Sebbene i governi occidentali abbiano
investito, negli ultimi 30 anni, un’infinità di risorse
per combattere la diffusione delle sostanze
stupefacenti, il loro uso continua ad aumentare anche se
sembra che la gente abbia imparato a farne un uso meno
immediatamente distruttivo spostando i consumi da droghe
il cui effetto devastante è quasi immediato (come
l’eroina), su cocaina, cannabis, anfetamine e
allucinogeni sintetici e naturali, sui cui effetti, a
breve termine, per la salute ci sono opinioni
differenti.
Sull’atteggiamento sociale nei
confronti della droga, esiste una formale spaccatura,
tra i politici e nella società civile, tra
‘proibizionisti’ e ‘antiproibizionisti’, ma sia l’una
che l’altra posizione sono piene di contraddizioni,
distinguo, esagerazioni, superficialità e demagogia tali
da impedire lo stabilire di alcuni punti fermi dai quali
partire per cominciare a risolvere il problema.
C’è una ragione sostanziale, secondo
me, che spiega perché il mondo occidentale non riesce a
fare chiaramente e definitivamente i conti con il
problema della droga, una ragione che è sotto il naso di
tutti ma che pare sfuggire anche a coloro che nelle
piazze, spinello in bocca, manifestano contro il
capitalismo e la globalizzazione o a coloro che, in nome
dei ‘valori della persona umana’ di ispirazione
cattolica o tradizionalista, tuonano contro il
‘disordine’ morale, l’illegalità e il ‘rischio sociale’
rappresentato dall’uso di droga. Questa ragione è
rappresentata da uno schema di costruzioni individuali e
sociali, accettato dalla totalità del mondo politico e
da quasi tutte le istituzioni sanitarie che si
concretizza, tra l’altro, in una legislazione e in una
pratica sanitaria che favoriscono la diffusione dei
cosiddetti ‘psicofarmaci’. Il governo italiano, nel
2005, mentre approvava una discussa e riduttiva legge
per limitare il danno sociale delle droghe ‘illegali’,
allo stesso tempo sosteneva la diffusione di
psicofarmaci destinati a ‘calmare’ i bambini troppo
vivaci, in linea con le politiche sanitarie degli altri
governi occidentali e solo alcune sparute organizzazioni
che difendono i cittadini dagli abusi della psichiatria
si sono mobilitate per denunciare questa contraddizione.
Lo strapotere dell’industria farmaceutica che corrompe
da anni la parte più compiacente dell’ambiente sanitario
e politico attraverso commesse di ricerca, viaggi
premio, percentuali sulle vendite, ecc., sicuramente è
il carburante di questo gigantesco attentato alla salute
pubblica; ma il motore è assicurato da un sistema di
costruzione del mondo e dell’essere umano ben più
largamente diffuso e radicato nella società occidentale.
Questo stesso sistema di rappresentazione è alla base
del comportamento di chi assume droga ‘illegalmente’ che
non è in alcun modo diverso, nelle motivazioni di fondo,
da chi la assume su prescrizione medica gratuita fornita
dal sistema sanitario nazionale. Le pagine che seguono
oltre che a rappresentare una doverosa denuncia delle
ipocrisie correnti e dei pericolosi rischi che
alimentano, possono aiutare ad evitare di cadere nella
trappola delle droghe (legali e illegali) e, forse, a
fornire buone motivazioni e strumenti per abbandonarne
l’uso da parte di per coloro che non ci sono ancora
troppo invischiati.
1- La
dipendenza. Un’ottica da rovesciare
Il problema
principale rappresentato dall’uso delle droghe è che
queste portano l’individuo in una condizione di
‘dipendenza’, ossia la condizione in cui una persona
pone un determinato elemento al punto centrale della
propria esistenza. La cosiddetta dipendenza viene
considerata,dalla maggior parte degli osservatori ,
una condizione analoga a quella che caratterizza, tra
gli esseri viventi, la relazione tra i cuccioli e i
loro genitori. Nel ciclo naturale un organismo la cui
sopravvivenza è, inizialmente, affidata alle cure
parentali possiede, nel DNA, una serie di istruzioni che
lo costringono a selezionare la propria fonte di
sussistenza alimentare esclusivamente da altri esseri
viventi le cui caratteristiche corrispondono a quelle
dei genitori. Tale rigidità è stata prodotta
dall’evoluzione per evitare che i giovani organismi si
rivolgano a cercare cibo verso possibili predatori, e
varia di specie in specie in funzione dell’età (come
ben sa chi deve nutrire spesso giovani animali rimasti
orfani) scomparendo, progressivamente con la crescita
dell’animale. Le caratteristiche della relazione di
dipendenza biologica sono tali da coinvolgere i due
elementi partecipanti, cioè genitori e figli, in una
complessa sequenza di comportamenti la cui parte più
gravosa è riservata non ai giovani, bensì agli adulti.
Questi ultimi, vincolati alla relazione da una serie di
‘ordini tassativi’ impartiti da segnali geneticamente
definiti (ad es. il colore del palato negli uccelli, il
belato nei ruminanti, lo squittio nei roditori), si
devono impegnare, per un periodo più o meno lungo a
reperire risorse alimentari e ad allontanare i predatori
sino a che i cuccioli non divengono ’indipendenti’. In
realtà i giovani, se li osserviamo attentamente e con un
angolazione diversa, non si preoccupano assolutamente di
cercare l’indipendenza, per il semplice motivo che la
condizione in cui si trovano non grava negativamente sui
loro organismi: tutto quello che devono fare è emettere
segnali automatici sino a che i loro stomaci siano
pieni. Gli adulti non possono permettere che questi
segnali siano troppo intensi e prolungati per il rischio
che questi possano essere uditi dai predatori e sono
quindi costretti ad un calcolo continuo della loro
soglia riposo-attività per ridurre il rischio di veder
perso, in pochi istanti, il loro lavoro di bravi
genitori. Nel momento del cosiddetto ’svezzamento’ i
segnali, geneticamente stabiliti, che scatenano il
comportamento genitoriale, progressivamente scompaiono
dal repertorio fisiologico e comportamentale dei
giovani. Cambiano le colorazioni, le dimensioni e la
frequenza dei segnali acustici si attesta su toni più
bassi.
