L’identità non in vendita
Costruzioni interne e reti di relazioni per nuovi stili lavorativi

   

di Enzo Minissi

 
 

 

Cosa si aspetta chi vuole lavorare in un’organizzazione no-profit? Cosa può essere considerato un’"impresa sociale"? Quali vantaggi e svantaggi traggono le società post industriali dalla presenza di organizzazioni che orientano il loro lavoro al di fuori della logica del profitto economico?  Questo articolo cercherà di definire quelle che sono le tendenze più diffuse in ambito  personale e sociale all’interno del variegato mondo del no-profit, sia per orientare i cittadini che vi si avvicinano, sia nell’ottica di iniziare a stabilire regole e criteri in un settore la cui evoluzione rapida e incontrollabile rischia di creare condizioni di incertezza e confusione che possono attenuarne il positivo impatto sulla società.

 

1. Definizione di ‘sociale’

Attualmente il termine ‘sociale’ viene sempre più usato come sostantivo invece che come aggettivo,  usando frasi tipo  ‘Agire nel sociale’ , ‘Descrizione del sociale’, ecc. Questa distorsione lessicale, in realtà, sottolinea una determinata tendenza culturale a distinguere con il termine ‘sociale’ (sia come sostantivo che come attributo) una certa parte della società che non è compresa nei due principali settori rappresentati dalla pubblica amministrazione e dal mondo dell’economia. Qualche brillante etichettatore  (categoria sempre abbondante quando si tratta di dare un nome a qualcosa invece di affrontarne la complessità) ha anche introdotto la definizione di ‘Terzo Settore’, proprio per distinguerlo dall’amministrazione statale e dal contesto delle imprese che producono ricchezza economica. In realtà tutte queste definizioni non servono a niente, a parte cercare di occultare la generale confusione che si è creata, specialmente in Italia, tra crescita economica e qualità della vita, includendo in quest'ultima il deterioramento delle reti di relazione che alimentano le esperienze individuali degli esseri umani.

Prima di andare avanti, dovremo soffermarci su cosa si debba intendere per ‘sociale’ non ponendolo in relazione ad altre definizioni quali ‘politico’, ‘economico’ , ‘culturale’ , come oramai siamo abituati a leggere e ad ascoltare, bensì,  di fronte all’unico, semplice concetto che ne definisce una chiara posizione in termini dualistici e, cioè , ‘individuale’.

Lo stadio attuale dello studio dei sistemi umani si è, comunque, reso conto che ‘individuale’ e ‘sociale’ sono distinzioni, tutto sommato, poco utili, in quanto gli individui condizionano le società e queste influenzano gli individui, tutto ciò in maniera molto più complessa e profonda di quanto si possa ritenere, per cui, in un’ analisi fenomenologica di tipo sistemico, che cioè considera gli eventi come il concorso dell’interazione caotica tra i suoi protagonisti e lo scenario in cui detti eventi si manifestano, sarebbe bene utilizzare altri strumenti di classificazione per cercare di mettere un po’ d’ordine, giusto il tempo che esso possa servirci ad arrivare a nuove considerazioni.

Lo sforzo di distinguere tra individuale e sociale  non può risolversi , però, in una classificazione di quelle che siamo abituati a vedere nei musei di storia naturale o nelle collezioni di francobolli:  dobbiamo lavorare con materiale dinamico che non resta fermo ad accumulare polvere  in una vetrina o in un classificatore.

 

2. Che significa ‘lavorare socialmente’ ?

Tutti i processi produttivi rilevanti di un individuo sono sempre inseriti in una rete di relazioni sociali. Persino l’artista solitario che utilizza strumenti naturali da egli stesso fabbricati per scolpire pezzi di legno che trova sulla spiaggia, nel momento in cui li espone al pubblico si pone in una condizione di ‘produzione sociale’.

