Piccole guerre di indipendenza:
ovvero come dirigere al meglio gli sforzi di cambiamento di chi si ritiene ‘dipendente’ ?

    di Enzo Minissi

 

Al giorno d’oggi molti individui scoprono improvvisamente di essere ‘dipendenti’ dal proprio partner, da un amico o da un’amica oppure dal proprio analista o psicoterapista. In genere la reazione di fronte a tale ‘scoperta’ getta la persona nell’ansia e nello sconforto e, successivamente, la conduce ad una serie di tentativi infruttuosi per cercare di scrollarsi di dosso un’etichetta ritenuta assai sgradevole e problematica. In questa sede cercherò di analizzare il problema del quando, come e perché le persone arrivano a definire sé stesse come ‘dipendenti’ , quali sono gli errori più frequenti nella ricerca di soluzioni al problema e quale sia la strada migliore per eliminarlo all’interno di un processo di effettiva liberazione personale da posizioni paralizzanti all’interno delle reti di relazione umane.

 

1. La relazione dipendenza-indipendenza

2. Le mistificazioni intorno al costrutto dipendenza-indipendenza

3. Chi può rischiare di sentirsi “dipendente"?

4. Piccole guerre di indipendenza

5. Cooperazione e ri-costruzione

Bibliografia

 

 

1. La relazione dipendenza-indipendenza

Il costrutto dipendenza – indipendenza  ha cominciato ad essere utilizzato in una forma simile all’attuale, alla fine del 18 secolo, quando le Colonie Americane si ribellarono alla dominazione britannica. Come è noto, in quell’occasione, i coloni decisero di non accettare più l’obbligo di sottostare alle decisioni di politica economica stabilite oltreoceano dalla madrepatria, in quanto limitavano fortemente le possibilità di crescita produttiva, mercantile e finanziaria dei territori americani. Insomma, un elemento (le colonie) rifiutava una relazione con un altro elemento (la madrepatria) a causa del fatto che tale relazione ne impediva fortemente lo sviluppo in termini di acquisizione di risorse economiche.

Analogamente il Piemonte, nel XIX secolo, promosse le tre Guerre di Indipendenza contro l’Austria che opprimeva l’Italia escludendola dallo sviluppo economico in procinto di esplodere nel continente europeo.  Il fatto che, in entrambi questi casi, la soluzione del costrutto-problema  definito dipendenza-indipendenza  sfociasse in sanguinosi conflitti, implicava che l’elemento (Inghilterra o Austria) che manteneva  in condizioni di dipendenza l’altro elemento (Colonie americane o Italia) , si opponesse con tutte le sue forze alla rottura della relazione così strutturata.

In questo contesto il costrutto dipendenza-indipendenza ne sottendeva altri tre direttamente correlati e cioè :

Deprivazione di risorse - Piena disponibilità alle risorse
Limitazione alle decisioni - Libertà di decisione
Negazione di ogni cambiamento - Libertà di rischiare il cambiamento

In un altro contesto, siamo abituati a fare la distinzione dipendente-indipendente quando parliamo dello status sindacale dei lavoratori in epoca capitalista. In questo caso gli individui  (i dipendenti ) possono decidere di svolgere la loro attività produttiva accettando i programmi più o meno rigidi di uno o più individui (gli imprenditori) i quali, in cambio, almeno teoricamente, si impegnano a cedere in cambio delle prestazioni una somma fissa di denaro. Gli ‘indipendenti’, invece, hanno una maggiore libertà di scelta in quanto, anche qui teoricamente, possono decidere il campo e i programmi della loro attività  ma, all’opposto dei ‘dipendenti’, non hanno nessuno che gli garantisca con certezza di avere in tasca una certa somma alla fine di ogni mese. Inoltre, in ogni caso, le loro risorse economiche devono, nella maggior parte dei casi, provenire da sorgenti differenziate e numerose, come, ad. es. nel caso dei clienti di un artigiano, di un commerciante, di un medico o di uno psicoterapista, ecc., i quali devono tenere un alto standard di prestazioni per evitare che i clienti si rivolgano altrove.