A quel punto
sono i genitori ad avere maggiore ‘indipendenza’, così
come chiunque è abituato a considerarla e cioè una
minore ‘dedizione’, nello spazio e nel tempo, verso un
determinato oggetto.
Al contrario, i
giovani adesso devono pensare loro stessi a cercarsi il
cibo e difendersi dai predatori e, da quel momento in
poi, la loro esistenza sarà concentrata, principalmente,
su questi due obiettivi sino al raggiungimento della
maturità sessuale quando, toccherà al loro ripetere gli
sforzi dei loro genitori. Da questo tipo di
prospettiva, applicabile anche agli umani, la visione
della relazione dipendenza-indipendenza appare
rovesciato: sono gli adulti ad essere più ‘dipendenti’
in quanto, le loro attività nella dimensione
spazio-temporale, sono più orientate a produrre
comportamenti strettamente legati alla sopravvivenza
immediata di loro stessi e della loro prole, che non in
attività meno stressanti quali il gioco e l’esplorazione. Anche se osserviamo le cose in una prospettiva
socio-economica, la quantità e il tipo di elementi verso
i quali l’adulto deve stabilire relazioni di dipendenza
(per procurarsi i quali deve compiere sforzi e limitare
gli spazi ‘liberi’ della sua esistenza), sono molto più
estesi di quelli dei bambini e lo sono sempre in misura
maggiore nelle società competitive come quelle del mondo
capitalistico post industriale, nelle quali la
dipendenza dalle droghe sembra aumentare in misura
direttamente proporzionale alla affermazione di modelli
sociali irraggiungibili per la maggior parte delle
persone.
Nei modelli di
‘dipendenza’ studiati da 50 anni a questa parte, sia che
l’oggetto di dipendenza fosse una droga sia un modello
di relazione interpersonale, è emerso un quadro che
penso di poter riassumere nei seguenti passaggi
fondamentali :
1- L’individuo investe notevoli
energie per aderire ad un modello sociale del quale non
ha una costruzione completa e coerente
2- Fallisce nell’aderire al modello,
ma non valuta se le sue aspettative siano state
realmente quelle che una persona adulta nelle sue
condizioni poteva permettersi.
3- Invece di rivedere le sue
costruzioni, cercare possibili ruoli sociali alternativi
e progettare un percorso articolato basato su un calcolo
bilanciato delle risorse personali da investire, cerca
di occultare il fallimento.
4- Per dimostrare agli altri e a sè
stesso di non essere un ‘perdente’, si impegna in una
relazione di tipo simmetrico contro un solo elemento (
come droghe, personaggi che rivestono un ruolo
affettivo, gioco d’azzardo, azioni criminali rischiose, temerarie imprese economiche, ecc.), rispetto al quale
deve dimostrare di assumere una posizione di supremazia
e controllo.
5- L’operazione di occultamento è
guidata da processi di scarsa anticipazione degli
eventi, con il risultato di costanti e ripetuti
insuccessi da mascherare a loro volta.
6- L’individuo precipita in una
condizione di ansia permanente e incontrollabile.
7- Per limitare la portata
dell’ansia restringe sempre più le sue attività a
quell’unico elemento. A questo punto, per mantenere una
dimensione di esistenza verosimile, questo elemento deve
assumere tutta una serie di caratteristiche che,
intrinsecamente, non possiede. Una droga diviene quindi, partner, genitore, amico, maestro, medicina, ecc.
Questo instaura una condizione di vita in un contesto
parasociale, più o meno nettamente separato
dal contesto sociale che continua a scorrere intorno
all’individuo. Il risultato è l’emarginazione.
8- Se non termina la sua sfida con
l’elemento con il quale mantiene la relazione di
dipendenza, l’individuo può arrivare alla perdita totale
di contatto con l’ambiente circostante andando incontro
a condizioni di eterocostrizione (prigione, trattamenti
sanitari) o di autocostrizione (la cui forma estrema è
il suicidio).
Anche se
il percorso può non essere precisamente quello descritto,
i termini sostanziali non cambiano: una volta cominciata
la ‘sfida’ questa conduce a comportamenti auto ed etero
distruttivi attentamente pianificati di cui il soggetto è
pienamente consapevole (anche se non riesce a valutarne i
risultati) e non una condizione in cui si casca per
‘debolezza’ o ‘passività’. Il fatto che i meccanismi
descritti siano gli stessi sia per dipendenze di tipo
interpersonale, sia per il gioco d’azzardo, sia per le
sostanze stupefacenti, dimostra che la scelta di orientarsi
in una determinata direzione rappresenti l’estremo
tentativo di una persona di conservare la sua identità
sull’orlo del baratro facendo un passo in avanti anziché
indietro. Considerare il tossicodipendente come un ‘malato’
o un ‘criminale’ sono entrambe scelte che non definiscono
il problema in alcun modo. Tuttavia sia il fattore
malattia, inteso come effettivo danno organico ai tessuti
del corpo, sia il fattore crimine, sono presenti nel
problema della tossicodipendenza, ma non come elementi
inesorabilmente implicati, bensì come ‘sottoprodotti’
derivanti da variabili quali la tossicità di determinate
sostanze, la pratica di assunzione e gli aspetti legali
connessi all’uso e al commercio. Nella prossima sezione ci
occuperemo della grande confusione che regna a riguardo.
2-
I diversi tipi di droga
Anche se
tralasciamo per un momento il fatto che i tranquillanti
vengono prescritti a piene mani dai medici di base e che
tutti i membri delle famiglie italiane ne abbiano facile
accesso nell’armadietto dei medicinali di casa, che si
prescrivano gli antidepressivi ai bambini, ecc.,
l’atteggiamento della società, nel suo complesso, lascia
allibiti per i paradossi, le contraddizioni, i
comportamenti irrazionali nei confronti della droga. Il
fatto che la morfina e la cocaina abbiano un largo uso in
farmacologia, mentre, in Italia ci si scandalizza se viene
proposto l’uso terapeutico del Cannabis (del quale non è
mai stata dimostrata rilevante tossicità) è uno dei più
evidenti esempi della confusione che regna. Moralismo,
ideologia, interessi economici e di categoria
professionale, intossicano più della droga stessa.
