Il controllo delle risorse
petrolifere ha rappresentato una delle principali
ragioni di conflitto, dagli anni ’40 in poi. “No blood
for oil” era uno slogan perfettamente adatto e coerente
nel 1991, all’epoca della prima mobilitazione armata
contro l’Iraq, che, ricordiamo, aveva invaso uno stato
confinante allo scopo di sfruttarne i ricchissimi
giacimenti. Tuttavia, a dodici anni di distanza, ho
ragione di ritenere che i motivi reali che stanno
ispirando lo scontro tra una parte del mondo islamico e
le potenze economiche occidentali, siano più complesse
ed articolate di quanto si preferisca far credere.
Negli ultimi vent’anni il valore commerciale del
petrolio è andato, via via, diminuendo, a causa di
grandi innovazioni tecnologiche che ne hanno ridotto i
consumi. Oggigiorno un’autovettura consuma almeno la
metà di quanto consumasse una sua pari cilindrata negli
anni ’70, l’utilizzo delle tecnologie telematiche
porterà progressivamente ad una riduzione della mobilità
e, da ultimo, l’idrogeno è già pronto a diventare il
combustibile più usato nei prossimi anni. I ritardi
nell’utilizzo di fonti energetiche alternative sono
stati, sin qui, dovuti al fatto che le compagnie
petrolifere controllavano grosse quote dell’industria
automobilistica oltre ad avere enorme influenza sulle
scelte dei governi dei paesi più industrializzati (come
ben ci insegna l’origine della ricchezza economica della
famiglia Bush). Ma oggi l’economia occidentale, per
uscire dalla inevitabile recessione, deve ridurre la
spesa energetica e, con l’idrogeno a portata di mano, la
svolta radicale nei consumi appare, oramai, prossima.
Oltretutto i problemi causati dall’inquinamento nei
grandi centri urbani, con la progressiva chiusura al
traffico, portano ad una progressiva contrazione del
mercato automobilistico, con conseguenze pesanti su
alcune economie nazionali.
Abbiamo quindi, da un lato, il mondo industrializzato
impegnato in un’occulta trattativa al suo interno per
decidere i tempi e i modi della riconversione (mi chiedo
quanta influenza abbia avuto il consistente pacchetto
azionario FIAT acquistato negli anni 70 dalla Libia,
paese produttore di petrolio, nei ritardi verso la
realizzazione dell’auto ‘ecologica’ lamentati da Beppe
Grillo nel suo recente show davanti ai cancelli di
Mirafiori), dall’altra alcuni Paesi Arabi che, per
diverse ragioni, sono stati presi alla sprovvista
dall’imminente cambiamento e non sembrano in grado di
accettare con leggerezza la totale perdita di autonomia
che gli si prospetta davanti.
Il controllo del prezzo del greggio è stato, per
costoro, l’unico mezzo per proteggersi dall’ingerenza
occidentale nelle loro politiche regionali che,
peraltro, implicano irrinunciabili connotazioni
religiose e culturali che costituiscono l’identità
centrale della polietnia islamica. Il nodo tra
fondamentalismo islamico e i ricchissimi petrolieri che
lo finanziano è concentrato, principalmente, in questo.
D’altronde, sebbene sia ben chiaro anche alla CIA che
gli strumenti logistici e finanziari del terrorismo
siano annidati all’interno dei grandi produttori
petroliferi, questi ultimi hanno ampie fette di
partecipazione finanziaria nell’economia occidentale, la
stessa che si avvantaggerà della fine del dominio del
petrolio. Gli stati che li rappresentano sono i
cosiddetti ‘paesi arabi moderati’ che appoggiano
apertamente la politica USA e la pacificazione con
Israele ma dai quali proviene Bin Laden e la maggior
parte dei quadri che organizzano gli attentatori
kamikaze, mentre la manovalanza suicida proviene dai
giovani integralisti che si ribellano alle politiche
arrendevoli dei loro governi. Difficile comprendere se
la doppiezza dei paesi produttori ‘moderati’ corrisponda
ad una scelta tattica, a conflitti di interesse interni
o a tutte e due le cose assieme, fatto sta che l’Arabia
Saudita non verrà mai invasa e che nessuno si preoccupa
per i diritti civili violati o l’oppressione delle donne
in quei paesi.
In realtà l’occidente intero si indigna per la
‘doppiezza’ di Saddam, quando, proprio a quest’ultimo, è
stata tolta quest’arma che, forse per un radicato
pregiudizio , viene ritenuta alla base della politica
delle diplomazie arabe. Il dittatore iracheno (in realtà
meno autoritario e oppressivo dei suoi confinanti
colleghi) è stato per anni utilizzato dall’occidente per
destabilizzare militarmente quella parte del medio
oriente che era restata fuori dal conflitto
arabo-israeliano, quando ha chiesto il pagamento dei
servizi resi, con l’annessione del Kuwait nel 1991, è
stato umiliato militarmente e tagliato fuori da ogni
possibile trattativa e si ritrova con un paese già
impoverito dall’impegno militare svolto precedentemente
al servizio dei suoi attuali aggressori e con la
prospettiva di ritrovarsi ancora peggio con la perdita
di valore della sua unica risorsa.