Il venditore di auto fa parte di un vasto sistema produttivo e finanziario che crea una rete economica in cui sono coinvolti milioni di altri individui i cui beni materiali sono protetti dalla polizia, i cui acciacchi sono curati dai medici, il cui nutrimento viene da contadini, allevatori e negozianti, ecc. . Cosa ci può essere di più sociale ?

Lo psicoterapeuta professionista che si dedica  ad aiutare persone che soffrono, di solito in conseguenza di perdite o minacce all’interno della loro rete sociale, può essere considerato uno che ‘lavora socialmente’ ?

Sono quesiti che spalancano le porte ad una serie di dubbi, distinzioni, contraddizioni, e, in effetti, quasi tutte le persone si domandano, più o meno  angosciosamente, in quale direzione sono rivolti i propri sforzi lavorativi, a che scopo sopportare sveglia, traffico, colleghi maleducati e così via.

Per alcuni lo scopo è quello di aumentare il proprio benessere materiale e quello della famiglia, per altri c’è in ballo un discorso di giudizio sulle proprie capacità personali, altri agiscono per spirito di competizione, ecc.

Chi ‘lavora socialmente’ , nel senso che ci interessa in questa sede, si dovrebbe porre in una dimensione diversa e orientare le sue attività  verso l’obiettivo di “costruire un benessere condiviso”. Significa che il dirigente, l’impiegato, il consulente ecc., riescano a percepire il loro lavoro come parte di un ampia rete di relazioni che vada oltre il  peso della busta paga, gli affetti familiari, la stima dei colleghi di lavoro, la soddisfazione personale per un obiettivo raggiunto e superato, e che comprenda un insieme di valori, posizionamenti, atteggiamenti e stati emotivi che lo pongano in sincronia con il resto della società.

Ovviamente, da quando gli esseri umani hanno smesso di vivere di caccia e di raccolta, la complessità dei sistemi umani rende alquanto difficile una simile sincronia. Persino Gandhi dovette accettare la II guerra mondiale e sembra che alcuni santi cristiani siano stati, talvolta, piuttosto rudi con le loro famiglie o i loro correligionari.   La condizione di ‘lavorare socialmente’ non deve essere descritta utilizzando i confini troppo labili della ‘morale’,  laica o religiosa che essa sia, bensì attraverso una serie di parametri che definiscano la consapevolezza del lavoratore di essere responsabilmente immerso in un contesto di relazioni reciprocamente vantaggiose in cui la variabile economica sia una delle tante, ma non la principale.

 

3. La costruzione individuale del lavoro sociale

In un precedente articolo ho descritto le costruzioni normalmente utilizzate nella società per definire il volontariato, riunendole, alla fine, in un super costrutto che recitava “agire liberamente per un mondo che sia migliore per tutta l’umanità”. Questa costruzione non può però essere utilizzata completamente per definire tutti coloro che svolgono attività di utilità sociale economicamente remunerate, laddove l’avverbio ‘liberamente’ trova limiti di applicazione negli orari di lavoro, nei programmi da rispettare, negli schemi gerarchici in cui si è inseriti, e così via. Insomma, per avere benemerenza sociale è, ovviamente, più facile fare il volontario che non il ‘lavoratore sociale’.

Fatta questa breve annotazione mi sembra doveroso aggiungere che, probabilmente, cercare di estrarre costruzioni stabilmente diffuse nella società sul lavoro sociale degli individui, sarebbe, al momento, un lavoro piuttosto difficile e di incerti risultati.

Dato che il ‘lavoratore sociale’ viene identificato come qualcuno che percepisce una paga per la sua attività, il giudizio degli altri si sposta sul semplice parametro “vediamo se merita quello che guadagna”, e solo alcuni si soffermano a riflettere sul tipo di difficoltà e problemi possa incontrare in una professione che si distacca da quelle tipicamente ‘capitaliste’.

