I Volontari in Togo
2006


 Ornella Serafini

Avpe-Togo 04   20/07/2006 – 23/08/2006

La mia Giornata tipo in Togo si svolgeva nella maniera seguente

6:00 h  –  sveglia, vestirsi, denti con l’acqua in bottiglia, bagno, doccia,
                   saluto ai bambini;
7:00 h  –   colazione: the con pagnotta di pane;
7:30 h   –  fiume con il secchio in testa per trasportare l’acqua preziosa fino a casa;
8:20 h  –   richiamo dei bambini, partenza per la scuola, canti;
8:30 h  –   Lezione di Francese, Matematica, Inglese o Geografia.
                   Interrotta ogni ora da canti e giochi;
11:30 h  – ritorno a casa preparazione del pranzo. Scelta tra: riso, cous cous, past
13:30 h  – pranzo;
15:00 h  – ritorno a scuola per l’attività del teatro;
17:00 h  – ritorno a casa, doccia;
18:30 h  -  Cena. Scelta tra: ananas, avocado, arance con pane;
19:30 h  – Intorno a una candela chiacchierare, scrivere il report in inglese;.
20:30 h  -  Nanna su stuoia con sacco a pelo.

Nel tempo libero: studio, lettura di libri dall’ Italia, chiacchiere con gli abitanti del villaggio. Prima lingua utilizzata per comunicare Francese, secondariamente Inglese.
Ammetto di non essere stata sempre forte. Ammetto  che ho urlato spesso al cielo: “Dov’è l’Italia?!?” Ma un’esperienza di Volontariato è Emozioni Forti a Profusione .. Non possiedono l’elettricità, e si usano le torce; non c’è un rubinetto uno, e si va a prendere l’acqua al fiume; non esistono i lavandini, e si usano i catini; non conoscono il gas, e si usa il carbone; non sanno cosa significhi bagno, ed ecco tanti sederini di bimbi al vento senza pudore ..
E’ dura! E’ stata dura!
Ornella è arrivata completamente impreparata in Togo.
Aveva visto, grazie alla Sua famiglia, la povertà con i Suoi stessi occhi nei precedenti viaggi, ma conviverci è tutt’altro affare.
E così mi mancava tutto: l’antina rotta dell’armadio in soggiorno, poiché non c’è armadio; un pavimento e dei muri puliti, poiché di fango e pietre e (se è lusso) cemento  sono fatte le capanne.. niente pavimentazione, crepe ovunque..
Poi ha piovuto, ha piovuto spesso, e ha fatto un freddo, un freddo becco!
Nebbia alla mattina, più fitta di quella di Milano! E’ forte l’umidità che macchia le pareti, che trasuda la notte dal terreno, e penetra nei muscoli, ora nelle ossa, ora nelle vene, dalla stuoia direttamente al tuo sacco a pelo. Adattarsi è la parola chiave.
E con il proprio Sé, contare alla rovescia nei momenti più duri, schivando le gocce che dal tetto piombavano, ma che venivano comunque raccolte in secchi perché l’acqua è preziosissima!
Ma poi?!? Dopo la prima settimana che ti senti frastornato, spaesato smarrito, ti accorgi che tutto questo non è così fondamentale, rilevante, essenziale.. esistono Loro, un Sorriso continuo: quei bimbi dai grandi occhi neri che bucano l’anima, dai vestiti sdruciti e sporchi; con i loro piedini ad attenderti, già dalle 6 del mattino, sulla brulla terra rossa, pronti a urlare il tuo nome ..
Dal più piccino, a quello con il viso più furbo, dalla ragazzina con l’occhio gonfio perenne, alla patatina dalle trecce sempre nuove .. loro ti fanno comprendere che la tua presenza ha  più di un Senso. Il più forte?! Il Senso dell’Amore, che non conosce età, razza, sesso, abitudini, costumi, etnia, non ha colore della pelle, non conosce la parola “diversità”.. illimitato nel suo manifestarsi, sorprendente nel suo implodersi da dentro me..

