Il difficile cammino della follia

Come è complicato il percorso da compiere  per poter essere considerati pazzi, o quasi.

 

di Enzo Minissi

 

 

 

Introduzione

Dare del ‘pazzo’ al nostro prossimo, è una vecchia abitudine. In alcuni casi, può anche essere un complimento o una neutrale constatazione e nei tempi passati non ci si faceva poi tanto caso. Al massimo, quando qualcuno mostrava attitudini di difficile comprensione poteva capitare che qualcuno gli chiedesse qualcosa che assomiglia al celebre quesito in dialetto romanesco :  “Ce fai o ce sei ?” Da  quando è nata la  psichiatria, nella prima metà del 900  si è, però,  cominciata a  diffondere la tendenza ad impegnarsi  nell’arduo compito di distinguere quanto, il comportamento di taluni individui, fosse da classificare (e in che misura) ‘psicopatologico’ al fine di prendere ‘adeguate misure’ per ‘contenerlo’, ‘ridurlo’ o ‘guarirlo’. Al giorno d’oggi  c’è un attenzione quasi ossessiva focalizzata sul grado di finalità cosciente implicato in certi atteggiamenti apparentemente irrazionali, dagli innumerevoli dibattiti televisivi sulle  controversie giudiziarie riguardanti ‘mostri’, infanticidi o parricidi, sino al tormentone storico-politico-psicoanalitico ben conosciuto come ‘ Ma Hitler era un pazzo o un criminale ?’. Nelle campagne elettorali, allocuzioni come ‘E’preda di un attacco di panico’, ‘Fa affermazioni schizofreniche’ , ‘E’in stato confusionale’ , ‘E’un paranoico’, ecc. hanno  una frequenza tale da far scambiare i dibattiti politici per gabinetti di consulto diagnostico tra specialisti in disturbi nervosi. Chiunque  stermini la famiglia è uno che ‘soffriva di crisi depressive’, lasciando intendere che una condizione di prostrazione così comune e diffusa nelle società ipercompetitive, sia l’antecedente di azioni sanguinarie.  

In realtà, se non esistono risposte esaurienti e o minimamente coerenti in termini di ‘etichettamento’ dei casi di devianza, la ragione dipende proprio da come il problema è stato affrontato sin dagli inizi del secolo: ossia considerando il ‘disturbo psichiatrico’ una malattia dello stesso tipo di quelle che colpiscono i tessuti del corpo e trattarla con  strumenti diagnostici e terapeutici analoghi. Sebbene diversi terapisti e ricercatori a cominciare dagli anni 60, hanno capito che la strada da seguire doveva essere diversa, lo stesso movimento conosciuto come ‘antipsichiatria’ e caratterizzato dall’apertura di spazi di conversazione aperta tra personale clinico e pazienti , si è ben presto arenato su alcuni insidiosi banchi di sabbia ‘ideologici’, rinunciando ad osservare alcuni fattori che avrebbero potuto fornire soluzioni nuove e più adeguati.  

Nelle pagine che seguono, partendo dal lavoro di studiosi di discipline diverse (a volte completamente estranei ai problemi della psichiatria) cercherò di delineare un modello praticabile (per chiunque ne abbia l’interesse o la necessità) per interpretare in maniera diversa le origini e i meccanismi implicati nella dimensione esistenziale del cosiddetto ‘disturbo mentale’.   Non essendo occupato in una professione clinica, invito il lettore a non prendere quello che seguirà come un altro inutile tentativo di fare ‘diagnosi’ , bensì come  stimolo a considerare la ‘follia’ come una delle tante manifestazioni della complessità umana da avvicinare con tolleranza, comprensione e positiva curiosità .


Sommario

1- Come i criteri diagnostici principali della psicopatologia corrente mostrano imbarazzanti analogie con i disordini che dovrebbero affrontare  

2-    Le difficoltà implicate nel porre il concetto di ‘realtà’ alla base dei criteri diagnostici.

3- Il percorrere assi diagnostici fragili e traballanti  non porta da nessuna parte.  L’esempio di Adolf Hitler.

4-   L’Ostilità, prodotto mal riuscito dell’umana capacità di discernere   

5-   Alcune considerazioni utili a dilatare il contesto della ‘psicodiagnostica’


 

1-  Come i criteri diagnostici principali della psicopatologia corrente mostrano imbaraz-zanti analogie con i disordini che dovrebbero affrontare   

Chiunque abbia dovuto fare i conti con uno ‘strizza cervelli’, di quelli che vanno fieri della loro professione, cercano di apparire in tv e, appena possono indossano il camice bianco (dimenticando che questo tipo di abbigliamento serve a dimostrare di essere in buone condizioni igieniche dal punto di vista batteriologico) avrà notato che costoro non si concentrano sulla vera natura del problema così come viene percepito da chi lo vive, bensì cercano, innanzitutto, di dargli ‘un’ etichetta ‘. Il valore di questa etichettatura, in realtà, sembra avere, soprattutto una funzione di autorassicurazione per il terapista stesso in quanto gli da la sensazione di ‘restringere il campo delle ipotesi’ sulle quali impostare la successiva ‘terapia’. La restrizione di un campo di ipotesi è un’operazione che, inizialmente, è inevitabile in qualsiasi attività conoscitiva umana, e non è certamente questo che deve essere messo in discussione. Sono piuttosto i fattori che, generalmente, vengono usati per definire i confini del problema che appaiono confusi, riduttivi e contraddittori. Se  siamo costretti ad usare  termini come ‘schizofrenia’ , ‘anoressia’ , ‘disturbo bipolare’, ‘sindrome fobica’, ‘paranoia’, ecc., per definire il disordine di un individuo partendo dalla ‘sintomatologia’ che mostra ci accorgiamo  che il materiale su cui dobbiamo lavorare  non è mai uniforme, delineato, e/o costante, ma è, al contrario, variegato, confuso e incostante. Non bisogna essere dei geni per comprendere come qualcosa che si manifesta ‘esternamente’ come  ‘un disordine’ non può avere ‘un’ordine interno’ osservabile dall’’esterno’. In realtà, la persona coinvolta nel disordine è uno che  cerca disperatamente di trovare coerenza logica e stabilità emotiva in un contesto che presenta tali elementi di incoerenza da non poter soddisfare questa aspettativa, e la psichiatria non fa altro che assecondare la struttura illogica di  questa situazione paradossale fornendogli un bel contenitore dove continuare a far fermentare elementi naturalmente esplosivi.

