Sebbene sia una
scelta minoritaria, tra le popolazioni del mondo
industriale, l’impegno dei volontari è un fenomeno che
sta riscuotendo sempre maggiore attenzione dai media,
dalle istituzioni e, in alcuni casi, da settori privati
del mondo della produzione e dell’economia. Non ci
sembra, tuttavia, che vi sia in giro molta chiarezza su
cosa ciò veramente significhi, quali siano i vantaggi
che la società ne può trarre, quali i lati oscuri e i
possibili svantaggi che possa arrecare. In altre sedi
abbiamo tentato analisi pertinenti al campo d’indagine
storico-politico, giungendo a configurare un sistema di
organizzazioni finalizzato al raggiungimento di
determinati obiettivi, ma ci siamo resi conto che non
avevamo ancora chiarito cosa potesse significare, in
Italia, essere un volontario. In realtà dietro le sigle
di organizzazioni, cartelli e movimenti, si cela uno
schieramento di migliaia di individui quasi sempre
scarsamente coinvolti nelle strategie politiche ed
ideologiche che pretendono di caratterizzare il
volontariato e, dall’altro lato, la maggioranza della
società quasi totalmente ignara di cosa si muova
effettivamente in quell’ambito.
Tentare di
comprendere le definizioni che caratterizzano le
attività di volontariato può servire a definirne meglio
i limiti e le potenzialità reali e, allo stesso tempo,
creare un ampio spazio di dibattito che metta in
circolazione idee nuove mandando in soffitta stili di
comportamento e retaggi ideologico-metafisici che
rischiano di arrestare qualsiasi processo di sviluppo
nel settore.
Nel presente
articolo si tenterà di enucleare alcune categorie di
costrutti che possano descrivere la possibile identità
del volontario, attraverso un breve excursus storico,
politico e culturale all’interno del quale la
collettività ne ha sviluppato e articolato una sua
concezione ed identificazione.
La definizione
di ‘costruttivista’ del titolo deriva dalla metodologia
di indagine della rappresentazione della realtà nei
sistemi umani elaborata da George Kelly e ampiamente
utilizzata nell’organizzazione di cui faccio parte, sia
nel campo della psicologia clinica, sia nella
risoluzione dei conflitti che si verificano nelle
organizzazioni sociali. Sebbene, nella pratica
corrente, il repertorio dei costrutti utilizzati dagli
individui che compongono una classe ‘sistematica’ venga
raccolto con l’utilizzo di particolari questionari
elaborati statisticamente, nel caso presente si
cercherà, in via sperimentale, di raggiungere tale
obiettivo attraverso l’esame di esperienze dirette
dell’autore, dichiarazioni verbali, analisi dei
contenuti mediatici, ecc., sperando che il lettore possa
comprendere e condividere le argomentazioni presentate,
esclusivamente come lo sforzo di costituire la premessa
per un lavoro futuro più ‘ortodosso’ metodologicamente.
1.
Origine delle definizioni di
volontario
In tutte le
principali lingue europee la definizione di volontario
trae origine dalla parola ‘volontà’. Tranne che in
Inglese ove ‘will’ (volontà) non dà origine a
‘Volunteer’ (volontario) , in tutte quelle di origine
latina coincide, mentre in quelle di derivazione
germanica vi si aggiunge l’aggettivo di ‘libero’
formando, ad esempio la parola composta ‘freiwilliger’.
Queste superficiali note filologiche potrebbero
portare ad alcune riflessioni sul percorso storico che i
volontari hanno seguito nelle diverse società europee in
relazione al loro bisogno sociale di un particolare tipo
di prestazione lavorativa. Inizialmente, infatti, la
definizione sottolineava esclusivamente che l’individuo
che si impegnava in una determinata attività lo faceva
di ‘sua volontà’, a sottintendere che nessun potere
superiore glie la imponeva.
E’ nel XIX
secolo che nascono i primi corpi di combattimento
definiti ‘volontari’, tra i quali, in Italia, spiccano i
Mille e la loro spedizione guidata da Garibaldi.
