Cosa si aspetta chi vuole lavorare in un’organizzazione
no-profit? Cosa può essere considerato un’"impresa
sociale"? Quali vantaggi e svantaggi traggono le società
post industriali dalla presenza di organizzazioni che
orientano il loro lavoro al di fuori della logica del
profitto economico? Questo articolo cercherà di
definire quelle che sono le tendenze più diffuse in
ambito personale e sociale all’interno del variegato
mondo del no-profit, sia per orientare i cittadini che
vi si avvicinano, sia nell’ottica di iniziare a
stabilire regole e criteri in un settore la cui
evoluzione rapida e incontrollabile rischia di creare
condizioni di incertezza e confusione che possono
attenuarne il positivo impatto sulla società.
1. Definizione di ‘sociale’
Attualmente il termine ‘sociale’ viene sempre più usato
come sostantivo invece che come aggettivo, usando frasi
tipo ‘Agire nel sociale’ , ‘Descrizione del sociale’,
ecc. Questa distorsione lessicale, in realtà, sottolinea
una determinata tendenza culturale a distinguere con il
termine ‘sociale’ (sia come sostantivo che come
attributo) una certa parte della società che non è
compresa nei due principali settori rappresentati dalla
pubblica amministrazione e dal mondo dell’economia.
Qualche brillante etichettatore (categoria sempre
abbondante quando si tratta di dare un nome a qualcosa
invece di affrontarne la complessità) ha anche
introdotto la definizione di ‘Terzo Settore’, proprio
per distinguerlo dall’amministrazione statale e dal
contesto delle imprese che producono ricchezza
economica. In realtà tutte queste definizioni non
servono a niente, a parte cercare di occultare la
generale confusione che si è creata, specialmente in
Italia, tra crescita economica e qualità della vita,
includendo in quest'ultima il deterioramento delle reti
di relazione che alimentano le esperienze individuali
degli esseri umani.
Prima di andare avanti, dovremo soffermarci su cosa si
debba intendere per ‘sociale’ non ponendolo in relazione
ad altre definizioni quali ‘politico’, ‘economico’ ,
‘culturale’ , come oramai siamo abituati a leggere e ad
ascoltare, bensì, di fronte all’unico, semplice
concetto che ne definisce una chiara posizione in
termini dualistici e, cioè , ‘individuale’.
Lo
stadio attuale dello studio dei sistemi umani si è,
comunque, reso conto che ‘individuale’ e ‘sociale’ sono
distinzioni, tutto sommato, poco utili, in quanto gli
individui condizionano le società e queste influenzano
gli individui, tutto ciò in maniera molto più complessa
e profonda di quanto si possa ritenere, per cui, in un’
analisi fenomenologica di tipo sistemico, che cioè
considera gli eventi come il concorso dell’interazione
caotica tra i suoi protagonisti e lo scenario in cui
detti eventi si manifestano, sarebbe bene utilizzare
altri strumenti di classificazione per cercare di
mettere un po’ d’ordine, giusto il tempo che esso possa
servirci ad arrivare a nuove considerazioni.
Lo
sforzo di distinguere tra individuale e sociale non può
risolversi , però, in una classificazione di quelle che
siamo abituati a vedere nei musei di storia naturale o
nelle collezioni di francobolli: dobbiamo lavorare con
materiale dinamico che non resta fermo ad accumulare
polvere in una vetrina o in un classificatore.
2. Che significa ‘lavorare
socialmente’ ?
Tutti i processi produttivi rilevanti di un individuo
sono sempre inseriti in una rete di relazioni sociali.
Persino l’artista solitario che utilizza strumenti
naturali da egli stesso fabbricati per scolpire pezzi di
legno che trova sulla spiaggia, nel momento in cui li
espone al pubblico si pone in una condizione di
‘produzione sociale’.
Il
venditore di auto fa parte di un vasto sistema
produttivo e finanziario che crea una rete economica in
cui sono coinvolti milioni di altri individui i cui beni
materiali sono protetti dalla polizia, i cui acciacchi
sono curati dai medici, il cui nutrimento viene da
contadini, allevatori e negozianti, ecc. . Cosa ci può
essere di più sociale ?