Allo scopo di raccogliere maggiori elementi di valutazione per la nostra analisi sarà, quindi, più interessante, in questa sede, compiere il percorso inverso a quello fatto nell’articolo già citato, e cominciare a capire come quando e perché un individuo decide di intraprendere una professione che lo porti a “lavorare socialmente“. Cercheremo, quindi, di enucleare una serie di costrutti sul ‘lavoro sociale’,  secondo il modello fornito dalla Psicologia dei Costrutti Personali, analizzando quelli che più frequentemente sono ricorrenti nelle lettere di richiesta di assunzione o di partecipazione a qualsiasi altro titolo alle attività di un’associazione no-profit . Qui abbiamo parecchio materiale che, integrato con quello raccolto durante i colloqui con i candidati e alle esperienze dirette personali, può fornire un quadro abbastanza delineato di come l’aspirante lavoratore sociale crei anticipazioni sul suo futuro professionale.

Di seguito è riportato l’elenco di alcuni costrutti più comunemente usati per descrivere le motivazioni a lavorare in un ente no-profit. Come ho già detto , essi rispecchiano semplicemente le anticipazioni soggettive diffuse tra coloro che lavorano o aspirano a lavorare in un’impresa no-profit. Come è noto a chi conosce la Psicologia dei Costrutti Personali (PCP) , ogni costrutto ha due poli opposti, per cui, nella tabella che segue, l’attribuzione  del polo positivo verrà assegnata all’impresa no-profit, mentre quello negativo andrà alle tradizionali imprese che mirano al profitto.

 

Impresa
no-profit

Impresa
economica

 

Rapporti umani cordiali
 

Rapporti umani ostili

1

Ambiente rilassato

Ambiente che crea tensione
 

2

Rapporti di collaborazione

Rapporti di competizione
 

3

Gerarchie ridotte

Gerarchie rigide
 

4

Libertà nell’organizzazione del lavoro personale
 

Costrizione nell’organizzazione del lavoro personale

5

Coinvolgimento emozionale
 

Appiattimento emozionale

6

Crescita personale stimolata
 

Crescita personale limitata

7

Creatività stimolata
 

Creatività limitata

8

Agire con aspettative aperte
 

Agire in funzione di una ricompensa

9

Obiettivi complessi
 

Obiettivi circoscritti

10

Obiettivi comuni tra colleghi
 

Assenza di obiettivi comuni tra colleghi

11

Orientamento ai valori
 

Orientamento al profitto

12

Orientamento verso interessi collettivi
 

Orientamento verso interessi individuali

13

Interesse  umano per le persone
 

Mercificazione delle persone

14

Migliorare il mondo in cui viviamo
 

Lasciare le cose come stanno

15

 

Si può  notare come i costrutti dall’1 al 5 , riguardino le preferenze per una condizione lavorativa che garantisca un flusso emotivo ‘gradevole’ , che quelli dal 7 al 10 riguardino l’area della valorizzazione individuale ‘strategica’, mentre i rimanenti riguardino il coinvolgimento  in un’ampia rete di relazione di reciprocità e solidarietà. Il fatto che solo un terzo dei costrutti sia direttamente riconducibile al tema ‘lavorare per e con gli altri’, potrebbe far ritenere che la caratterizzazione principale del ‘lavoratore sociale’ sia l’egoistica tendenza a sfuggire alla durezza delle condizioni di lavoro che, generalmente, sono presenti nelle imprese a finalità economica.

Tuttavia, come abbiamo già accennato precedentemente, non riteniamo interessante adottare categorie di giudizio di tipo moralistico (specificamente non il tipo di moralismo sado-masochista tipico delle religioni e delle ideologie occidentali) che danno valore positivo alla capacità di un individuo di sopportare la sofferenza emotiva e il soffocamento delle proprie ambizioni personali.

Le domande che ci dobbiamo porre sono di  altro tipo: è vero che lavorare in un’organizzazione no-profit è più ‘umanamente piacevole’ delle altre scelte lavorative? Per quali ragioni? Come può la ‘piacevolezza’ divenire ‘socialmente utile’?

