille contraddizioni, in cui il traffico causato dalle automobili e dai motorini in circolazione è un aspetto che ricorda costantemente le nostre città europee; una città che ha solamente poche strade principali asfaltate ed infatti la pioggia al suo primo accenno causa ovunque istantanei allagamenti. E’ vero che al “caro” presidente EYADEMA, da buon dittatore qual è, non interessa nulla di migliorare l’aspetto estetico della sua capitale, ma aldilà dei fattori estetici migliorare la rete stradale e costruire “magari“ una rete fognaria migliorerebbe sicuramente le norme igieniche di base che in alcune situazioni sono davvero inesistenti.
Scarsa igiene, caos apocalittico, auto e motorini attorcigliati in gomitoli di traffico impenetrabile, strade allagate alla minima “spruzzatina”, immensi mercati coloratissimi e stracolmi di gente e bancarelle, caldo soffocante… tutte caratteristiche che distanziano e contemporaneamente accomunano le nostre care città occidentali.
Ci ha colpito Lomè, ci ha colpito parecchio, ma non per tutti questi aspetti più o meno prevedibili e immaginabili… ci ha colpito per la consistenza del tempo e delle azioni. Ogni ora ci sembrava mezza giornata, ogni azione ci sembrava riprodotta a rallentatore, trascorreva una mattina e ci sembrava fossero passati 3 giorni… assurdo e soprattutto INSPIEGABILE, proprio così, è difficilissimo da spiegare! Forse solo provando una simile sensazione si può capire!
Quest’aspetto magico, affascinante e soprattutto rilassante si è intensificato notevolmente arrivati al piccolo villaggio di Atigba, nostra meta e nostra culla per l’intero soggiorno. Lì abbiamo avvertito ancora di più quella bellissima sensazione.
Ed è stato proprio al villaggio che abbiamo avuto la possibilità di calarci totalmente nella cultura togolese, confrontandoci con mentalità, stili di vita, usanze, paesaggi, panorami letteralmente opposti a quelli occidentali. Noi abbiamo tutto, anzi, troppo, loro non hanno niente; ma ciononostante riescono a riempirti l’anima e il cuore. Persone povere dal punto di vista materiale, ma estremamente ricche interiormente. Ci hanno accolto, ci hanno viziato, ci hanno servito e riverito come fossimo degli dei da adorare.
Atigba è un piccola scatola colorata colma di dolcissimi cioccolatini vivaci e affettuosi. Atigba è un punto minuscolo nell’immensità della terra circondato da foreste verdissime ricche di svariata vegetazione che sembra dipinta tanto è bella e carica di colori. Atigba è diametralmente opposta alla capitale. Atigba ti apre gli occhi davvero su cos’è l’Africa.
E’ così abbiamo trascorso 9 giorni indimenticabili in quel piccolo angolo di paradiso, un paradiso traboccante di rapporti umani profondi, indissolubili, confortanti, ma carente, purtroppo, di quegli aspetti pratici indispensabili per condurre un’esistenza che non è solo sopravvivenza: istruzione, igiene, cibo sano e vario, acqua potabile, gestione dei rifiuti, tecniche più avanzate per coltivare e curare i campi (aspetti comunque carenti in tutta l’Africa, non solo nei piccoli villaggi, ma anche nei paesi più grandi e nelle città).
Pensando alla nostra parte del pianeta e paragonandola all’Africa, non possiamo non notare che il dislivello è troppo, è davvero troppo. Noi occidentali siamo sommersi dal progresso, dal consumismo sfrenato, da un mercato sempre più nutrito di prodotti nuovi e innovativi. E loro? Loro lottano ogni giorno per riuscire almeno a riempire un piccolo secchio d’acqua grazie alla pioggia tanto apprezzata e attesa… Loro spalancano sorrisi e saltellano di gioia ogni volta che ricevono anche un piccolo “cadeau” che a noi, magari, sembra assolutamente banale. Loro vivono alla giornata senza pensare minimamente a cosa faranno o dove andranno la settimana successiva. Loro non riescono nemmeno ad immaginare lontanamente cosa ci sia aldilà della linea ipotetica che separa le due facce delle terra.
E’ stato bello collaborare con loro perché da ogni gesto abbiamo tratto spunto per confrontarci, scambiarci consigli, migliorarci a vicenda, crescere un po’. Non potremo mai dimenticare le sensazioni che abbiamo provato lavorando la terra con le nostre mani per aiutare i ragazzi dell’AVPE nel loro micro-progetto di sviluppo agricolo…
Resteranno indelebili dentro di noi gli sguardi indescrivibili dei bambini con i quali abbiamo giocato a pallone, ai quali abbiamo donato penne, quaderni, matite o piccoli giocattoli; resterà vivo in noi il dolcissimo eco incessante “Yovo yovo”, loro modo per richiamare la nostra attenzione.
Porteremo per sempre nel nostro cuore il bagaglio preziosissimo che ha preso forma piano piano in questa mini vacanza grazie alle discussioni, alle singole scoperte, agli scambi di informazioni a livello culturale, ai lunghi dialoghi.