In questo contesto i principali costrutti correlati a dipendente e indipendente sono 3:

Sicurezza della disponibilità di risorse - Rischio di non avere risorse
Subordinazione alle scelte degli altri - Monitoraggio delle scelte degli altri
Limitata attenzione alla qualità offerta - Massima attenzione alla qualità offerta

Non appare significativo, negli esempi citati, la questione della quantità di variabili semplici implicate nella scelta dipendente-indipendente. Ciò vale a dire che l’avere più denaro o impiegare meno tempo lavorativo non sembra essere all’origine delle decisioni prese da chi sceglie il polo dell’indipendenza. In effetti gli Stati Uniti riuscirono a superare nettamente la Gran Bretagna solo 150 anni più tardi ed è ben noto che i liberi professionisti lavorino con tempi allucinanti, non sempre con buoni risultati economici.

Un altro dato importante è che sia il carattere  dei popoli degli stati che quello personale dei lavoratori che scelgono l’indipendenza, non sembrano avere differenze significative da quelli che scelgono di accettare la dipendenza. Ne’ gli stati che impongono la dipendenza agli altri stati devono necessariamente avere particolari propensioni verso l’indipendenza, come dimostrò la richiesta di protezione chiesta a metà degli anni 30 dall’Austria all’Italia mussoliniana e la subordinazione (seppure un po’ obtorto collo) dell’Inghilterra alle decisioni strategiche degli Stati Uniti dopo la loro entrata nel secondo conflitto mondiale. Come è altrettanto vero che molti grandi imprenditori e liberi professionisti dipendono finanziariamente da risorse accumulate dai famigliari, da sovvenzioni statali, ecc.

Insomma, la questione dipendenza – indipendenza è esclusivamente relativa al posizionamento di uno o più individui in categorie sociali inerenti l’acquisizione e redistribuzione di risorse. Il fattore oppressivo e violento, presente nel passato, si è rivelato una variabile transitoria in quanto si è notevolmente attenuato, sia nella risoluzione dei conflitti internazionali, sia nelle controversie tra dipendenti e imprenditori, a causa della sua scarsa convenienza economica.

Come è possibile, allora, che il costrutto dipendenza - indipendenza sia divenuto così importante nella definizione di relazioni che hanno a che fare con variabili molto più complesse della semplice distribuzione di risorse economiche, dando origine a termini quali ‘dipendenza affettiva’ , ‘dipendenza psicologica’, ‘dipendenza da farmaci’, ecc.?

 

2. Le mistificazioni intorno al costrutto dipendenza-indipendenza

La mistificazione, ovvero l’uso errato di un costrutto, può avvenire principalmente in due diversi modi: il primo è l’applicazione del costrutto ad un elemento al quale il costrutto non è, verosimilmente, applicabile, ad esempio: “Le zanzare sono maligne”; il secondo è porre il costrutto in una posizione di inferenza causale inadeguata rispetto all’evento che esso deve descrivere, ad esempio: “La mia squadra di calcio ha perso perché l’arbitro è corrotto“.

Possiamo star certi che la valutazione morale di una zanzara o di un arbitro aiuterà ben poco a ridurre il bruciore di una puntura o ad aumentare l’abilità tecnica di una linea di attacco.

Spesso le persone che vivono male una relazione senza riuscire ad interromperla o  pazienti in psicoterapia che non riescono a smettere le sedute settimanali pur non vedendo risultati significativi, possono sentirsi accusati dal solito “buon-amico-esperto” di essere divenuti ‘dipendenti’ e, se hanno la sfortuna di aver letto qualche libretto di psicologia, l’accusa se la faranno da soli.

In seguito vedremo che succede quando la persona si convincerà che in quella parolina è racchiuso il segreto di tutti i suoi problemi, per ora cerchiamo di capire perché psicologi dilettanti e professionisti hanno cominciato ad usarla mettendo una fuorviante etichetta ad un  problema, o meglio ad un contesto di problemi che possono verificarsi nelle relazioni tra esseri umani.

Negli anni ’60 George Kelly affermava:L'uomo civilizzato possiede un intricato sistema sociale di dipendenze. Egli deve analizzare e frazionare continuamente i suoi bisogni personali per collocarli appropriatamente in questo sistema. La persona dalla quale dipende per una cosa non è la stessa su cui può contare per un'altra. Inoltre, essa deve essere consapevole di ciò che può offrire in cambio agli altri se vuole mantenere in funzione il suo repertorio personale di reciproche offerte e richieste, altrimenti verrà visto come eccessivamente "dipendente" rischiando di diventare una persona veramente sola”.

