Introduzione
Dare
del ‘pazzo’ al nostro prossimo, è una vecchia abitudine.
In alcuni casi, può anche essere un complimento o una
neutrale constatazione e nei tempi passati non ci si
faceva poi tanto caso. Al massimo, quando qualcuno
mostrava attitudini di difficile comprensione poteva
capitare che qualcuno gli chiedesse qualcosa che
assomiglia al celebre quesito in dialetto romanesco :
“Ce fai o ce sei ?” Da quando è nata la psichiatria,
nella prima metà del 900 si è, però, cominciata a
diffondere la tendenza ad impegnarsi nell’arduo compito
di distinguere quanto, il comportamento di taluni
individui, fosse da classificare (e in che misura)
‘psicopatologico’ al fine di prendere ‘adeguate misure’
per ‘contenerlo’, ‘ridurlo’ o ‘guarirlo’. Al giorno
d’oggi c’è un attenzione quasi ossessiva focalizzata
sul grado di finalità cosciente implicato in certi
atteggiamenti apparentemente irrazionali, dagli
innumerevoli dibattiti televisivi sulle controversie
giudiziarie riguardanti ‘mostri’, infanticidi o
parricidi, sino al tormentone
storico-politico-psicoanalitico ben conosciuto come ‘ Ma
Hitler era un pazzo o un criminale ?’. Nelle campagne
elettorali, allocuzioni come ‘E’preda di un attacco di
panico’, ‘Fa affermazioni schizofreniche’ , ‘E’in stato
confusionale’ , ‘E’un paranoico’, ecc. hanno una
frequenza tale da far scambiare i dibattiti politici per
gabinetti di consulto diagnostico tra specialisti in
disturbi nervosi. Chiunque stermini la famiglia è uno
che ‘soffriva di crisi depressive’, lasciando intendere
che una condizione di prostrazione così comune e diffusa
nelle società ipercompetitive, sia l’antecedente di
azioni sanguinarie.
In
realtà, se non esistono risposte esaurienti e o
minimamente coerenti in termini di ‘etichettamento’ dei
casi di devianza, la ragione dipende proprio da come il
problema è stato affrontato sin dagli inizi del secolo:
ossia considerando il ‘disturbo psichiatrico’ una
malattia dello stesso tipo di quelle che colpiscono i
tessuti del corpo e trattarla con strumenti diagnostici
e terapeutici analoghi. Sebbene diversi terapisti e
ricercatori a cominciare dagli anni 60, hanno capito che
la strada da seguire doveva essere diversa, lo stesso
movimento conosciuto come ‘antipsichiatria’ e
caratterizzato dall’apertura di spazi di conversazione
aperta tra personale clinico e pazienti , si è ben
presto arenato su alcuni insidiosi banchi di sabbia
‘ideologici’, rinunciando ad osservare alcuni fattori
che avrebbero potuto fornire soluzioni nuove e più
adeguati.
Nelle
pagine che seguono, partendo dal lavoro di studiosi di
discipline diverse (a volte completamente estranei ai
problemi della psichiatria) cercherò di delineare un
modello praticabile (per chiunque ne abbia l’interesse o
la necessità) per interpretare in maniera diversa le
origini e i meccanismi implicati nella dimensione
esistenziale del cosiddetto ‘disturbo mentale’. Non
essendo occupato in una professione clinica, invito il
lettore a non prendere quello che seguirà come un altro
inutile tentativo di fare ‘diagnosi’ , bensì come
stimolo a considerare la ‘follia’ come una delle tante
manifestazioni della complessità umana da avvicinare con
tolleranza, comprensione e positiva curiosità .
Sommario
1-
Come i criteri diagnostici
principali della psicopatologia corrente mostrano
imbarazzanti analogie con i disordini che dovrebbero
affrontare
2- Le
difficoltà implicate nel porre il concetto di ‘realtà’
alla base dei criteri diagnostici.
3- Il percorrere assi
diagnostici fragili e traballanti non porta da nessuna
parte. L’esempio di Adolf
Hitler.