Capire di saper Amare. Abbracciarli, coccolarli, riempirli di baci, insegnare loro a donarli accompagnandoli dopo il saluto .. così dopo poco, se era andare al “river” con il secchio in testa, fare una “promenade” al bagno che era lontano, esterno e un buco!, se andavo dal Notaio, che è il Re che ci ha seguito nel Nostro soggiorno .. Loro esortando il Mio nome facevano partire un sonoro “smack”..
Bello! Bello davvero! Straordinario a tratti!
Sono curiosi, vispi,educati e in cerca d’affetto, si contendevano la Mia mano come un trofeo, mi studiavano in ogni mia mossa, perché ero la loro “diversità” , il loro “alieno”, ma soprattutto il loro “spettacolo”, la loro “vacanza loca”..
Sono sguardi che ti congelano il sangue, il primo giorno di scuola, tremavo nella paura di non essere all’altezza delle loro aspettative.
Ho insegnato Matematica, Inglese, Francese, un po’ di Geografia, organizzatrice di un teatro per sensibilizzare su valori e sulle malattie infettive, in questa nazione diffusa più di un raffreddore. Piccole pesti che litigano contendendosi una matita saltando da bravi insurrezionisti su banchi in legno rudimentali e ascoltando poco! Trasmettere anche solo 1, 2 ,3 diventava così un’impresa titanica.. ma ecco allora il gioco che diventa mezzo di mediazione per l’apprendimento.. edutaiment?! 
Sì, divertirsi a indovinare quanti sassi lanciavo sulla cattedra o a che numero corrispondevano le mie dita che spuntano da dietro la schiena, disegnando figure alla lavagna e le traduzioni nelle rispettive lingue. E lo stupore?!  Lo stupore sta in coloro che proprio sembravano non aver capito nulla, ma che il giorno dopo, riprendendo gli argomenti precedenti, sapevano tutto. In un mese che progressi!!! Pian piano hanno appreso, ho acquisito la loro stima e il loro rispetto da insegnante, e ho strappato i loro sorrisi: la mia gioia più grande!
Poi ci sono stati gli indimenticabili abitanti di questo piccolo villaggio che sapora di campagna: galline, pulcini sollazzano liberi; pecore, capre, brucano l’erba e belano di notte!! E mentre qui si insegue incessante il ritmo del sole (alle 8 di sera si è già a letto), l’accoglienza e il calore, la generosità e l’altruismo, la disponibilità e l’aiuto di chi ti circonda è illimitatamente infinito.
Essere stata servita e riverita, viziata spesso.  C’è Arsel che mi ha aiutato nel lavaggio a testa in giù nel secchio dei miei capelli; Stephane che è stato sempre pronto a correre in mio aiuto appena mi cacciavo nei pasticci.
Aver capito che anch’io dovevo darmi da fare in prima persona, così dopo i primi giorni di rodaggio incominciare a immergermi nella vita: cucinare il cous cous; lavare i piatti con il sapone da bagno;  fare l’azione di “balè” ovvero la scopa, un insieme raccolto di rametti flessibili, da chinata per spostare la polvere; o scaldare l’acqua per la doccia tra carbone e diavolina.. io, che non sapevo nemmeno accendere un cerino e ho una tremenda paura del fuoco!