 

4. L’identità mercificata

Il passaggio dalla società feudale a quella industriale, ha introdotto nuovi elementi nelle relazioni tra esseri umani. Si è passati da un’organizzazione sociale basata su valori trascendenti quali fedeltà, onore, coraggio, sacrificio, ubbidienza, ecc., a valori più elementari e vicini all’uomo comune quali, benessere, responsabilità, autodisciplina, rispetto per la vita, ecc.  Tutto sommato, un passo in avanti se non si fosse inserito,  all’interno del nuovo sistema di valori, il denaro. Nella società feudale, la ricchezza era uno strumento per conquistare nuovi imperi, costruire grandiose opere architettoniche, finanziare gli intellettuali di corte, ecc., e non era infrequente che grandi e rispettati sovrani fossero squattrinati. Nella società industriale, invece, è il denaro che dà la misura del rispetto, della stabilità e della credibilità della classe dirigente e, a discendere, lo stesso vale per le altre classi sociali che concorrono all’organizzazione sociale. Il problema che si pone quindi, è il fatto che una variabile semplice come il denaro, assume il valore di una variabile complessa, o meglio di una serie di variabili complesse, in quanto a chi è ricco, devono essere necessariamente attribuite tutta una serie di altre qualità che gli consentano di ottenere l’ammirazione sociale necessaria al suo status dominante.

Naturalmente questo funziona sino ad un certo punto, nel senso che l’inganno è formalmente accettato e glorificato dai rotocalchi, dalle trasmissioni televisive, dall’ostentazione del possesso  di beni tanto costosi quanto inutili (al pari di quanto accadeva nell’Egitto dei Faraoni), ma la gente sa bene che una piramide non garantisce l’immortalità e si rende conto di vivere una finzione, per quanto bene orchestrata.

Talvolta penso che uno dei primi a rendersi conto del problema sia stato il capo delle SS Heinrich Himmler, il quale ben cosciente che alla base del potere nazista ci fosse il totale asservimento agli interessi industriali e finanziari tedeschi (mai condizionati in alcun modo dal regime), per giustificare l’esistenza di una dittatura feroce  cercò disperatamente di reintrodurre valori di tipo feudale da contrapporre alla morale calvinista (industrialista e democratica). Non mi sento di escludere che l’Olocausto sia servito principalmente come macabro scenario medievale per tutta l’operazione, anche in considerazione che la parte più sanguinaria di esso si svolse quando la sconfitta militare tedesca era un fatto, prima prevedibile e poi accertato e che, quindi, la mistica militare non poteva più costituire una copertura sufficiente alla dittatura.

Il comunismo, invece  ha tentato semplicemente di squalificare il concetto di ricchezza come valore complesso, finendo per perderlo  completamente di vista (parafrasando O.Wilde) e poi crollare assieme alle fallimentari economie degli stati in cui aveva preso il potere.

Le democrazie occidentali, spiccatamente quelle cosiddette ‘socialdemocratiche’, hanno cercato di indirizzare parte dei profitti nel miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti (Welfare State) , ma, come tutti abbiamo visto, sono state in gran soppiantate (non sappiamo per quanto tempo ancora)  dal neoliberismo, ove il denaro , che ora si chiama ‘sviluppo dell’economia’ riprende appieno il valore di variabile complessa.

La faccenda dello ‘sviluppo dell’economia’ che in Italia è accettato senza sostanziali differenze da tutte le forze politiche, mi rammenta la barzelletta della madre a cui la figlia  chiede una scatola di noti assorbenti interni per il suo compleanno rifiutando altri regali decisamente più interessanti. Il motivo viene facilmente spiegato dall’adolescente, che passa la maggior parte del tempo davanti alla TV : “Ci posso andare in piscina, in palestra, a cavallo, in motocicletta…”.