4- L’Ostilità, prodotto mal riuscito dell’umana capacità
di discernere
5-
Alcune considerazioni utili a
dilatare il contesto della ‘psicodiagnostica’
1-
Come i criteri diagnostici principali
della psicopatologia corrente mostrano imbaraz-zanti
analogie con i disordini che dovrebbero affrontare
Chiunque abbia dovuto fare i conti con uno ‘strizza
cervelli’, di quelli che vanno fieri della loro
professione, cercano di apparire in tv e, appena possono
indossano il camice bianco (dimenticando che questo tipo
di abbigliamento serve a dimostrare di essere in buone
condizioni igieniche dal punto di vista batteriologico)
avrà notato che costoro non si concentrano sulla vera
natura del problema così come viene percepito da chi lo
vive, bensì cercano, innanzitutto, di dargli ‘un’
etichetta ‘. Il valore di questa etichettatura, in
realtà, sembra avere, soprattutto una funzione di
autorassicurazione per il terapista stesso in quanto gli
da la sensazione di ‘restringere il campo delle ipotesi’
sulle quali impostare la successiva ‘terapia’. La
restrizione di un campo di ipotesi è un’operazione che,
inizialmente, è inevitabile in qualsiasi attività
conoscitiva umana, e non è certamente questo che deve
essere messo in discussione. Sono piuttosto i fattori
che, generalmente, vengono usati per definire i confini
del problema che appaiono confusi, riduttivi e
contraddittori. Se siamo costretti ad usare termini
come ‘schizofrenia’ , ‘anoressia’ , ‘disturbo bipolare’,
‘sindrome fobica’, ‘paranoia’, ecc., per definire il
disordine di un individuo partendo dalla
‘sintomatologia’ che mostra ci accorgiamo che il
materiale su cui dobbiamo lavorare non è mai uniforme,
delineato, e/o costante, ma è, al contrario, variegato,
confuso e incostante. Non bisogna essere dei geni per
comprendere come qualcosa che si manifesta
‘esternamente’ come ‘un disordine’ non può avere
‘un’ordine interno’ osservabile dall’’esterno’. In
realtà, la persona coinvolta nel disordine è uno che
cerca disperatamente di trovare coerenza logica e
stabilità emotiva in un contesto che presenta tali
elementi di incoerenza da non poter soddisfare questa
aspettativa, e la psichiatria non fa altro che
assecondare la struttura illogica di questa situazione
paradossale fornendogli un bel contenitore dove
continuare a far fermentare elementi naturalmente
esplosivi.
E’qualcosa che si osserva spesso nell’intervento clinico
rivolto verso quel complesso di comportamenti definito
come ‘anoressia’. La persona che decide di ridurre
all’estremo la sua nutrizione, non ha un ‘atteggiamento
psicologico’ di rifiuto verso il cibo, bensì ne teme le
conseguenze : ossia ingrassarsi evidenziando così i
contorni fisici di una persona adulta. Abbastanza
frequentemente, ma non sempre e costantemente,
il comportamento di rifiuto della nutrizione può avere
la funzione primaria di mostrare la necessità, per
l’individuo, di sfuggire ad una situazione familiare
insostenibile ove l’essere un adulto, comporta sforzi
insopportabili. La psichiatria tende a spingere le
persone con questo tipo di problemi a nutrirsi
regolarmente, senza intervenire sulla logica che ispira
il loro comportamento. Per il ‘terapista’ , quello che
va eliminato rapidamente è il sintomo, la manifestazione
immediata di quella che viene considerata ‘una malattia’
. Molto frequentemente, le persone la cui ‘anoressia’
viene costretta con le tecniche della psicoterapia
manipolativa, tendono ad occultare il loro problema
adottando la sgradevole ‘tattica’ della bulimia, ossia
abbuffarsi e vomitare, il tutto di nascosto , per
sottrarsi alle critiche di amici e parenti ed evitare
l’invasività dei medici. Tuttavia, il fatto che non sono
pochi centimetri di grasso a definire quanto sia adulta
una persona e quanto possa essere utile essere adulti al
fine di ottenere maggior rispetto, non viene affrontato.
Il cibo e i suoi presunti ‘effetti disastrosi’ sono al
centro dell’autentica attenzione sia del ‘paziente’ sia
del ‘terapista’ senza che ci sia molto spazio per
esplorare nuovi domini.
Nei
disordini attribuibili all’eccesso di aggressività (la
cui conseguenza si manifesta in panico, fobie e
depressione) spesso ci troviamo di fronte ad individui
che sono stati addestrati sin da piccoli ad assumersi il
carico di risolvere i guai degli altri.