Cominciamo ad esaminare, droga per droga, i suoi effetti, i
problemi che crea e come la società si comporta per
controllare il fenomeno.
a-
Cannabis e derivati
La
Cannabis sativa varietà indica è una pianta
erbacea annuale che contiene un principio attivo noto come
tetraidrocannabidiolo. Questo principio si trova in forma
più concentrata nell’Hashish (polline compresso ed
essiccato) e nell’olio (spremuto a freddo). La droga viene
assunta fumandola (talvolta mangiandola) e dà come effetto
uno stordimento più o meno accentuato, e alterazione
percettiva che dura qualche decina di minuti se fumata e
parecchie ore se ingerita. Non è mai stata accertato alcun
danno all’organismo a seguito del suo uso, a parte un certo
abbassamento della pressione sanguigna immediatamente dopo
l’assunzione che può portare a lievi collassi. Gli effetti
sul comportamento variano da individuo a individuo, e vanno
da una moderata euforia, alla sonnolenza. In alcune persone
si possono verificare violenti stati ansiosi derivanti
dalla sensazione di perdere il controllo sul proprio corpo.
L’interruzione del suo consumo abituale non porta alcun
problema al fisico. E’utilizzata nella terapia del
Glaucoma, e come anti nausea nei trattamenti
chemioterapeutici. La guida di veicoli risulta molto
rischiosa in quanto può dare forti alterazioni della
dimensione spazio-temporale. La legge italiana ne consente
il consumo e la detenzione in modica quantità, mentre ne
vieta la vendita e la coltivazione. E’abbastanza tollerata
socialmente e, in alcuni ambienti, il suo uso è addirittura
valutato positivamente.
b-
Allucinogeni
Ne fanno
parte alcuni funghi (Psilocybe mexicana, Psilocybe
merdaria, Amanita muscaria, Amanita pantherina) diversi
tipi di piante erbacee (principalmente del genere Datura),
un cactus (Lophophora williamsii). Gli allucinogeni
naturali non si trovano facilmente in commercio e poche
persone se li procurano in natura ( dove il rischio è molto
alto in quanto i principi attivi possono avere
concentrazioni elevate). L’effetto è una forte alterazione
percettiva con comparsa di allucinazioni più o meno
intense. Le droghe di sintesi, il cui capostipite è il
celebre LSD (acido dialisergico) imitano i principi
naturali, ma introducono altri elementi (metanfetamine,
ansiolitici) per correggerne gli effetti ansiogeni e/o
stimolare l’euforia. Producono eccitazione, comportamenti
disinibiti, stati deliranti (sino al suicidio), gravi
disturbi cardiocircolatori (sino all’arresto cardiaco).
Pericolosissimo guidare sotto il loro effetto e, in alcuni
casi, possono portare alla violenza (sino all’omicidio)
compiuta in totale incoscienza. Vengono consumati
occasionalmente o periodicamente, soprattutto per ridurre
le inibizioni sociali in occasione di feste, concerti, ecc.
Non esiste un giudizio sociale diffuso dato che sono droghe
poco conosciute e limitate, quasi esclusivamente, ai
giovanissimi. Vietata la vendita, la produzione e la
detenzione superiore a un certo limite. Per alcune droghe
presenti in piante e funghi che crescono spontaneamente, la
legislazione è alquanto vaga.
c-
Alcool
Sostanza
presente, in diversa concentrazione, in numerosi tipi di
bevande. La sua tossicità varia a seconda della
concentrazione. Produce, progressivamente, euforia,
rilassamento, confusione, sonnolenza, sino al ben noto coma
alcolico, con intervalli che possono portare a violente
forme di aggressività. Entro certi livelli minimi, è
ansiolitico, aperitivo e digestivo, aiuta la circolazione
e, in forti concentrazioni, veniva utilizzato come
anestetico in chirurgia. E’ considerato un alimento (molto
importante, in passato, come riserva calorica nei climi
freddi) e come tale largamente utilizzato in cucina, sia
come ingrediente che come bevanda. La reazione
comportamentale al suo uso è soggettiva e incostante: molte
persone diventano più socievoli, altre decisamente
violente. Può apportare gravi danni al fisico, tra cui
gravi disturbi al fegato, ai reni, al sistema circolatorio,
al sistema nervoso,(delirium tremens) al sistema
immunitario, riduce la capacità sessuale nell’uomo.
L’interruzione del suo consumo, negli alcoolisti, produce
effetti molto gravi e il periodo di disintossicazione
fisiologica è il più lungo tra quelli necessari alle altre
droghe conosciute. Il suo uso è direttamente collegabile a
gran parte degli incidenti stradali e sul lavoro e ad
episodi di violenza individuale e di gruppo ivi incluso lo
stupro. E’vietata la vendita ai minori di anni 16 e vengono
applicate restrizioni in alcune circostanze e luoghi.
E’inoltre vietata la pubblicità e la produzione domestica a
scopo di commercio dei superalcolici (quest’ultimo divieto
esclusivamente per motivi fiscali) Socialmente è tollerato
ed è parte di numerosi rituali sociali e religiosi, ma se
ne criticano gli eccessi in relazione, soprattutto, alla
latitudine dei luoghi ove viene consumato.
d-
Anfetamina
Sostanza
di sintesi che agisce sul sistema nervoso centrale
producendo un’iperattività nervosa. Largamente utilizzata
come farmaco legale, sino agli anni 60 per ridurre il
sonno, aumentare le prestazioni sessuali e nelle diete
dimagranti, oggi è stata sostituita, nell’uso comune, dagli
allucinogeni e dalla cocaina. Crea gravi danni al sistema
nervoso centrale e può portare a collassi cardiaci. Vietata
la vendita, la produzione e la detenzione oltre un certo
limite. Ignorata socialmente.
e-
Cocaina
Droga di
origine naturale raffinata dalla pianta di Coca, produce
uno stato di benessere, euforia e lucidità la cui durata e
intensità sono determinate dalla purezza della dose inalata
o fumata. Di solito viene consumata occasionalmente o
periodicamente, soprattutto per il costo elevato, ma c’è
chi ne fa un uso continuativo. Può condurre a comportamenti
violenti (sino all’omicidio) compiuti in stato di perfetta
lucidità. Il rischio di morte per overdose è molto elevato,
produce danni al sistema nervoso, cardiocircolatorio, al
fegato e ai reni. Secondo autorevoli ricercatori è la causa
principale dell’abbassamento delle difese immunitarie
comunemente chiamato AIDS. Vietata la vendita, la
produzione e la detenzione oltre un certo limite.