Sarà sempre viva nei nostri cuori la speranza (utopia, forse?) che, un giorno, tutto il pianeta capisca davvero che tutti dobbiamo rimboccarci le maniche affinché il divario esistente venga ridotto sempre di più fino ad azzerarlo.
Grazie Africa... A presto Africa…
Alessandro Strada
Sono appena tornato dalle tre settimane trascorse in Togo e, come promesso, mi accingo a scriverle un breve resoconto dell’esperienza africana. Essendo la nostra prima esperienza di vacanza-lavoro in un mondo così distante e diverso dall’Italia, eravamo tutti un po’ preoccupati e scettici. Dubbi e ripensamenti si sono risolti definitivamente nei primi due giorni di soggiorno ad Atigba, un paesino di montagna dove vive Antoine, il presidente dell’AVPE, associazione partner di OIKOS in Togo. A Danyi Atigba e a N’Digbe, il paese vicino in cui abbiamo lavorato, non c’è alcun comfort: manca la luce, mancano i letti e le coperte, manca il gas per cucinare, manca l’acqua corrente, manca un tavolo su cui mangiare, manca un vero negozio in cui “fare la spesa”… Eppure tutto questo diventa superfluo all’istante. Tutto ciò che non c’è viene sostituito dalle persone che conosci nel villaggio: gli altri volontari, la gente, i bambini che ti corrono incontro e litigano fra loro per decidere chi può tenere la tua mano. Il tempo si dilata… le giornate sembrano infinite ma sempre ricche di eventi, di incontri, di emozioni e novità: prima di tornare in Italia ti sembra di vivere in Africa ormai da mesi ed è inevitabile piangere quando si lascia casa. In pochi giorni fai tue le abitudini del posto e ti organizzi secondo le possibilità: impari a cucinare con il carbone, a distribuire i pasti agli ospiti; impari la stradina che porta al bagno, impari a trasportare secchi d’acqua in testa, impari ad accendere le lampade ad olio e a vedere al buio. Ricordo con piacere quando scendevamo al torrente per lavarci e quando, una volta, nel tentativo di raggiungerlo siamo stati colti da un temporale e ci siamo lavati sotto la pioggia! I Togolesi sono persone estremamente sensibili, in particolar modo nei villaggi piccoli come il nostro, dove l’occidentalizzazione dei costumi e dei sentimenti stenta ancora ad arrivare. Per fortuna! A volte i più grandi in età sono i più bambini nell’anima: ridono con gusto delle piccole defaillance ma non conoscono l’ironia; sono decisamente più seri di noi nello stabilire rapporti interpersonali e li considerano importanti sin dal primo giorno, a prescindere dal tempo. E’ un mondo che si nutre dei grandi spazi, che non conosce scadenze, che ti fa sempre aspettare e ti dona perciò lunghi momenti di riflessione. I bambini hanno una curiosità innata nei confronti dei giovani “yovo”, dei giovani bianchi, perché li accarezzano, giocano con loro, gli dedicano il loro tempo: lì i genitori dimostrano il grande amore che hanno per il loro figli nelle quotidiane fatiche per procurarsi da vivere e, per questo, c’è poco tempo per i giochi e le attenzioni. Ti circondano, ti chiamano urlando il tuo nome, accorrono da tutto il villaggio al suono dei djambé, ti chiedono di donarglieli per un attimo e nel suonarli mettono tutto il loro impegno e la loro devozione. Basta poco per emozionarli… bastano delle bolle di sapone… e loro si scatenano, gridano e corrono… sono felici. In tre settimane ho visto solo un bambino piangere… e piangeva perché a soli 4 anni doveva sopportare il peso di aver perso entrambi i genitori, morti per l’AIDS. Non scorderò mai il suo viso. E quando questi bambini crescono, diventano piccoli uomini… trasportano in testa litri d’acqua, camminano senza mai stancarsi, si prodigano in ogni modo per farti sentire a tuo agio ma restano, comunque, fragili ed indifesi. Come puoi consolare il pianto di uomini ormai adulti che si disperano per il tuo ritorno in Italia? Nessuno di noi cinque conosceva il Francese. Forse è stato un incentivo… perché tutte le emozioni che abbiamo vissuto sono sgorgate dal cuore, dal linguaggio universale dei sentimenti. Questa esperienza permette ai tanto civilizzati bianchi di condividere gioie e sofferenze di chi in quei posti meravigliosi vive da sempre: quando te ne vai, ti senti uno di loro e ti stupisci quando all’aeroporto vedi tanti del tuo colore… perché ormai non ti senti più uno yovo… o meglio: perché non vorresti esserlo più! Sai di essere tornato a casa più ricco. E a tutti sembra di aver ricevuto molto di più di quanto si è dato. Ma tutto quello che riporti con te, non l’hai rubato ma ti è stato donato. Per questo ogni volontario che torna dal Togo, sa che vi ritornerà… per restituire almeno parte del tesoro che ha ricevuto. Grazie a tutta l'OIKOS per la stupenda avventura che ci ha offerto. E’ stata indubbiamente la più bella vacanza della mia vita. A presto…