"Non vi sembra assurdo, a
volte,
il fatto di disegnare un paio di linee
e affermare: questa è una casa ?"
Escher
La rivoluzione epsistemologica
compiuta nella prima metà del XX secolo dalla
teoria della relatività e dalla meccanica quantistica può
avere sorprendenti
implicazioni per la diagnosi psicologica. Vorrei mettere qui in
evidenza solo un paio di implicazioni cliniche che si possono
ricavare da una lettura
profana degli scritti di Einstein ed Heisenberg:
1. Dice Einstein che ciò che
viene osservato dipende dal sistema di coordinate
scelto dall'osservatore. Se ci spostiamo dall'astronomia alla psicoterapia,
si può considerare come sistema di coordinate il paradigma teorico
di riferimento del clinico: uno psicoanalista, un cognitivista,
un terapeuta sistemico
vedranno lo stesso cliente in maniera assai differente l'uno
dall'altro, perché ognuno vedrà solo ciò che il proprio
paradigma teorico gli
consentirà di vedere. E' pur vero che, secondo Einstein, i punti
di vista dei differenti osservatori - ciascuno col suo sistema
di coordinate - dovrebbero
alla fine armonizzarsi, ma se questo ideale è valido
in astronomia, nella clinica è reso utopistico
dall'interferenza della
personalità dell'osservatore (il cosiddetto "controtransfert").
Ciò emerge clamorosamente
quando si cerca di valutare la validità e l'attendibilità
delle diverse tecniche di indagine della personalità.
2. Scrive Heisenberg che la
realtà subatomica viene alterata dagli strumenti
impiegati per la sua osservazione. Se trasferiamo il concetto dalla
meccanica quantistica alla diagnosi psicologica ne ricaviamo
che ciascuno degli
strumenti di osservazione a disposizione del clinico (una gamma
molto vasta di tecniche che va dal colloquio al test
standardizzato, dal disegno
della famiglia alla griglia di repertorio, dal role-playing alla
Strange Situation) interferisce con il fenomeno psicologico - intrapsichico
e/o interpersonale - che si intende indagare. Ciò non significa
che lo strumento crea il fenomeno osservato, ma soltanto che
lo altera in misura
considerevole. Quale oggettività potranno allora garantirci
gli strumenti di valutazione clinica ? E' forse l'uomo meno sensibile
dell'atomo alle tecniche di indagine?
3. Ulteriori spunti di
riflessione per la diagnosi psicologica si possono ricavare
dagli esperimenti della meccanica quantistica. Veniamo così a
sapere che di un elettrone
non possiamo conoscere sia la velocità che la posizione,
ma dobbiamo scegliere se vogliamo stabilire l'una o l'altra, perché
una volta misurata l'una non si può più risalire all'altra.
Un analogo dilemma si
presenta nella clinica quando si tratta di scegliere tra
approccio diagnostico e approccio terapeutico. Per capire
meglio questo dilemma è
opportuno leggere altri due classici.
4. Dilthey ha separato le
scienze della natura o "nomotetiche", dalle scienze
dello spirito o "idiografiche": le prime individuano
caratteristiche generali e
costruiscono tassonomie; le seconde, cercano di penetrare
la logica interna all'agire individuale. Applicando queste categorie
alla clinica, vediamo come per produrre una diagnosi sia necessario
un pensiero nomotetico, che stabilisce costanti e relazioni, mentre
alla psicoterapia sia più congeniale l'atteggiamento
idiografico, in quanto
dobbiamo cercare di comprendere la personalità del cliente
nella sua specificità.
5. Guilford ha distinto il
pensiero "divergente" dal pensiero "convergente":
mentre questo è capace di trovare la soluzione di un problema
quando essa esiste già e si tratta solo di scoprirla, il
pensiero "divergente"
è quello creativo, che esplora le possibili alternative ed è
capace di innovazione ed
originalità. Quest'ultimo è particolarmente utile nella
psicoterapia, dove ogni caso è unico e si tratta sempre di percorrere
strade inconsuete, mentre il pensiero convergente permette semmai
di classificare rapidamente una persona sulla base dei
"sintomi" presentati.
6. I punti 4 e 5 segnano una
sostanziale differenza tra l'approccio diagnostico
e l'approccio terapeutico al cliente. Se si sceglie il primo, poi
sarà più difficile liberare la mente per adottare il
secondo. L'atteggiamento
diagnostico, se adottato all'inizio, risulta fuorviante in quanto
impedisce al clinico - tutto preso dalla ricerca della casella
nosografica in cui
inquadrare il caso - di scorgere l'unicità della persona
che ha di fronte. Non solo ritengo che la diagnosi possa
essere fatta meglio alla
fine del processo terapeutico, ma che farla all'inizio di
una psicoterapia sia addirittura controproducente. Ecco il
primo paradosso: la
diagnosi iniziale ostacola la psicoterapia.
7. In medicina la diagnosi
precede sempre la terapia, in psicoterapia probabilmente
è il contrario. Dal momento che la formulazione del problema del
cliente muta continuamente, seduta dopo seduta, per effetto
del dialogo maieutico, solo
alla fine possiamo ricostruirne l'evoluzione e conferirgli
un significato. Durante la psicoterapia si dispiega il movimento
teleologico del cliente in una certa direzione: finché non conosciamo
la meta, non possiamo nemmeno comprendere la natura del
disagioiniziale. E' come se la diagnosi si snodasse piano
piano lungo la storia della
relazione terapeutica: solo alla fine del processo siamo in
grado di dire da dove
eravamo partiti e dove siamo arrivati e che senso ha avuto questo
movimento. Di qui il secondo paradosso: solo al termine della psicoterapia
si rende disponibile una diagnosi.
8. In conclusione, credo che
dovremmo rinunciare alla pretesa di una diagnosi
"oggettiva" dei disturbi psicologici e attribuire,
invece, maggiore importanza
all'autovalutazione del cliente (cfr. la tecnica della "autocaratterizzazione"
di Kelly, 1955). Cosa succederebbe se facessimo dipendere
l'esistenza di un disturbo psicologico non da specifiche tecniche
di indagine, ma semplicemente dall'opinione del soggetto che
ne è portatore ? Potremmo
ancora parlare di "sintomi egosintonici" o di "pazienti
a cui manca la coscienza di malattia" ? E, ancora, una psicoterapia
non dovrebbe concludersi quando il cliente la considera tale,
anziché aspettare che sia il terapeuta a giudicarlo
clinicamente guarito ?
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
American Psychiatric
Association (1994) - Diagnostic and Statistical Manual
of Mental Disorders - 4^ ed. (DSM IV). APA, Washington, D.C.
Dilthey W. (1883) -
Introduzione alle scienze dello spirito - Paravia, Torino
1949.
Einstein A. - Come io vedo il
mondo. La teoria della relatività - Newton Compton,
1996.
Heisenberg W. (1958) - Fisica e
filosofia - Il Saggiatore, Milano 1994.
Jung C. G. (1976) - Coscienza,
inconscio e individuazione - Boringhieri, Torino
1985.
Kelly G.A. - The Psychology of
Personal Constructs - Vols. I and II. New York:
Norton, 1955.
Lindey D. (1996) - La luna di
Einstein - TEA, Milano 2001.
Rogers C. R. - La terapia
centrata-sul-cliente - Martinelli, Firenze 1970.