L’anniversario
dimenticato
Perché, a trent’anni dal
movimento giovanile del 1977, a nessuno piace ricordare
ciò che avvenne in Italia
In questo 2007 , ricorrono i trent’anni da quella
stagione chiamata ‘il movimento del 77’ , che
rappresentò un momento cruciale per la società italiana
e che, soprattutto, segnò una svolta storica
nell’identità del popolo della Sinistra , soprattutto
tra quei giovani che sono diventati gli adulti di oggi.
Tuttavia, a differenza di quanto successe per
l’anniversario dei trent’anni dalla contestazione
studentesca del ’68, quasi nessuno si è sentito di dover
ritornare su quanto accadde in 12 mesi di
manifestazioni, scontri, violenze con relativo carico di
morti e feriti nonchè con il clima di speranza, nuove
aspettative e tentativi di rinnovamento che pur erano
largamente presenti tra i giovani del movimento. Ci
sono, indubbiamente, alcune considerazioni abbastanza
semplici che possono spiegare la voglia di dimenticare
quello che accadde. Innanzitutto, il movimento del ‘77 è
stato accusato di aver favorito lo sviluppo della forma
più violenta del terrorismo omicida, con molti dei suoi
leader rinchiusi in carcere o fuggiti all’estero con
accuse più o meno pesanti di complicità. Oggi molti di
costoro sono ritornati dall’esilio, hanno scontato le
loro pene e, in alcuni casi, si sono inseriti
all’interno delle istituzioni grazie al fatto che alcune
forze politiche storicamente e culturalmente legate al
’77, ritrovandosi nell’eterogenea alleanza di centro
sinistra, occupano posti di governo nelle grandi città,
nelle regioni e nello stato. Come è noto, nel centro
sinistra sono presenti parecchi ex democristiani, alcuni
dei quali erano nel mirino dei terroristi, ma anche ex
membri del Partito Comunista Italiano, feroce nemico del
movimento del 77 con il quale arrivò a violenti scontri
fisici e , insomma, meglio evitare di ricordare cosa
facesse trent’anni fa l’alleato che ci siede attualmente
accanto. Un secondo elemento che potrebbe contribuire
alla scelta di una saggia dimenticanza del trentennale ,
potrebbe riguardare l’argomento della droga. I cortei
del ’77 inneggiavano allo ‘spinello libero’, e gli
striscioni con foglie di marijuana marciavano accanto a
quelli di Che Guevara, Mao, Marx , Lenin, etc., e ben
pochi si sentono di poter negare che tutto ciò non diede
un bel contributo all’esplosione delle tossicodipendenze
negli anni 80, con un bagaglio di morti e vite devastate
di gran lunga superiore a quello del terrorismo. Sino a
quel momento la droga era duramente condannata dalla
sinistra: oltre al giudizio morale negativo sulla scelta
di ‘allontanarsi dalle lotte sociali’ rifugiandosi negli
stupefacenti, il drogato e lo spacciatore venivano visti
come ‘corruttori’ della gioventù e ,potenzialmente, spie
delle forze dell’ordine. Anche qui, gli eredi del
vecchio PCI, (per non parlare degli ex DC) si trovano in
imbarazzo nel dover fare i conti con i reduci del 77,
oramai ultracinquantenni che, divenuti ministri o
parlamentari propongono di legalizzare una diffusa
abitudine cominciata trent’anni fa e passata di padre in
figlio (con l’aggiunta di varie e micidiali porcherie
chimiche che ti mandano all’altro mondo).