Liberando il Meridione d’Italia dalla dominazione
borbonica senza coinvolgere, inizialmente, la monarchia
Sabauda (intervenuta militarmente a cose fatte per
annettersi i territori liberati), i volontari
garibaldini assunsero tre definizioni:
1-
Fare qualcosa senza esservi
obbligati
2-
Fare qualcosa di estraneo
alla volontà del potere
3-
Fare qualcosa di utile
Quando la
monarchia piemontese bloccò Garibaldi prossimo ad
invadere lo Stato Pontificio, i volontari in camicia
rossa si conquistarono un’altra caratteristica da
aggiungere all’elenco:
4-
Essere subordinati a
un’autorità superiore
Poi, come
consolazione per essere stati frustrati nelle loro
aspettative di distruggere la teocrazia assolutista che
dominava Roma, la retorica nazionale gli attribuì una
quinta caratteristica:
5-
Agire in sacrificio dei
propri interessi
Altre esperienze
di volontariato militare si verificano a cavallo tra le
due guerre mondiali, in Spagna e in Manciuria. Nel primo
caso, i combattenti delle brigate internazionali
provenivano dalle democrazie occidentali totalmente
disimpegnate di fronte al golpe di Franco che allargava
la presenza fascista in Europa; nel secondo si trattava
soprattutto di piloti statunitensi che aiutavano i
Cinesi a resistere all’invasione Giapponese.
Sebbene le
imprese di questi volontari, (che anticiparono i
principi dell’intervento degli Alleati contro l’Asse
Roma-Berlino-Tokio durante la seconda guerra mondiale)
siano state molto celebrate dalla letteratura e,
soprattutto dalla cinematografia, appare interessante
notare come la caratteristica (n°6) di “Fare qualcosa
gratuitamente” non compare tra quelle correntemente
utilizzate per distinguerli da un altro tipo di
combattenti. In realtà il confine tra ‘volontario’ e ‘
mercenario’, in alcuni casi, era alquanto labile e
poteva, quindi, creare qualche imbarazzo, ma, più
verosimilmente, l’altissima probabilità di morire o
essere gravemente feriti rendeva irrilevante l’aspetto
economico della faccenda.
“Fare qualcosa
gratuitamente”, in realtà, è un concetto che si sviluppa
quando l’economia comincia a divenire una variabile
dominante nelle società impegnate nella ripresa del
dopoguerra. Soprattutto nel mondo socialista, ove le
ristrettezze finanziarie non consentivano di pagare la
manodopera necessaria a realizzare le infrastrutture
pubbliche, quali ponti, strade, piste aeroportuali,
ecc., i cittadini (in particolar modo gli studenti)
erano praticamente costretti al ‘volontariato’, in
periodi stabiliti dell’anno.
L’esperienza di
Cuba offre spunti interessanti di riflessione: con largo
uso di enfasi retorica accompagnata dai ritmi della
Samba (Vamos a cortar la cana.
Cortar canas como cabezas, cortar cabezas como canas =
tagliamo la canna da zucchero come se tagliassimo la
testa dei nemici della rivoluzione)
la partecipazione dei volontari al raccolto della canna
da zucchero, si risolse in un fallimento stigmatizzato
dallo stesso Che Guevara, a causa della loro
inesperienza nel taglio che causava danni alle
piantagioni. Con il pragmatismo che lo
contraddistingueva, il Che era perfettamente in grado di
tracciare la distinzione tra il valore etico, culturale
e politico del volontariato e quello economico. Ecco
quindi la definizione (n°7) “Fare qualcosa di
economicamente utile per la società”.
Nei paesi
occidentali (particolarmente in Italia) le politiche
economiche dagli anni 60 in poi, erano basate su un
modello di sviluppo che necessitava della piena
occupazione e dell’aumento dei redditi dei singoli
cittadini, quindi il lavorare gratuitamente sarebbe
stato svantaggioso per gli obiettivi economici da
raggiungere. Non è un caso che, in quel periodo, sia in
Europa che negli Stati Uniti, le organizzazioni si
occupavano soprattutto di inviare volontari nei paesi
sottosviluppati o nell’est europeo con l’idea (n°8):
“Aiutare i popoli più deboli”. Allo stesso tempo le
organizzazioni religiose articolavano reti di sostegno
alle categorie più deboli secondo il principio cristiano
della caritas, creando la definizione n°9
“Aiutare i propri concittadini più deboli”.
