
I Volontari in Togo
2003
BENEDETTA DI CINTIO
BENEDETTA DE CINTIO
SOGGIORNO
Il Togo? Se ci penso la prima parola che mi salta in mente è : CASA; è la culla della nostra civiltà, è il ritorno alle nostre origini, un viaggio nel passato che inizia al primo respiro di aria africana, già all’aeroporto,infatti, senti che c’è qualcosa di diverso, nei profumi, nel clima né troppo caldo né troppo freddo, nella consistenza dell’aria che ti avvolge come un mantello; è quel senso del vivere senza chiedersi troppi perché, correre a piedi nudi con la voglia di alzarsi in volo per annegare nella magica infusione dei colori pastello di un cielo senza nuvole ed il profumo dei fiori che soffia dappertutto.
LOCALITA'
YOVO ti chiamano nel villaggio, scopri presto che significa, in ewe, “bianco” e questa differenza di colore che nel nostro mondo ci sforziamo di superare, anche se spesso senza alcun successo, te la “sbattono in faccia” in ogni momento, ed il tuo cuore inizia, per la prima volta, a sentire tutto il peso e la sofferenza del razzismo, un sentimento nuovo ma che difficilmente dimenticherai al ritorno, soltanto allora capisci cosa veramente provano i milioni di immigrati che la mattina incontri in metrò o al supermercato, quanto pesano quegli sguardi pieni di pregiudizi e di convinzioni false.
STORIA
Per loro YOVO significa bianco – cadeau ( per i bambini) – soldi ( per i grandi); la popolazione, soprattutto quella del villaggio,che è meno abituata agli occidentali se non in alcuni periodi dell’anno, usa questa parola inserendola ancora in un contesto culturale che ha tutte le sfumature che il termine ha acquistato dalle prime conquiste coloniali in poi; il concetto che il bianco ed il nero devono lavorare insieme unendo le loro mani per costruire qualcosa di migliore non è chiara nei loro cuori prima che nelle loro menti; e questo è un errore che , a mio parere, l’organizzazione stessa ha commesso, è necessario che la popolazione conosca la nostra cultura e situazione attuale almeno nei tratti principali, finché i bambini crederanno che ai bianchi devi chiedere il “cadeau” ci saranno grandi che pretenderanno da te soldi o cercheranno di instaurare un legame di amicizia con te soltanto per avere una via di fuga dalla loro realtà,; tutto ciò non è giusto, occorre che loro capiscano e che noi stessi ci rendiamo conto dei mille sbagli che commettiamo nel rapportarci a loro, perché la situazione attuale non è assolutamente costruttiva né per i volontari né per il villaggio.
LAVORO
Credo che se questi progetti vengono realizzati veramente per cercare di risolvere situazioni disagiate sia importante che un organizzatore italiano o comunque europeo sia presente nel territorio per tutta la durata dei vari campi estivi ed invernali e, soprattutto, che a lui venga data pari autorità rispetto al presidente dell’AVPE per permettergli di avere voce in capitolo e di muoversi autonomamente fungendo da nodo connettore tra le due realtà sia per quanto riguarda i rapporti presidente - volontari sia nel rapporti
volontari -popolazione.
Se la situazione relativa al campo in Togo non verrà mutata credo che purtroppo, sia per i futuri volontari sia per la popolazione che per l’organizzazione di Antoine, chi rientrerà in Italia o in Europa porterà nel proprio cuore un ricordo meraviglioso e indelebile per quanto concerne i rapporti umane, le esperienze personali e le emozioni vissute ma non sentirà mai l’utilità, in senso concreto, del mese trascorso nel villaggio; mancano le attrezzature, manca un’organizzazione del lavoro, manca la collaborazione stessa, in certi casi, da parte della popolazione.
Se il progetto è di vacanza alternativa tutto può essere accettato ma se si promuove un campo di lavoro, allora i volontari devono essere messi nella condizione di poterlo fare altrimenti si creano tutta una serie di malcontenti che spesso non ti permettono di vivere a pieno nemmeno momenti che, in Africa, sono davvero unici nel loro genere.