In realtà, il 77,almeno apparentemente non fu niente di
più che l’esaltazione di un modello, la cosiddetta
‘Autonomia’ che sosteneva, in fin dei conti, il diritto
del mondo giovanile di vivere in ampi spazi ‘autonomi’
dal resto della società che li circondava. Che tale
aspirazione venisse soddisfatta con la provocazione
dello ‘spinello’ o con la violenza armata, a mio
giudizio è un fatto abbastanza irrilevante. Il problema
che mi sono posto è, piuttosto, per quale strana ragione
le lotte del 68, le conquiste democratiche e sindacali,
la progressiva liberazione della società italiana dai
vincoli e dai pregiudizi della chiesa cattolica e, non
ultimo, la definitiva sconfitta dei tentativi reazionari
di tipo fascista e militare ancora presenti agli inizi
degli anni 70, portarono i giovani italiani verso una
strada evidentemente assurda e senza via d’uscita e,
soprattutto, in contrasto con tutte le teorie
rivoluzionarie di tipo marxista e leninista che avevano
dominato la scena dal 68 in poi.
Sebbene le predizioni di Karl Marx ben raramente si
siano avverate, c’era, comunque, una preziosa intuizione
alla base delle sue teorie . Secondo Marx e i Comunisti,
una classe che, in un determinato momento storico,
fallisce nel rinnovare l’organizzazione della sua
capacità di produrre ricchezza, tende a fallire,
inesorabilmente, in tutti gli altri aspetti della sua
organizzazione di sopravvivenza. Nonostante l’apparente
ovvietà di questa asserzione, la storia, sino a quel
momento aveva dimostrato come la semplice constatazione
del fallimento, anche se accompagnata da effetti
tragici, non era sufficiente al passaggio di consegne ad
una classe che avesse idee migliori nella gestione
dell’economia. La Rivoluzione Francese aveva significato
proprio questo: senza la mobilitazione armata promossa
dalla borghesia, la vecchia classe aristocratica avrebbe
continuato a fallire generando miseria e carestie con il
corollario di guerre e repressione interna senza essere
capace di gestire il benché minimo cambiamento utile. Il
crollo dell’Impero zarista, più di cent’anni dopo gli
eventi del 1789, permise di confermare ai comunisti del
900 (i marxisti-leninisti) la fondatezza delle
precedenti teorie marxiane. L’unico problema, però, è
che la Russia degli zar non era dominata dalla borghesia
capitalista, bensì da un coacervo di classi sociali
molto più simili a quelle della Francia
pre-rivoluzionaria che non a quelle della Germania,
dell’Inghilterra ,della Francia e degli Stati Uniti,
dominate da una borghesia aggressiva che riusciva a
rinnovarsi adottando modelli sociali compatibili con il
meccanismo del profitto. La breve parentesi (1933-1945)
creatasi con il nazismo e la sanguinosa resa dei conti a
livello mondiale che ne seguì, per un po’ fece credere
che, in effetti, il capitalismo potesse sfociare
unicamente nel fascismo o nell’imperialismo ( una forma
moderna del vecchio colonialismo messo da parte dopo il
secondo conflitto mondiale), e questo alimentò la
cosiddetta ‘Guerra Fredda’, i movimenti rivoluzionari
del Terzo Mondo, e rappresentava il nucleo delle
convinzioni alle origini dei movimenti giovanili di
massa del 1968. A mio avviso, è proprio una rilettura
del ’68 lo strumento chiave per comprendere cosa avvenne
nel ’77, ed è, quindi necessario aprire una breve
parentesi che aiuti meglio a comprendere quello che
successe allora (per gli approfondimenti il lettore può
consultare il sito internet
www.informagiovani.it//30anni68/68home.htm) . Il 1968 fu l’anno
in cui milioni di studenti italiani scesero in piazza
per una serie di motivi eterogenei (dall’edilizia
scolastica fatiscente, all’arretratezza delle materie di
insegnamento, alla democrazia nelle scuole,ecc.) , il
cui filo conduttore era un disperato e irrimandabile
bisogno di rinnovare la società italiana ancora invasa
dai retaggi culturali ed ideologici fascisti e
prefascisti.
