VERSO UN NUOVO APPROCCIO ALLA COMUNICAZIONE TRA I GIOVANI E LA SOCIETA’ ADULTA

di Enzo Minissi

 

 
 

 

Sommario

Il presente articolo è parte delle premesse teoriche di un progetto (o una serie di progetti) che l’Oikos intende realizzare in alternativa ai tentativi fallimentari sperimentati dalle pubbliche amministrazioni (un po’ ovunque, in Italia), e che, sotto diversi nomi (informagiovani, CILO, Uffici Relazioni Giovani, ecc.) stanno cercando di far avvicinare i giovani alle istituzioni e ai servizi offerti dal mondo degli adulti. In realtà c’è il sospetto che, in parecchi casi, gli ‘sforzi’ in tal senso siano più destinati a raccogliere determinati consensi politici (con il coinvolgimento di enti ed associazioni legati a determinati schieramenti), che a cercare di comprendere ed aiutare i giovani ad un migliore rapporto con il mondo che li circonda. Il risultato che si viene a creare è quello di un aumento della diffidenza e del distacco tra le generazioni, per superare i quali si ritiene che l’unica via possibile sia quella di abbandonare sistemi basati sulla manipolazione sostituendoli con contesti comunicativi in cui vengono facilitati la comprensione e l’ascolto.

 

Indice

 

1- Un divario inevitabile

2- Incidenze dei fattori socio culturali nel divario tra le generazioni in Italia

3- La ‘diffidenza’ dei giovani verso la comunicazione sociale

4- La ricerca di un terreno di conversazione

 

 

 

1. Un divario inevitabile

Il problema delle incomprensioni tra le giovani generazioni e il mondo degli adulti è sempre esistito, questo, essenzialmente, per alcune caratteristiche tipiche dello sviluppo cognitivo della specie umana. I nostri sistemi di costruzione della realtà sono strutturati in maniera tale da mantenere programmi aperti di apprendimento, da un lato, mentre dall’altro devono essere organizzati in modo tale da proteggere i dati già registrati dall’esperienza ai fini di preservare il sistema della "identità personale" che costituisce il nucleo fondamentale attraverso il quale vengono interpretate le nuove esperienze. La costruzione della realtà operante nei giovani, nelle fasi che vanno dall’adolescenza alle prime esperienze di maturità deve fare i conti con l’esigenza di staccarsi dai modelli genitoriali che costituiscono la parte più centrale della loro identità e, dall’altra, cominciare a sperimentare attivamente nuovi modelli di interpretazione. Nella prima fase dell’adolescenza questo passaggio avviene utilizzando la dicotomia giovane/adulto , laddove il primo polo rappresenta la identificazione immediata con i propri ‘simili’ e il secondo la categoria dalla quale ci si deve differenziare se si vuole conquistare una nuova autonomia. I giovani tendono quindi alla creazione di modelli esistenziali basati sulla immediata identificazione dei membri di un gruppo sociale attraverso segnali chiaramente riconoscibili, quali abbigliamento, luoghi di frequentazione, simboli e personaggi di riferimento ecc. La seconda fase dell’adolescenza è invece caratterizzata dalla ricerca di modelli adatti all’inserimento sociale e tali modelli sono facilmente identificabili con il mondo degli "adulti indipendenti" . Tale mondo è rappresentato da altri esseri umani che si ‘guadagnano da vivere’ , non ‘devono rispondere ad altri della loro quotidianeità’ , ‘ hanno ‘prestigio sociale’, ecc. Ovviamente la percezione del ‘modello’ giusto da seguire varia da individuo a individuo, ma comunque, questo è irrimediabilmente ‘un adulto’. A questo punto l’ex adolescente deve cercare in tutti i modi di superare la dicotomia precedente, e imparare a fare distinzioni più complesse per le quali non basta più percepire i segnali semplici e schematici utilizzati in precedenza. Il rapporto con i coetanei non è più di automatica identificazione e reciproca solidarietà di ‘casta’ , ma di discussione, differenziazione e scontro su quali modelli siano da scegliere per la vita futura.