Questo
li porta, soprattutto nell’adolescenza, a concentrarsi
su situazioni interpersonali e ambientali complesse
lasciando in secondo piano la maturazione di quella
parte dell’identità personale che dovrebbe occuparsi
della gestione delle proprie emozioni. Ansia, paura e
tristezza, vengono considerate stati d’animo
inaccettabili in quanto oscurano l’immagine sociale di
una persona che deve mostrarsi solida ed affidabile per
i suoi cari e minacciosamente aggressiva ed
invulnerabile nei confronti degli elementi ‘esterni’.
Per anni il dialogo interno di costoro ricorda quello di
una persona che precipita dal 50° piano di un
grattacielo ripetendo “Sinora va tutto bene, Sinora va
tutto bene…” , sino a che cominciano, veramente, a
credere di essere impermeabili a quegli stati di
‘debolezza’ così diffusi tra gli altri. Arriva un punto
in cui, per motivi diversi, cominciano a rendersi conto
di aver bisogno di aiuto, magari solo in aree limitate.
Ovviamente, coloro che li circondano abitualmente, sono
disorientati dal vedere il loro ‘eroe’ (del quale si
sono abbondantemente serviti data la sua ben nota
disponibilità) manifestare richieste di aiuto e
rivolgersi a persone nuove significa rischiare di
perdere definitivamente un ruolo su cui tanto si è
investito. La soluzione del ‘fobico’ è quella di cercare
di mantenere intatta la struttura centrale della sua
relazione con gli altri utilizzando, per ‘staccare un
po’ la spina’ una sintomatologia caratterizzata da
sintomi fisici intensi e, temporaneamente, invalidanti.
Il fatto che non sia consapevole di quello che sta
facendo (non può ‘simulare’ perché questo lo porterebbe
ad avere sensi di colpa) lo dimostra il fatto che, quasi
sempre, inizialmente, pensa che i suoi sintomi dipendano
da qualche disturbo fisico. Dopo le rassicurazioni
fornite dai medici rispetto alla piena efficienza del
suo organismo, comincia a pensare che il problema è
‘nel suo cervello’. Qui il ‘cervello’ assume la strana
connotazione di qualcosa che ha caratteristiche fisiche
e metafisiche allo stesso tempo. L’attribuzione di
proprietà ‘fisiche’ sono inerenti alla sua isolabilità
dal resto del mondo circostante (così come si pensa di
estirpare un cancro per salvare il resto del corpo o
inalare uno spray antinfluenzale per non perdersi una
serata fra amici). Le proprietà metafisiche emergono
quando ci si accorge che le cose sono molto più
complicate di quello che sembrano. Il tipo di errori
‘concettuali’ o ‘cognitivi’ o ‘epistemologici’ che fa la
persona con questo tipo di disordine, è analogo a quelli
della psichiatria e discipline collegate che, da quando
la genetica e la biochimica sono divenute scienze
accessibili, tentano di applicarne gli assiomi al
comportamento umano e cercano di occultare, con
incredibili giravolte, i loro fallimenti. E’ovvio che
l’incontro con lo psichiatra o psicoterapeuta (che
avviene dopo la constatazione di avere un ‘cervello
malato’ ) conferma a pieno l’ analisi concettuale del
problema che ha di fronte. Forse la psichiatria
farmacologia è la meno distruttiva, in tutto ciò, dato
che il ‘paziente’ si accorge molto presto che gli
psicofarmaci che gli vengono dati non fanno effetto
(l’unico effetto è dato dal sollievo di vedere una
persona che, seppure in veste professionale, si sta
prendendo cura di lui) e comincia a guardare ‘fuori’ per
capire il suo problema. Con lo psicoterapeuta
manipolativo, invece, egli rischia di rimanere
invischiato in maniera ancora più densa dalle
implicazioni di una teoria cognitiva erronea.
Innanzitutto la stessa definizione di psico
terapia induce all’erronea
convinzione che la mente di una persona sia come un
muscolo infiammato o un osso rotto al quale applicare le
necessarie terapie per riportarlo all’integrità. In
secondo luogo gli ‘psicoterapisti’ cercano in tutti i
modi di accelerare la scomparsa del ‘sintomo lamentato’
per cercare di sembrare dei ‘medici’ come gli altri e
confermare il loro diritto a parcelle esose.