Tra le conseguenze della ‘Guerra Fredda’, vi fu, in
diversi Paesi europei tra cui l’Italia, un grande
ritardo dell’evoluzione della democrazia capitalista
dovuta alla necessità di limitare lo sviluppo dei
movimenti autenticamente liberali poiché questi erano
ritenuti facilmente infiltrabili ed orientabili dai
partiti comunisti. D’altro canto, sin dall’ultimo
periodo della seconda guerra mondiale, il Partito
Comunista Italiano uscito egemone dal breve periodo
della guerra di Resistenza, si era decisamente sforzato
di contrastare forze come il Partito d’Azione che si
ponevano in maniera autonoma alla contrapposizione tra i
blocchi comunista e capitalista rappresentati da Unione
Sovietica e Stati Uniti. Per anni il partito comunista
accolse al suo interno le forze laiche e liberali
definite ‘progressiste’ , costringendo tutti coloro che
non accettavano l’egemonia ideologica e politica
ispirata al modello sovietico a stare nelle alleanze di
governo con la Democrazia Cristiana, il naturale erede
del partito fascista (in quanto interclassista,
veterocapitalista, contadina, cattolica conservatrice e
garante degli interessi delle classi medio basse legate
alla necessità dell’assistenza statale). Una tale
situazione, pur funzionando abbastanza bene come ‘scudo
contro il comunismo’, tuttavia creava situazioni di
forte disagio sia nella classe operaia (che allora
rappresentava una parte consistente della popolazione
attiva), sia nei ceti intellettuali che percepivano la
costrizione sociale e culturale rappresentata da
elementi come il divieto di divorziare, la censura
letteraria e cinematografica, la tolleranza verso la
mafia (grosso serbatoio di voti per la DC), ecc.
Già alla fine del 1968, il movimento studentesco
cominciò a capire che le sue lotte, per avere uno
sbocco, dovevano agganciarsi a quelle della classe
operaia e, seppure le motivazioni di questa alleanza non
fossero ben chiare, si verificava una notevole empatia
durante determinati eventi di lotta condotti
separatamente, con reciproche manifestazioni di
solidarietà e sostegno durante l’occupazione di alcune
fabbriche o in occasione di scontri con i neofascisti e
con le forze dell’ordine. In realtà il gruppo dirigente
del PCI, che in quel periodo raggiunse il massimo della
capacità di analisi tattica della sua storia facendo
guadagnare alla sua causa un milione di voti, incoraggiò
senza forzare e senza frenare l’empatia appena
descritta. L’alleanza tra gli studenti e la classe
operaia portò, l’anno successivo, ad un salto in avanti
delle conquiste sindacali che portarono i diritti e le
condizioni di lavoro degli operai alle condizioni degne
di un paese capitalista moderno, e la scuola e
l’università si tolsero di mezzo un bel po’ di vecchiume
. Insomma, sia gli operai che la borghesia medio alta da
cui provenivano gli studenti e i ceti intellettuali
coinvolti nel 68, ebbero tangibili ed immediati vantaggi
sociali. Di lì a poco la legge che consentiva il
divorzio e la progressiva conquista da parte del PCI del
governo di molte città e regioni, rendevano sempre più
l’Italia simile agli altri paesi europei ove la
divisione dei poteri tra destra e sinistra non era così
rigida. Lo stesso partito comunista abbandonava
progressivamente la sua totale subordinazione all’Unione
Sovietica (già nel 68 aveva condannato, diversamente da
quanto era avvenuto in Ungheria nel 56, l’invasione
della Cecoslovacchia da parte dei carri armati russi)
avvicinandosi alle altre socialdemocrazie occidentali.
Un ceto sociale, tuttavia, si considerò, forse a
ragione, penalizzato dalle conseguenze del ’68.