E’qualcosa che si osserva spesso nell’intervento clinico rivolto verso quel complesso di comportamenti definito come ‘anoressia’. La persona che decide di ridurre all’estremo la sua nutrizione, non ha un ‘atteggiamento psicologico’ di rifiuto verso  il cibo, bensì ne teme le conseguenze : ossia ingrassarsi evidenziando così i contorni fisici di una persona adulta. Abbastanza frequentemente, ma non sempre e costantemente, il comportamento di rifiuto della nutrizione può avere la funzione primaria di mostrare la necessità, per l’individuo, di sfuggire ad una situazione familiare insostenibile ove l’essere un adulto, comporta sforzi insopportabili.  La psichiatria tende a spingere le persone  con questo tipo di problemi a nutrirsi regolarmente, senza intervenire sulla logica che ispira il loro comportamento. Per il ‘terapista’ , quello che va eliminato rapidamente è il sintomo, la manifestazione immediata di quella che viene considerata ‘una malattia’ . Molto frequentemente, le persone la cui ‘anoressia’ viene costretta con le tecniche della psicoterapia manipolativa, tendono ad occultare il loro problema adottando la sgradevole ‘tattica’ della bulimia, ossia abbuffarsi e vomitare, il tutto di nascosto , per sottrarsi alle critiche di amici e parenti ed evitare l’invasività dei medici. Tuttavia, il fatto che non sono pochi centimetri di grasso a definire quanto sia adulta una persona e quanto possa essere utile essere adulti al fine di ottenere maggior rispetto, non viene affrontato.  Il cibo e i suoi presunti ‘effetti disastrosi’ sono al centro dell’autentica attenzione sia del ‘paziente’ sia del ‘terapista’ senza che ci sia molto spazio per esplorare nuovi domini.

Nei disordini attribuibili all’eccesso di aggressività  (la cui conseguenza si manifesta in panico, fobie e depressione) spesso ci troviamo di fronte ad individui che sono stati addestrati sin da piccoli ad assumersi il carico di risolvere i guai degli altri.

Questo li porta, soprattutto nell’adolescenza, a concentrarsi su situazioni interpersonali e ambientali complesse lasciando in secondo piano la maturazione di quella parte dell’identità personale che dovrebbe occuparsi della gestione delle proprie emozioni. Ansia, paura e tristezza, vengono considerate stati d’animo inaccettabili in quanto oscurano l’immagine sociale di una persona che deve mostrarsi solida ed affidabile per i suoi cari e minacciosamente aggressiva  ed invulnerabile nei confronti degli elementi ‘esterni’. Per anni il dialogo interno di costoro ricorda quello di una persona che precipita dal 50° piano di un grattacielo ripetendo “Sinora va tutto bene, Sinora va tutto bene…” , sino a che cominciano, veramente, a credere di essere impermeabili a quegli stati di ‘debolezza’ così diffusi tra gli altri. Arriva un punto in cui, per motivi diversi, cominciano a rendersi conto di aver bisogno di aiuto, magari solo in aree limitate. Ovviamente, coloro che li circondano abitualmente, sono disorientati dal vedere il loro ‘eroe’ (del quale si sono abbondantemente serviti data la sua ben nota disponibilità) manifestare richieste di aiuto e rivolgersi a persone nuove significa rischiare di perdere definitivamente un ruolo su cui tanto si è investito. La soluzione del ‘fobico’ è quella di cercare di mantenere intatta la struttura centrale della sua relazione con gli altri utilizzando, per ‘staccare un po’ la spina’ una sintomatologia caratterizzata da sintomi fisici intensi e, temporaneamente, invalidanti. Il fatto che non sia consapevole di quello che sta facendo (non può ‘simulare’ perché questo lo porterebbe ad avere sensi di colpa) lo dimostra il fatto che, quasi sempre, inizialmente, pensa che i suoi sintomi dipendano da qualche disturbo fisico. Dopo le rassicurazioni fornite dai medici rispetto alla piena efficienza del suo organismo, comincia a pensare che il problema è ‘nel  suo cervello’. Qui il ‘cervello’ assume la strana connotazione di qualcosa che ha caratteristiche fisiche e metafisiche allo stesso tempo. L’attribuzione di proprietà ‘fisiche’ sono inerenti alla sua isolabilità dal resto del mondo circostante (così come si pensa di estirpare un cancro per salvare il resto del corpo o inalare uno spray antinfluenzale per non perdersi una serata fra amici). Le proprietà metafisiche emergono quando ci si accorge che le cose sono molto più complicate di quello che sembrano.  Il tipo di errori ‘concettuali’ o ‘cognitivi’ o ‘epistemologici’ che fa la persona con questo tipo di disordine, è analogo a quelli della psichiatria e discipline collegate che, da quando la genetica e la biochimica sono divenute scienze accessibili, tentano di applicarne gli assiomi al comportamento umano e cercano di occultare, con incredibili giravolte, i loro fallimenti. E’ovvio che l’incontro con lo psichiatra o  psicoterapeuta (che avviene dopo la constatazione di avere un ‘cervello malato’ ) conferma a pieno l’ analisi concettuale del problema che ha di fronte. Forse la psichiatria farmacologia è la meno distruttiva, in tutto ciò, dato che il ‘paziente’ si accorge molto presto che gli psicofarmaci che gli vengono dati non fanno effetto (l’unico effetto è dato dal sollievo di vedere una persona che, seppure in veste professionale, si sta prendendo cura di lui) e comincia a guardare ‘fuori’ per capire il suo problema.  Con lo psicoterapeuta manipolativo, invece, egli  rischia di rimanere invischiato in maniera ancora più densa dalle implicazioni di una teoria cognitiva erronea. Innanzitutto la stessa definizione di psico   terapia  induce all’erronea convinzione che la mente di una persona sia come un muscolo infiammato o un osso rotto al quale applicare le necessarie terapie per riportarlo all’integrità. In secondo luogo gli ‘psicoterapisti’  cercano in tutti i modi di accelerare la scomparsa del ‘sintomo lamentato’ per cercare di sembrare dei ‘medici’ come gli altri e confermare il loro diritto a parcelle esose.