Socialmente condannato, il suo uso, in taluni ambienti è
considerato un simbolo di ricchezza e sfarzo è, inoltre, la
droga preferita dalla malavita organizzata,
f-Eroina
Dopo la
II guerra mondiale molti reduci curati con la morfina, un
farmaco anestetico derivato dalla raffinazione dell’Oppio
(una antica droga orientale estratta dal Papaver
somniferum), mostravano sintomi di assuefazione e forte
dipendenza fisiologica che li portava, anche dopo la
guarigione, a continuarne l’uso. La scienza farmaceutica
mise allora a punto, sempre raffinando l’Oppio, una nuova
sostanza anche avrebbe dovuto ridurre gli effetti della
‘dipendenza’. Ovviamente il nuovo farmaco non dette gli
effetti sperati ma nel frattempo era stata inventata la
droga più potente e devastante nella storia dell’umanità :
l’eroina. Durante la guerra del Vietnam era in largo uso
tra i soldati americani USA (era facile procurarsela nel
sud est asiatico) e da lì si diffuse, dapprima negli USA, e
successivamente (alla fine degli anni 70) in tutto il mondo
occidentale. Questa vasta diffusione fu, principalmente
opera delle grandi organizzazioni criminali, (soprattutto
Mafia e Cosa Nostra) che con gli immensi proventi che
derivavano dal suo traffico compirono un balzo in avanti
che gli concesse un potere senza precedenti contro il quale
i governi occidentali dovettero combattere sino alla metà
degli anni 90. E’il più potente ansiolitico e
antidolorifico conosciuto, produce un senso generale di
rilassamento e distacco dal mondo per questo i primi
consumatori erano, soprattutto, persone con forti disordini
psicologici che la assumevano per ridurne i sintomi. Il suo
uso provoca un assuefazione fisiologica sin dalle prime
dosi e il tossicodipendente, dopo qualche tempo, la deve
assumere per combattere i dolorosi sintomi dell’astinenza.
Tuttavia la disintossicazione fisiologica è abbastanza
breve (meno lunga di quella dell’alcool) e in alcuni casi
viene fatta solo con la somministrazione di placebo.
Provoca danni pesantissimi a tutto l’organismo e la morte,
per varie cause, sopraggiunge quasi inevitabile dopo alcuni
anni di consumo. Come per la cocaina, alcuni sostengono che
sarebbe la causa di quel complesso di diverse patologie
denominate AIDS (effettivamente la regressione di questa
sindrome, in Occidente, è strettamente correlata alla
diminuzione del consumo della droga). Vietata la vendita,
la produzione e la detenzione oltre certi limiti. Ai
tossicodipendenti in cura presso le strutture pubbliche,
viene somministrato un farmaco di sintesi, il metadone, che
ne imita gli effetti ma che sarebbe, secondo i farmacologi,
meno tossico. La morfina, da cui deriva, viene abitualmente
utilizzata come antidolorifico, quasi esclusivamente nei
malati terminali.
g-
Psicofarmaci
Sono
droghe di sintesi divise in tre gruppi principali, i
neurolettici, i tranquillanti e gli antidepressivi. I primi
agiscono sul sistema nervoso centrale e producono un
rallentamento delle capacità motorie; di fatto servono per
bloccare i comportamenti violenti dei pazienti agitati. I
tranquillanti, utilizzati per ridurre l’ansia, agiscono su
altri meccanismi ma, non è ben chiaro a cosa sia dovuto il
loro effetto. Stesso discorso vale per gli antidepressivi
che dovrebbero ‘risollevare’ le persone che cadono in uno
stato di prostrazione e tristezza. Gli unici psicofarmaci
che hanno un effetto accertato e incontrovertibile sono i
neurolettici, su tutti gli altri ci sono molti dubbi sul
fatto che svolgano una precisa azione sui meccanismi che
controllano le emozioni.. Inoltre il loro effetto è assai
limitato, in pratica si riduce ad un mese, dopo il quale le
dosi vengono, di solito, aumentate o il farmaco viene
sostituito con uno simile. Questo farebbe presumere che il
temporaneo sollievo al paziente sia da mettere in relazione
con la ‘speranza di guarigione’ e, infatti, gli esperimenti
condotti dalle case farmaceutiche sui prodotti più diffusi, non mostrano significative differenze tra i
risultati ottenuti somministrando il farmaco e quelli
registrati con la somministrazione di placebo. L’uso di
tranquillanti e antidepressivi porta una serie di disturbi
secondari, riduce l’attenzione e intossica il fegato e i
reni. L’assuefazione è piuttosto rapida e la
disintossicazione richiede un certo tempo. Tutti questi
aspetti, tuttavia, non sono ben chiariti dato che, come ho
già detto, non esiste una opinione uniforme (nemmeno tra
gli stessi psichiatri) sulla effettiva azione che le
componenti chimiche dovrebbero avere sull’organismo. In
ogni caso non ne è mai stata dimostrata l’effettiva utilità
terapeutica e, da alcuni anni, vengono usati, soprattutto,
come palliativi nei confronti di pazienti avviati alla
psicoterapia. L’uso è subordinato alla prescrizione di un
medico.
Da questo
rapido esame sugli effetti macroscopici delle droghe e
dell’uso che se ne fa, si può affermare che su di esse,
nella società occidentale, prevalgono ben determinate
costruzioni:
1-
Mettere qualcosa ‘dentro’ il
proprio corpo, può cambiare l’interpretazione del ‘mondo
esterno’.
2-
I cambiamenti che avvengono
nella percezione del ‘mondo esterno’ in seguito
all’assunzione di determinate sostanze, devono essere,
necessariamente, di segno ‘positivo’.
3-
Gli ‘effetti indesiderati’
devono essere eliminati, sia intervenendo sulla
‘composizione chimica’ della sostanza’, sia sul
‘dosaggio’ da controllare attraverso limitazioni di vario
genere.
Sugli effetti
catastrofici di questa triade di costruzioni, ci
soffermeremo nella sezione che segue.