Attualmente i tentativi più estremi di sfuggire al grande inganno sono rappresentati da sparuti gruppi di persone che rivivono stili di vita ripresi dagli Hippies degli anni 60. Grande coerenza e scelta di povertà, ma purtroppo devono viaggiare sui treni o sulle autostrade, usare Internet per i loro raduni, usare gli hi-fi per ascoltare musica e, quindi hanno bisogno della società industriale, della quale sono simpatici parassiti ,tollerati solo per il loro ridottissimo numero, al pari del loro opposto, i miliardari eccentrici che spendono tutto il loro denaro in azioni filantropiche e vivono una vita ai margini della società.

Chi non accetta di restare nell’inganno, rifugge dalle ideologie totalizzatrici e rifiuta l’emarginazione sociale, può tentare la strada del lavoro in un’organizzazione no-profit per cercare di dare un senso positivo alla sua identità lavorativa.

Il fatto che questo genere di lavoro venga anticipato come più gradevole e solo secondariamente per costruzioni più direttamente legate alle finalità di utilità sociale, è semplicemente lo specchio di una cultura che ha messo in secondo piano i valori etici, rendendoli inafferrabili alle generazioni che sono cresciute completamente sommerse dal linguaggio commerciale. Semplicemente sono spariti dal linguaggio verbale e riaffiorano verbalmente in semplici aspettative di ‘rapporti più cordiali’ , ‘maggiore libertà’, ‘ambiente rilassato’, ecc.

 

5. Influenze relazionali sulle costruzioni individuali

Molto spesso giudizi di valore complessi su un altro essere umano, possano venire completamente ribaltati da esperienze percettive negative protratte nel tempo. Immaginate di abitare accanto ad un grande pianista di cui ammirate il talento, l’ispirazione artistica e l’impegno esistenziale e di dover ascoltare per 12 ore al giorno gli esercizi al piano. Non sarà difficile immaginare come il coinquilino dell’eccelso artista, dovendo restare in casa per un’influenza accompagnata da forti emicranie, lo percepirà come l’essere più spregevole sulla faccia della terra.

Al contrario, un poliziotto che si mostra gentile e comprensivo mentre ci appioppa una multa salata, può modificare le nostre  costruzioni negative sull’autorità portandoci a riflettere positivamente e più a fondo su di esse.

Soltanto  coloro i quali mantengono un atteggiamento di chiusura percettiva  estrema a difesa di costruzioni  fortemente orientate al pregiudizio, non sperimentano la sensazione di sorpresa generata da una nuova, improvvisa  informazione generata da un altro essere umano o da una rete di relazioni  che si comportano in maniera diversa da quanto prevedibile, ma questo è un altro problema. In effetti quello che ci interessa discutere è quello che avviene quando, il giorno dopo aver ricevuto la multa dal cortese poliziotto, ci rechiamo all’ufficio postale per pagarla. Ecco di nuovo la contraddizione: come è possibile che ci siamo cascati! Alla fine quello che accade è che devo pagare un sacco di soldi ad uno stato che neanche ripara le strade, ecc., ecc.

Molte imprese commerciali adottano stili lavorativi come quelli auspicati dagli aspiranti lavoratori del no-profit, perché gli esperti di produzione hanno capito da tempo che così i dipendenti e i manager migliorano le loro prestazioni. Ma non sono in pochi a capire, una volta letti i bilanci e la redistribuzione degli utili aziendali, che, alla fine, l’ambiente roseo creato intorno a loro serve a celare il grigiore delle abituali politiche di sfruttamento e profitto. Se il dipendente o il manager leggono poi sui giornali qualche denuncia da parte delle associazioni di consumatori o peggio, se scoprono che la loro società è implicata nello sfruttamento del lavoro minorile o nella distruzione della Foresta Amazzonica, la sensazione di frustrazione è ancora più forte. Insomma, la conclusione è ovvia: una rete di relazioni, per quanto ben congegnata e armonica, per mantenere coerenza sistemica deve estendere le sue costruzioni all’esterno di sé, quanto più possibile. La segretaria coccolata e rispettata dai suoi colleghi e superiori, ma che riceve telefonate indignate dai clienti della compagnia che hanno ricevuto servizi o prodotti scadenti, deve fare grossi sforzi per mantenere coerente la propria identità professionale.