In terzo luogo, il terapista stesso non si preoccupa troppo nel  descrivere  il contesto professionale (che non ha nulla a che vedere con la neurochirurgia)   in cui sta operando con il suo cliente, facendolo, in ogni caso,  sentire un ‘malato’ dato che deve risolvere con uno ‘specialista’ un problema che non può essere risolto nei luoghi abituali della sua esistenza. Così, anche in questo caso, paziente e terapista sembrano uniti nella convinzione che basta eliminare i sintomi=emozioni negative, perché l’eroe ritorni a splendere come prima.

Ma veniamo ad un punto più cruciale  di questa sezione dedicata alla diagnostica ‘psichiatrica’ e ai suoi paradossi per uscire dai quali si impelaga in errori ancora più gravi.

Sin da quando Freud ha cominciato il suo tormentato viaggio nella ‘psiche’ umana, i nuovi guaritori organizzati nelle diverse corporazioni degli psichiatri, neurologi, psicoanalisti, psicologi, ecc. , si sono trovati d’accordo nel definire due assi diagnostici principali nei loro ‘pazienti’ : i ‘nevrotici’ e gli ‘psicotici’. I nevrotici erano coloro i quali, pur mostrando reazioni ‘atipiche’ di sofferenza come reazione ad eventi che si manifestavano nel loro dominio di esistenza, erano in grado di descrivere quest’ultimo come qualcosa di ‘reale’ così come ‘reali’ erano gli eventi.

Ciò significa ad esempio : mio marito mi tradisce e io tento il suicidio. Il marito è ‘reale’ il tradimento è un fatto ‘reale’ , il suicidio è un comportamento ‘atipico’.

Gli ‘psicotici’ sono, invece, coloro i quali la reazione ‘atipica’ è scatenata in presenza di elementi o eventi ‘non reali’ nel dominio di esistenza ad es. : un angelo è venuto a dirmi che concepirò il figlio di Dio (fortunatamente per Maria e la sua illustre discendenza gli psichiatri sono arrivati 2000 anni più tardi !) . In questo caso, anche se la persona in questione non mostra segni particolari di sofferenza ‘atipica’ e continua tranquillamente la sua esistenza, faranno di tutto per ‘guarirla’, inclusi ricoveri ed elettroshock.  Se poi la persona mischia elementi ‘reali’ ed ‘irreali’ (ad es. penso , senza averne le prove, che mio marito mi tradisca con Nicole Kidman) essa viene etichettata come ‘borderline’ (sul confine tra nevrosi e psicosi), questo perché una parte del suo racconto potrebbe essere ‘reale’ (“penso che”, “non ne ho le prove”) mentre può apparire inverosimile che una diva famosa entri nella vicenda. In una tale situazione  la confusione e la necessità di cercare prove di ‘realtà’  (ad es. cercare di sapere se il marito della signora in questione lavora nel cinema) si spostano su chi deve fare la diagnosi e se costui non riesce a capire cosa sta succedendo perché non riesce a fare i conti con la ‘realtà’ narrata dalla sua paziente, è quest’ultima ad essere classificata ‘borderline’  e non lui stesso che non è riuscito a capire dove è la ‘realtà’ e dove l’‘irrealtà’ .

Sulla necessità effettiva di contrapporre, dualisticamente,la nostra interpretazione del mondo  in ‘realtà’ e’irrealtà’  mi soffermerò nella sezione che segue.

 

2- Le difficoltà implicate nel porre il concetto di ‘realtà’ alla base dei criteri diagnostici.

Sebbene la nozione di ‘realtà’ venga data per scontata, nella vita quotidiana, dalla maggior parte degli esseri umani, sia i filosofi della scienza (attraverso complesse argomentazioni) sia la gente comune (attraverso il buon senso ) sono consapevoli che è ben difficile che essa esista come efficace ed assoluto riferimento esplicativo per ciò che avviene ‘dentro’ e ‘fuori’ di tutti noi.  Ciò che, più o meno sappiamo è che per ‘realtà’ possiamo intendere la ‘mappa’ dell’ambiente e degli eventi che in esso si verificano, mappa  che  le persone  costruiscono  a partire dai segnali percepiti dagli organi di senso. Una volta costruita questa ‘mappa’ le nostre azioni saranno rivolte verso l’ottenimento delle migliori condizioni di sopravvivenza nell’ambiente che essa descrive. Tuttavia, la cosa che la maggior parte di noi sa, per esperienza diretta e precoce è che c’è un’alta probabilità che la nostra percezione dell’ambiente e degli eventi possa non essere adeguata per una serie di fattori che possono alterare la percezione degli stimoli:

1- Malfunzionamento dei nostri organi di senso (ad.es. , miopia, sordità, raffreddore,ecc.      

2- Oggetti da percepire al limite della portata dei nostri organi di senso (ad es. in cattive condizioni visive o acustiche)

3- Stati di alterazione generalizzata del corpo (effetti di alcool e droghe, stanchezza, ecc.) .

4- Differenze nella percezione durante il sonno


Tra tutti gli esseri viventi, l’essere umano è quello che mostra le minori capacità di discriminazione certa  degli stimoli ambientali. L’uso che da millenni facciamo dei cani per il loro infallibile olfatto e tutti gli strumenti di amplificazione dei segnali ottici ed acustici che andiamo inventando da secoli, sono la prova della consapevolezza di questi limiti  per compensare i quali l’ evoluzione ha dotato gli umani  di un complesso apparato ‘cognitivo’ la cui funzione è quella di verificare la congruità di uno stimolo ambientale attraverso un’analisi che esamina i fattori complessi che accompagnano lo stimolo. Tuttavia, non è nell’esistenza in sé di questo apparato cognitivo che dobbiamo individuare la nostra differenza sostanziale con la maggior parte degli altri esseri viventi (anche i cani, per esperienza o addestramento imparano, talvolta, a non fidarsi completamente del loro naso), bensì per il mezzo che noi utilizziamo per compiere le operazioni di verifica della congruità dello stimolo. Questo mezzo è un tipo di linguaggio basato su simboli definiti ‘verbali’ che noi utilizziamo tanto con noi stessi (compiendo un dialogo interno) che con gli altri (conversazione).