Queste due
ultime definizioni del volontariato rispondono ad
un’esigenza ‘morale’ finalizzata a compensare il fatto
che la ricchezza dell’occidente non coinvolge tutto il
mondo e tutte le categorie sociali e che molti ne sono
esclusi. Chi ritiene l’esclusione del Terzo Mondo e
delle classi sociali più deboli un prodotto involontario
dello sviluppo economico, si limita all’assistenza, al
reperimento di beni e risorse, all’aiuto secondo il
principio “Non regalarmi un pesce, insegnami a pescare”,
ecc. . Chi invece ritiene che povertà ed emarginazione
siano prodotti volontari del capitalismo e
dell’imperialismo economico, introduce visioni
antagoniste di matrice anticapitalista e antimperialista
all’interno del proprio impegno volontario.
Quest’ultima
visione, piuttosto recente può essere definita: “Aiutare
i deboli a combattere i loro oppressori” (n°10) . Il
fatto che i suoi sostenitori siano impegnati in
alleanze politiche che appoggiano le scelte capitaliste
in economia e che dedichino tanto tempo a convegni,
trasmissioni televisive, dimostrazioni, campagne
elettorali, ecc., rende piuttosto difficile lo stabilire
se essi abbiano, effettivamente, l’intento di ‘aiutare’
o se perseguano finalità politiche soggettive. C’è,
sicuramente, da osservarne e controllarne l’evoluzione.
C’è inoltre da
dire che queste tre ultime definizioni del volontariato
sono particolarmente diffuse in Italia, laddove
l’assenza storica di un’efficace sistema di assistenza,
la caoticità dello sviluppo e la persistenza di
ideologie spiritualiste e marxiste ha creato un grosso
polverone che ha fatto da schermo a interessi economici
di vasta portata, tanto all’interno, quanto nel campo
della cooperazione e dell’assistenza internazionale.
Un altro
sgradevole prodotto del progresso industriale è stato il
disagio psichico e le sue innumerevoli conseguenze.
Essendo stato affrontato in massima parte da una
psichiatria e da una psicologia clinica centrate
sull’individuo o, al massimo, sul suo sistema familiare,
non è stato possibile inquadrarlo come problema che
traeva origine e scaricava i suoi prodotti all’interno
della società.
Nessuno ha
considerato come la totale visualizzazione degli esseri
umani come venditori-consumatori, abbia quasi
completamente cancellato il concetto di produzione e di
costruzione e che tutto ciò si sia riversato nel
rapporto genitori-figli, nella coppia e nelle altre
relazioni interpersonali creando una diffusa atmosfera
di insoddisfazione.
Esemplificando:
il bambino verso il genitore o il partner verso l’altro
partner, quando non si vedono ‘consegnati’ il regalo o
l’emozione che si aspettavano, producono l’irritazione
tipica dell’acquirente truffato, senza analizzare i
fattori che hanno portato alla produzione del regalo e
del denaro necessario ad ottenerlo o alla costruzione
dell’emozione che li ha delusi. La diffusione delle
droghe può essere letta come il tentativo di accedere ad
un prodotto la cui assunzione provoca soddisfazione
garantita, in linea con quanto appreso dai messaggi
consumistici e in contrasto con le relazioni familiari,
affettive e sociali che spesso (o sempre) producono
spiacevoli sorprese.
Di fronte ad
un’organizzazione sanitaria incapace di affrontare il
problema nella sua vera dimensione, sia nel campo
dell’assistenza psichiatrica sia in quello delle
tossicodipendenze e dei problemi sanitari connessi, il
lavoro autonomo (e inizialmente misconosciuto), di
comunità di recupero, operatori di strada, psicologi e
assistenti volontari, ha creato due nuove descrizioni
del volontariato quali: “Fare ciò che lo stato non
riesce a fare” (n°11) e “Fare le cose diversamente dallo
stato” (n°12).