SCAMBIO CULTURALE
I Togolesi? Cioccolatini dai denti bianchi, incartati in sgargianti cartine colorate che li fanno apparire come tanti bon-bon che camminano lentamente in strade sempre affollate da auto e bambini che giocano. Occhi grandi, che non dimenticherò mai, denti bianchi che accuratamente dopo ogni pasto ripuliscono con le “magiche” bacchette di legno mentre chiacchierano o seduti fuori dalle case, bianche anch’esse se non sono capanne, scrutano ogni passante che si avvicina; sorrisi sinceri , mani forti e gambe lunghe sempre pronte a danzare e a far festa al ritmo semplice di un tam-tam lontano che richiama l’attenzione generale.
Le donne togolesi le ricorderò per la complicità dei loro sguardi, quella sensibilità tutta al femminile che rende inutile l’uso di parole o gesti e scavalca ogni ostacolo di tipo culturale o linguistico che sia, sono prima ragazze e poi madri e questo ruolo che la natura e poi la società ha loro affidato è un cammino lungo una vita che inizia sin da quando sono bambine mentre giocano con bambole di pezza e con dolcezza infinita si occupano dei fratellini più piccoli che cullano sulle loro schiene, tanto fragili ma così sicure, e accompagnano per la mano in giro per le rosse strade polverose.
TRADIZIONI
La madre è per i bambini il punto di riferimento, la seguono in quella danza del “far quotidiano”, ai miei occhi interminabile, che comincia al mattino all’alba,quando il sole si affaccia tra alberi dai contorni artistici, prima al fiume con i panni sul capo a lavare tutto ciò che la terra rossa ha sporcato, poi sedute accanto al braciere con il ventaglio di paglia mentre attendono la cottura del pranzo; mai distratte e sempre attente a ciò che si muove intorno, ai loro figli, ai loro mariti e a tutte le esigenze di chi si avvicina per un consiglio; e poi al pomeriggio di nuovo fuori casa per vendere gli ortaggi raccolti al mattino dietro semplici bancarelle che al calar della sera, illuminate solo da qualche candela, sembrano tante lucciole lungo la strada. Pazienza, serenità e forza d’animo, ogni giorno danno gratuitamente senza attendere ricompensa, convinte del loro essere, e tu sei lì che, immobile quasi impotente dinanzi a sì tanta energia vitale,le osservi muoversi come protagoniste di un disegno divino di cui conoscono già i contorni.
I bambini? La prima impressione, seppur strana, è quella di trovarsi intrappolati in uno sciame di moscerini che come impazziti si muovono in tutte le direzioni possibili; a prima vista sono così simili e così numerosi che riesci a riconoscerli soltanto dai colori sgargianti e spesso bizzarri delle loro magliette, provenienti da chissà quale angolo di mondo, t-shirt di squadre di calcio italiane, europee o con sponsorizzazioni di prodotti stranieri che le loro bocche probabilmente mai assaggeranno; i giorni passano e pian piano inizi a conoscerli ed allora diventa impossibile confonderli, entrano nel tuo cuore, ognuno con la propria storia, passione e curiosità che ogni mattina ti ripetono al risveglio: la “ petite fille” che ama il miele ma non sopporta essere presa in braccio anche se è così bella che tutti i volontari almeno una volta hanno cercato di provare l’emozione di stringerla forte, il “numero 11” a cui potrai ripetere mille volte che a ruba bandiera si gioca partendo tutti dalla stessa distanza, stai pur sicuro che cercherà di fare il furbo e i miei due musicisti preferiti, i tam-tam al muoversi repentino delle loro piccole dita suonavano melodie indimenticabili, ho provato per un mese a scoprire il trucco di quel ritmo ma credo che veramente questa sia una questione di pelle!!!