“Quel rumore che ho sentito nella stanza accanto è il mio gatto oppure un ladro?” è un tipo di domanda che possiamo fare a noi stessi oppure alla persona che si trova nel nostro stesso punto di osservazione in quel momento. Ma non solo, possiamo chiederci “Questo ronzio che sento viene dalla lavatrice oppure ho qualcosa che non va al mio udito” e chiedere la stessa cosa ad un otorinolaringoiatra che si trova in un punto di osservazione diverso dal nostro ma che riteniamo in grado di poter discriminare la congruità della nostra percezione attraverso la sua esperienza cognitiva  acquisita  che appartiene ad una classe di esperienze diverse da quella che abbiamo sperimentato direttamente con il dannato ronzio.

Insomma, per comunicare con noi stessi, con chi è posto nelle immediate vicinanze del nostro punto di osservazione e con chi osserva lo stesso fenomeno in una posizione diversa, usiamo lo stesso linguaggio. E’abbastanza comprensibile che questo possa generare, molto spesso, una serie interminabile di incomprensioni e problemi, per ridurre la portata dei quali gli esseri umani hanno convenuto la necessità di stabilire una serie di regole o ‘costruzioni’ sull’aderenza dei codici verbali da assegnare agli eventi , costruendo complesse regole linguistiche che si sono evolute con la progressiva articolazione della società umana.

Ma non è finita qui ! Infatti, oltre al linguaggio verbale che rappresenta una decisiva innovazione nella storia dell’evoluzione (sebbene esso sia presente, in diverse forme analoghe, in molte altre specie viventi, queste non ne fanno un uso così estensivo come l’uomo) l’essere umano utilizza, più o meno intenzionalmente, un linguaggio non verbale. Questo linguaggio non è troppo diverso da quello verbale, in quanto anch’esso utilizza dei ‘simboli’ che descrivono determinate situazioni. Una fronte corrugata mostra perplessità; uno sguardo dilatato , paura o rabbia; l’irrigidimento e innalzamento del collo e delle spalle, aggressività, ecc.  Questo secondo tipo di linguaggio è, inoltre, spesso privato della sua naturale spontaneità attraverso forme di autocontrollo di tipo verbale e cambia capacità determinativa ed esplicativa in relazione all’ambito sociale in cui viene utilizzato. Nell’esercito la gestualità e minimizzata o ritualizzata per lasciare spazio alla massimizzazione del coordinamento motorio (analogamente a quanto fanno gli sportivi con sé stessi e con i loro compagni di squadra). Se , però, una persona non è ricca di gestualità, ad esempio, al primo appuntamento con un possibile partner, può essere facilmente definito ‘un pesce lesso’ oppure una ‘gatta morta’ , ecc.. Inoltre viene data una grande importanza al livello di coordinamento tra linguaggio verbale e linguaggio non verbale. Ad esempio, tra i ‘criteri diagnostici’ dell’’isteria’ viene annoverata la comunicazione di eventi drammatici accompagnata da un’espressione facciale di indifferenza.

In aggiunta a tutto ciò va considerato il fatto non irrilevante che gran parte di quanto detto sopra cambia a seconda delle epoche storiche, delle diverse culture, dei sistemi sociali,  dei contesti, ecc.

Come abbiamo osservato nella sez. 1, una giovane donna la quale affermasse che “Un angelo mi ha annunciato che darò alla luce il Figlio di Dio) , in una società occidentale moderna sarebbe diagnosticata come ‘schizofrenica’, mentre i miliardi di fedeli, sacerdoti , appartenenti ad organizzazioni che praticano una religione che si basa sull’affermazione suddetta, vengono rispettati ed additati come esempio delle migliori virtù umane. Se noi stessi vediamo angeli, diavoli, vampiri e lupi mannari, la nostra prima preoccupazione è cercare di capire se stiamo in un letto al buio. In quel contesto, dato che presumibilmente stavamo ‘sognando’, le alterazioni dei nostri stati percettivi sono costruite come ‘congrue’. In tutte le religioni a base sciamanica, l’allucinazione è costruita come congrua anche durante lo stato di veglia, in determinate condizioni mentre, all’opposto la legge italiana addirittura riduce (e in alcuni casi annulla) le pene inflitte a chi commette crimini sotto l’effetto ‘invalidante’ di sostanze stupefacenti.   

Ecco, tutto questo complesso di regole, convenzioni, costumi, norme che noi esseri umani abbiamo costruito per dare ‘congruità’ ai risultati percepiti dai nostri organi sensoriali e permetterci di interagire validamente con l’ambiente che ci circonda è la cosiddetta ‘Realtà’.  

La domanda che ci dobbiamo porre è quindi la seguente: e’possibile, in un sistema così complesso definire con una certa efficacia se i processi adattativi di un individuo sono ‘coerenti con la realtà’ e discriminare successivamente se egli sia da considerare ‘folle’ o meno ? 

 

3- Il percorrere assi diagnostici fragili e traballanti  non porta da nessuna parte.  L’esempio di Adolf Hitler.