Altre vittime
dello sviluppo industriale sono state l’ambiente, i
beni archeologici e culturali nonché gli animali, in
maniera vergognosamente marcata nel nostro paese, ma
anche in altre parti dell’Europa sviluppata. In Svizzera
e Austria i volontari costruiscono strade per i rospi,
mentre in Italia cercano di limitare gli incendi, le
stragi di Falconidi e gli abbandoni dei cani sulle
autostrade. In Francia si restaurano mura medievali in
piccoli villaggi mentre a Roma si sorveglia che le
scritte dei tifosi non imbrattino il Foro Romano, ma,
insomma è evidente che le risorse di spesa degli stati
non siano, allo stesso tempo, sufficienti a conservare
prodotti considerati principalmente “estetici”e a
costruire grattacieli e autostrade necessari allo ‘sviluppo’.
Dall’inizio degli anni 80 il volontariato impegnato in
questo campo ha dato origine a due nuove dimensioni: (n°
13) “Fare ciò che lo stato non considera necessario” e,
attraverso l’impegno in campagne informative “Educare
gli altri al rispetto degli interessi collettivi” (n°
14).
Le questioni
dell’ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini
hanno da sempre portato alla formazione di corpi
volontari integrate agli apparati statali, più
marcatamente nei paesi dell’Europa centrale. In Italia
le dominazioni straniere e il fascismo, hanno impedito
la formazione di qualsiasi organizzazione che si potesse
trasformare in un’entità di autodifesa popolare. Per
esigenze diverse, i governi democristiani hanno puntato
ad un iperdimensionamento degli apparati di polizia e di
protezione civile, con l’intento di assorbire fasce di
potenziali disoccupati che avrebbero potuto alimentare
lo scontento popolare del dopoguerra guidato dalle
sinistre.
Quando nacquero
le prime organizzazioni di volontariato di protezione
civile, i problemi più grossi si verificarono con i
vigili del fuoco che denigravano i volontari temendo di
perdere prestigio e risorse economiche a vantaggio dei ‘civili’.
Anche le forze di polizia, in molti casi, si mostravano
ostili con i volontari in quanto, essendo questi
abituati a portare uniformi, veicoli di tipo militare,
osservare una certa gerarchia, venivano percepiti come ‘concorrenti’.
Ecco quindi la
definizione (n°15): ”In competizione con lo stato” e la
(n°16) “Sostituzione dell’autorità”.
Da ultimo,
esposti agli attacchi congiunti della sinistra e del
conservatorismo corporativo poliziesco, cominciano a
spuntare qua e là organizzazioni di cittadini che
cercano di opporsi alla criminalità locale con
pattugliamenti, servizi di soccorso, ecc.
Vista la
mentalità corrente, c’è da dubitare in una loro prossima
estensione e diffusione , tuttavia la definizione che le
caratterizza ,“ Concorrere a far rispettare le leggi”
(n° 17) può essere inserita nella nostra lista che, di
seguito, riassumo:
1
Fare qualcosa senza esservi obbligati
2
Fare qualcosa di estraneo alla
volontà del potere
3
Fare qualcosa di utile
4
Essere subordinati a
un’autorità superiore
5
Agire in sacrificio dei propri
interessi
6
Fare qualcosa gratuitamente
7
Fare qualcosa di economicamente utile per la società.
8
Aiutare i popoli più deboli
9
Aiutare i propri concittadini più deboli
10
Aiutare i deboli a combattere i loro oppressori
11
Fare ciò che lo stato non riesce a fare
12
Fare le cose diversamente dallo stato
13
Fare ciò che lo stato non considera necessario
14
Educare gli altri al rispetto degli interessi collettivi
15
In competizione con lo stato
16
Sostituzione dell’autorità
17
Concorrere a far rispettare le leggi
2. Classificazione
del livello di accettazione – conflitto implicato nei
costrutti sul volontariato
Procederemo ora
al raggruppamento in categorie dei costrutti sopra
elencati, al fine di verificarne la congruità sociale,
ossia il livello in cui un volontario e la sua
organizzazione possa ricevere dall’ambiente circostante
il sostegno necessario alla sua attività. Come già
premesso nell’introduzione, l’analisi verrà compiuta a
grandi linee e basandosi su facili intuizioni,
contenuti dei media, esperienze soggettive, ecc.