Tali modelli sono, chiaramente, forniti dal mondo degli adulti. E qui veniamo al problema attuale: quando in passato, attorno ad un età compresa tra i 16 e i 21 anni, l’adolescente abbandonava la prima fase di differenziazione dicotomica e cominciava ad esplorare il nuovo mondo, la generazione che lo precedeva aveva vissuto il tempo necessario per elaborare e trasmettere le esperienze che, in gran parte, potevano rivelarsi utili per chi si affacciava alla vita adulta, e quindi il passaggio si svolgeva in maniera scarsamente traumatica. Oggi le cose non vanno, ci pare di capire, alla stessa maniera e in molti stiamo cercando di capire il perché.

 

2. Incidenze dei fattori socio culturali nel divario tra le generazioni in Italia

Dobbiamo iniziare a porci una serie di domande sul cosa sia successo e sul cosa stia succedendo ora in Italia , e perché il mondo degli adulti si mostra così preoccupato per quello che viene comunemente definito il ‘disagio giovanile’ senza però riuscire a modificare lo stato delle cose ?

Durante il ventennio fascista, la gioventù era mitizzata come l’elemento portatore del rinnovamento e della forza di recupero della dignità nazionale umiliata , mentre le forze democratiche temevano il ripetersi delle immolazione di massa del I conflitto mondiale, quando intere classi di età (vedi i cosiddetti ‘ragazzi dell’89’) erano praticamente scomparse dall’anagrafe. Nel 1968 la sinistra guardava con speranza alla contestazione giovanile, sperando in una spallata ad un sistema che sembrava immobile ed immutabile, mentre le forse moderate e conservatrici paventavano la fine di tutti i valori sui quali era fondata la coesistenza sociale. Diversamente, verso la metà degli anni 70 , il mondo adulto, aldilà degli schieramenti politico-ideologici, comincia a sentirsi estremamente minacciato da qualcosa che percepisce, identifica e classifica in un non meglio determinato ‘universo giovanile’.

La degenerazione terroristica delle rivolte del 68 recluta tra i giovani la maggior parte dei suoi quadri, che colpiscono a destra e sinistra, con distinzioni e scelte dei tempi che rendono assai difficile ogni analisi o previsione che possa ricondurre il fenomeno ad una condizione meno devastante: è una sorta di ‘quasi follia’ incontrollata che ostacola (più per forza inerziale che inferenziale) qualsiasi programmazione di interventi di pianificazione sociale necessaria ad adeguare l’Italia alle nuove esigenze di mercato . Esplode la diffusione della tossicodipendenza da eroina, che colpisce i giovani di tutti i ceti sociali, con gravi danni psicologici, sanitari, economici e, forse, soprattutto, per la microdelinquenza ad essa associata, e anche qui, nessun adulto sa con precisione cosa fare.

Al terrorismo viene data una risposta pragmatica ma di assai dubbia portata etica: repressione dura da un lato, utilizzo del ‘pentitismo’ dall’altro, oltretutto con scarsa capacità di chiarire le responsabilità e i legami di quella parte del fenomeno connessa, per una ragione o per l’altra, agli apparati deviati dello stato e agli interessi di paesi stranieri. Al problema della droga e della criminalità ad esso legata, la risposta oscilla da anni tra due poli che, semplificando, possono essere definiti ‘proibizionisti’ o ‘antiproibizionisti’ , ognuno dei quali presenta ambiguità, contraddizioni e chiara incapacità di affrontare, nella sua complessità il problema. Il dato che, comunque, emerge con chiarezza, è che la società degli adulti si occupa di risolvere i problemi dei giovani solo quando questi producono un danno materiale immediato e contingente alla società degli adulti e che le soluzioni che vengono trovate sono pensate dagli adulti, per gli adulti, e realizzate senza ascoltare i giovani. E infatti il problema fondamentale che riguarda le giovani generazioni, quello di mantenere risorse adeguate affinchè possano avere un futuro soddisfacente, non vengono mai affrontati : non viene affrontato il problema ambientale, non viene affrontato il problema del lavoro, non viene affrontato il problema dei valori . L’unica cosa che viene fatta è quella di considerarli fruitori di beni, sommergendoli di una valanga di messaggi e affermazioni su quello che dovrebbe essere lo status di una persona, definendolo in termini di quanti oggetti di valore stabilito (stabilito, ovviamente da chi li produce e vende) debbano essere in possesso per raggiungere tale status. Non siamo in grado di quantificare quanto si spende per l’educazione e l’informazione rivolta ai giovani per aiutarli a divenire adulti consapevoli, rispetto a quanto venga investito nelle campagne pubblicitarie a loro rivolte. Possiamo notare subito, però, quanto la tecnica persuasiva semiologicamente e tecnologicamente avanzata, l’invasività e la esasperante tenacia del bombardamento pubblicitario consumista, siano così lontane dal monotono grigiore, dall’arretramento tecnologico e dall’isolamento comunicativo utilizzato dagli enti che dovrebbero mandare messaggi di contenuto educativo verso i giovani. Oltretutto le scarse risorse che lo stato e gli enti locali destinano alla formazione e all’educazione, finiscono tutti nelle casse di società, gruppi e ad associazioni, il cosiddetto ‘privato sociale’, che agisce in maniera semiclandestina e che emerge sui media quasi esclusivamente in occasione di vicende giudiziarie legate a strani intrecci con un certo mondo politico. Alcune amministrazioni che hanno cercato di ‘rinnovare’ il loro ‘linguaggio comunicativo’, per colmo di paradosso lo hanno fatto servendosi delle stesse agenzie pubblicitarie utilizzate per vendere ai giovani beni di consumo.