Lo
psicoterapeuta professionista che si dedica ad aiutare
persone che soffrono, di solito in conseguenza di
perdite o minacce all’interno della loro rete sociale,
può essere considerato uno che ‘lavora socialmente’ ?
Sono quesiti che spalancano le porte ad una serie di
dubbi, distinzioni, contraddizioni, e, in effetti, quasi
tutte le persone si domandano, più o meno
angosciosamente, in quale direzione sono rivolti i
propri sforzi lavorativi, a che scopo sopportare
sveglia, traffico, colleghi maleducati e così via.
Per alcuni lo scopo è quello di aumentare il proprio
benessere materiale e quello della famiglia, per altri
c’è in ballo un discorso di giudizio sulle proprie
capacità personali, altri agiscono per spirito di
competizione, ecc.
Chi ‘lavora socialmente’ , nel senso che ci interessa in
questa sede, si dovrebbe porre in una dimensione diversa
e orientare le sue attività verso l’obiettivo di
“costruire un benessere condiviso”. Significa che il
dirigente, l’impiegato, il consulente ecc., riescano a
percepire il loro lavoro come parte di un ampia rete di
relazioni che vada oltre il peso della busta paga, gli
affetti familiari, la stima dei colleghi di lavoro, la
soddisfazione personale per un obiettivo raggiunto e
superato, e che comprenda un insieme di valori,
posizionamenti, atteggiamenti e stati emotivi che lo
pongano in sincronia con il resto della società.
Ovviamente, da quando gli esseri umani hanno smesso di
vivere di caccia e di raccolta, la complessità dei
sistemi umani rende alquanto difficile una simile
sincronia. Persino Gandhi dovette accettare la II guerra
mondiale e sembra che alcuni santi cristiani siano
stati, talvolta, piuttosto rudi con le loro famiglie o i
loro correligionari. La condizione di ‘lavorare
socialmente’ non deve essere descritta utilizzando i
confini troppo labili della ‘morale’, laica o religiosa
che essa sia, bensì attraverso una serie di parametri
che definiscano la consapevolezza del lavoratore di
essere responsabilmente immerso in un contesto di
relazioni reciprocamente vantaggiose in cui la variabile
economica sia una delle tante, ma non la principale.
3. La costruzione individuale del
lavoro sociale
In
un precedente
articolo ho descritto le costruzioni normalmente
utilizzate nella società per definire il volontariato,
riunendole, alla fine, in un super costrutto che
recitava “agire liberamente per un mondo che sia
migliore per tutta l’umanità”. Questa costruzione non
può però essere utilizzata completamente per definire
tutti coloro che svolgono attività di utilità sociale
economicamente remunerate, laddove l’avverbio
‘liberamente’ trova limiti di applicazione negli orari
di lavoro, nei programmi da rispettare, negli schemi
gerarchici in cui si è inseriti, e così via. Insomma,
per avere benemerenza sociale è, ovviamente, più facile
fare il volontario che non il ‘lavoratore sociale’.
Fatta questa breve annotazione mi sembra doveroso
aggiungere che, probabilmente, cercare di estrarre
costruzioni stabilmente diffuse nella società sul lavoro
sociale degli individui, sarebbe, al momento, un lavoro
piuttosto difficile e di incerti risultati.
Dato che il ‘lavoratore sociale’ viene identificato come
qualcuno che percepisce una paga per la sua attività, il
giudizio degli altri si sposta sul semplice parametro
“vediamo se merita quello che guadagna”, e solo alcuni
si soffermano a riflettere sul tipo di difficoltà e
problemi possa incontrare in una professione che si
distacca da quelle tipicamente ‘capitaliste’.