I raggruppamenti
in categorie verranno effettuati tentando di
quantificare lungo l’asse accettazione - rifiuto quanto
due categorie sociali schematicamente contrapposte ,
ciitadini-autorità , esprimano il loro giudizio sui
costrutti catalogati nella prima sezione. Questo porterà
alla creazione di quattro raggruppamenti:
1
accettato da cittadini e
autorità
2
conflittuale con l’autorità (o
parte rilevante di essa)
3
conflittuale con i cittadini
(o parte rilevante di essi)
4
conflittuale con i cittadini
e con l’autorità
Alcuni costrutti
potranno essere collocati in più raggruppamenti, seppure
con un posizionamento diverso in relazione alla
percezione soggettiva differenziata in determinati
gruppi sociali, politici o religiosi : ad es. il
costrutto “Aiutare i deboli a combattere gli oppressori”
può essere valutato positivo dalla sinistra antagonista
e negativo dai commercianti che non apprezzano
l’esuberanza di certe manifestazioni a sostegno dei
popoli oppressi.
Raggruppamento 1- Costrutti accettati da tutti
Non è un caso
che troviamo in questo raggruppamento quei costrutti da
più tempo considerati positivi nella nostra cultura.
1
Fare qualcosa senza esservi obbligati
6
Fare qualcosa di estraneo alla
volontà del potere
7
Fare qualcosa di utile
8
Essere subordinati a
un’autorità superiore
9
Agire in sacrificio dei propri
interessi
Si potranno
sollevare obiezioni di tipo filosofico o psicologico
nei confronti di questi costrutti, ma, in pratica è
difficile che suscitino conflitti reali, in quanto non
vanno direttamente ad incidere su interessi delle due
categorie poste a giudicare.
Dello stesso
raggruppamento si possono anche inserire i costrutti di
acquisizione più recente.
6
Fare qualcosa gratuitamente
7
Fare qualcosa di economicamente utile per la società.
8
Aiutare i popoli più deboli
10
Aiutare i propri concittadini
più deboli
In realtà,
rispetto a questi ultimi, possiamo dire che
difficilmente potrebbero essere attaccati in una
trasmissione televisiva politically correct, tuttavia
appare evidente come la loro natura li ponga al di fuori
della logica del profitto economico dominante nella
nostra società e che questo rappresenti un potenziale
conflitto, in termini etici, con i sostenitori
dell’arricchimento individuale come fine ultimo
dell’uomo.
Anche il mondo
sindacale può sentirsi, in talune occasioni minacciato
dall’utilizzo dei volontari in sostituzione del lavoro
salariato, tuttavia il fatto di essere i sindacati
stessi, in qualche modo, considerati organizzazioni di
volontariato, la contraddizione rimane tutta al loro
interno.
Raggruppamento 2- costrutti conflittuali con l’autorità
Il concetto di autorità, in una
società democratica è piuttosto difficile da definire.
Direi che il termine di ‘establishment’ o ‘sistema’ che
definisce l’insieme di componenti che tendono al
mantenimento dell’ordine sociale vigente, è quello più
congruo a definirla.
In esso troviamo la rete di relazioni
compromissorie tra soggetti sociali, politici ed
economici, con il relativo corollario di costrutti
etici, ideologici, sociologici, psicologici e
spiritualisti. Sebbene queste componenti possano
mostrarsi apparentemente differenziate nei loro giudizi
su determinati fenomeni, quello che li accomuna è la
reazione di rifiuto di fronte alla minaccia dei loro
interessi. Quando un determinato fenomeno agisce in
maniera opposta o differente sugli interessi specifici
di una delle sue componenti, le loro reazioni possono
essere marcatamente diverse. Tuttavia la tendenza alla
stabilità interna porta l’establishment a cercare le
soluzioni necessarie a rendere inoffensivo il fenomeno,
qualora esponga a qualche rischio anche una parte minima
delle sue componenti.