C’è da ritenere che 40 anni dopo, la cultura occidentale abbia ancora più diffuso la convinzione che tutte le necessità umane siano riconducibili alla natura di merci di scambio,  includendo in esse fattori complessi quali l’affetto, l’attaccamento, la fiducia, il sostegno, e così via. Ciascuna persona che in una relazione significativa ritenga di non ricevere ‘abbastanza’ di qualcuno degli ‘ingredienti’ di cui sopra, molto spesso è portata ad irritarsi come di fronte all’acquisto di un prodotto che non rispetti le promesse pubblicitarie.  Anche nelle relazioni tra paziente e terapeuta ove viene chiarito sin dall’inizio il limite preciso del rapporto, i tentativi di estorsione di   ‘qualcosa in più’ sono talmente frequenti da rappresentare uno dei problemi da seguire con maggiore attenzione durante il ‘trattamento’. Per molte persone, inoltre, un rapporto affettivo o di amicizia diviene l’isola sulla quale rifugiarsi per sfuggire alla   pressione di una società  poco attenta ai bisogni sociali degli esseri umani. Ecco che scompare il negozietto ove, durante la spesa si parlotta dei propri affari personali, ecco le porte e le finestre blindate che limitano gli scambi tra vicini di casa, le strade occupate da fiumi di auto guidate da individui che vanno di corsa a rinchiudersi in un posto di lavoro dove difendersi dai colleghi e dai dirigenti. Ecco  l’ambiente sociale che crea le condizioni per un individuo, di  ricercare la fornitura di tutte le ‘merci di scambio umano’ presso un  amico, un partner o un  terapista .

Accanto al problema dell’organizzazione sociale che limita lo scambio di ‘rapporti umani’ alle relazioni più intime, c’è poi quello del cosiddetto ‘gergo sociale’. E’noto che gli esseri umani usano il linguaggio verbale come strumento di classificazione e anticipazione delle proprie esperienze emotive e che le parole tendono ad assumere un valore quasi magico nella soluzione dei problemi, sebbene, il più delle volte, siano esse stesse a crearli. C’è da ritenere che l’uso del termine ‘dipendenza’ esteso ai rapporti affettivi sia stato ripreso pari pari dal linguaggio (come abbiamo visto precedentemente) della cronaca storica o del mercato del lavoro, e trasportato nell’ambito delle relazioni umane.

Dato che, il polo ‘indipendente’, per la maggior parte di chi lo ha studiato superficialmente a scuola ha una connotazione  positiva in quanto legato alla retorica nazionalista, e che il polo ‘dipendente’ dipinge, nella società competitiva, la figura di un lavoratore emarginato dalle grandi scelte e che mai sarà all’altezza dello splendore del proprietario della sua impresa, è assai comprensibile che le persone che pensino di essere ‘dipendenti’ cerchino di divenire il contrario. 

Ma la mistificazione più grande nell’utilizzo improprio del costrutto dipendente-indipendente è il fatto che esso non può essere in alcun modo applicato allo scambio di ‘merce affettiva’ , in quanto le modalità di scambio dei sentimenti non sono quelle utilizzate per le risorse economiche . Inoltre, nello scambio reciproco e spontaneo dei sentimenti non esiste una gerarchia : non c’è una persona che riceve una quantità mensile di sentimenti fissa e garantita e non ce ne è un’altra che riceve l’affetto normalmente scambiato con il partner da decine di altre persone. Insomma le prostitute, indubbiamente professioniste indipendenti, non sono più ‘amate’ a seconda del numero di clienti che hanno.  Anche gli altri costrutti correlati che abbiamo trovato quando parlavamo di storia e di posizioni lavorative, e cioè attenzione, cambiamento, decisione, e subordinazione, nell’ambito di un rapporto umano o di una relazione terapeutica assumono tutt’altra valenza.

In particolare l’attenzione  non si misura in termini di ricerche di mercato sui gusti del proprio partner ma è affidata alla percezione, alla sensibilità, all’impegno e alla capacità di comunicare. Il cambiamento  in una relazione intima deve essere sempre coordinato : se è unilaterale viene percepito come rifiuto o distacco. La decisione non può e non deve essere concepita come rafforzamento gerarchico della posizione di uno dei partners, così come la subordinazione può esistere solo come ruolo formale o come posizione di accoppiamento: non esiste un’ordine verticale nei sentimenti, bensì un flusso di reciproche interazioni emozionali guidate da costruzioni interiori complesse e articolate.