Nella sez.2 abbiamo accennato al fatto che l’asse principale diagnostico della psicopatologia è costituito dalla costruzione psicotico-nevrotico, con l’asserzione implicita  che l’appartenenza ad uno dei due poli escluda l’altro ed utilizzando la ‘coerenza’ con la realtà come parametro di giudizio.  Quando una persona mostra, nei suoi resoconti verbali, sia aderenza ad elementi ritenuti appartenenti al dominio della’realtà’ sia a quello della ‘irrealtà’, viene definito ‘borderline’. George Kelly nella sua Psicologia dei Costrutti Personali, già negli anni 50 ironizzava pacatamente su queste definizioni pur senza attaccarle frontalmente. Egli definiva due tipi fondamentali di disordine, quelli di transizione e quelli di costruzione, avvertendo, seppur non in maniera esplicita, che classificarli come condizioni psicologiche imbrigliate in uno schema fisso era  teoricamente inutile e praticamente rischioso. Nelle sue descrizioni di alcuni disordini di transizione caratterizzati da condizioni di marcata ostilità, metteva continuamente in guardia i terapisti dal rischio di ‘interruzioni psicotiche’ causate dalla stessa psicoterapia qualora il paziente fosse stato, per così dire ‘messo alle strette’. In generale , quella che chiamiamo ‘psicosi’ può essere vista come  la condizione  di sottrarsi ( o di mostrarsi indifferenti) alla percezione degli elementi e degli eventi condivisi  all’interno di un’organizzazione sociale di appartenenza. Questo può avvenire attraverso una forte costrizione della relazione con questi elementi , (catatonia, depressione grave, suicidio)  oppure con una dilatazione che coinvolge elementi ed eventi chiaramenti estranei a quanto abitualmente condiviso senza essere in grado di costruirli in maniera tale da renderli condivisibili ad altri individui. Questa costrizione-dilatazione , è  un movimento cognitivo comune a tutti i processi creativi e innovativi che hanno portato l’umanità a nuove descrizioni dell’universo. Ma mentre Einstein, alla fine è riuscito a convincere gli altri della possibile coerenza delle sue teorie visionarie sulla relazione spazio tempo, difficilmente qualcuno può, al giorno d’oggi, convincere molte persone di essere l’Arcangelo Gabriele. Ciò che chiamiamo ‘nevrosi’ è invece  una condizione in cui la percezione degli eventi e degli elementi condivisi all’interno della propria rete di relazioni viene accettata, ma questa accettazione viene vissuta con sofferenze, evitamenti e comportamenti auto ed etero lesivi.

Nell’ostilità ci troviamo di fronte ad individui che hanno compiuto un forte investimento in un determinato esperimento di adattamento sociale che  si è, purtroppo, concluso con un fallimento. Ma la dimensione dell’investimento  era tale da non permettere a chi lo aveva compiuto di potervi rinunciare e quindi la persona ritiene di dovere, come prima cosa, occultare agli occhi degli altri l’avvenuto fallimento. Tutto qui. Tutti noi facciamo qualcosa di simile ogni tanto, come i personaggi comici che vanno ad urlare nella stanza accanto dopo un’azione maldestra compiuta di fronte alla donna corteggiata per conquistare la quale avevano investito sulle loro capacità fisiche. Ma i processi che si avviano nel momento in cui il fallimento da occultare riveste ai nostri occhi un’importanza vitale, portano a conseguenze ben più gravi di un urlo trattenuto per alcuni secondi.

Adolf Hitler era un caporale dell’Esercito Imperiale Tedesco che aveva accettato la capitolazione, nel 1918, pur non essendo stato ancora  sconfitto sul campo di battaglia. La capitolazione, con il successivo Trattato di Versailles, trasformò  la Germania con tutto il suo popolo, da grande e rispettata potenza mondiale, ad una nazione mutilata dei suoi territori, del suo orgoglio e in preda ad insormontabili problemi di sopravvivenza economica che si aggravarono a seguito della crisi finanziaria del 1929. Tutti gli storici, economisti, sociologi, politologi,ecc.,sono stati, da sempre, d’accordo su tutto ciò. Hitler prese il potere nel 1933, dopo aver conquistato la maggioranza relativa alle elezioni, promettendo di risollevare la Germania da questa condizione, così come promettevano tutti gli altri partiti politici. Vero è che aveva fatto un uso esagerato della violenza (sull’esempio dei fascisti italiani che avevano compiuto un percorso analogo già dieci anni prima) ma questa era stata giustificata (come in Italia e, quattro anni più tardi in Spagna) dalle violenze dei comunisti che, a partire dal ’17, avevano compiuto la più grande rivoluzione in Europa dopo quella Francese del 1879 terrorizzando la borghesia al potere e i ceti ad essa collegati. L’unico fattore di differenziazione dai fascisti italiani e dagli altri movimenti reazionari europei, era l’accentuazione dell’antisemitismo in quanto, a giudizio di Hitler, la finanza e la cultura ebraica erano da ritenersi responsabili sia della rivoluzione bolscevica (in quanto una discreta parte dei leader rivoluzionari sovietici avevano cognomi ebraici) sia della capitolazione del 1918 (imposta, a suo dire, allo Stato Maggiore Imperiale, da finanzieri ebrei). Entrambe queste affermazioni erano frutto di una visione fortemente idiosincratica  ma non erano poi così inusuali, dato che l’antisemitismo era fortemente diffuso anche in Francia ed Inghilterra e gli Ebrei, comunque, erano stati additati come mostri e perseguitati ferocemente negli ultimi duemila anni con la costante istigazione della Chiesa Cattolica Romana. C’è da ritenere, comunque, che l’antisemitismo di Hitler e seguaci, non fosse l’ossessione di un  gruppo di fanatici deficienti bensì che svolgesse   una effettiva  funzione per il mantenimento al potere del partito nazista. La ‘rivoluzione nazional socialista’ in realtà era stata finanziata e sostenuta dalla grande borghesia tedesca per arginare una possibile insurrezione  della classe operaia in cui il partito comunista era componente maggioritaria. Per evitare che si potesse smascherare  un regime autoritario in cammino verso la guerra come lo strumento per favorire i privilegi minacciati della grande borghesia, bisognava spostare l’attenzione popolare dai conflitti di classe verso i conflitti con una nuovo tipo di nemico. Inoltre Hitler, immediatamente dopo la presa del potere, si dovette sbarazzare ,con il massacro definito come la ‘notte dei lunghi coltelli’ della parte più ‘socialista’ del suo movimento  (le SA guidate da Röhm) che aveva dato il maggior contributo negli scontri di piazza ma che ora era malvisto dai vertici della Wehrmacht e dalla borghesia, ed era quindi necessario mantenere una parvenza  aggressiva verso un qualche ‘nemico del popolo tedesco’per giustificare la distruzione di una componente marcatamente antiborghese così consistente .

Chi meglio degli Ebrei, descritti dalla creduloneria popolare come ‘ricchi trafficanti’, ‘assassini di Cristo’ , ‘comunisti’, si poteva prestare meglio al gioco ? 