Allo scopo di raccogliere maggiori elementi di
valutazione per la nostra analisi sarà, quindi, più
interessante, in questa sede, compiere il percorso
inverso a quello fatto nell’articolo già citato, e
cominciare a capire come quando e perché un individuo
decide di intraprendere una professione che lo porti a
“lavorare socialmente“. Cercheremo, quindi, di enucleare
una serie di costrutti sul ‘lavoro sociale’, secondo il
modello fornito dalla Psicologia dei Costrutti
Personali, analizzando quelli che più frequentemente
sono ricorrenti nelle lettere di richiesta di assunzione
o di partecipazione a qualsiasi altro titolo alle
attività di un’associazione no-profit . Qui abbiamo
parecchio materiale che, integrato con quello raccolto
durante i colloqui con i candidati e alle esperienze
dirette personali, può fornire un quadro abbastanza
delineato di come l’aspirante lavoratore sociale crei
anticipazioni sul suo futuro professionale.
Di
seguito è riportato l’elenco di alcuni costrutti più
comunemente usati per descrivere le motivazioni a
lavorare in un ente no-profit. Come ho già detto , essi
rispecchiano semplicemente le anticipazioni soggettive
diffuse tra coloro che lavorano o aspirano a lavorare in
un’impresa no-profit. Come è noto a chi conosce la
Psicologia dei Costrutti Personali (PCP) , ogni
costrutto ha due poli opposti, per cui, nella tabella
che segue, l’attribuzione del polo positivo verrà
assegnata all’impresa no-profit, mentre quello negativo
andrà alle tradizionali imprese che mirano al profitto.
Impresa
no-profit
|
Impresa
economica |
|
|
Rapporti umani cordiali
|
Rapporti umani ostili |
1 |
|
Ambiente rilassato |
Ambiente che crea tensione
|
2 |
|
Rapporti di collaborazione |
Rapporti di competizione
|
3 |
|
Gerarchie ridotte |
Gerarchie rigide
|
4 |
|
Libertà nell’organizzazione del lavoro personale
|
Costrizione nell’organizzazione del lavoro personale |
5 |
|
Coinvolgimento emozionale
|
Appiattimento emozionale |
6 |
|
Crescita personale stimolata
|
Crescita personale limitata |
7 |
|
Creatività stimolata
|
Creatività limitata |
8 |
|
Agire con aspettative aperte
|
Agire in funzione di una ricompensa |
9 |
|
Obiettivi complessi
|
Obiettivi circoscritti |
10 |
|
Obiettivi comuni tra colleghi
|
Assenza di obiettivi comuni tra colleghi |
11 |
|
Orientamento ai valori
|
Orientamento al profitto |
12 |
|
Orientamento verso interessi collettivi
|
Orientamento verso interessi individuali |
13 |
|
Interesse umano per le persone
|
Mercificazione delle persone |
14 |
|
Migliorare il mondo in cui viviamo
|
Lasciare le cose come stanno |
15 |
Si
può notare come i costrutti dall’1 al 5 , riguardino le
preferenze per una condizione lavorativa che garantisca
un flusso emotivo ‘gradevole’ , che quelli dal 7 al 10
riguardino l’area della valorizzazione individuale ‘strategica’,
mentre i rimanenti riguardino il coinvolgimento in
un’ampia rete di relazione di reciprocità e solidarietà.
Il fatto che solo un terzo dei costrutti sia
direttamente riconducibile al tema ‘lavorare per e con
gli altri’, potrebbe far ritenere che la
caratterizzazione principale del ‘lavoratore sociale’
sia l’egoistica tendenza a sfuggire alla durezza delle
condizioni di lavoro che, generalmente, sono presenti
nelle imprese a finalità economica.
Tuttavia, come abbiamo già accennato precedentemente,
non riteniamo interessante adottare categorie di
giudizio di tipo moralistico (specificamente non il tipo
di moralismo sado-masochista tipico delle religioni e
delle ideologie occidentali) che danno valore positivo
alla capacità di un individuo di sopportare la
sofferenza emotiva e il soffocamento delle proprie
ambizioni personali.
Le
domande che ci dobbiamo porre sono di altro tipo: è
vero che lavorare in un’organizzazione no-profit è più
‘umanamente piacevole’ delle altre scelte lavorative?
Per quali ragioni? Come può la ‘piacevolezza’ divenire
‘socialmente utile’?