Se prima di quel periodo le differenze tra un operaio ed
un impiegato erano evidenti e vistose, le conquiste
salariali e i diritti sul luogo di lavoro ridussero
sensibilmente tali differenze e l’apertura
dell’università anche ai figli dell’ex “proletariato”,
portò ad una rilevante trasformazione sociale nel mondo
dell’istruzione . Se gli studenti universitari e
liceali, prima del 68 appartenevano alle classi medio
alte, portatrici dei valori ‘liberali’ che erano stati
espressi nelle lotte studentesche, i nuovi studenti che
provenivano da un retroterra culturale di ancora incerta
definizione, non avevano costruzioni sociali ben chiare
con le quali orientare il loro futuro. Allo stesso
tempo, appariva loro sempre più evidente che l’accesso
all’istruzione superiore non li avrebbe automaticamente
portati ad un avanzamento nelle loro posizioni sociali,
in quanto la richiesta di mercato delle ex ‘professioni
intellettuali’ era largamente superata dall’offerta
delle nuove migliaia di laureati sfornati anno dopo
anno. Questo, nelle scuole e nelle università
egemonizzate dall’ideologia della ‘sinistra
extraparlamentare’ frazionata in centinaia di gruppi e
gruppuscoli (i famosi ‘gruppettari’) lasciava spazio a
una totale confusione di idee e programmi, la maggior
parte dei quali ispirati a risentimento di tipo
paranoideo sul “68 tradito” . Dato che era impensabile
prendersela direttamente con la classe operaia (che si
stava oramai velocemente integrando in una società
capitalista più benevola nei suoi confronti) l’ostilità
cominciò a dirigersi verso il partito comunista e i
sindacati indicati come ‘colpevoli della resa’ verso il
capitalismo. Lo stesso PCI, troppo attento a guadagnare
spazi di potere mostrandosi rassicurante e scarsamente
conflittuale, non fece molto per evitare il pericoloso
distacco tra giovani e mondo del lavoro che si andava
sempre più accentuando. Una violenza crescente di tipo
squadrista cominciò a divenire la quotidianità nelle
scuole e nelle università: quando non c’erano i
pochissimi studenti fascisti da picchiare e da portare
in corteo con cartelli spregiativi appesi al collo, i
vari gruppi di sinistra si picchiavano tra loro. Gli
apparati repressivi dello stato, magistratura, polizia e
carabinieri, assunsero una posizione distaccata, anche
perché, in buona parte erano stati coinvolti nella
stagione delle stragi terroristiche di ispirazione
neofascista e cercavano di farsi perdonare, mentre
presidi e insegnanti, completamente terrorizzati,
facevano finta di non guardare quello che succedeva. In
gran parte delle scuole, trasformate in piccole caserme
piene di spranghe e bottiglie molotov, la maggior parte
del tempo era occupata da assemblee, occupazioni e
cortei, e questo impedì al sistema didattico di trarre
giovamento e mettere in pratica tutte le nuove idee
formatesi nel 68 e nei primi anni 70. Verso il 1975,
veicolata dalla nuova moda di viaggiare verso
l’oriente, marijuana e derivati di ottima qualità e a
prezzi stracciati, cominciarono a conquistare le
abitudini degli studenti di sinistra. Allo stesso tempo
le Brigate Rosse, una formazione militare nata tra ex
cattolici con formazione sociologica di sinistra,
cominciavano a colpire, sempre più pesantemente
fascisti, magistrati, capireparto e sindacalisti di
destra. I ‘traditori’ del partito comunista non erano
colpiti direttamente, ma le minacce contro di loro erano
sempre più marcate e truculente. Il quadro
internazionale, poi, presentò un evento decisamente
sconvolgente: dopo il ritiro degli USA dal Vietnam,
quest’ultimo, considerato per decenni un paese di
martiri che aspiravano solo alla pace, scatenò una
guerra lampo contro la Cina rossa (il gigante del
socialismo) penetrando in profondità nel suo territorio.
Questo significò la fine del mito
dell’’internazionalismo proletario’ contrapposto alle
‘sporche guerre imperialiste” e da quel momento in poisi
cercò di evitare l’argomento.
Lo psicologo americano Gorge Kelly, descrive uno stato
patologico classificato tra i ‘disturbi di transizione’
, in cui elenca le possibili reazioni dell’individuo
quando si trova di fronte a due situazioni cruciali
nella sua esistenza. Il primo di questi stati si
verifica quando la persona si trova a dover interpretare
un contesto ampio avendo perso fiducia nelle costruzioni
comprensive (i ‘valori’) con le quali aveva
precedentemente costruito il suo mondo. Il secondo si
verifica quando l’individuo, avendo investito troppo
sulle sue costruzioni, pur comprendendo bene il
fallimento dei suoi risultati, si rifiuta di cambiarle.