E’ ovvio che faccia la voce grossa e che rifiuti di
liquidare anche una minima parte dei suoi armamenti,
vista, tra l’altro, l’irrilevante efficacia che essi
avevano dimostrato nel precedente conflitto ed è
altrettanto ovvio che l’occidente, se vuole proseguire
con la ristrutturazione dell’economia globale, se ne
deve liberare con qualsiasi mezzo.
Fin qui la mia interpretazione dei fatti, non
particolarmente originale e, sicuramente ben conosciuta
da moltissimi altri osservatori ben più qualificati del
sottoscritto.
Quello che merita una maggiore riflessione è perché i
sostenitori della guerra a Saddam e coloro che si
oppongono alla guerra non dicono le cose come stanno
realmente.
Cominciamo a vedere i perché delle reticenze dei fautori
dell’intervento armato.
L’esaltazione della guerra come strumento di risoluzione
delle controversie internazionali, è stata abbandonata,
nella cultura occidentale, dopo la I Guerra Mondiale e i
suoi orrendi massacri. Prima del II conflitto mondiale,
tutti gli stati europei, inclusa la Germania nazista,
tendevano a mostrarsi dei volenterosi pacifisti
attribuendo la responsabilità di eventuali conflitti
alla parte avversa. Dal dopoguerra ad oggi, solo Che
Guevara ha esaltato l’uso prioritario della lotta armata
nei conflitti internazionali, collocandola, però, nella
prospettiva ideologico-spiritualistica della liberazione
mondiale dei popoli dall’oppressione.
Gli stati occidentali, primi fra tutti gli USA, sanno
benissimo che chi rompe questa tradizionale ipocrisia,
si espone ad una forte perdita di consenso interno e,
quindi, ogni aggressione pianificata deve essere
mostrata come la reazione ad un’aggressione già avvenuta
alla quale ne faranno seguito delle altre. In secondo
luogo, questa guerra serve ad aiutare l’economia di
mercato, la quale ha bisogno di un forte ottimismo
diffuso tra i consumatori, gli investitori, gli
azionisti, ecc. Forse qualcuno si è posto la domanda
riguardo a dove andrebbe a finire l’ottimismo se tutti
fossero consapevoli della fragilità di una strategia
economica che ha bisogno di aggredire una nazione
arretrata di remota collocazione geografica per poter
sopravvivere. Insomma, consenso interno e ottimismo di
coloro che concorrono alla salute dell’economia sono gli
ingredienti principali delle democrazie capitalistiche,
ed è assai rischioso rinunciarvi.
Per quanto riguarda i pacifisti, innanzitutto stiamo
ancora aspettando di capire che c’è di diverso oggi, da
quando i governi che includevano comunisti e verdi,
dettero il via, poco più di tre anni fa all’aggressione
contro la Serbia, in ossequio agli stessi interessi
generali del nuovo ordine mondiale. Oltretutto, come
ampiamente previsto, la corte di giustizia europea, per
la stessa ammissione del capo dei suoi accusatori Carla
Del Ponte, ha affermato, recentemente, che contro
Milosevich non si è riusciti a raccogliere nemmeno uno
straccio di prova dei presunti crimini contro la
popolazione civile che avevano giustificato i
bombardamenti indiscriminati che, guarda caso, avevano
colpito, soprattutto, civili inermi.
L’unica differenza è che allora, alla Casa Bianca, c’era
Clinton, ma, insomma, lo sanno tutti che, in politica
estera, non c’è differenza tra repubblicani e
democratici.
In realtà la spiegazione è che la sinistra non è stata
assolutamente in grado di formulare alcuna proposta
alternativa in materia di revisione delle strategie
economiche mondiali, ma, si badi, non per incapacità, ma
perché, di fatto essa esprime e rappresenta quegli
stessi interessi intoccabili che le determinano.
Durante il governo
laburista di Blair, la Gran Bretagna ha
deciso di ridimensionare il peso dell’industria
automobilistica, mentre il governo conservatore francese
e quello tedesco, a guida socialdemocratica puntano ad
un suo rilancio. Sarà un caso che, da un lato
l’Inghilterra, dall’altro Francia e Germania hanno
assunto posizioni contrastanti sull’eventualità di un
intervento armato? E cosa succede in Italia, con la
sinistra che grida allo scandalo se Berlusconi critica
le scelte della Fiat e gli ex comunisti si sperticano
negli elogi postumi di un Agnelli identificato per mezzo
secolo come il nemico numero uno della classe operaia?
E’ possibile che i verdi ignorino totalmente il ricatto
dei produttori di petrolio, al punto di non introdurre
dei necessari distinguo in tutta questa faccenda?
E soprattutto, perché nessuno dice che questa guerra è
in nome del sistema di benessere occidentale che nessuno
osa mettere in discussione?
Perché nessuno dice “No War For Money”?
Quelli che sfileranno nelle piazze assieme a quei
deputati che percepiscono, senza vergognarsene, decine
di milioni al mese, forse cominceranno a percepire
qualche incongruenza e a riflettere su quella che deve
essere la vera strada per la pace, la democrazia e il
benessere dell’umanità .
Enzo Minissi