Il senso del gioco? Non ce l’hanno; sono partita dall’Italia con lo zaino pieno di giochi per loro e con meraviglia ho scoperto, appena arrivata, che dopo l’entusiasmo iniziale lo abbandonano lì o cercano di giocarci a modo loro senza però dargli troppa importanza, infatti è sufficiente un movimento nuovo che attiri il loro sguardo che li vedi correre via. Superato il momento dei regali inizi a spiegargli i tuoi giochi, quelli che appartengono alla tua cultura, come ruba bandiera, nascondino, un due tre stella, e lì ti rendi conto che è davvero una “mission impossibile”, dimentichi, infatti, che sei a contatto con ragazzi che a parte il calcio, il gioco di sassi, che le bambine fanno ad una velocità incredibile ( ho provato ma perdevo sempre ed ormai ero stufa di essere presa in giro!!!) , le carte ed un altro gioco da tavola, in cui mi sono cimentata anche lì però senza gran successo, non esistono nel loro immaginario altri giochi di gruppo e soprattutto che prevedano un ordine e delle regole, ho trascorso due giorni soltanto per farli stare dietro una riga disegnata a terra!!!! Questi momenti sono a volte difficili perché ti chiedi che cosa ci fai tu in mezzo a delle cavallette impazzite che ti toccano e gridano alle tue orecchie mille domande in francese misto ad ewe, ma dentro di te senti che non ti sei mai divertita tanto anche se paghi a caro prezzo la non conoscenza della loro cultura ed abitudini, il peso dei tuoi pregiudizi e del tuo voler insegnar loro.
Bisognerebbe partire con il cuore libero da ogni volontà o aspirazione da “uomo bianco” con la sola voglia di imparare,conoscere e soprattutto mettersi in discussione ed iniziare a dubitare della validità dei propri principi e convinzioni.
ESPERIENZA
Mi hanno insegnato a correre e a giocare a calcio a piedi nudi senza farmi male, a trasportare secchi colmi d’acqua in testa senza rovesciare tutto lungo la strada, le parole principali della loro lingua, le canzoni più comuni, che per far festa basta soltanto un po’ di musica e di allegria e che un giorno di pioggia è un bel giorno perché puoi raccogliere l’acqua sotto il tetto della tua capanna senza dover fare lunghe camminate fino al fiume; in quegli acquazzoni, infatti, quando corri a ripararti sotto il primo albero che incontri, con nel cuore quella strana paura di bagnarsi che fa scappare noi bianchi in casa, ti giri e li vedi uscire velocemente dalle porticine come dopo un lungo letargo pronti a raccogliere ogni goccia d’acqua con le bacinelle spesso bucate che depositano sotto tutte le grondaie.
VALUTAZIONE
La stessa considerazione vale, secondo me, anche per quanto riguarda Antoine, anche lui credo che spesso senta su di sé il peso della non conoscenza della situazione dalla quale provengono i volontari, seppur di vedute più ampie e flessibili, rispetto alla popolazione del villaggio, spesso agisce e prende decisioni sulla base di pregiudizi che fanno parte della sua cultura.
Certe pretese del presidente come alcune delle spiegazioni da lui date in risposta alle nostre domande, dimostrano chiaramente la non conoscenza e la mancanza di disponibilità nell’accettare il nostro modo di ragionare e la logicità nella quale viviamo e che siamo abituati ad utilizzare nel gestire gli “ affari” quotidiani; allo stesso tempo però lui chiede, giustamente, ai volontari di assumere comportamenti, ai nostri occhi spesso strani, che, però, acquistano un importante valore nel rispetto dei principi della loro cultura, come la questione tempo, il rito dei funerali e così via……
CONCLUSIONE
Arrivata a Lomé ho raccolto un fiore, alla partenza l’ho tirato fuori da una tasca, anch’essa ormai rossa, e voltandomi verso il cielo vestito delle sue stelle più belle e la luna in abito da sera l’ho lasciato scivolare a terra e con le lacrime agli occhi ho detto sottovoce “ Ciao ragazzi, questo è soltanto un arrivederci, tornerò presto…”