 

3. La ‘diffidenza’ dei giovani verso la comunicazione sociale

E’ stato appurato da alcuni anni (esiste un ricerca in tal senso dell’American Psychiatry Association), che l’unica soluzione possibile che hanno le persone in una società consumistica, è quella di sviluppare diffidenza costante, pregiudiziale e assoluta, di fronte alle migliaia di messaggi che cercano di affermare che il tale prodotto è necessario, pienamente adatto a te e, soprattutto, migliore di tutti gli altri. Per quanto i messaggi pubblicitari, agendo su più livelli dell’apparato discriminativo umano, abbiano una certa efficienza manipolativa, a chiunque possieda un minimo di consapevolezza non possono sfuggire i paradossi insiti nelle loro affermazioni. Se un bene è necessario questo presuppone che io me ne debba accorgere da solo (senza che qualcuno me lo ricordi ogni cinque minuti); se un bene è pienamente adatto a me, non si capisce come venga proposto nella stessa confezione a milioni di altri individui che, sicuramente sono diversi da me; se un bene è migliore di tutti gli altri, questo significa che tutti mentono tranne uno e che, dato che è impossibile capire chi non menta, allora è meglio considerare tutti, in via pregiudiziale, dei potenziali bugiardi che agiscono in malafede. Questo tipo di atteggiamento mentale, ovviamente dannoso ma che posa su solide basi logiche, è quello che contraddistingue sempre di più l’atteggiamento dei cittadini-consumatori verso qualsiasi cosa che gli venga proposta. I giovani sono più diffidenti perché sono cresciuti in un periodo storico dove il contesto manipolativo si è ampiamente affermato come linguaggio di comunicazione applicato a tutto e, in più, diffidano dei messaggi che provengono dagli adulti poiché identificano chiaramente la discrepanza tra quello che gli viene promesso e quello che effettivamente devono vivere nella loro quotidianeità .

Possiamo riassumere questa premessa affermando che il GAP nella comunicazione fra società degli adulti e mondo giovanile, nella situazione italiana può trarre alimento per la sua persistenza nelle sei situazioni sottoelencate:

  1. Avversione storica della società adulta nei confronti del disagio giovanile, percepito come potenzialmente pericoloso per la minaccia che arreca alla sicurezza collettiva.
  2. Incapacità della società adulta di fornire soluzioni ai gravi problemi dei giovani, in quanto determinate soluzioni possono ledere gli interessi di gruppi politici o economici influenti.
  3. Immobilismo e obsolescenza delle istituzioni demandate ad intervenire sul disagio giovanile.
  4. Nel settore dell’educazione, della formazione e della ricerca sul disagio giovanile, vengono prioritariamente privilegiati gli interessi dei soggetti privati costituiti da adulti impegnati in tale settore, senza verificare il rapporto risorse/risultati nella soluzione effettiva dei problemi giovanili.
  5. I giovani rispondono con la diffidenza ai continui tentativi di essere manipolati e strumentalizzati da chi rappresenta gli interessi adulti.
  6. Le istituzioni che cercano di sviluppare comunicazione con i giovani non si distaccano dai metodi manipolativi, e pertanto, vengono identificate come soggetti di cui diffidare.