4-
Costruzioni che creano paralisi e
confusione
Gli individui
interpretano il mondo intorno ad essi tramite
l’elaborazione dei dati percettivi raccolti dai cinque
sensi e questa prima elaborazione viene rielaborata
confrontandola con i dati di esperienze passate per
arrivare ad una serie di previsioni su quello che potrà
succedere a breve o a lungo termine. Se questo processo è
caratterizzato dalla congruità tra i dati raccolti e le
esperienze pregresse, siamo pronti ad affrontare il
futuro con sicurezza e spirito esplorativo, viceversa,
incongruità più o meno marcate possono dar vita ad
emozioni negative e/o contrastanti, che, a determinati
livelli raggiungono il livello che viene classificato
come ‘sintomo psichiatrico’. Tuttavia, in determinate
condizioni fisiologiche, la comparsa di percezioni del
tutto incongrue con quella che consideriamo la nostra
esperienza di ‘realtà’, non desta particolare allarme e,
anzi, può anche essere vissuta con divertita curiosità.
La condizione fisiologica naturale in cui tutti noi
sperimentiamo queste percezioni incongrue senza troppi
problemi, è quella che si verifica nella fase REM del
sonno, in cui compaiono i sogni. Per giungere a questa
stessa condizione senza aspettare di addormentarsi,
tutte le culture umane hanno, da sempre, fatto uso di
droghe, per rilassarsi, inebriarsi e, specialmente nelle
culture sciamaniche, per praticare percorsi di conoscenza
spirituale. L’idea che si aveva, tradizionalmente, era
focalizzata sulla necessità di alterare, ogni tanto, il
normale flusso percezione-intepretazione della realtà per
vivere una vita meno dura o monotona, insomma, una specie
di vacanza. A parte l’uso quotidiano e misurato
dell’alcool come alimento nelle regioni fredde
dell’Europa, tutte le droghe venivano consumate
esclusivamente in occasione di particolari ricorrenze o
rituali, ma nelle società occidentali del novecento, le
cose cominciano a prendere un’altra direzione e si
cominciano a diffondere le costruzioni enunciate alla
fine della sez.3. Vediamo, quindi, cosa comincia a
succedere se crediamo che ingerire una sostanza possa
cambiare il mondo intorno a noi. Il primo fatto
essenziale è che questo non è sempre possibile e
prevedibile: gli effetti della droga non sono costanti e,
comunque, agiscono su sistemi di interpretazione che
cambiano da individuo a individuo e a seconda delle
circostanze. Il secondo fatto, ancora più denso di
implicazioni è che il cambiamento, comunque, avviene solo
per la durata dell’effetto della droga per cui il
ritorno alla ‘realtà, temporaneamente abbandonata, è
rapido e fastidioso come il brusco risveglio da un
piacevole sogno. Pensare, poi, che il cambiamento
debba essere di segno positivo è un altro errore per
le stesse ragioni appena enunciate: tutti conoscono la
‘sbornia malinconica’ o le ‘paranoie’ causate da Cannabis
o sostanze allucinogene. Che si possano eliminare gli
effetti indesiderati è un'altra idea completamente
errata: l’organismo umano è frutto di millenni di
evoluzione in cui la droga non ha esercitato alcuna
pressione selettiva (a parte l’alcool che, essendo in
uso da qualche millennio, sembra ne abbia fatto
aumentare la tolleranza nelle popolazioni indo-europee) e
l’ingestione di sostanze che alterano il normale
funzionamento dell’apparato percettivo non può che
rendere innaturale il comportamento dell’intero
organismo. In molti conoscono gli effetti postumi di una
sbornia: il sistema nervoso, dopo l’intossicazione, per
ritornare al suo funzionamento ottimale reagisce
provocando una serie di dolorosi disturbi. E questo vale
più o meno per tutte le droghe. Dunque, qualsiasi
individuo che sperimenta l’uso di droghe partendo da
quella triade di costruzioni errate si trova di fronte
alla situazione che segue:
1-
Fà un investimento su di una
sostanza che dovrebbe aiutarlo a cambiare la sua
percezione del mondo. Questo investimento è di
proporzioni notevoli in quanto implica una certa fiducia
nell’affidarsi a qualcosa di sconosciuto e giudicato
socialmente riprovevole.
2-
Si accorge abbastanza
rapidamente che il cambiamento non può veramente
essere positivo ma decide di continuare perché
continua a non vedere alternative praticabili.
3-
Inizia una competizione con la
sostanza per ‘costringerla’ a non produrre gli effetti
indesiderati cercando di assumerla con modalità
diverse (ad es. inalandola e non iniettandola o
viceversa, mischiandola con altre sostanze, aumentando le
dosi, ecc.) con il risultato di investire, senza
successo, altre preziose energie verso quell’unico
elemento a scapito di tutto quello che continua ad
avvenire ne contesto intorno a lui.
4-
Resosi conto che la sua sfida è
ben lungi dal poter essere vinta decide quanto meno di
occultare socialmente gli effetti negativi
che il suo organismo e, in maniera più o meno consapevole
la sua identità, stanno subendo. Cerca di mostrarsi
sobrio, sparisce sempre più spesso e misteriosamente alla
vista di parenti e amici, abbandona volontariamente
attività quali il lavoro o lo studio. Molto spesso, per
riparare alla perdita sociale subita, si rifugia in un
ambiente costituito da altri tossicodipendenti, nel
quale lo spacciatore è la figura di riferimento. Tra
coloro che cadono nella dipendenza da psicofarmaci
l’equivalente è il cercare di creare un contesto di
relazione basato sulla triade farmaco-psichiatra-lui
stesso. Tutto questo porta alla creazione del
contesto parasociale descritto nella sez. 1 all’interno del quale la persona rimane intrappolata con un aumento della sensazione di perdita di controllo e
confusione che lo spinge ad assumere dosi sempre più
massicce di droghe o psicofarmaci. In questi casi, il
ruolo dello psichiatra e quello dello spacciatore hanno
una valenza analoga nel contribuire consapevolmente ad
allontanare il ‘cliente-indipendente’ dal confronto con
il contesto sociale ove dovrebbero
svolgersi le sue interazioni relazionali.
Da più di
trent’anni chiunque si sia occupato di tossicodipendenti
dovrebbe essere consapevole che il problema non è
rappresentato dall’assunzione della droga in sé, ma
piuttosto dal tipo di relazione che taluni individui
stabiliscono con la droga partendo da costruzioni
evidentemente errate. Invece di aiutare le persone, anche
in fase preventiva, a smascherare queste costruzioni che,
inevitabilmente, portano gli individui a restare
intrappolati, il resto della società, in maniera più o
meno marcata e consapevole, preferisce spostare la sua
attenzione sulla sostanza che se ingerita cambia il mondo
evitando accuratamente di fare i conti con i fattori
sistemici che portano alcuni individui a rovinare le
proprie esistenze con una serie di azioni e riflessioni
compiute, almeno sino ad un certo punto, con un totale
livello di consapevolezza.
