I QUANTA E LA DIAGNOSI
di Paolo M. Clemente

 
 
 

 

 

 

"Non vi sembra assurdo, a volte,
il fatto di disegnare un paio di linee
e affermare: questa è una casa ?"

Escher

 

La rivoluzione epsistemologica compiuta nella prima metà del XX secolo dalla teoria della relatività e dalla meccanica quantistica può avere sorprendenti implicazioni per la diagnosi psicologica. Vorrei mettere qui in evidenza solo un paio di implicazioni cliniche che si possono ricavare da una lettura profana degli scritti di Einstein ed Heisenberg:

1. Dice Einstein che ciò che viene osservato dipende dal sistema di coordinate scelto dall'osservatore. Se ci spostiamo dall'astronomia alla psicoterapia, si può considerare come sistema di coordinate il paradigma teorico di riferimento del clinico: uno psicoanalista, un cognitivista, un terapeuta sistemico vedranno lo stesso cliente in maniera assai differente l'uno dall'altro, perché ognuno vedrà solo ciò che il proprio paradigma teorico gli consentirà di vedere. E' pur vero che, secondo Einstein, i punti di vista dei differenti osservatori - ciascuno col suo sistema di coordinate - dovrebbero alla fine armonizzarsi, ma se questo ideale è valido in astronomia, nella clinica è reso utopistico dall'interferenza della personalità dell'osservatore (il cosiddetto "controtransfert"). Ciò emerge clamorosamente quando si cerca di valutare la validità e l'attendibilità delle diverse tecniche di indagine della personalità.

2. Scrive Heisenberg che la realtà subatomica viene alterata dagli strumenti impiegati per la sua osservazione. Se trasferiamo il concetto dalla meccanica quantistica alla diagnosi psicologica ne ricaviamo che ciascuno degli strumenti di osservazione a disposizione del clinico (una gamma molto vasta di tecniche che va dal colloquio al test standardizzato, dal disegno della famiglia alla griglia di repertorio, dal role-playing alla Strange Situation) interferisce con il fenomeno psicologico - intrapsichico e/o interpersonale - che si intende indagare. Ciò non significa che lo strumento crea il fenomeno osservato, ma soltanto che lo altera in misura considerevole. Quale oggettività potranno allora garantirci gli strumenti di valutazione clinica ? E' forse l'uomo meno sensibile dell'atomo alle tecniche di indagine? 

3. Ulteriori spunti di riflessione per la diagnosi psicologica si possono ricavare dagli esperimenti della meccanica quantistica. Veniamo così a sapere che di un elettrone non possiamo conoscere sia la velocità che la posizione, ma dobbiamo scegliere se vogliamo stabilire l'una o l'altra, perché una volta misurata l'una non si può più risalire all'altra. Un analogo dilemma si presenta nella clinica quando si tratta di scegliere tra approccio diagnostico e approccio terapeutico. Per capire meglio questo dilemma è opportuno leggere altri due classici. 

4. Dilthey ha separato le scienze della natura o "nomotetiche", dalle scienze dello spirito o "idiografiche": le prime individuano caratteristiche generali e costruiscono tassonomie; le seconde, cercano di penetrare la logica interna all'agire individuale. Applicando queste categorie alla clinica, vediamo come per produrre una diagnosi sia necessario un pensiero nomotetico, che stabilisce costanti e relazioni, mentre alla psicoterapia sia più congeniale l'atteggiamento idiografico, in quanto dobbiamo cercare di comprendere la personalità del cliente nella sua specificità.

5. Guilford ha distinto il pensiero "divergente" dal pensiero "convergente": mentre questo è capace di trovare la soluzione di un problema quando essa esiste già e si tratta solo di scoprirla, il pensiero "divergente" è quello creativo, che esplora le possibili alternative ed è capace di innovazione ed originalità. Quest'ultimo è particolarmente utile nella psicoterapia, dove ogni caso è unico e si tratta sempre di percorrere strade inconsuete, mentre il pensiero convergente permette semmai di classificare rapidamente una persona sulla base dei "sintomi" presentati.

6. I punti 4 e 5 segnano una sostanziale differenza tra l'approccio diagnostico e l'approccio terapeutico al cliente. Se si sceglie il primo, poi sarà più difficile liberare la mente per adottare il secondo. L'atteggiamento diagnostico, se adottato all'inizio, risulta fuorviante in quanto impedisce al clinico - tutto preso dalla ricerca della casella nosografica in cui inquadrare il caso - di scorgere l'unicità della persona che ha di fronte. Non solo ritengo che la diagnosi possa essere fatta meglio alla fine del processo terapeutico, ma che farla all'inizio di una psicoterapia sia addirittura controproducente. Ecco il primo paradosso: la diagnosi iniziale ostacola la psicoterapia.

7. In medicina la diagnosi precede sempre la terapia, in psicoterapia probabilmente è il contrario. Dal momento che la formulazione del problema del cliente muta continuamente, seduta dopo seduta, per effetto del dialogo maieutico, solo alla fine possiamo ricostruirne l'evoluzione e conferirgli un significato. Durante la psicoterapia si dispiega il movimento teleologico del cliente in una certa direzione: finché non conosciamo la meta, non possiamo nemmeno comprendere la natura del disagioiniziale. E' come se la diagnosi si snodasse piano piano lungo la storia della relazione terapeutica: solo alla fine del processo siamo in grado di dire da dove eravamo partiti e dove siamo arrivati e che senso ha avuto questo movimento. Di qui il secondo paradosso: solo al termine della psicoterapia si rende disponibile una diagnosi.

8. In conclusione, credo che dovremmo rinunciare alla pretesa di una diagnosi "oggettiva" dei disturbi psicologici e attribuire, invece, maggiore importanza all'autovalutazione del cliente (cfr. la tecnica della "autocaratterizzazione" di Kelly, 1955). Cosa succederebbe se facessimo dipendere l'esistenza di un disturbo psicologico non da specifiche tecniche di indagine, ma semplicemente dall'opinione del soggetto che ne è portatore ? Potremmo ancora parlare di "sintomi egosintonici" o di "pazienti a cui manca la coscienza di malattia" ? E, ancora, una psicoterapia non dovrebbe concludersi quando il cliente la considera tale, anziché aspettare che sia il terapeuta a giudicarlo clinicamente guarito ?

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

American Psychiatric Association (1994) - Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders - 4^ ed. (DSM IV). APA, Washington, D.C.

Dilthey W. (1883) - Introduzione alle scienze dello spirito - Paravia, Torino 1949.

Einstein A. - Come io vedo il mondo. La teoria della relatività - Newton Compton, 1996.

Heisenberg W. (1958) - Fisica e filosofia - Il Saggiatore, Milano 1994.

Jung C. G. (1976) - Coscienza, inconscio e individuazione - Boringhieri, Torino 1985.

Kelly G.A. - The Psychology of Personal Constructs - Vols. I and II. New York: Norton, 1955.

Lindey D. (1996) - La luna di Einstein - TEA, Milano 2001.

Rogers C. R. - La terapia centrata-sul-cliente - Martinelli, Firenze 1970.

 

 

 

 

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