Qui è stato tutto un’ avventura! Partendo dai trasporti: come minimo in 10, in taxi rotti, dai parabrezza scheggiati, dai finestrini mancanti o senza porte, bagagli legati al tetto con una corda e se si rompe il quadro elettrico?! Nel buio si continua grazie alle torce! Qui è tutto distaccato dal mondo dei consumi .. se si piange, se si arriva a piangere è per la malattia. Se si riceve un biscotto lo si frammenta in tante parti, quanti i fratellini che sono rimasti  a casa o sono al campo a lavorare. Non esiste l’”io” insoddisfatto sedotto da un oggetto magico che vuole per primo possederlo tenendoselo tutto per Sé. Non esistono proprio gli oggetti, non esiste l’egoismo, ma la Condivisione di tutto. E i bisogni si catapultano, se in Occidente è voler soddisfare l’autostima, riuscirci, e rimanere in parte comunque insoddisfatti; nella povertà, è vedere strappare e mangiare l’erba, non possedere nulla e osservare comunque che non manca la Gioia.
La loro cultura è diversa dalla Nostra, meno materiale, meno attaccata alle cose e più ai Sentimenti. Altrove viene richiesta la perfezione, qui la forza per vivere.
Ammetto che catapultarsi in un mondo così distante disorienta, ribalta i valori, scuote spirito e animo, centrifuga lo stomaco .. anche se alla sera il lume di una candela crea un’atmosfera romanica ..
E’ comunque essere sola, con Te stessa, sapendo di essere l’anello debole della catena perché i 2 compagni d’avventura erano pazzescamente forti. La mia autonomia ben gestibile in Inghilterra o in Canada è stata briciola rispetto a ciò che mi veniva richiesto. L’ambiente umido e muffoso è malsano, l’acqua sporca e piovana è inutilizzabile se non bollita, la polvere del terreno si insinuava in ogni crepa del pavimento in cemento.. come facevo a dire: ”è tutto bellissimo?!?”.. e nel sonoro dei grilli la notte, speravo nella resistenza dei miei anticorpi !!
Ma nella debolezza visibile, sono resistita!
La Mia Africa mi ha richiesto un prezzo alto da sostenere, ma ciò che Ti restituisce è di pari se non di maggiore portata.
Ornella ha saputo aprire, se non spalancare il suo cuore, come con nessun ometto mai.
Perché i “piccoli cioccolatini” che Ti saltellano intorno sono puri, innocenti, veri e non conoscono avidità, contraffazione, falsità, egoismo del mondo più “fortunato”..?
Sfregano delicatamente la tua pelle, portano la mano al naso ed è gioia per loro ..
Donano sempre, mi hanno donato comunque sempre, più di quanto io stessa sia stata in grado di donare Loro, compresa Me.
Mi sono sentita così Piccola, così Insufficiente, così poco “Abbastanza”. Eppure in Istanti già per il solo fatto di respirare loro ti guardano incantati: è un’importanza che ho meritato davvero io?!
Questo continente ha tanto Bisogno, più di quanto si possa immaginare. La televisione non riproduce la fedele realtà della Miseria. E il Mio Egoismo laggiù era essere felice nel ritornare alla civilizzazione; il Mio Grande Egoismo era sapere che la mia presenza era comunque temporanea.
E quando cadeva la pioggia nel suono sul tetto in lamiera gocce filtrano diventando pozzanghere, con il nuovo bisogno di bacinelle; e quando il cielo era grigio topolino ma dopo l’incessante pioggia e nuvole, la notte sopra la mia testa miracolosamente si apriva il sereno in un incanto di quantità astronomica di stelle come biglie che risplendevano di magia.. .?!..
..il mio pensiero, il mio analgesico al dolore, l’ho trovato nella rivalutazione degli Affetti, di tutte quelle persone presenti come piccoli miracoli, nella mia vita quotidiana in Italia..
Uscivo di casa 2 istanti prima di andare a dormire, mi posizionavo nel prato, spegnevo la torcia, a sguardo all’insù nell’immenso cielo, davo la buona notte implorando che i ricordi condivisi non sbiadissero a nessuno in un mese di lontananza .. “ma il tempo non spezza che i legami deboli, quelli forti, costruiti nella meraviglia rimarranno splendenti più di prima.. a naso all’insù chi ha capito l’incanto, starà facendo lo stesso?!”, mi ripetevo, mi domandavo e poi mi ridicevo: “ma certo ! ” e ciò mi bastava.  In Africa ti puoi perdere e ritrovare 342 milioni di volte.
E poi è stato ritornare.. la mia camera come miraggio, lo scroscio dell’acqua calda, il mio letto strillava “bentornata” .. di primo impatto piangere, apprezzando tutto, ringraziando soprattutto la mia famiglia per ciò che ho ..
Poi andare al centro commerciale e nel vedere l’iper offerta di merci, rimanere stordita dalla moltitudine che ci circonda .. incontrare il primo bimbo per cui sei indifferente dagli altri .. e capire che la Magia del “continente nero” c’è, ma non la percepisci fino a quando non ritorni..
Quanto sarò cambiata, ancora non so stimarlo: più umile, più ricca?! Più impaurita, più forte?! Più sicura, più insicura?!
Viaggiando c’è sempre qualcosa che cambia in Te, Me.
Ora occorre capire. Il Togo è capire. Il volontariato è capire. 
E’ l’Emozione il bene primario, la fonte ed energia di vita. In chi ho lasciato e ha lasciato in me un solco, in chi ho ritrovato e non ha mi ha dimenticata.. Perché si ama con gli occhi, e sono stata amata come mai prima.. e tutto ciò suona solo come meraviglioso..!!!