5-
Malato o Delinquente ? Due
costruzioni che incrementano la paralisi e la confusione.
Sino alla fine
degli anni 70, l’uso di droga era considerato,
comunemente, un comportamento antisociale. Per i
cattolici era, semplicemente, un vizio e una depravazione
che ’allontanava da Dio’, per i marxisti una ‘fuga dalla
realtà’ (laddove per realtà si intendeva la lotta di
classe’) e, inoltre, il drogato veniva visto come una
possibile ‘spia’ della polizia in quanto facilmente
ricattabile. Tra la sinistra si affermava con sicurezza
che la droga era stata introdotta tra gli studenti
francesi in rivolta nel Maggio 68, con lo scopo di
indebolirne la veemenza rivoluzionaria. In realtà le cose
stavano andando diversamente: la marijuana e l’LSD si
diffusero, inizialmente, negli USA, all’interno del
universo pacifista ed hippie come forma di ribellione
esistenziale non violenta contro la società capitalistica
americana e i suoi valori che avevano condotto alla
‘sporca guerra’ nel Vietnam. Proprio in quel lontano
paese, era facile procurarsi l’eroina che per i suoi
effetti fortemente sedativi veniva usata in modo diffuso
tra i soldati impegnati nei combattimenti i quali, come
abbiamo già raccontato nella sez. 2, continuarono a farne
uso una volta rientrati a casa. E’altamente probabile che
la diffusione dell’eroina, oltre che abilmente pilotata
da Cosa Nostra, abbia trovato un facile veicolo nelle
culture ‘psichedeliche’ diffuse tra gli intellettuali e
gli hippies, ma il quadro sociale e il sistema di valori
americano (in quella nazione il consumo di psicofarmaci
aveva già raggiunto livelli iperbolici alla fine degli
anni 50) basato sul ‘diritto alla felicità’ sancito dalla
costituzione, fornivano sicuramente un terreno già
fertile. Il passaggio in Europa impiegò alcuni anni e
giunse in Italia nella seconda metà degli anni 70, dopo
la fine delle lotte studentesche e dei movimenti della
sinistra culminata nella tragedia del terrorismo rosso e
nero. Ma nel movimento studentesco del 77, i derivati
della Cannabis assunsero, in alcune frange, lo stesso
valore simbolico di rifiuto del sistema capitalistico
(che in Italia si stava riorganizzando sul modello USA)
che aveva caratterizzato i movimenti studenteschi
americani di dieci anni prima. Inizialmente la diffusione
della droga avveniva abbastanza ‘artigianalmente’,
soprattutto per lo sviluppo di un diffuso turismo
‘alternativo’ diretto verso i paesi produttori, in
nordafrica e in oriente, ma anche qui la mafia intervenne
tempestivamente dirottando il consumo dalla marijuana e
dall’hashish verso l’eroina. La classe politica italiana,
nelle sue maggiori componenti, quella cattolica e quella
comunista, ignorò completamente il fenomeno per alcuni
anni, sia perché era impegnata nella lotta contro il
terrorismo, sia perché la mafia, che nella droga trovava
la maggior parte dei suoi proventi, non doveva essere
troppo disturbata. Per la sinistra la droga era una cosa che ‘in Italia non avrebbe mai preso piede’ perché ‘il
sistema di valori’ (leggi la cultura comunista) vigente
nel nostro Paese, ‘era solido’ e in più c’era da chiudere
più di un occhio sul fatto che l’uso della Cannabis era
diventato prassi comune soprattutto all’interno di quello
che restava dei movimenti giovanili ‘anticapitalisti’ e
‘antimperialisti’. Molto presto si arrivò ad un’emergenza
che fece migliaia di morti, con forti problemi di
‘microcriminalità’ causati dai furti, dalle rapine e
dalle violenze compiute per procurarsi le dosi, con un
sistema sanitario totalmente incapace di fronteggiare il
problema e una prassi giudiziaria che, di fatto, per
ridurre i problemi causati dalle difficoltà connesse alla
detenzione delle persone condannate per reati connessi al
consumo di droga, li rimetteva in libertà fornendogli una
specie di impunità. Di fronte a questa situazione si
svilupparono due diverse linee di intervento che,
schematicamente, possono essere riassunte così: da una
parte lo stato e alcune cooperative private sviluppavano
una rete di assistenza ai tossicodipendenti che mirava a
‘ridurre il danno’ fornendo il metadone, un alcaloide che
imitava gli effetti dell’eroina riducendone i danni;
dall’altro, soprattutto dal mondo cattolico, venivano
create delle comunità terapeutiche ove i
tossicodipendenti erano sottoposti a regole dure che
comportavano, tra l’altro, la rinuncia totale a qualsiasi
tipo di droga e l’isolamento dal mondo esterno sino alla
certezza di aver completamente abbandonato ogni
tentazione di ritornare a drogarsi. La prima opzione
aveva come corollario le seguenti asserzioni:
1-
Il tossicodipendente è un
malato
2-
La responsabilità della
malattia è di origine sociale
3-
La tossicodipendenza è
alimentata dalla delinquenza organizzata. Se la droga
viene resa legale, viene meno l’interesse delle
organizzazioni criminali a diffondere la droga
4-
Il tossicodipendente non è
responsabile dei suoi atti e non può essere sottoposto a
misure restrittive della libertà
Le comunità
terapeutiche, sebbene con alcune differenze tra loro, sostenevano invece:
1-
Il tossicodipendente è una
persona antisociale
2-
Sono le sue scelte personali
che lo portano a drogarsi
3-
Anche senza la malavita
organizzata esiste la tossicodipendenza.