 

3. Chi può rischiare di sentirsi "dipendente"?

Il problema di sentirsi “dipendente” in una relazione affettiva o in una relazione terapeutica, può nascere in persone con organizzazioni cognitive, abitudini, connotazioni caratteriali, stili di vita, ecc., completamente diversi tra loro.

Parlare di “personalità dipendente” per definire un individuo, non ha alcun senso, né teorico e né pratico. Quello che possiamo dire è che tutte le persone stabiliscono relazioni esclusive con i propri simili, con alcuni oggetti o con determinati luoghi, ma che solo alcune vivono questa esperienza come una mancanza di ‘indipendenza’ creando a sé stessi e agli altri non pochi problemi.

Si potrebbe ritenere che chi compie scelte che lo portano a sentirsi ‘dipendente’ , compia un’operazione non molto lontana da quella compiuta dalle persone cosiddette ‘ostili’.

Secondo Kelly "Una persona ha un sistema di costrutti. Gli dà un identità. Giusta o sbagliata, serve a metterlo in contatto con la realtà. Gli fornisce il terreno per formulare anticipazioni, comprese quelle sulla gente. Per cui, un giorno, magari dopo una lunga attesa, le sue aspettative non sono confermate. Viene scosso dalle implicazioni della sua disconferma perché ha scommesso sui risultati della sua avventura, una parte del suo sistema di costrutti che non poteva permettersi di perdere. Se accetta il risultato e tutte le sue presunte implicazioni rimarrà in uno stato di profonda e diffusa confusione.
Ma, un momento! C’è ancora qualcosa che può fare per salvare la situazione. Se si muove rapidamente può essere capace di forzare il risultato per renderlo conforme alle sue aspettative originarie e darsi una conferma dell’ultimo minuto delle sue più importanti premesse sulla natura umana . Questa è la scelta ostile. La chiave per capire l’ostilità dal punto di vista della stessa persona è nell’istante della decisione. O è l’istante dell’impulso, non fa differenza. La chiave è qui
!”.

Probabilmente le persone che si sentono ‘dipendenti’ hanno sperimentato, nelle loro esperienze familiari, una sensazione di paralisi e incapacità in uno dei genitori, costretto, in qualche modo a restare invischiato in una condizione di sofferenza fisica, psichica o ‘sociale’. Questo li ha portati, in età adulta, a sviluppare una sorta di autodifesa, a stare costantemente in guardia per non fare la stessa fine del genitore sofferente, e questo ha implicato una serie di ‘irrigidimenti’ sul piano della disponibilità emotiva con il risultato di escludere la maggior parte delle persone dalla sfera della loro fiducia e stima. La limitazione delle interazioni affettive con altri esseri umani li ha portati allo sviluppo di un sistema di anticipazione e interpretazione basato su pochi costrutti organizzati rigidamente ed applicati con una certa approssimazione e, in un tale quadro è probabile  che ‘dipendente-indipendente’ si trovi a svolgere, prima o poi,  un ruolo superordinato nel definire le modalità di relazione.

Alcune di queste persone formeranno delle coppie più o meno stabili basate sulla percezione di reciproche “dipendenze”, altre dopo aver verificato l’incapacità di stabilire relazioni affettive durevoli, si potranno  avventurare in esperienze come la psicoterapia in cui il problema della ‘dipendenza’ costituirà uno degli assi portanti delle manovre relazionali.

Nelle coppie i problemi cominciano quando il gioco delle ‘dipendenze’ cessa perché uno dei due non lo ritiene più né utile né soddisfacente o magari, perché gli eventi della vita portano ad un cambiamento della quantità e frequenza delle interazioni. Un nuovo incarico professionale atteso da tempo, può spingere a consumare pasti separati, usare ognuno la propria auto  per andare al lavoro, ecc. , ma le precedenti abitudini da abbandonare possono avere un valore complesso per uno dei due partner che le considerava  parte essenziale del rapporto. Probabilmente l’errore che compie è quello di considerare le azioni coordinate come quelle che portano all’amore e non, più verosimilmente, che sia l’amore tra due persone a spingerle verso azioni coordinate.