4. L’identità mercificata
Il
passaggio dalla società feudale a quella industriale, ha
introdotto nuovi elementi nelle relazioni tra esseri
umani. Si è passati da un’organizzazione sociale basata
su valori trascendenti quali fedeltà, onore, coraggio,
sacrificio, ubbidienza, ecc., a valori più elementari e
vicini all’uomo comune quali, benessere, responsabilità,
autodisciplina, rispetto per la vita, ecc. Tutto
sommato, un passo in avanti se non si fosse inserito, all’interno del nuovo sistema di valori, il
denaro. Nella società feudale, la ricchezza era uno
strumento per conquistare nuovi imperi, costruire
grandiose opere architettoniche, finanziare gli
intellettuali di corte, ecc., e non era infrequente che
grandi e rispettati sovrani fossero squattrinati. Nella
società industriale, invece, è il denaro che dà la
misura del rispetto, della stabilità e della credibilità
della classe dirigente e, a discendere, lo stesso vale
per le altre classi sociali che concorrono
all’organizzazione sociale. Il problema che si pone
quindi, è il fatto che una variabile semplice come il
denaro, assume il valore di una variabile complessa,
o meglio di una serie di variabili complesse, in quanto
a chi è ricco, devono essere necessariamente attribuite
tutta una serie di altre qualità che gli consentano di
ottenere l’ammirazione sociale necessaria al suo status
dominante.
Naturalmente questo funziona sino ad un certo punto, nel
senso che l’inganno è formalmente accettato e
glorificato dai rotocalchi, dalle trasmissioni
televisive, dall’ostentazione del possesso di beni
tanto costosi quanto inutili (al pari di quanto accadeva
nell’Egitto dei Faraoni), ma la gente sa bene che una
piramide non garantisce l’immortalità e si rende conto
di vivere una finzione, per quanto bene orchestrata.
Talvolta penso che uno dei primi a rendersi conto del
problema sia stato il capo delle SS Heinrich Himmler, il
quale ben cosciente che alla base del potere nazista ci
fosse il totale asservimento agli interessi industriali
e finanziari tedeschi (mai condizionati in alcun modo
dal regime), per giustificare l’esistenza di una
dittatura feroce cercò disperatamente di reintrodurre
valori di tipo feudale da contrapporre alla morale
calvinista (industrialista e democratica). Non mi sento
di escludere che l’Olocausto sia servito principalmente
come macabro scenario medievale per tutta l’operazione,
anche in considerazione che la parte più sanguinaria di
esso si svolse quando la sconfitta militare tedesca era
un fatto, prima prevedibile e poi accertato e che,
quindi, la mistica militare non poteva più costituire
una copertura sufficiente alla dittatura.
Il
comunismo, invece ha tentato semplicemente di
squalificare il concetto di ricchezza come valore
complesso, finendo per perderlo completamente di vista
(parafrasando O.Wilde) e poi crollare assieme alle
fallimentari economie degli stati in cui aveva preso il
potere.
Le
democrazie occidentali, spiccatamente quelle cosiddette
‘socialdemocratiche’, hanno cercato di indirizzare parte
dei profitti nel miglioramento delle condizioni di vita
dei ceti meno abbienti (Welfare State) , ma, come tutti
abbiamo visto, sono state in gran soppiantate (non
sappiamo per quanto tempo ancora) dal neoliberismo, ove
il denaro , che ora si chiama ‘sviluppo dell’economia’
riprende appieno il valore di variabile complessa.
La
faccenda dello ‘sviluppo dell’economia’ che in Italia è
accettato senza sostanziali differenze da tutte le forze
politiche, mi rammenta la barzelletta della madre a cui
la figlia chiede una scatola di noti assorbenti interni
per il suo compleanno rifiutando altri regali
decisamente più interessanti. Il motivo viene facilmente
spiegato dall’adolescente, che passa la maggior parte
del tempo davanti alla TV : “Ci posso andare in piscina,
in palestra, a cavallo, in motocicletta…”.