4-
Il tossicodipendente deve
essere reso responsabile dei suoi atti anche attraverso
misure restrittive: può scegliere tra il carcere e la
comunità terapeutica
Queste due
posizioni sono raggruppate i due schieramenti
contrapposti comunemente definiti Antiproibizionista e Proibizionista, che, rispettivamente fanno capo
sostanzialmente alla Sinistra e alla Destra, con alcuni
distinguo tra le formazioni politiche cattoliche presenti
in entrambi gli schieramenti. Ogni volta che si è cercata
una mediazione fra quste due fazioni, i tentativi si sono
risolti in un ulteriore arroccamento delle rispettive
posizioni e ogni nuovo provvedimento legislativo nell’una
o nell’altra direzione, è risultato incompleto, poco
comprensibile, inattuato e, in definitiva, non ha
apportato alcun cambiamento sostanziale. Da una primi
analisi dei fallimenti, si può comprendere come questi
siano derivati, soprattutto, da alcuni fattori ben
definiti:
1-
Interessi elettorali delle
forze politiche mirati a non perdere voti tra i
consumatori di droga da una parte, dall’altra a
rassicurare un elettorato che vede nella droga una
minaccia devastante per la stabilità sociale, la morale
religiosa, la sicurezza, ecc.
2-
Interessi economici e
professionali delle diverse categorie che hanno fatto
della cura ai tossicodipendenti una fonte di reddito.
3-
Atteggiamenti dell’apparato
poliziesco-giudiziario che ha sedimentato, in trent’anni,
metodologie, organizzazione, funzioni che vengono rimesse
in discussione ad ogni modifica dell’impianto legislativo
4-
Reticenza generalizzata a
mettere in discussione alcune evidenti contraddizioni
tra le quali la legittimazione degli psicofarmaci
e l’assenza di una regolamentazione dell’uso dell’alcool.
E’un fatto
acquisito che ogni battaglia per il miglioramento delle
condizioni di vita, in una società, crea problemi a chi,
per tanto tempo, si è costruito un ruolo sociale ed
economico vantaggioso all’interno di contesti che
generano sofferenza a gran parte del resto della società.
Nonostante l’inevitabile repulsione morale che si prova
nell’osservare la criminale ipocrisia di coloro che
difendono scelte che portano altri esseri umani alla
sofferenza e alla disperazione solo in funzione del
mantenimento dei propri privilegi, affrontare il problema
‘punendo i cattivi e i disonesti’ non porta molto
lontano, soprattutto sino a che costoro vivono in
un contesto di costruzioni errate che costituisce il
terreno fertile per la loro disonestà. In una
prospettiva costruttivista che osserva la complessità
dei sistemi in cui si sviluppano i problemi, il primo
problema che l’osservatore si deve porre è quanto il
problema di fronte al quale ci troviamo sia stato abbia
la possibilità di essere costruito in maniera
chiara e condivisa dal maggior numero possibile dei
soggetti coinvolti.
Nel
caso della droga, ci troviamo di fronte ad un problema
che è costruito in maniera alternativa da due gruppi
differenti di osservatori partendo dalla costruzione
del tossicodipendente come malato oppure come
criminale. In realtà una simile costruzione non può
essere di alcuna utilità ai fini della ricerca di
soluzioni condivise perché non può definire la reale
posizione di un individuo in quanto non può portare ad
altro che una serie di accoppiamenti dicotomici tra i due
poli dei costrutti sano-malato e onesto-criminale. Nei
termini di definizione di un fenomeno complesso come la
tossicodipendenza, definire una persona sana e
criminale oppure onesta e malata
non può in alcun modo portare a conclusioni condivise sul
tipo di rimedi da porre al problema. Chi si droga sa in
anticipo che questo gli danneggerà la salute e che lo
porterà a compiere atti che danneggiano la società ma
queste conseguenze fanno parte del suo progetto
esistenziale caratterizzato dall’ostilità verso un mondo
nel quale ha perso ogni speranza di essere accettato in
un ruolo diverso da quello del ‘drogato’. Dandogli del
criminale per poi lasciarlo impunito o fornendogli il
metadone o le siringhe gratis, la società non fa altro
che assecondare il suo gioco e a mantenerlo nella sua
condizione sino alla morte per overdose, epatite, deficit
immunitario, arresto cardiaco, ecc. Il giudice che se lo
trova di fronte sa benissimo che questo è un criminale
molto particolare che non corrisponde, cioè, al modello
generale che è abituato a assolvere o a condannare in
base alla corrente giurisprudenza, per cui assume
l’atteggiamento ambiguo di condannarlo ma di non fargli
scontare la pena, mentre un ladro ‘non drogato’ va a
finire in carcere, più o meno regolarmente.
Allo stesso modo
il medico, abituato ad aiutare la gente a sfuggire alla
malattia, si trova costretto a curare un individuo che la
malattia se la va a cercare e, quindi, decide di non
curarlo veramente, limitandosi a dargli qualche piccola
terapia che, diminuendo la portata di quei segnali
d’allarme che sono i sintomi, lascerà procedere il
danneggiamento sistematico dell’organismo sino alle
estreme conseguenze.
Abbiamo visto
nella sez.2 come il processo che porta alla dipendenza,
in generale, sia il risultato del fallimento di altri
tentativi di mantenere un’identità sociale e, nella sez.4
abbiamo visto come alcune costruzioni errate sulle
‘sostanze miracolose’ indirizzano una scelta di
dipendenza verso la droga, preferibilmente la più
devastante possibile e, in più, abbiamo dimostrato come
l’individuo sia, almeno sino ad un certo punto,
consapevole di quello che fa. Questo genere di
informazioni, oltretutto, seppure raggruppate in teorie e
pratiche mediche di diverso tipo, sono ben disponibili (o
intuibili) per chiunque operi con una certa serietà e
consapevolezza nel campo della salute mentale. Il
ridurre, quindi, il problema alle costruzioni
medico-giuridiche descritte in questa sezione è un errore
all’interno del quale si lascia ampio spazio ad interessi
economici, politici e ideologici, senza impedire un
progressivo avvelenamento della società.