Il giocare al gatto con il topo con le comunità ebraiche nazionali e, successivamente, con quelle dei paesi occupati durante il conflitto, proseguì sino alla fine, riuscendo ad occultare abilmente al mondo intero le reali dimensioni dell’Olocausto con un astuzia senza precedenti nella storia mondiale. Anche in politica estera Hitler riuscì ad ingannare il mondo intero sino al 1939, estorcendo concessioni territoriali, violando le restrizioni agli armamenti, attirando nella sua orbita diversi stati europei (tra cui l’Italia). Magistrale fu l’inganno compiuto verso Stalin (un altro ben noto furbacchione) il quale fu così accecato dalle manovre naziste da non voler credere all’evidenza di un’imminente invasione sino al giorno stesso in cui questa si avverò.

Spregiudicatezza, disonestà, crudeltà, avidità e tutte le altre più spregevoli miserie umane, caratterizzarono i successi del III Reich sino ad un certo punto del 1941.

Ma, sino a quel punto non troviamo in Hitler alcuna traccia della ‘follia’ in alcun punto della sua biografia che, anzi, ci mostra un personaggio che conduceva una vita moderata (era vegetariano), estremamente cortese con i suoi domestici e le sue segretarie, tollerante verso la cerchia di gerarchi che lo circondava. Tra questi ultimi, in realtà, ben pochi sarebbero sfuggiti a diagnosi psichiatriche pesanti. Hess era chiaramente delirante (non fu impiccato a Norimberga per questo motivo principale), Göring era tossicodipendente e pervaso di manie di grandezza, Himmler e Ribbentrop di una stupidità colossale, Goebbels animato da un fanatismo cieco e mistico. A parte Albert Speer, il giovane architetto ministro dell’industria la cui biografia ha gettato molta luce sulle vicende del III Reich, il quadro di generale incapacità e miseria intellettuale dei vertici del partito nazista, fa ritenere che tutte le miserabili vittorie ottenute siano state opera esclusiva di Hitler.  Questo, lo ripeto, non può essere compatibile con alcunché di ‘psichiatrico’secondo la definizione corrente. Ma nel dicembre 41 succede qualcosa: Hitler attacca l’Unione Sovietica  aprendo così la guerra su due fronti che aveva distrutto l’Impero Tedesco nel 18. Questa scelta, sconsigliata dallo stato maggiore della Wehrmacht, per quanto possa essere considerata follemente temeraria, in realtà è oggi considerata dagli storici più attenti l’unica scelta possibile in quanto era ben visibile a tutti che Stalin stava puntando ad un logoramento della Germania sul fronte occidentale per attaccarla successivamente. Dopo alcuni formidabili successi che sembravano mostrare come imminenti la distruzione dell’Armata Rossa e una rapida conquista della Russia Europea, a dicembre l’offensiva tedesca si arenò davanti a Mosca e a Leningrado. Contestualmente gli Stati Uniti entravano in guerra dopo Pearl Harbour e, a quel punto, Hitler capisce che non può più vincere. Da quel momento in poi si cominciano ad enumerare una serie di comportamenti illogici e autodistruttivi che vanno dai trattamenti brutali inflitti senza motivazione valida alle popolazioni russe (che, in un primo momento avevano ben accolto le truppe tedesche sperando di liberarsi dall’oppressione staliniana), alle prime operazioni di aperto sterminio di massa degli Ebrei (sino ad allora le persecuzioni erano ‘limitate’ all’espropriazione a alla deportazione con uccisioni abbastanza isolate ed occultate al punto che le stesse organizzazioni ebraiche non si rendevano conto dell’imminenza dell’Olocausto), alle rimozioni di validi comandanti militari con accuse ingiuste.  Hitler decide, inoltre, di prendere il comando delle operazioni militari. Da bravo e disciplinato ex caporale, pur odiando profondamente i nobili prussiani alla testa dell’esercito tedesco, non aveva mai interferito con le loro decisioni, limitandosi a dare suggerimenti di massima che, in gran parte venivano accolti anche perché, in diversi casi, le sue intuizioni strategiche, pur nella loro originalità, si erano mostrate valide. La quasi totalità dei capi militari, per non aver grane, per adulazione, per carrierismo e, in alcuni casi, per autentica e cieca ammirazione, lo lasciarono fare e così continuarono dopo il disastro di Stalingrado dove la cieca e inutile testardaggine di Hitler diede il  primo, gravissimo, colpo al potenziale bellico tedesco. Di lì in poi, fu tutta una sequenza di errori idioti accompagnati da minimizzazione delle sconfitte, continue affermazioni di certezza sulla ‘vittoria finale’ (quando tutti, fuori della Germania vedevano la sua sconfitta imminente), dichiarazioni su micidiali armi segrete (che si rivelarono totalmente infondate) e persecuzioni violente contro i ‘nemici interni’ o supposti tali. Gli ultimi giorni di vita di Hitler e dei suoi accoliti, ben documentati anche negli aspetti umani della quotidianeità,  descrivono una condizione  in cui è ben difficile distinguere tra ‘nevrosi’ e ‘psicosi’. Chi si trovava nel bunker della cancelleria alternava stati di angoscia per l’avvicinarsi progressivo dei Sovietici, a stati di esaltazione. I sensi di colpa e il terrore delle giuste punizioni a cui sarebbero andati incontro, erano accompagnati dalla visione di eserciti inesistenti, da speranze  di rovesciamenti della sorte per influenze astrali, da continue esecuzioni e ingiustificate, minacce di morte per semplici sospetti e via dicendo. Hitler, a tratti, si rendeva conto pienamente della sconfitta e preparava il suo suicidio con meticolosità, in altri momenti comunicava trionfalmente l’arrivo di armate che, da tempo, erano state quasi completamente distrutte. In questo caos, inoltre, emergeva spesso  la  speranza che gli Alleati occidentali volgessero le armi contro i Sovietici e  questa possibilità  non era completamente infondata. Hitler aveva previsto  la Guerra Fredda nelle sue implicazioni strategiche, pur non essendo stato capace di comprendere che il Terzo Reich non avrebbe avuto, in alcun modo, la possibilità di sopravvivere per goderne gli effetti.