Attualmente i tentativi più estremi di sfuggire al
grande inganno sono rappresentati da sparuti gruppi di
persone che rivivono stili di vita ripresi dagli Hippies
degli anni 60. Grande coerenza e scelta di povertà, ma
purtroppo devono viaggiare sui treni o sulle autostrade,
usare Internet per i loro raduni, usare gli hi-fi per
ascoltare musica e, quindi hanno bisogno della società
industriale, della quale sono simpatici parassiti
,tollerati solo per il loro ridottissimo numero, al pari
del loro opposto, i miliardari eccentrici che spendono
tutto il loro denaro in azioni filantropiche e vivono
una vita ai margini della società.
Chi non accetta di restare nell’inganno, rifugge dalle
ideologie totalizzatrici e rifiuta l’emarginazione
sociale, può tentare la strada del lavoro in
un’organizzazione no-profit per cercare di dare un senso
positivo alla sua identità lavorativa.
Il
fatto che questo genere di lavoro venga anticipato come
più gradevole e solo secondariamente per costruzioni più
direttamente legate alle finalità di utilità sociale, è
semplicemente lo specchio di una cultura che ha messo in
secondo piano i valori etici, rendendoli inafferrabili
alle generazioni che sono cresciute completamente
sommerse dal linguaggio commerciale. Semplicemente sono
spariti dal linguaggio verbale e riaffiorano verbalmente
in semplici aspettative di ‘rapporti più cordiali’ ,
‘maggiore libertà’, ‘ambiente rilassato’, ecc.
5. Influenze relazionali sulle costruzioni individuali
Molto spesso giudizi di valore complessi su un altro
essere umano, possano venire completamente ribaltati da
esperienze percettive negative protratte nel tempo.
Immaginate di abitare accanto ad un grande pianista di
cui ammirate il talento, l’ispirazione artistica e
l’impegno esistenziale e di dover ascoltare per 12 ore
al giorno gli esercizi al piano. Non sarà difficile
immaginare come il coinquilino dell’eccelso artista,
dovendo restare in casa per un’influenza accompagnata da
forti emicranie, lo percepirà come l’essere più
spregevole sulla faccia della terra.
Al
contrario, un poliziotto che si mostra gentile e
comprensivo mentre ci appioppa una multa salata, può
modificare le nostre costruzioni negative sull’autorità
portandoci a riflettere positivamente e più a fondo su
di esse.
Soltanto coloro i quali mantengono un atteggiamento di
chiusura percettiva estrema a difesa di costruzioni
fortemente orientate al pregiudizio, non sperimentano la
sensazione di sorpresa generata da una nuova,
improvvisa informazione generata da un altro essere
umano o da una rete di relazioni che si comportano in
maniera diversa da quanto prevedibile, ma questo è un
altro problema. In effetti quello che ci interessa
discutere è quello che avviene quando, il giorno dopo
aver ricevuto la multa dal cortese poliziotto, ci
rechiamo all’ufficio postale per pagarla. Ecco di nuovo
la contraddizione: come è possibile che ci siamo
cascati! Alla fine quello che accade è che devo pagare
un sacco di soldi ad uno stato che neanche ripara le
strade, ecc., ecc.
Molte imprese commerciali adottano stili lavorativi come
quelli auspicati dagli aspiranti lavoratori del
no-profit, perché gli esperti di produzione hanno capito
da tempo che così i dipendenti e i manager migliorano le
loro prestazioni. Ma non sono in pochi a capire, una
volta letti i bilanci e la redistribuzione degli utili
aziendali, che, alla fine, l’ambiente roseo creato
intorno a loro serve a celare il grigiore delle abituali
politiche di sfruttamento e profitto. Se il dipendente o
il manager leggono poi sui giornali qualche denuncia da
parte delle associazioni di consumatori o peggio, se
scoprono che la loro società è implicata nello
sfruttamento del lavoro minorile o nella distruzione
della Foresta Amazzonica, la sensazione di frustrazione
è ancora più forte. Insomma, la conclusione è ovvia: una
rete di relazioni, per quanto ben congegnata e armonica,
per mantenere coerenza sistemica deve estendere le sue
costruzioni all’esterno di sé, quanto più possibile. La
segretaria coccolata e rispettata dai suoi colleghi e
superiori, ma che riceve telefonate indignate dai
clienti della compagnia che hanno ricevuto servizi o
prodotti scadenti, deve fare grossi sforzi per mantenere
coerente la propria identità professionale.