Nel primo caso, gli individui, nell’incapacità di
programmare azioni strategiche per adeguare le loro
esistenze al mondo circostante, si limitano alla ricerca
di ‘facilitazioni’ legate alla soddisfazione di bisogni
di breve periodo, con una ricerca di tipo infantile
verso tutto ciò che è piacevole, poco faticoso,
rilassato e divertente e chi non si dimostra
condiscendente verso di loro, viene accuratamente
evitato. Nel secondo caso (l’ostilità) si assiste al
costante tentativo di estorcere tutte le prove che
possano far credere che le proprie costruzioni del
mondo non siano ‘veramente’ fallimentari, e questo può
avvenire con una gamma di comportamenti che vanno
dall’occultamento di fatti e circostanze, alla
fabbricazione di studiate menzogne sino alla violenza
cieca o programmata verso chi può manifestare o anche
semplicemente rappresentare, la prova del loro
fallimento. Nel Movimento del 77, questi due ‘disordini
di transizione’ erano pienamente rappresentati nei due
filoni dell’’Ala Creativa’ e dell’’Autonomia’. Il primo,
noto anche come ‘Indiani metropolitani’ faceva largo uso
di marijuana, vestiva come gli hippies degli anni 60,
predicava il ritorno alla natura, esaltava la libertà
sessuale, rifiutava il lavoro, lo studio e la violenza
in ogni sua forma. Il secondo, pur prendendo, in maniera
ambigua, le distanze dal terrorismo delle Brigate Rosse,
predicava lo scontro di piazza contro la polizia e gli
avversari politici e continuava a vedere
nell’insurrezione armata la soluzione finale dei
conflitti sociali. Quando, incautamente, il PCI e i
sindacati provarono a fare un comizio all’Università di
Roma, il movimento reagì, inizialmente, prendendolo in
giro con slogan scherzosi e surreali, ma subito dopo
trasformando l’evento in un violento scontro (il primo
che vide contrapposti, dal periodo prefascista, giovani
e classe operaia) che solo per caso non fece vittime.
Qualche tempo dopo si verificò un episodio ancora più
emblematico: durante un corteo la parte ‘autonoma’
sfondò un’armeria sul Lungotevere romano incitando gli
altri manifestanti ad impadronirsi delle armi. Il
risultato fu che decine di giovani uscirono portandosi
via i fucili ad aria compressa, costosi ed inoffensivi
giocattoli che rappresentavano il divertimento più
ambito per i bambini degli anni 60 e che finirono
gettati nel Tevere dopo poche centinaia di metri. A quel
punto fu chiaro che i due filoni non potevano camminare
assieme, e dopo qualche scontro fisico
(irrimediabilmente perduto dai poveri ‘Indiani’) il
movimento cessò di esistere. L’’Ala creativa’ sarebbe
diventata, in parte, uno dei nuclei dell’ambientalismo
che ,dopo qualche anno, avrebbe portato al partito dei
Verdi. L’Autonomia , nel suo nucleo più duro, si sarebbe
unita ai vari gruppi terroristici che insanguinarono
l’Italia per un decennio. Qualcosa di positivo
resistette, per qualche tempo, nel movimento femminista,
ma anche qui, la confusione e la ripresentazione dei due
filoni precedentemente presenti nel movimento, non
permisero di andare lontano. Il resto furono
sottoprodotti quali la totale compromissione del sistema
scolastico, la dequalificazione professionale, la
sottooccupazione, la tossicodipendenza e la
microcriminalità .
Da quel momento in poi il concetto di Comunismo con i
suoi valori estesi ed inflessibili che avevano, per più
di un secolo, affascinato i giovani in tutto il mondo,
non si riprese più.