Se in psicoterapia il cambiamento costituisce  la fase più importante nell’evoluzione positiva del cliente, nel rapporto di coppia esso può portare alla situazione che uno dei due partner si trovi improvvisamente ‘senza ruolo’ e che questo lo faccia entrare in uno stato di sofferenza emozionale analogo a quello della perdita conseguente ad abbandono.

Per rispondere alla minaccia d’abbandono considerata inaccettabile, la soluzione immediata che viene in mente è quella di annullarla invertendo completamente i dati di realtà che la configurano: “Sono io che ti abbandono, non tu!“ E per dimostrarlo dichiaro la mia indipendenza da te attraverso una dichiarazione simile a quella dei Coloni Americani. 

 

4. Piccole guerre di indipendenza

Il fatto che  il futuro ‘ dipendente’, invece di chiedere chiarimenti o modificare le strategie di relazione, faccia la sua “dichiarazione di indipendenza” è spiegabile con il fatto che non può, in alcun modo, rivelare le vere ragioni della sua ‘ribellione’.

Se lo facesse sarebbe immediatamente chiaro il paradosso (mi allontano da te per non essere abbandonato-a), quindi deve inventarsi motivi vaghi, astratti o superficiali  del tipo “Voglio stare di più con mia madre”, “Ho bisogno di tempo libero”, “Questa casa non mi piace più”, ecc. che occultino quanto più possibile la vera natura del disagio, ma che, al tempo stesso rappresentino segnali chiari di un distacco progressivo che deve portare alla separazione.

A questo punto si arriva ad una situazione piuttosto difficile: il partner capisce che qualcosa bolle in pentola, ma non riesce a capire cosa e quindi passa ad un ‘allarmato disinteresse’ che viene scambiato dall’altro per un ulteriore passo verso l’abbandono il quale dà origine ad un’ulteriore mossa simmetrica di ‘indipendenza’ (ad es. : smetto di prepararti il pranzo).

Il problema del ‘ribelle’ però, è che comincia a rendersi conto che niente cambia: la minaccia di perdita è sempre lì, anzi si fa più concreta perché il partner comincia a seccarsi, e comunque non riesce in alcun modo a portare a termine il distacco in maniera vittoriosa. E’ qui che comincia ad affacciarsi l’idea  “Forse sono ‘dipendente’ da lui-lei “. Il passo successivo è cercarsi, allora, un’altra ‘dipendenza’ per scacciare la prima: inizia il tentativo di spostare su altre persone i propri programmi di vita sino ad allora condotti all’interno della coppia, magari stabilendo una relazione esclusiva  con  una persona in particolare e facendo di tutto per farlo sapere al partner, tanto per sottolineare ancora una volta le proprie scelte “indipendentiste”.

A seconda della maturità, della cultura e dell’importanza della relazione fra i due, il gioco può durare più o meno a lungo ma, comunque, finisce quasi sempre con una separazione piuttosto amara e piena di rancore a cui, sicuramente farà seguito una nuova relazione con gli stessi problemi se, nel frattempo, non verranno cambiate alcune cose  nell’interpretazione sulle dinamiche e sulla natura dei rapporti affettivi.

 

5. Cooperazione e ri-costruzione

Da quanto sopra descritto, si può dipingere un quadro abbastanza nitido che illustri il percorso che porta una persona a sentirsi ‘dipendente’ nell’ambito delle relazioni umane intime.

Tralasciando le esperienze individuali familiari e sociali pregresse che possono essere ampiamente differenziate, gli ingredienti fondamentali del processo sono:

1-   Interpretazione delle variabili complesse inerenti le relazioni interpersonali alla stregua di variabili semplici soggette a semplici fenomeni di accrescimento e riduzione (quanto bene mi vuoi, quanta attenzione mi dai) e viceversa attribuire a variabili semplici caratteristiche complesse (portarti il caffè a letto è amore, se non mi fai un regalo ‘importante’ significa che non mi ami).

2-   Tendenza a mosse simmetriche nelle relazioni interpersonali (se sento che ti allontani mi allontano nella direzione opposta, devo ad ogni costo resistere ad ogni richiesta che possa farmi apparire in condizione di sottomissione).

