Nell’ultimo articolo che ho pubblicato sui disordini da
dipendenza, avevo tralasciato di entrare in maniera
troppo approfondita nel merito di alcune questioni,
lasciando al lettore l’opportunità di avvicinarsi al
problema in una prospettiva nuova e suscettibile di
interpretazioni aperte. Oltretutto, il tipo di disordine
che veniva, soprattutto descritto, è quello che
coinvolge la persona nel momento in cui essa ritiene
prioritario e irrinunciabile mostrare agli altri di
‘essere indipendente’, proprio perché questo, molto
spesso, è il fattore più grave che ostacola i loro
movimenti psicologici e relazionali quando si sentono
bloccate in una rete sociale che non mostra loro
prospettive positive. Il quadro di personalità tracciato
quindi, non corrisponde a tutte le persone che
sviluppano ‘dipendenza’, bensì solo a quelle che
ritengono di uscirne fuori adottando quel complesso di
scelte simmetriche e strategicamente caotiche tanto
simili alle manifestazioni cliniche dell’ostilità.
Lo stesso
concetto di ‘dipendenza’, probabilmente, non è stato
sufficientemente distinto dal concetto di ‘effettivo
bisogno’, sebbene mi sia sforzato di far intuire al
lettore quanto quest‘ ultimo sia un qualcosa di assai
mutevole a seconda del variare dell’età, del sesso,
della condizione sociale, del periodo storico, e così
via, mentre la ‘dipendenza’ come problema, nasce solo se
ad essa viene contrapposto il problema di un’
’indipendenza’ non costruita in modo comprensivo.
Possiamo inoltre
introdurre, in via provvisoria, il concetto di ‘bisogno
dilatato’ , per descrivere il quale credo che la cosa
migliore sia citare un brano tratto da ‘Viaggio a
Ixtlan’ di C. Castaneda, che, forse, può anche aiutare a
comprendere altri aspetti .
Castaneda,
scomparso recentemente, fu l’autore, negli anni 70-80 di
una serie fortunata di libri sulla ‘conoscenza
esoterica’ degli stregoni Yaqui del Messico.
Agli inizi
delle sue esperienze nel deserto con lo sciamano don
Juan, dopo aver catturato cinque quaglie per la cena
serale, resta sorpreso dal fatto che il suo compagno
glie ne faccia liberare tre. Ma le sue perplessità
trovano presto una spiegazione, forse, inaspettata
:
“Non mangiare cinque quaglie, mangiane una […..]. Non
usare e spremere la gente fino a ridurla a nulla,
specialmente le persone che ami.” […] ”Essere
inaccessibile significa evitare deliberatamente di
esaurire te stesso e gli altri […] Significa non essere
disperato ed affamato come il povero bastardo che pensa
che non mangerà mai più e divora tutto il cibo che può,
tutte e cinque le quaglie.” […] “Un cacciatore sa di
poter sempre attirare la selvaggina nelle sue trappole,
perciò non si preoccupa. Preoccuparsi vuol dire
diventare accessibile, accessibile senza volerlo. E una
volta che ti preoccupi ti afferri a tutto per
disperazione; e una volta che ti afferri sei destinato a
esaurire tutti o tutto ciò a cui ti afferri.” […] “Il
cacciatore è inaccessibile perché non spreme il mondo
sino a deformarlo. Lo tocca lievemente, rimane quanto
deve e quindi si allontana agilmente, lasciando appena
un segno.” [1973]
Il valore
ecologico di queste asserzioni è indubbio, come è
altrettanto indubbio che sin dal 3000 a.c. la maggior
parte delle società umane ha cercato in ogni modo di
sfuggirvi, distruggendo boschi, fauna selvatica, risorse
idriche, e quant’altro fosse disponibile. La storia
dell’umanità ha dimostrato, purtroppo, che questo
modello si è dimostrato, per ora, vincente rispetto a
quello del cacciatore-raccoglitore nomade, sebbene abbia
portato all’attuale crisi ecologica con risultati
imprevedibili per i prossimi cento anni. Ma se
applichiamo, a livello personale, il modello del
prelievo concentrato e indiscriminato di risorse, sia
che esse siano di valore complesso, sia che si tratti di
variabili semplici alle quali viene attribuito un valore