 


Luana Piemontese

AVPE TOGO  04  
20  luglio – 23 agosto ‘06

Dopo la prima settimana di freddo, pioggia, nebbia e umidità, finalmente uno spiraglio di sole!! Scopro così la bellezza di un sole caldo che ti scalda la pelle!! ( Ma si può essere in Africa con un freddo glaciale in piena estate?!  Ebbene sì!  Beh, dopo tutto,  la nostra doveva essere un’avventura… E lo è stata veramente, a 360°!!! )
Eravamo in un villaggio sperduto nella foresta e in montagna, Danyi Afiadengbia, in cui mancava  la luce, l’elettricità, l’acqua corrente… e anche gli animali  (intendo i leoni, le giraffe, gli elefanti, le tigri!!!)  Gli unici esemplari che abbiamo visto, e con cui abbiamo vissuto a stretto contatto, erano le galline, i polli,  le capre, le pecore, i tacchini e ogni tanto qualche mucca!!! Praticamente eravamo in una allegra fattoria!!
Il nostro villaggio era molto piccolo, un centinaio di abitanti, e pochi giorni dopo il nostro arrivo, tutti ci conoscevano, ci chiamavano per nome, ci salutavano e ci mandavano baci sonori… smack!! In coro gridavano: “ Lulù, Lucas, Lallà… Bonjour!! ” e i più piccini straniti per la nostra presenza: “Yovooooo!!”  
Sembrava di essere in una grande famiglia!!
 

     



Unico obiettivo degli abitanti era quello di sopravvivere, di soddisfare i bisogni primari… e con il tempo, è diventato anche il nostro!!  Cucinavamo con il carbone, due ore per preparare un piatto di riso! Bisognava accendere il fuoco, farlo riscaldare sventolando con forza un ventaglio di paglia, far bollire l’acqua (che non bolliva mai!), preparare il condimento (la stessa salsa di pomodoro,  cipolla e insalata per pasta, riso e  cous-cous, ma credetemi era buonissima!) e poi finalmente la sostanza… minimo 2 kg di cibo  per  6 / 7 persone!!!
Ogni giorno andavamo al fiume a prendere l’acqua (sporca!) con dei secchi che mettevamo sulla testa (alla fine abbiamo imparato anche noi!!).  Facevamo la doccia con un catino di acqua calda in una capannina di bambù situata in mezzo al villaggio.. e in quel mentre, eravamo per loro  momento  di spettacolo e di grasse risate!!!
Lavavamo i denti in piedi, nel nostro giardinetto, di solito con il collutorio, per non sprecare troppa acqua, qui bene prezioso!!!!
E lavavamo i vestiti, (se così si può definire un veloce risciacquo di vestiti sporchi in acqua sporca, in un catino di plastica..) il risultato ve lo lascio immaginare!!
Il bagno era una stanzetta buia di un metro quadrato dove per entrarvi bisognava abbassare la testa.. la porta era a misura gnomo!!! (eppure i Togolesi non sono bassi?!)
La luce?! Inesistente! Si sfruttava il bagliore del sole… Alle 6 il villaggio si svegliava, grazie al canto incessante e insopportabile del gallo  e alle 20  tutti a  nanna!!
La copertura dei cellulari?! Un metro sì, e cento no!! E non è tutto, perché c’era una remota possibilità che prendesse il telefono solo se il cielo non era coperto da enormi nuvole grigie!!! Quindi, se la fortuna non ci abbandonava, una volta ogni due settimane!! Meglio così, abbiamo fatto un mese senza cellulare.. futile bene materiale !!!   … Ma per fortuna c’erano loro, i .... nostri bambini!!! Meravigliosi con i loro grandi occhi neri, con i loro splendidi sorrisi, con la loro gioia scoppiettante e le loro litigate per tenerci la mano nel  tragitto per andar scuola!!! Quasi le nostre mani fossero un trofeo da conquistare e un onore toccarle e sentirne il profumo!!! E già, perché i bambini ci toccavano, ci accarezzavano, ci annusavano i capelli e ogni centimetro della nostra pelle…
Per loro eravamo degli alieni sbarcati sul pianeta Africa! Eravamo il loro divertimento, la loro attrazione, il loro momento di svago, ma anche di studio! Ci analizzavano in tutto e per tutto!! Osservavano il nostro modo di vestirci, di parlare, di mangiare, di camminare,  di salutare… qualsiasi occasione era buona per scrutare, commentare e ovviamente  per ridere di noi!!! Per loro era tutto strano, anche il semplice sbadiglio piuttosto che lo starnuto!!
Per un mese siamo stati il loro premio, la loro felicità, la loro gioia di vivere… ma forse loro non sanno quanto lo siano stati, e lo siano tutt’ora, per noi!!! Ciò che noi abbiamo dato a loro, non è paragonabile a ciò che loro, spontaneamente, hanno donato a noi!! Ci hanno insegnato a gioire delle piccole cose, a vivere giorno per giorno, ad apprezzare la vita anche nelle difficoltà, ad amare il prossimo, ad accettare il dolore, a condividere ciò che si possiede, ad aiutare chi ne ha più bisogno, a stare nel presente, a restare calmi in ogni situazione,  a non avere fretta, e a perdonare, perché tutti possono sbagliare…
A scuola ci siamo dilettati nella matematica, nell’inglese e nel francese. Alcuni bimbi non sapevano contare neanche fino a tre, altri non sapevano una parola di francese.. è stato difficile, ma ce l’abbiamo messa tutta, e alla fine ci siamo presi le nostre piccole soddisfazioni!!! I bambini erano felici di imparare, e anche se spesso, non avevano quaderni o matite con cui scrivere, stavano attenti a lezione e litigavano per venire alla lavagna a fare gli esercizi!!!! Da non credere!!!
Con qualche difficoltà, abbiamo organizzato anche una rappresentazione teatrale riguardante le  malattie sessualmente trasmissibili, l’utilizzo del preservativo e l’importanza dell’attesa del  matrimonio prima di avere rapporti sessuali!! Tema dolente ma caro all’Africa..
Abbiamo insegnato canzoni e balli italiani, ma loro non sono stati da meno!! Ci hanno insegnato le loro  danze popolari,  decine di canzoni in francese e qualche parola nella loro lingua.. ho imparato a contare fino a 5 in Togolese!!
Che altro aggiungere?! Semplicemente che io in Africa stavo bene ed ero in pace con il mondo.    Mi sentivo libera, libera di essere me stessa; mi sentivo una farfalla che poteva volare in alto nel cielo infinito; mi sentivo una nuvola che poteva estendersi per km e km; mi sentivo un sole che poteva espandere i suoi raggi luminosi su tutta la terra; mi sentivo una stella che brillava su tutte; mi sentivo libera, libera di vivere, di sognare, di donare gioia, amore e sorrisi…
Ringrazio l’Africa per avermi regalato forti emozioni; per avermi fatto riscoprire l’importanza di un’amicizia, e soprattutto, per avermi dato la possibilità di crescere, di migliorarmi e di apprezzare ogni istante della mia vita…
Grazie Africa, tornerò presto a trovarti… perché TU hai bisogno di ME, ma anch’IO ne ho di TE!!!