Nel dopoguerra illustri psichiatri e psicologi si sono sforzati di cercare di classificare, dal punto di vista psichiatrico, la figura di Adolf Hitler a partire dai sintomi di chiaro delirio manifestati negli ultimi giorni della sua vita, per il suo odio contro gli Ebrei (attribuito ad esperienze infantili) , alla sua ‘ipocondria’ ( a causa di strani disturbi gastrici di cui soffriva negli ultimi anni), ecc.  Nessuna interpretazione, a mio giudizio, è da ritenersi soddisfacente dato che la continua oscillazione tra stati di consapevole percezione di eventi ed elementi condivisi all’interno della sua rete di relazione e, all’opposto, la percezione di eventi assolutamente non condivisibili (gli eserciti fantasma, i nemici inventati, le armi immaginarie) non ha permesso un giudizio definitivo, nei termini della già discussa classificazione diagnostica della ‘psicopatologia’ contemporanea.

Se però consideriamo la definizione che Gorge Kelly dà dell’ostilità, non intesa come ‘etichetta diagnostica’ per un individuo, ma come sequenza di processi che una persona può attivare in presenza di determinati eventi che segnano un passaggio problematico della propria esistenza, forse le cose appariranno meno misteriose.  

 

4- L’Ostilità, prodotto mal riuscito dell’umana capacità di discernere      

Gorge Kelly , quando parla dell’ostilità e delle sue implicazioni cliniche, ne descrive le caratteristiche nei seguenti punti :

1-     La persona  investe, in un esperimento sociale, più di quanto si possa effettivamente permettere.

2-     L’esperimento si rivela fallimentare.

3-     La persona riconosce a sé stesso di aver fallito ma ritiene di doverlo occultare agli altri ritenendo così di poterne annullare gli effetti negativi.

4-     In questa opera di occultamento compie una serie di passi falsi che accrescono la sua confusione, sino a che questa non arriva ad alterare la sua percezione di quanto accade intorno a lui.

5-     A questo punto può essere ‘scoperto’ e giudicato ‘pazzo’ o quasi e, progressivamente emarginato dalla sua rete sociale di appartenenza 


Se i primi tre punti sono di facile intuizione per il lettore, quello che accade al punto 4 è, invece qualcosa di molto più complicato che investe  la considerazione di alcuni fattori ai quali avevo accennato nella sez. 2  .

Qualche tempo fa, alquanto annoiato dai discorsi elettorali di un giovane candidato piuttosto ingenuo, mi sono sorpreso a dirgli senza averci pensato troppo sopra: “Attenzione perché se continui a raccontare tutte le bugie che il tuo partito cerca di propinare alla gente, alla fine ti ritroverai a crederci. E questo non te lo puoi permettere !”. Mi ricordo che mi guardò con la faccia stralunata di uno al quale viene imposto un paradosso e chiuse rapidamente il suo panegirico. Dato il successo del mio intervento, nel corso di alcune situazioni analoghe mi sono soffermato ad analizzare meglio le persone che compivano il penoso sforzo di ‘difendere l’indifendibile’. Attenzione: non si tratta del semplice mentire tanto diffuso nella nostra società postindustriale ! Il fatto è che la persona che ‘difende l’indifendibile’ in realtà sta difendendo la parte centrale della sua identità che percepisce minacciata a causa delle sue stesse azioni   e che nel mentire  è consapevole di star compiendo un’azione che lo allontana ancora di più da questa parte centrale .   

La sensazione di perdita d’identità è quello che, comunemente, chiamiamo ‘senso di colpa’ le cui conseguenze possono essere durissime, dall’amnesia (rimozione dell’evento che genera la colpa) al suicidio, e tutti noi siamo abituati a sperimentarla sin da bambini in forme più o meno accentuate, per cui non c’è da stupirsi se viene scelta questa strada così contorta per cercare di evitare una più grave sofferenza.

Insomma, quella che compie è una scelta perfettamente logica perché facendo una cosa che fanno tutti (mentire) lo può aiutare ad evitare guai  molto seri. Il problema è che il linguaggio, sia verbale che analogico è in sé la definizione corrente di ‘realtà’ per gli esseri umani  e le affermazioni ripetute divengono, anche per noi stessi, strumenti di interpretazione degli eventi percepiti o, come li chiama Kelly , costrutti personali  .

Uno psicologo costruttivista capirà subito dove vado a parare. Il lettore che non conosce la Psicologia dei Costrutti Personali, potrà, comunque, intuire come il sovrapporre al proprio sistema di interpretazione del mondo usato siano a ieri, uno nuovo basato su costruzioni condizionate dall’ansia e dalla necessità di nascondere, anziché svelare e risolvere possa creare un considerevole disordine. Una prova del fatto che le affermazioni verbali o determinate posture consapevoli del corpo  possano portare a nuove costruzioni, è data dalla sequenza terapeutica del training autogeno, nel quale, per superare le ansie, la persona impara attraverso l’interazione corpo-linguaggio, a darsi ordini verbali per tranquillizzarsi di fronte alle situazioni temute. Le dispute verbali delle persone ostili sono caratterizzate dalla ripetizione continua degli stessi costrutti, soprattutto quelli che sottolineano la ‘cattiveria degli altri’ verso di loro. E’famosa la scenata di Hitler contro un bravo generale che, privo di uomini e mezzi aveva dovuto ritirarsi : “E’ un insulto CONTRO LA MIA PERSONA ! CONTRO LA MIA PERSONA ! CONTRO LA MIA PERSONA!” . Per cercare di occultare la menzogna di cui si è consapevoli, la ripetizione di un concetto che sottolinea i torti subiti dovrebbe far tornare in pari il piatto della bilancia.

Quando la confusione che viene generata dal nuovo sistema di interpretazione raggiunge livelli facilmente rilevabili è possibile che la persona sia indirizzata verso una psicoterapia ove, molto spesso, viene definita ‘borderline’ e trattata in maniera tale da non poter che peggiorare. Infatti, in questo nuovo dominio, non dovrà solo dimostrare di non aver fallito nel suo esperimento sociale, ma dovrà anche dimostrare l’indimostrabile e cioè di essere perfettamente in grado di vedere con chiarezza il mondo intorno a lui e prevedere con una certa sicurezza quello che succederà l’indomani. Soltanto se lo psicoterapista accetterà la logica di fondo che permea le scelte , i comportamenti e le costruzioni correnti del suo ‘paziente’ (mai tale definizione potrebbe essere più inappropriata) cercando di fargliele utilizzare per fare nuovi investimenti ( è quello che si chiama ‘cavalcare la tigre’) l’ostilità smetterà di tormentare la persona che aveva pensato di servirsene per risolvere i suoi problemi.     