3-   Restrizione della gamma di costrutti utilizzati per interpretare  gli eventi al fine di occultare i sicuri fallimenti derivanti dagli errori citati nei punti 1 e 2 (se le cose vanno male è perché sono ‘dipendente’, quindi devo diventare ‘indipendente’ ma dato che non ci riesco questo conferma ancora di più la mia ‘dipendenza’).

Nelle sezioni 3 e 4 ho descritto i processi che portano all’utilizzo del costrutto ”dipendente-indipendente” nelle relazioni di coppia ma, in realtà, i tre punti riportati qui sopra  possono essere applicati a tante manifestazioni di “dipendenza” che si riscontrano nella civiltà contemporanea. Giocatori d’azzardo, eroinomani, alcoolisti, ipocondriaci, attribuiscono all’oggetto dei loro ‘vizi’ caratteristiche complesse  dimenticandosi che si tratta di variabili semplici, tentano di allontanarsene senza successo e, alla fine, ritengono che nei loro fallimenti ci sia un influsso negativo inafferrabile che accettano di chiamare ‘dipendenza’ per far contenti gli operatori sociali e gli psicologi che si affollano intorno a loro.

Analogamente, nella relazione con il proprio terapista, il cliente percepisce l’aiuto professionale offerto a pagamento come un contributo affettivo, tende a stabilire una posizione di ‘parità-simmetria’ (evitando di pagare l’onorario, trasgredendo alle indicazioni, non rispettando gli orari, ecc.), e quando si rende conto che il terapista non è coinvolgibile in questo tipo di manovre, manifesta varie forme di ostilità che ritardano i cambiamenti. Anche qui, il risultato finale è l’idea di essere divenuto ‘dipendente’.

Non essendo uno psicoterapeuta  non cercherò di descrivere, in questa sede, le tecniche utilizzate per risolvere il problema della ‘dipendenza’ con gli strumenti della clinica.

Mi soffermo solo sul fatto che la psichiatria tradizionale tende ad intervenire sulla sintomatologia ansiosa o depressiva generata dalla frustrazione del ‘dipendente’ con l’utilizzo di farmaci e interventi di ‘sostegno’, con l’ovvio risultato di spostare l’attenzione su di una pillola e sulla persona in camice bianco che te la somministra.

Ritengo, tuttavia che si possano elencare  una serie di punti che ispirino criteri di definizione del problema applicabili, senza  distinzioni in ambito familiare, sociale e clinico.

1-     Il sentirsi ‘dipendente’ non implica caratteristiche psicologiche particolari di una persona, ma solo il fatto che essa utilizzi il costrutto dipendenza-indipendenza come fattore di analisi e anticipazione degli eventi che lo riguardano.

2-     Il costrutto dipendenza-indipendenza può essere applicato anche soltanto per l’anticipazione e l’interpretazione di una gamma specifica di eventi. Ciò significa che non è detto che chi lo usa in una relazione di coppia, deva necessariamente utilizzarlo in una relazione di amicizia o in campo lavorativo.

3-     L’assunzione di posizioni simmetriche, ovvero il contrasto attivo opposto alla persona ‘dipendente-indipendente’ che sperimenta tentativi per uscire dal suo problema, genera soltanto movimenti in direzione opposta e aumento dei tentativi di invalidazione dei dati di realtà.

4-      La modifica del nucleo centrale di costruzioni che portano ad assumere  posizioni simmetriche nelle relazioni è un obiettivo secondario strategico: la persona ‘dipendente-indipendente’ deve scoprire praticamente che la cooperazione è più comoda e utile della competizione.

5-     L’ostilità è solo un prodotto secondario che serve come difesa dalle minacce di invalidazione. Si può decidere di evitarla, ridurla o lasciarla esaurire da sola, esclusivamente in relazione ai problemi sociali che essa crea. Non può, in alcun caso, essere considerata un ‘sintomo’ da eliminare, in quanto lascerebbe il ‘dipendente-indipendente’ completamente privo di strumenti di difesa della propria identità.  

La maggior parte delle persone riescono ad uscire dai problemi di ‘dipendenza’ prima o poi. L’atteggiamento simmetrico verso gli altri è insostenibile ed è destinato a ridursi così come l’Impero Britannico chiuse definitivamente il periodo dei conflitti coloniali istituendo il Commonwealth, ovvero un’area di  coordinamento in campo economico dove ex oppressi e oppressori potessero intraprendere sforzi comuni per un benessere condiviso.