complesso, i risultati, per l’individuo, non possono
essere diversi da quelli descritti quando parliamo di
dipendenza. Dobbiamo però osservare che, anche se la
maggior parte degli individui, per pigrizia, necessità,
ignoranza o quant’altro, possono, per un certo periodo,
tendere a concentrare la soddisfazione dei propri
bisogni da un’unica fonte, non tutti coloro che cadono
in questo errore approdano al disordine da dipendenza,
dato che, constatato l’esaurimento della fonte dei
propri bisogni, tanto più se dilatati, tendono a
cercarne una nuova oppure a ridimensionare
temporaneamente le proprie necessità. Questo porterebbe
nuovamente ad indicare che la relazione patologica di
dipendenza non sia tanto tesa alla soddisfazione di un
bisogno, (data l’impossibilità di una fonte di
continuare ad essere utilizzata oltre l’esaurimento),
quanto all’ostinazione della persona coinvolta nel
disordine da dipendenza di continuare a scavare
nonostante sia chiaro che la miniera è, oramai,
esaurita.
Poniamo il caso
di un individuo che non abbia imparato a stare,
serenamente, da solo per una certa parte del suo tempo.
Il fatto di ‘stare da solo’ è un problema che non ha mai
affrontato con chiarezza in ambito familiare. Durante
l’adolescenza cerca disperatamente di sfuggire a quella
che crede essere solitudine attaccandosi fisicamente ai
suoi coetanei, al punto di non accettare che due persone
si appartino per conversare di cose private o per altri
bisogni. Se gli capita, per un disguido, di non essere
invitato ad un party, prende la cosa come un’offesa
sanguinosa. Mette in piedi una rete privata di
intelligence per scoprire se gli altri si vedano a sua
insaputa e coinvolge i suoi malcapitati complici
occasionali in una trama di relazioni basate sulla
sfiducia, l’astio e la rappresaglia. Alla fine
dell’adolescenza si ritroverà, presumibilmente, con una
vita sociale piuttosto ristretta e costellata di rifiuti
e ripulse da parte di tutti coloro verso i quali ha
adottato atteggiamenti polizieschi e vendicativi. A quel
punto può decidere di imparare a considerare il
costrutto solitudine-compagnia in termini comprensivi e,
se è fortunato riesce a capire che i legami tra esseri
umani non sono basati esclusivamente sulla contiguità
fisica, accettando qualche periodo di separazione dalla
sua rete sociale preferita durante il quale può far
conoscenza con altri ambienti e persone. Ma se non
ritiene di dover compiere questo passo verso il
cambiamento o se non è fortunato durante il percorso,
può cercare di ridurre il suo disagio decidendo di
costringere la soddisfazione del suo bisogno di ‘non
essere lasciato solo’ , ad un’unica persona,
possibilmente di sesso opposto. Man mano che passa il
tempo sperimenterà, ovviamente, diverse delusioni:
alcuni partner non accetteranno di ‘essere prosciugati’
e verranno classificati come ‘egoisti’, ‘incapaci di
amare’, ecc.; altri arriveranno tanto rapidamente
all’esaurimento da essere considerati come persone
‘deboli’ ‘scarse’, ecc. .Ad un certo punto, la persona
può cercare di costringere le sue necessità di
dipendenza: smette di essere troppo esigente, accetta
brevi periodi di solitudine, nasconde le sue sofferenze
e frustrazioni derivanti dal non essere pienamente
soddisfatta dalla relazione che, comunque, gli
garantisce un minimo di stabilità. Tuttavia il processo
di ridimensionamento delle sue necessità di dipendenza,
non è governato da costruzioni di tipo comprensivo,
bensì da costruzioni incidentali con valore di
autocoercizione . Quello che la persona ripete a sé
stessa non è : “E’meglio non sfruttare troppo una
situazione perché questo porta all’accumulazione di
problemi irrisolvibili”, bensì : “Non devo far vedere
che ho così tanto bisogno, altrimenti succede quello che
è già successo in passato”.