Le situazioni conflittuali che hanno
coinvolto i costrutti:
7
Aiutare i deboli a combattere i loro oppressori
11
Fare ciò che lo stato non
riesce a fare
12
Fare le cose diversamente
dallo stato
13 Fare ciò che lo stato
non considera necessario
15
In competizione con lo stato
16 Sostituzione
dell’autorità
sono state
infinite e hanno limitato fortemente la crescita del
volontariato in Italia.
Sarebbe troppo
lungo, in questa sede riferirle tutte. Basti pensare
agli attacchi giudiziari contro le comunità
terapeutiche, ai fatti di Genova, alle condizioni di
privazione finanziaria della maggioranza delle
associazioni di volontariato.
Va detto che, in
moltissimi casi, le stesse associazioni si sono rese
protagoniste di gravi mancanze sul piano legale o
amministrativo, hanno assunto atteggiamenti di sterile
antagonismo o si sono rese responsabili di abusi verso i
propri soci o verso i cittadini varcando decisamente e
arbitrariamente i limiti stabiliti. E’anche vero che il
ritardo e la confusione legislativa del recente passato
hanno favorito la conflittualità, forse con lo scopo
recondito di limitare fortemente il potenziale
innovativo. Non è questa la sede per stabilire chi abbia
torto o ragione, ma, piuttosto, stabilire che, al di là
della retorica dei politici e dei media, in realtà la
conflittualità tra volontariato e sistema esiste ed
influisce profondamente.
Raggruppamento 3- costrutti conflittuali con i cittadini
Sembrerebbe
strano, se non fossimo in Italia, constatare che i
costrutti:
14
Educare gli altri al rispetto degli interessi collettivi
15
In competizione con lo stato
16
Sostituzione dell’autorità
17
Concorrere a far rispettare le leggi
oltre a irritare
le autorità che possono sentirsi soppiantate, entrano
assai spesso in conflitto con i cittadini. Al massimo si
tratta di conflitti su scala locale, laddove viene mal
tollerata la richiesta di rispetto di leggi e
regolamenti o, ancora peggio, l’applicazione di sanzioni
o restrizioni nei confronti di singoli o gruppi di
cittadini che non accettano regole stabilite al di fuori
del loro contesto culturale. Ciò avviene soprattutto
nelle aree marginali ed arretrate del paese, laddove
tradizioni e pregiudizi trovano forte radicamento, tanto
al nord quanto al sud, ma, spesso, anche negli
agglomerati urbani. L’ambito in cui si verificano tali
conflitti è, soprattutto, quello ambientale e
animalista, a dimostrare lo scarso rispetto che gli
Italiani, al di là delle parole e delle trasmissioni
televisive, hanno per questi temi.
Raggruppamento 4- conflittuale con l’autorità e i
cittadini
I costrutti :
10
Aiutare i deboli a combattere i loro oppressori
16
Sostituzione dell’autorità
17
Concorrere a far rispettare le
leggi
sono quelli che
innescano processi conflittuali, in quanto generano
competizione, irritazione e confusione nella maggior
parte dei sistemi interpretativi personali dei soggetti
coinvolti. Ciò è dovuto, essenzialmente, ad una
confusione di ruoli e identità all’interno del contesto
in cui il volontario, il cittadino e l’autorità trovano
a confrontarsi.
Nel caso del
costrutto 10, ad esempio, il cittadino e il poliziotto
non capiscono esattamente perché il volontario aiuti
l’oppresso (ad esempio un extracomunitario) a combattere
l’oppressore che viene identificato nello stesso sistema
economico di cui il cittadino, il poliziotto e il
volontario stesso fanno parte.
E questo,
specialmente, se il volontario munito di telecamera
digitale ad alta tecnologia, è schierato in una
manifestazione che prende a sassate i poliziotti e
distrugge i negozi. Il volontario, a sua volta, non
riesce a capire come il suo ammirevole scopo sia stato
occultato da una confusione semiologica per lui
incomprensibile e reagisce con ostilità.