Per i miei amici Irlandesi (nazionalità piuttosto diffusa tra i costruttivisti) aggiungo che, l’Inghilterra, avrebbe potuto almeno dare un segnale di coerenza  applicando le stesse idee alle richieste di indipendenza delle  province dell’Ulster.

Ma  è proprio dagli eventi di quella tormentata terra che giungono una serie di elementi che mostrano la difficoltà dei processi di pacificazione e cooperazione quando l’ostilità e il pregiudizio dominano per lunghi periodi. L’irritazione e la violenza si inseriscono , nella cultura, nel linguaggio, nelle abitudini sociali, costituendo quella struttura ‘fisica’ del malessere che determina le risposte emozionali delle persone  e che ostacola tenacemente il recupero della tolleranza e del rispetto del nostro prossimo, valori indispensabili alla base della cooperazione.

Tali difficoltà sono ben riassunte nella seguente citazione di Kenny e Gash contenuta in una loro recente analisi sulle metodologie di risoluzione  dei pregiudizi:

Chi tra noi si autoanalizza o chi ha esperienza terapeutica, avrà maggiore consapevolezza di quelle aree che per noi (o per gli altri) sono tabù, sacre o minacciose. Può anche essere che per alcuni individui con pregiudizi, la minaccia all’identità implicata nel dover cambiare un pregiudizio molto radicato, sia veramente profonda e richieda un tale sforzo da essere considerata impossibile o 'indesiderata' dalla persona prevenuta”.

Il compito è difficile, a volte può essere lungo e faticoso. Tuttavia sempre Kenny, utilizzando una metafora ispirata alla biologia di uno degli organismi viventi più elementari ci indica una strada positiva e incoraggiante:

Più riusciamo ad evitare il bivio nella strada che punta all’Avere (possedere, controllare, consumare ecc.) più la nostra vita migliorerà.
Più riusciamo a scegliere il bivio della strada che porta verso l’
Essere, più riusciremo ad essere persone-in-relazione.
Meno penseremo agli altri che sono in relazione a noi come ‘miniera’ di qualcosa che vogliamo ‘ottenere’ o ‘ricevere’, e meno resteremo delusi [...]
La nostra sensazione di ciò che ci è sempre mancato nella vita, è come la particella che inizialmente irrita l’ostrica , e che una volta penetrata nel suo sistema stimola l’organismo a produrre le sostanze autoprotettive che crescendo nel tempo intorno al corpo irritante, arrivano a formare una perla.
Sfortunatamente il tipo di ‘sostanza emotiva’ che secerniamo intorno al senso di irritante carenza è abitualmente preceduta dalla scelta dell’Avere. E così restiamo concentrati sull’irritante carenza, mentre la sostanza che produciamo serve solo a rendere la situazione più irritante suggerendoci di fare domande inutili sugli altri o prendere ‘atteggiamenti molto seccati’ con coloro che ci rifiutano.
Ma invece di vomitare irritazione per quello che non ‘abbiamo’, addosso a coloro che presumiamo colpevoli, possiamo scegliere una strada diversa. Possiamo far incontrare la nostra irritata carenza con un altro tipo di secrezione emotiva, quest’ultima basata sui valori della Scelta di Crescita descritta sopra”.

Che ciò sia di buon augurio a tutte le persone che stanno percorrendo le strade del cambiamento verso un’esistenza migliore.

 

Bibliografia

Bateson G. - La cibernetica dell' 'io': una teoria dell'alcolismo in 'Verso un'ecologia della mente', Adelphi Edizioni (1976)

Bateson G. - Mente e Natura, Adelphi Edizioni (1984)

Kelly G. A. - The Psychology of Personal Constructs, New York, Norton & Company (1955)

Haley J.  - Le strategie della psicoterapia, Sansoni editore (1977)

Kelly G. - L'ostilità  (1957)

Kenny V., Gash H, - L'approccio costruttivista alla risoluzione del pregiudizio (1998)

Kenny V., -  Vivere nell'anticipazione

Minissi E., - Il contributo dell’etologia alla soluzione dei problemi umani (1999)

Minissi E., - La fine del sistema del malessere  (1999)

Minissi E., - L’identità non in vendita Costruzioni interne e reti di relazioni per nuovi stili lavorativi (2003)

 

 

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