6-
Iniziare un nuovo percorso
Non possiamo
prevedere, con certezza, quale sarà l’andamento del
consumo di droga nei prossimi anni e verso quale tipo di
sostanze si indirizzerà, tuttavia ci sono parecchi indizi
che, seppur fortemente ridotto il consumo di eroina,
tutta una serie di droghe meno invasive e, soprattutto,
alcol, psicofarmaci e miscugli tra queste due ultime
sostanze, si stanno sempre più diffondendo tra la
popolazione italiana. Il problema più grave è
rappresentato dall’aumento del consumo tra i giovanissimi
i quali, come è comprensibile, difficilmente riescono a
discriminare tra i vari tipi di droga, per cui il
passaggio a sostanze sempre più forti potrebbe essere
messo in preventivo. Qualora il fenomeno dovesse
assumere nuovamente le proporzioni catastrofiche degli
anni 80 (magari per la ‘scoperta’ di qualche nuova
miscela esplosiva a basso costo, tipo crack), nutro forti
dubbi che, sia il sistema sanitario, sia quello
giudiziario, siano in grado di farvi fronte con le
attuali idee paradossali che imperversano nel mondo
politico e delle quali abbiamo avuto recentemente un bel
repertorio con la scoperta del fatto che un parlamentare
su tre farebbe uso di marijuana e cocaina (con tutto il
repertorio di assurdità, moralismi, vecchi clichè che
sono stati riproposti). Pertanto devo concludere queste
pagine con alcuni punti fermi che, suggerisco, dovrebbero
ispirare la programmazione di azioni di contrasto per
l’immediato futuro.
1-
Il problema sanitario e quello
giudiziario devono essere nettamente separati in
qualsiasi argomentazione per non alimentare un
paralizzante paradosso. Si deve affermare il principio
che, se il tossicodipendente commette un reato, debba
scontare la pena esattamente come tutti gli altri. Va
valutata, invece, con attenzione, l’applicazione di
strumenti di detenzione che offrano un percorso
alternativo al carcere, integrando il sistema delle
comunità e dello svolgimento di lavori socialmente utili.
2-
Il tossicodipendente non deve
più essere considerato un malato ma una persona che
sceglie consapevolmente di rovinarsi la salute. Lo stato
deve intervenire sui danni al corpo che derivano
dall’assunzione della droga, ma non sulle conseguenze
dell’astinenza. Le terapie in uso (benzodiazepinici,
metadone) spostano solo la dipendenza verso un tipo
diverso di droga a spese di una collettività che non
riesce più a sostenere la spesa sanitaria e lascia morire
la gente d’infarto in mezzo alla strada.
3-
La legalizzazione o meno delle
droghe non deve coinvolgere principi etici, ideologici o
di costume: vietare o meno il commercio e la produzione
di certe droghe, metterle sotto controllo statale, ecc.,
è una scelta che va compiuta per rendere più funzionale
il compito dell’apparato repressivo giudiziario o per
colpire gli interessi economici della malavita
organizzata. Debbono esprimersi esperti di polizia, di
giurisprudenza e di economia, senza l’interferenza di
preti, deputati bacchettoni, politici con la foglia di
marijuana sulla t-shirt e compagnia bella.
4-
Vanno assolutamente abbandonate
le politiche di ‘riduzione del danno’ per favorire quelle
di abbattimento del rischio. Ridurre i danni
dell’assunzione di stupefacenti è un mero palliativo (per
il quale la società spende un sacco di soldi) che allunga
solo i tempi dell’assunzione di sostanze tossiche che, in
ogni caso, lasciano sempre una traccia indelebile sulla
salute.
5-
Le campagne educative non
devono, in ogni caso, fare distinzione tra i tipi di
droga. Questo, casomai, è un compito divulgativo da
riservare alla categoria della informazione
tecnico-scientifica. Educazione significa l’assunzione di
una regola comportamentale che indichi i rischi per
l’individuo che crede di cambiare il mondo
ingerendo una sostanza.
6-
L’alcool va contrastato senza
falsi moralismi e senza proteggere gli interessi delle
industrie. I controlli sulla somministrazione ai
minorenni devono essere ampliati e prevedere sanzioni
durissime per i trasgressori.
7-
La prescrizione degli
psicofarmaci deve essere limitata a casi in cui sia
dimostrata l’impossibilità di ricorrere a terapie
alternative, per periodi limitati a pochi giorni e
vietandone la somministrazione ai minorenni. Lo stato
deve intervenire con un controllo sui reali effetti dei
prodotti facendolo compiere da osservatori che non siano
coinvolti nel meccanismo di interessi dell’industria
farmaceutica, ivi compresi associazioni per i diritti del
malato, psicoterapeuti, tossicologi, ecc. Devono essere
condotte campagne informative che mostrino con chiarezza
l’equivalenza degli psicofarmaci alle altre droghe e che
ne sconsiglino fortemente l’uso.
Ovviamente quanto
appena esposto, oltre a tappare le bocche degli
irresponsabili cialtroni che bazzicano sia lo
schieramento proibizionista che quello
antiproibizionista, se attuato colpirebbe tutti quegli
interessi che campano prosperosamente (sicuramente meglio
della mafia) sulla diffusione della droga. Per cui non
facciamoci grosse illusioni sulla realizzabilità
immediata di certi cambiamenti. Tuttavia la società deve
fare un po’ di conti, allo stesso modo di quelli che
hanno portato ai provvedimenti restrittivi sull’uso del
tabacco, e vedere se gli conviene continuare a nutrire
gli avvoltoi che si nutrono dei risultati del malessere
di milioni di giovani. Se gli conviene aspettare una
nuova generazione di persone che, per malattia,
inaffidabilità sociale, tendenza a provocare incidenti e
quant’altro, dia una altro colpettino ad un sistema che
di problemi ne ha già abbastanza.
Resteremo ad
osservare con qualche pallida speranza.
RIFERIMENTI
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La cibernetica dell' 'io': una teoria dell'alcolismo
in 'Verso un'ecologia della mente', Adelphi
Edizioni (1976)
Lorenz K.,
Evoluzione e modificazione del comportamento,
Boringhieri s.p.a., Torino, 1971
Kelly G.,
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Norton & Company (1955)
Kelly G.,
A chi mi affido: da chi dipendo per cosa? (1969)
Kelly G.,
L'ostilità
(1957)
Kenny V., Gash H,
-
L'approccio costruttivista alla risoluzione del
pregiudizio (1998)
Kenny V.,
La ricostruzione psicologica della vita: un'introduzione
alla psicoterapia dei costrutti personali -
(1998)
Minissi E.
Il difficile cammino della follia (2006)
Minissi E.,
L'interpretazione costruttivista dell'ostilità
(2003)
Minissi E.,
Piccole guerre di indipendenza: ovvero come dirigere
al meglio gli sforzi di cambiamento di chi si ritiene
‘dipendente’?
(2003)
Minissi E.,
Il contributo dell’etologia alla soluzione dei problemi
umani
(1999)
Copyright
Oikos nov 2006
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