Qualsiasi intento di analizzare le problematiche giovanili deve necessariamente tener conto di tutto ciò se vuole costruire modelli e strumenti di interpretazione che non siano artifizi unilaterali della parte ‘adulta’ che ‘interpreta’ la parte ‘giovane’, evitando, quindi di comportarsi allo stesso modo con il quale si cerca di interpretare la scrittura degli Etruschi

 

4. La ricerca di un terreno di conversazione

Qualsiasi ricerca di elementi esplicativi, nel mondo degli esseri umani, può seguire due strade: la prima è la creazione di un modello astratto desunto dalle metodologie e convinzioni di una parte (ad es. la classe dei cardiologi) e il tentativo di applicare questo modello ad un’altra classe (ad es. quella delle persone con disturbi cardiaci) , sperando che questo modello funzioni e, nel peggiore dei casi, alterando o stravolgendo i dati invalidanti quando i risultati si dimostrano deludenti. Possiamo chiamare questa prima strada la via dell’unilateralità ispirata dal pregiudizio che crea sempre nelle parti che vi si trovano coinvolte ostilità, qui intesa essenzialmente come tentativo di una parte di convincere e convincersi (aldilà dei dati fallimentari forniti dall’esperienza) che la strada seguita è quella giusta. La forma comunicativa utilizzata dall’unilateralità è quella della manipolazione, intesa come quel complesso di atteggiamenti e tecniche che tendono a convincere gli altri che le proprie idee siano quelle più giuste.

La seconda strada è, diversamente, quella che segue un atteggiamento consapevole del fatto che non è possibile raggruppare in una classe gli esseri umani (in realtà la tassonomia mostra parecchie crepe anche quando si deve occupare di Funghi ) e che quindi, data la complessità del coinvolgimento relazionale nella specie umana, qualunque modello o strumento precostituito al di fuori di una rete di relazioni che coinvolga le parti interessate, non può avere alcuna validità se non quella di mantenere invariati i pregiudizi di chi costruisce il modello o lo strumento in questione. La via della consensualità nasce dall’abbandono del pregiudizio che viene sostituito dalla curiosità , ossia dall’esplorazione aperta e partecipativa del mondo che è intorno a noi. Per raggiungere lo scopo di raccogliere nuovi dati con i quali interpretare la realtà in evoluzione intorno a noi, dobbiamo essere capaci di cogliere ogni nuovo elemento, prospettiva e situazione, utilizzando al massimo le nostre facoltà di comprendere quello che sta avvenendo, inclusi i nostri deprecabili errori e inevitabili pregiudizi. La forma di comunicazione utilizzata dalla scelta della consensualità è quella della comprensione , intesa come flusso bidirezionale continuo di informazioni tra le parti coinvolte in un discorso di interesse comune. Al contrario dello spettacolo quotidiano che ci riservano i dibattiti politici televisivi, qui la gara è tra chi riesce a comprendere di più le ragioni dell’altro, anziché cercare di imporre le proprie. Per onestà va ribadito che la strada della comprensione è più complessa di quella della manipolazione, se non altro perché la seconda è quella a cui siamo più abituati , possiamo però elencare una serie di condizioni praticabili che possano aiutare la creazione di uno spazio o rete di conversazione dove gli adulti e i giovani comincino a trasmettersi le informazioni di cui sono in possesso.

La prima condizione da soddisfare è quella del dove incontrarsi ? Uno dei problemi più seri nel rapporto giovani-adulti è rappresentato dal fatto che gli spazi fisici e i mezzi di cui necessita la comunicazione appartengono agli adulti. Sale riunioni, aule, giornali, radio e televisione sono tutti spazi di proprietà adulta dove vige la regola cara alle famiglie :"in questa casa di cosa si parla lo decido io" (come tanto spesso i conduttori televisivi ricordano ai giovani malcapitati nelle loro trasmissioni, quando le argomentazioni degli ospiti ‘escono’ dalla scaletta precostituita). Ogni volta che un giovane entra in un luogo del genere ha, necessariamente, l’aspettativa di non poter essere ascoltato (a meno che non reciti il corrispettivo della poesia di Natale in piedi sulla sedia) e quindi, o non ci mette piede, oppure lo fa esattamente con lo stato d’animo che lo ispirava da piccolo: "io dico quello che vogliono loro e in cambio rimedio qualche spicciolo". Ed è esattamente quanto lamentavano i nostri operatori in un centro informagiovani da noi gestito per conto di un grosso Comune : i pochissimi ragazzi che entravano, volevano avere subito tutto quello di avevano bisogno, senza fare alcuno sforzo di ricerca nel pur deprecabile archivio dati che l’istituzione metteva a loro disposizione.