 

 

Valeria Puletti

JED 3   - KOVETO

Koveto è un piccolo villaggio nell’entroterra togolese.
La sua vita ruota intorno all’unica strada di collegamento che porta da Lomé a Kara;
è percorrendo quella strada che lo si può percorrere tutto.
Qualche pozzo, una spianata di terra eletta dai bambini a campo di calcio, il nucleo del villaggio dove risiede lo chef.
Il nostro arrivo è stato a dir poco folkloristico; in venti su un pulmino omologato per 10; con tutti i bagagli abbarbicati sul tetto…Due ore di strada, due ore intense, piene di colori, di paesaggi nuovi, di odori. Per chi va per la prima volta, è come morire e nascere di nuovo.  L’Africa spacca il tuo cuore e poi lo riassesta facendoti vedere le cose in modo straordinariamente diverso.
La sistemazione a Koveto è stata questa: in 14 dormivamo in un’unica stanza (gentilmente concessaci dallo chef); ognuno sotto la sua zanzariera. Niente letto, i più fortunati erano stati avvisati da JED o dalle loro associazioni che bisognava portare il materassino…Personalmente, non ho avuto questa fortuna; e per tutta la permanenza ho dormito on the floor.
Il gruppo contava una ventina di volontari; e siamo stati divisi in quattro gruppi: chi era di cucina, chi di raccolta acqua, chi di lavaggio dei piatti e chi di riposo.
Sostanzialmente, la mansione più faticosa per quel che mi riguarda, è stata quella dell’acqua: bisognava fare un bel pezzo di strada a piedi, riempire i secchi, e tornare sempre a piedi. I più bravi, erano in grado di portare i loro secchi all’africana, cioè sulla testa (…!) ma io, chiaramente non ne sono stata capace, quindi la fatica era doppia.
La cucina consisteva nell’accensione di un unico braciere dove venivano cotte le vivande per tutti; il problema era che le pentole, le padelle (…no, pensandoci non c’erano padelle ma solo due o tre pentole di diverse dimensioni) e tutto il resto erano insufficienti per preparare pranzo e cena per venti persone. Quindi, il tempo passato a sventolare davanti alla brace per farla ardere, si moltiplicava…Il menù, era poco vario: riso, pasta, carne, fou-fou (…vi lascio il gusto della sorpresa, non spiegandovi che cos’è il fou-fou…!) e sinceramente si cominciava a sentire la mancanza di frutta e verdura…Dopo un piccolo “ammutinamento del bounty”, abbiamo ottenuto le nostre verdure.