In una tale
situazione, tutta l’attenzione verbale e preverbale
della persona è costantemente concentrata nello
snervante compito di essere il carceriere di sé stessa :
non può, di conseguenza, progettare alcuna evasione.
Alla fine, quando non ne può proprio più, anche se ha
deciso, veramente, di fuggire, il solo cambiamento che
crede di poter realizzare è quello di “mostrarsi
indipendente” nei termini descritti nel precedente
articolo. Un’ulteriore costrizione equivarrebbe
(restando nel linguaggio carcerario) ad una condanna a
morte, mentre un movimento all’esterno dalla prigione
non gli è possibile perché, per troppo tempo, non è
stata in grado di guardare con chiarezza fuori dalle
mura del carcere che si era costruito.
Vista così, la
situazione della persona coinvolta in un disordine da
dipendenza, si configura come perfettamente logica: se
ci concentriamo sul fatto che essa è, nella sua
percezione, confinata in un isola attorno alla quale c’è
un oceano che non sa come attraversare, l’unico modo per
mantenere un minimo di coerenza (evitare la psicosi,
direbbe uno psichiatra) è costruirsi un modello di
realtà alla quale, spera, qualcuno possa credere.
E’quindi conseguente che chiunque tenti di contestare
con qualsiasi argomentazione la effettiva validità del
modello, compie un’operazione assolutamente inutile: la
persona sa benissimo che quella non è la soluzione ai
suoi problemi, bensì quella che salva, almeno, una parte
della sua identità sociale di adolescente rifiutato,
secondo lui, perché considerato troppo incapace di far
a meno degli altri.
Abbiamo qui
considerato un particolare problema (evitare la
solitudine) il cui tentativo di soluzione porta a
problemi più grandi, ma il modello può essere esteso ad
altri disordini da dipendenza, dall’alcolismo al gioco
d’azzardo. Lascio al lettore che si trovi a contatto con
esperienze di dipendenza, la facoltà di sperimentare se
esso sia congruo o meno.
Riassumo la
genesi dei disordini che coinvolgono la dipendenza nei
seguenti punti:
1-
L’individuo affronta un
problema sociale attraverso esperimenti limitati solo ad
alcune costruzioni incidentali che vengono utilizzate
come discriminatorie per stabilire relazioni di
dipendenza con altri individui.
2-
Constatato il fallimento dei
suoi sforzi costringe il campo di applicazione delle
sue aspettative senza mettere in discussione se esse
siano realmente quelle che una persona adulta possa
permettersi.
3-
A seguito dell’inutilità dello
sforzo costrittivo, sopravvaluta la portata del suo
fallimento e cerca di costruirsi, per permettere ad una
parte della sua identità di sopravvivere, un contesto
‘parasociale’ , che cioè, mantiene alcune
caratteristiche formali dei sistemi sociali perdendone
però, la complessità e i meccanismi autocorrettivi
derivanti dalle interazioni aperte e comprensive con gli
altri individui.
Il
sopraggiungere di brevi fasi confusionali, l’insorgenza
del cosiddetto ‘pensiero magico’ e di varie
sintomatologie comportamentali e somatiche,
rappresentano i tentativi della persona di riprendere
contatto con il mondo esterno al contesto parasociale
(una specie di ‘messaggio nella bottiglia’) e vanno
valutati con attenzione come espressione di tentativi di
cambiamento: trattarli come sintomi di malattia è
assolutamente controproducente.
Riferimenti
C. Castaneda
– Viaggio a Ixtlan- [Adelphi, 1973]
J. Diamond –
Armi, acciaio e malattie [Einaudi, 1998]