 

5-  Alcune considerazioni utili a dilatare il contesto della ‘psicodiagnostica’ 


Se ci soffermiamo a riflettere su quelli che sono i più comuni disturbi ai quali la psichiatria tenta di opporre rimedio, cercando però di uscire dalle logiche anguste di questa pseudoscienza e percorrendo, in alternativa, altre discipline, ci accorgiamo che i disordini ‘mentali’ sono esclusivamente il risultato di errori compiuti in diversi livelli del dominio di esistenza dell’essere umano nel tentativo di mantenere un’identità considerata come base solida per anticipare gli eventi. Dobbiamo smettere di considerare l’identità o ‘personalità’ come un entità formale o come una ‘rappresentazione interna-esterna’ di noi stessi , per giungere ad identificarla come il centro di calcolo che l’uomo utilizza per muoversi nell’ambiente manovrando variabili complesse come l’esperienza percettiva, il linguaggio verbale ed analogico e l’organizzazione gerarchica delle proprie costruzioni. Alcune di queste operazioni vengono compiute, con impressionante analogia, da organismi che occupano, nella scala evolutiva, posizioni di gran lunga inferiore a noi. Le reazioni fobiche dei cani hanno caratteristiche completamente simili a quelle degli esseri umani: la percezione di un’emozione negativa collegata ad uno stimolo ambientale generato da un elemento, conduce ad una reazione postuma di evitamento estesa a tutti gli elementi e contesti riconducibili al singolo elemento che ha scatenato l’emozione. Un cane picchiato da un negoziante, può tendere ad evitare l’intera strada in cui l’episodio è avvenuto. Un individuo rimasto chiuso in un ascensore difettoso, può tendere ad evitare tutti gli ascensori, cabine, ecc.  . Ad un altro livello, quello dell’astrazione logica, alcuni ricercatori, già negli anni 70, davano spiegazioni sulle possibili origini della ‘schizofrenia’ mostrando come questa fosse l’unica  risposta possibile ad un paradosso. Per chi non conosce già la teoria del ‘doppio legame’ , la riassumo brevemente. Si è osservato che le madri dei futuri ‘schizofrenici’, non avendo, forse, ben chiaro il proprio ruolo genitoriale avevano l’abitudine di chiamare a sé i propri figli manifestando poi una certa insofferenza del loro contatto fisico. A quel punto, se il bambino, accorgendosene, tendeva ad allontanarsi dalla madre, veniva rimproverato di scarsa affettuosità.

Il bambino percepiva, così, un asserzione su un piano verbale, una asserzione su un piano non verbale che annullava la precedente ed  una meta asserzione che gli impediva di sottrarsi all’incertezza della scelta che doveva compiere per non irritare la madre. L’unica possibile soluzione, in tali circostanze, è squalificare tutto il contesto o interrompendo qualsiasi azione comunicativa, o eseguendo alla lettera quello che veniva, di volta in volta richiesto, oppure denunciando il tutto come una manovra oscura compiuta da entità misteriose o sovrannaturali. Queste scelte corrispondono ai ‘criteri diagnostici’ della ‘schizofrenia’ ‘catatonica’, ‘ebefrenica’ e ‘paranoide’. Il maestro Zen, per far giungere all’illuminazione il suo allievo lo pone di fronte a questo dilemma: “Se affermi che il bastone che ho in mano è reale ti colpisco! Se affermi che non è reale ti colpisco! Se non mi rispondi ti colpisco!”. A furia di bastonate l’allievo capisce alcuni concetti cardine di quella saggia disciplina, cioè una visione del mondo meno condizionata da dualismi e verità assolute che, presumibilmente, può essere raggiunta usando  processi di orientamento molto simili a quelli che hanno condotto lo ‘schizofrenico’ nella sua difficile condizione.

Emarginare un individuo, etichettarlo come un malato, devastarlo con droghe e trattamenti costrittivi o tentare di manipolarne il comportamento tutto a seguito di una serie di errori che egli ha compiuto durante il difficile percorso di diventare una persona consapevole e responsabile, non può essere più considerato tollerabile. Il disturbo sociale creato dai ‘matti’ crea un eccesso di allarme e morboso  interesse pseudoscientifico (finanziato dalle solerti case farmaceutiche) che dovrebbe essere indirizzato verso ben altri e più devastanti mali che affliggono il nostro pianeta e che non sono affatto estranei all’aggravarsi dei disordini individuali sempre più diffusi nel mondo contemporaneo.

 

Riferimenti

Bateson G., Verso una teoria della schizofrenia in 'Verso un'ecologia della mente', Adelphi Edizioni (1976)

Fest J. , Der Untergang. Hitler und das Ende des Dritten Reiches (Alexander Fest Verlag 2002)/ La disfatta (Garzanti 2002)

Hillgruber A. La distruzione dell'Europa. La Germania e l'epoca delle guerre mondiali. (1914-1945), Bologna, Il Mulino, 1991

Hillgruber A. Storia della Seconda guerra mondiale, Bari, Laterza, 1994

Kelly G., L'ostilità  (1957)

Kelly G., The Psychology of Personal Constructs, New York, Norton & Company (1955)

Kenny V., Verso un’ecologia della Comunicazione, (1999)

Junge T. / Mϋller M.,  Bis zur letzten Stunde. Hitlers Sekretärin erzählt ihr Leben. (List- Verlag 2004)/ Fino all'ultima ora (Mondadori 2004)

Lorenz K., L’altra faccia dello specchio, Adelphi Edizioni S.p.a. Milano, 1974

Minissi E., Sfide impossibili. Elementi per la comprensione e la soluzione dei disordini nelle cosiddette ‘dipendenze’ di Enzo Minissi [21.08.04]

Minissi E., L'interpretazione costruttivista dell'ostilità [28.08.03]

Minissi E - Il contributo dell’etologia alla soluzione dei problemi umani [31.12.99]

Smail D., L’impossibilità di definire una buona psicoterapia, 1999

  

 

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