Il lavaggio piatti, non credo ci sia bisogno di spiegarlo…Come in campeggio, nè più nè meno; con la differenza che qui impari a non sprecare niente, in quanto soprattutto l’acqua diventa un bene prezioso. Data la fatica che si fa per raccoglierla.
La mattina, la sveglia suonava alle 6 di norma; un po’ prima per il gruppo dell’acqua che doveva andarla a prendere per chi preparava la colazione. Ci si lavava (l’acqua ad uso personale andava personalmente presa; non si poteva giustamente usare quella del gruppo anche se non tutti i ragazzi togolesi avevano ben chiaro il concetto). Ci si vestiva e si faceva tutti insieme colazione dopo aver letto il rapporto della giornata precedente stilato a turno da uno dei volontari.
Poi, partenza verso la scuola, da raggiungere anch’essa a piedi. Durante il tragitto, i bambini cominciavano a spuntare da ogni casa, da ogni campo, da ogni dove; ti sorridevano, con le loro divise sporche e i loro piedi scalzi; ti prendevano la mano e ti accompagnavano fino a scuola; curiosi ed attenti.  Sono emozioni, che sorvolo nel descriverle. Troppo riduttivo spiegarle con le parole; bisogna viverle…
La scuola di Koveto è un edificio in muratura che conta tre aule, una tettoia adiacente al muro ed una capanna sul cortile. In tutto cinque aule che durante l’anno scolastico dovrebbero ospitare 360 bambini, circa. In questo periodo dell’anno (agosto), la scuola è chiusa per le vacanze ed i bimbi non hanno mai superato un centinaio di presenze. Ma sembravano molti, molti di più con i loro canti e le loro risate. Hanno riempito il mio cuore di gioia.
Tornati al villaggio, ognuno tornava alle sue mansioni; e dopo mangiato e aver lavato i piatti i volontari erano liberi di organizzarsi come meglio credevano. Le attività che andavano più di moda tra i volontari togolesi erano dormire e bere l’akà, una sorta di acqua della vita che stenderebbe un cavallo solo ad annusare. I volontari europei invece, lavavano i vestiti, cercavano di lavare sé stessi (…ardua impresa, ma divertentissimo esaminare i risultati) e passavano ore a ridere, giocare, scherzare, cantare e tutto quanto possibile immaginabile.
Siamo diventati fratelli a Koveto; un campo di lavoro unisce come nient’altro può unire,  penso. Per cause organizzative di forza maggiore, il campo si è “sciolto” prima del previsto (5 degli 8 volontari europei se ne sono andati una settimana prima); ma ciò non toglie nulla all’esperienza umana e personalissima che ho fatto e alle sensazioni che ho provato.

CONSIDERAZIONI:

Ho pianto la sera della partenza. Ho pianto perché nel cuore sapevo che lasciavo in Togo una parte di me. Tornerò presto, anche perché ho trovato lì degli amici fantastici e un paese meraviglioso nella sua essenzialità.
Ma qualche appunto da fare ce l’ho; in quanto l’organizzazione del campo ha lasciato un po’ a desiderare…Punto primo, il presidente dell’associazione JED; Yao.
Yao sarebbe dovuto rimanere, a mio avviso, a Koveto, per tutta la durata del campo; essendo lui,  a mio avviso,  in grado di gestire la situazione che si è venuta a creare; mentre il ragazzo da lui designato come delegato non aveva assolutamente il polso della situazione.
In una situazione “estrema” come lo è quella di un campo di lavoro; anche i problemi più piccoli diventano montagne: sparizioni varie di secchi e bottiglie, mancata collaborazione nelle cose da fare, veri e presunti malumori e qualche mancanza di rispetto hanno reso meno piacevole del previsto la nostra permanenza a Koveto.
C’è da dire, inoltre, che l’associazione JED deve. a mio avviso,  assolutamente rivedere il suo approccio con i volontari europei, perché a queste condizioni si rischia di perdere occasioni bellissime di condivisione e di crescita…
Se tornassi indietro, personalmente tornerei a Koveto. Quello che mi hanno dato i giorni al campo, lo porterò nel cuore per sempre…
E il Togo è una gran terra: merita di essere scoperta.   

 

Sara Piccinini e Marco Bonini

JED 3   - KOVETO

Siamo partiti da Bologna l’8 agosto 2006 diretti a Lomé, Togo, per partecipare a un campo di lavoro organizzato dall’associazione locale “Jed-Togo” a Koveto (un villaggio di contadini a nord di Vogan), nell’ambito del sostegno scolastico durante il periodo estivo.
Lo spirito che ci ha spinti a investire tempo, energie, denaro ed entusiasmo per prendere parte a un progetto di volontariato era quello di chi crede di poter dare il proprio piccolo contributo (non solo inviando denaro, ma con la propria presenza), con la speranza che in un futuro le persone potessero conoscere realtà diverse dalla loro e, magari, scegliere che cosa fare della propria vita. Sottolineiamo che non siamo andati in Africa per cambiare le cose, noi e ora, ma abbiamo pensato di poter portare qui un aiuto, piccolo, ma concreto e sentito.
La situazione che abbiamo trovato ci ha più che delusi. Trascurando i numerosi problemi pratici (cibo, acqua, clima, malesseri…), dei quali eravamo coscienti e ai quali eravamo preparati, ci siamo scontrati con una visione delle cose molto diversa dalla nostra da parte di “Jed-Togo”, o almeno da parte di quel gruppo di volontari (compreso il responsabile dell’associazione) che era con noi a Koveto. C’è sembrato chiaro e palese che l’obiettivo principale, cioè il sostegno scolastico, non fosse comune a tutti; anzi, durante le nostre due settimane di permanenza al campo, si sono susseguiti innumerevoli episodi che palesavano quale fosse lo scopo principale della quasi totalità dei volontari locali, cioè usufruire delle risorse del campo (economiche dei volontari europei, ossia i soldi versati per il progetto più altri extra) al fine di godersi un periodo di vacanza al di sopra dei loro normali standard di vita.

Ci preme evidenziare come tutto questo, naturalmente, sia andato a discapito della buona riuscita del progetto educativo. Abbiamo potuto constatare un diffuso disinteresse rispetto ai fini teorici del campo, la preoccupazione a organizzare i propri svaghi piuttosto che il lavoro scolastico, una tendenza a pensare, in generale, più a se stessi che agli altri. Una sorta di menefreghismo ed egoismo, insomma, che è deprecabile ovunque nel mondo, ma che diventa, a nostro avviso, inaccettabile in un contesto simile.

Aggiungiamo che, fatta presente la situazione problematica, ripetute volte, al suddetto responsabile di “Jed-Togo”, nulla è stato ottenuto se non lunghe riunioni senza risultati concreti, in cui a tante belle parole non sono seguiti miglioramenti di alcun genere, e con le quali ci siamo per di più sentiti presi in giro.


Parlando con diverse persone incontrate dentro e fuori il campo (altri volontari, impiegati del consolato italiano in Togo, gestori di alberghi), abbiamo appreso che esperienze negative di questo tipo, almeno in Togo, nell’ambito del volontariato internazionale, non sono affatto infrequenti, ma sembrano piuttosto convivere da tempo con altre più soddisfacenti. Certo non possiamo cambiare le cose in Togo, noi e ora, ma pensiamo che “Oikos”, sia tenuta a dare informazioni più precise a chi parte animato da tante buone intenzioni, prospettando tutte le reali possibili situazioni a cui può andare incontro chi è interessato a questi progetti in Togo, in modo che la decisione sia davvero consapevole e che chi parte possa prendere tutte le precauzioni del caso.


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