 

6. La ricomposizione dell’identità lavorativa

I processi di accumulazione di risorse vitali non sono un invenzione dell’uomo. La funzione del grasso, le riserve di noci degli scoiattoli, le provviste messe da parte delle formiche in vista dell’inverno, sono alcuni degli esempi che la natura ci offre a riguardo. E’ anche vero che esistono dei meccanismi di autoregolazione che bloccano l’accumulazione di un eccesso di variabili semplici: difficilmente troveremo troppo grasso in un orso, troppe noci in una tana di scoiattolo, troppi semi in un formicaio. Per alcuni roditori che sembra abbiano una soglia di arresto dell’accumulazione piuttosto alta, la selezione ha escogitato una preziosa funzione che, alla fine compensa gli sforzi inutili compiuti per raccogliere semi che non verranno consumati: i semi nascosti germoglieranno in primavera aumentando la frequenza di crescita delle piante da cui provengono e, quindi, la disponibilità di risorse per il futuro. Peccato che ciò non avvenga per gli esseri umani dell’era capitalista, la cui tendenza all’accumulazione di variabili semplici costruite come complesse non ha riscontri in altri esseri viventi. Se nella prima parte dello sviluppo industriale le risorse venivano accumulate e reinvestite in imprese che aumentavano la disponibilità di risorse per la popolazione (non dimentichiamoci che in Europa, si soffriva la fame sino agli anni 50) , attualmente è difficile immaginare cosa pensi di fare  Bill Gates del  suo incommensurabile patrimonio. Attualmente sembra che il suo principale pensiero sia quello di accrescerlo ulteriormente con metodi mal tollerati anche nell’iperliberista economia statunitense.

La legislazione italiana sul no-profit sembra aver capito qualcosa riguardo a tutto ciò ed è concepita per creare una serie di imprese che si comportino come gli utili roditori di cui sopra. In pratica, alle imprese che non perseguono fini di lucro, è consentito produrre e accumulare ricchezza economica, al patto che venga subito dopo disseminata in settori della società ove produca benessere sociale sotto forma di assistenza, tutela ambientale, sviluppo culturale, ecc. . Chi lavora in un’organizzazione del genere, potrà avere problemi di salute, di relazioni affettive, ecc., ma sicuramente non avrà il problema di sapere per cosa e per chi stia lavorando.

La sua identità lavorativa è basata su una suddivisione equa del lavoro tra colleghi, ove anche le figure dei manager devono mantenere un basso profilo sia sul piano formale (assenza di ritualizzazioni gerarchiche) che su  quello economico (le retribuzioni devono essere ispirate a criteri di congruità). E’ consapevole che quello che produce in più di quello che porta a casa sua, va a finire in qualcosa che trova al di fuori di casa sua, magari in un nuovo parco, in un senza dimora in meno all’angolo del suo bar, in una fontana restaurata.

Se il lavoro si svolge in un contesto di coordinazione emozionale positiva con i colleghi e gli utenti, l’identità corporea individuale e quella sociale vengono ricomposte quel tanto che basta a sopportare il resto del mondo che non va proprio troppo bene. Qui entra in gioco il 15 costrutto riportato nella tabella della sez. 3 : la volontà di esportare un modello positivo di posizionamento individuale  non contraddittorio situato in una rete di relazioni costruttiva, permeabile e condivisibile, alla maggior parte possibile del sistema sociale complesso in cui trascorrerà la sua esistenza.

Quest’ultima parte, generalmente viene considerata un’utopia idealistica e irrealizzabile.

Ma nessuno ha mai dimostrato completamente che le utopie facciano poi così male agli esseri umani.

 

 

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