Allo stesso modo, il volontario che
arriva prima della Guardia Forestale a rimproverare il
villeggiante che ha acceso il fuoco in pineta, irrita
quest’ultimo perché lo fa sentire scoperto e umiliato da
qualcuno che è “come lui” (=non poliziotto) e crea
preoccupazione professionale nell’agente della Polizia
Forestale che sente di perdere prestigio nei confronti
del resto dei villeggianti che lo hanno visto arrivare
in ritardo e, magari, teme rimproveri da parte dei
superiori. Ovviamente, il volontario prova irritazione
perché non comprende come non sia apprezzato il fatto
che egli stia ‘solo’ cercando di evitare un incendio e
ciò crea terreno favorevole per ulteriori irritazioni
che lo spingono a non svolgere più questo compito.
Per risolvere il problema, alcune
associazioni ambientaliste, stanno percorrendo la strada
di trasformare i loro volontari in pubblici ufficiali.
Il risultato paradossale è che i
volontari così trasformati non sono più volontari, e
che, quindi le uniche a rimetterci sul piano
dell’identità sono le organizzazioni di volontariato,
mentre i cittadini indisciplinati e i poliziotti
negligenti continuano indisturbati a creare disagi alla
collettività.
Ci sono diverse maniere per risolvere
la confusione appena descritta, ma non staremo a
riferirne in questa sede, dato che questo non è un
manuale operativo per volontari bensì un ambito di
riflessione sulla complessità dei contesti sociali
moderni che stimoli ruoli e soluzioni che sfuggano da
tentazioni esemplificatorie.
3.
Analisi della possibilità di successo sociale di
specifici costrutti
A questo punto il gioco è fatto.
Basta che il lettore verifichi, nella sez. 2 il livello
di accettazione - conflittualità di un singolo
costrutto, per prevedere il suo possibile risultato, in
termini di consenso, sostegno, acquisizione di risorse
attraverso donazioni o contributi pubblici, ecc.,
minimizzando fallimenti e frustrazioni.
Tuttavia, la breve storia del
volontariato italiano ci ha mostrato come, negli ultimi
50 anni, abbia spesso mutato direzione, acquisito nuovi
compiti e generato nuovi costrutti che si sono diffusi
all’interno della società. Personalmente ritengo che
diversi fattori presenti nel nostro contesto nazionale
(soprattutto il corporativismo e l’invadenza dei partiti
politici) abbiano creato gravi ostacoli nel
raggiungimento di obiettivi concreti ma, in ogni caso,
qualche cosa è cambiata dai tempi dei Garibaldini e
delle Dame di S. Vincenzo.
Se partiamo da tre costrutti
fondamentali analizzati in questo articolo, cioè “fare
qualcosa senza esservi obbligati”, “agire in sacrificio
dei propri interessi personali” e “fare qualcosa di
utile”, possiamo crearne uno, superordinato che potrebbe
recitare
“Agire liberamente per un mondo che
sia migliore per tutta l’umanità ”.
Non è cosa facile applicarlo a sé
stessi, né auspicabile pretendere di applicarlo agli
altri, tuttavia, sino a che una minima, quasi
impercettibile, percentuale di esseri umani continuerà
ad utilizzarlo, magari solo una volta ogni tanto, non
potrà che venirne del bene. E’ anche a questa
piccolissima percentuale che è affidato il futuro della
nostra società e del nostro pianeta.
Riferimenti
La questione sociale in Italia Enzo Minissi - 9
febbraio 03
La ricostruzione psicologica della vita: un'introduzione
alla psicoterapia dei costrutti personali di Vincent
Kenny - 19 ottobre 98
Le due psicologie della comprensione e della
manipolazione di Vincent Kenny & Georgianna Gardner
L'approccio costruttivista alla risoluzione del
pregiudizio di Hugh Gash & Vincent Kenny - 19
ottobre 98
La fine del sistema del malessere di Enzo Minissi -
3 settembre 99