La soluzione positiva in questo caso, è da ricercare incontrando i giovani nei luoghi che essi scelgono, stimolando la loro curiosità a capire il perché della nostra presenza e lasciando a loro l’iniziativa di interpretare l’incontro in maniera aperta a qualsiasi possibile motivazione.

La seconda condizione è accordarsi su di cosa si può parlare ? Noi osserviamo i giovani dalla nostra prospettiva, secondo le nostre convinzioni e con alcune finalità predeterminate. Ma siamo sicuri che i problemi di cui parliamo sono quelli che realmente vengono vissuti dai giovani ?

Per soddisfare questa condizione dobbiamo essere pronti ad assumere prospettive nuove, tenere a freno le nostre convinzioni e abbandonare ogni finalità. Il nostro atteggiamento deve essere quello di ascoltatori interessati e non quello di parlatori convincenti. Esponendo i nostri punti di vista dobbiamo usare un tono ed uno stile che chiarisca senza ombra di dubbio che non è nostra intenzione decidere nulla e che, inoltre, non ne abbiamo neanche la facoltà. Dobbiamo però essere pronti a rispondere in maniera sincera alle domande che ci vengono fatte chiarendo qual è il nostro punto di vista e come questo non sia solo che uno dei tanti possibili.

La terza condizione è stabilire a chi tocca la parola? I giovani sono abituati al fatto che gli adulti si arroghino sempre il diritto di parlare quando vogliono ed esigere risposte . Lo stile classico al quale vengono abituati è quello scolastico della lezione-interrogatorio-premio/punizione . Cioè, dove l’adulto/insegnante esprime il suo punto di vista, pretende un giudizio su di esso e, se la risposta rientra in una gamma ritenuta soddisfacente, esprime un giudizio positivo, altrimenti il giovane/allievo viene giudicato negativamente. I giovani tendono quindi a calibrare qualsiasi conversazione con gli adulti anticipando una tale sequenza. Questo significa che evitano accuratamente di esprimere punti di vista personali ed originali oppure che li esprimano in maniera esasperatamente provocatoria in base al principio "tanto cosa ci perdo?".

Basta tenere a mente tutto ciò per configurare un copione in cui nessuno ha le battute più lunghe e dove, soprattutto, nessuno può togliere o dare la parola a seconda degli obiettivi che si prefigura.

E’ ovvio e naturale che stabilire forme nuove di conversazione del tipo descritto è molto difficile e che la formazione di operatori adulti in grado di sostenere il ruolo di ‘stimolatori senza finalità’ richiede tempi lunghi, perseveranza e, soprattutto, il coraggio di gettare alle ortiche i metodi e le finalità utilizzati sino ad ora . Le resistenze da parte delle strutture del privato sociale (che devono riprogettare la loro identità ) , l’arretratezza delle pubbliche amministrazioni (legate ai sistemi ultramanipolativi del vecchio modo di fare politica) e tutta la rete di implicazioni e invischiamenti presenti nel settore, ci fanno pensare che il lavoro da compiere sia piuttosto rilevante. Tuttavia, nello spazio di pochi anni, dovremo essere in grado di realizzare tutte le soluzioni che soddisfino il più possibile le tre condizioni di cui sopra, al fine di avviare, comunque, una sequenza di comunicazione in grado di crescere e svilupparsi autonomamente. Solo dopo aver ricostruito una rete estesa, capillare e multidirezionale, utilizzando i nuovi sistemi di comunicazione offerti dalla telematica, potremo cominciare a disegnare un futuro diverso nel rapporto tra le generazioni.

 

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