6. La ricomposizione dell’identità lavorativa
I
processi di accumulazione di risorse vitali non sono un
invenzione dell’uomo. La funzione del grasso, le riserve
di noci degli scoiattoli, le provviste messe da parte
delle formiche in vista dell’inverno, sono alcuni degli
esempi che la natura ci offre a riguardo. E’ anche vero
che esistono dei meccanismi di autoregolazione che
bloccano l’accumulazione di un eccesso di variabili
semplici: difficilmente troveremo troppo grasso in un
orso, troppe noci in una tana di scoiattolo, troppi semi
in un formicaio. Per alcuni roditori che sembra abbiano
una soglia di arresto dell’accumulazione piuttosto alta,
la selezione ha escogitato una preziosa funzione che,
alla fine compensa gli sforzi inutili compiuti per
raccogliere semi che non verranno consumati: i semi
nascosti germoglieranno in primavera aumentando la
frequenza di crescita delle piante da cui provengono e,
quindi, la disponibilità di risorse per il futuro.
Peccato che ciò non avvenga per gli esseri umani
dell’era capitalista, la cui tendenza all’accumulazione
di variabili semplici costruite come complesse non ha
riscontri in altri esseri viventi. Se nella prima parte
dello sviluppo industriale le risorse venivano
accumulate e reinvestite in imprese che aumentavano la
disponibilità di risorse per la popolazione (non
dimentichiamoci che in Europa, si soffriva la fame sino
agli anni 50) , attualmente è difficile immaginare cosa
pensi di fare Bill Gates del suo incommensurabile
patrimonio. Attualmente sembra che il suo principale
pensiero sia quello di accrescerlo ulteriormente con
metodi mal tollerati anche nell’iperliberista economia
statunitense.
La
legislazione italiana sul no-profit sembra aver capito
qualcosa riguardo a tutto ciò ed è concepita per creare
una serie di imprese che si comportino come gli utili
roditori di cui sopra. In pratica, alle imprese che non
perseguono fini di lucro, è consentito produrre e
accumulare ricchezza economica, al patto che venga
subito dopo disseminata in settori della società ove
produca benessere sociale sotto forma di assistenza,
tutela ambientale, sviluppo culturale, ecc. . Chi lavora
in un’organizzazione del genere, potrà avere problemi di
salute, di relazioni affettive, ecc., ma sicuramente non
avrà il problema di sapere per cosa e per chi stia
lavorando.
La
sua identità lavorativa è basata su una suddivisione
equa del lavoro tra colleghi, ove anche le figure dei
manager devono mantenere un basso profilo sia sul piano
formale (assenza di ritualizzazioni gerarchiche) che su
quello economico (le retribuzioni devono essere ispirate
a criteri di congruità). E’ consapevole che quello che
produce in più di quello che porta a casa sua, va a
finire in qualcosa che trova al di fuori di casa sua,
magari in un nuovo parco, in un senza dimora in meno
all’angolo del suo bar, in una fontana restaurata.
Se
il lavoro si svolge in un contesto di coordinazione
emozionale positiva con i colleghi e gli utenti,
l’identità corporea individuale e quella sociale vengono
ricomposte quel tanto che basta a sopportare il resto
del mondo che non va proprio troppo bene. Qui entra in
gioco il 15 costrutto riportato nella tabella della sez.
3 : la volontà di esportare un modello positivo di
posizionamento individuale non contraddittorio situato
in una rete di relazioni costruttiva, permeabile e
condivisibile, alla maggior parte possibile del sistema
sociale complesso in cui trascorrerà la sua esistenza.
Quest’ultima parte, generalmente viene considerata
un’utopia idealistica e irrealizzabile.
Ma
nessuno ha mai dimostrato completamente che le utopie
facciano poi così male agli esseri umani.