In
terzo luogo, il terapista stesso non si preoccupa troppo
nel descrivere il contesto professionale (che non ha
nulla a che vedere con la neurochirurgia) in cui sta
operando con il suo cliente, facendolo, in ogni caso,
sentire un ‘malato’ dato che deve risolvere con uno
‘specialista’ un problema che non può essere risolto nei
luoghi abituali della sua esistenza. Così, anche in
questo caso, paziente e terapista sembrano uniti nella
convinzione che basta eliminare i sintomi=emozioni
negative, perché l’eroe ritorni a splendere come prima.
Ma
veniamo ad un punto più cruciale di questa sezione
dedicata alla diagnostica ‘psichiatrica’ e ai suoi
paradossi per uscire dai quali si impelaga in errori
ancora più gravi.
Sin da
quando Freud ha cominciato il suo tormentato viaggio
nella ‘psiche’ umana, i nuovi guaritori organizzati
nelle diverse corporazioni degli psichiatri, neurologi,
psicoanalisti, psicologi, ecc. , si sono trovati
d’accordo nel definire due assi diagnostici principali
nei loro ‘pazienti’ : i ‘nevrotici’ e gli ‘psicotici’. I
nevrotici erano coloro i quali, pur mostrando reazioni
‘atipiche’ di sofferenza come reazione ad eventi che si
manifestavano nel loro dominio di esistenza, erano in
grado di descrivere quest’ultimo come qualcosa di
‘reale’ così come ‘reali’ erano gli eventi.
Ciò
significa ad esempio : mio marito mi tradisce e io tento
il suicidio. Il marito è ‘reale’ il tradimento è un
fatto ‘reale’ , il suicidio è un comportamento
‘atipico’.
Gli
‘psicotici’ sono, invece, coloro i quali la reazione
‘atipica’ è scatenata in presenza di elementi o eventi
‘non reali’ nel dominio di esistenza ad es. : un angelo
è venuto a dirmi che concepirò il figlio di Dio
(fortunatamente per Maria e la sua illustre discendenza
gli psichiatri sono arrivati 2000 anni più tardi !) . In
questo caso, anche se la persona in questione non mostra
segni particolari di sofferenza ‘atipica’ e continua
tranquillamente la sua esistenza, faranno di tutto per
‘guarirla’, inclusi ricoveri ed elettroshock. Se poi la
persona mischia elementi ‘reali’ ed ‘irreali’ (ad es.
penso , senza averne le prove, che mio marito mi
tradisca con Nicole Kidman) essa viene etichettata come
‘borderline’ (sul confine tra nevrosi e psicosi), questo
perché una parte del suo racconto potrebbe essere
‘reale’ (“penso che”, “non ne ho le prove”) mentre può
apparire inverosimile che una diva famosa entri nella
vicenda. In una tale situazione la confusione e la
necessità di cercare prove di ‘realtà’ (ad es. cercare
di sapere se il marito della signora in questione lavora
nel cinema) si spostano su chi deve fare la diagnosi e
se costui non riesce a capire cosa sta succedendo perché
non riesce a fare i conti con la ‘realtà’ narrata dalla
sua paziente, è quest’ultima ad essere classificata
‘borderline’ e non lui stesso che non è riuscito a
capire dove è la ‘realtà’ e dove l’‘irrealtà’
.
Sulla
necessità effettiva di contrapporre, dualisticamente,la
nostra interpretazione del mondo in ‘realtà’
e’irrealtà’ mi soffermerò nella sezione che segue.
2- Le
difficoltà implicate nel porre il concetto di ‘realtà’
alla base dei criteri diagnostici.
Sebbene
la nozione di ‘realtà’ venga data per scontata, nella
vita quotidiana, dalla maggior parte degli esseri umani,
sia i filosofi della scienza (attraverso complesse
argomentazioni) sia la gente comune (attraverso il buon
senso ) sono consapevoli che è ben difficile che essa
esista come efficace ed assoluto riferimento esplicativo
per ciò che avviene ‘dentro’ e ‘fuori’ di tutti noi.
Ciò che, più o meno sappiamo è che per ‘realtà’
possiamo intendere la ‘mappa’ dell’ambiente e degli
eventi che in esso si verificano, mappa che le persone
costruiscono a partire dai segnali percepiti dagli
organi di senso. Una volta costruita questa ‘mappa’ le
nostre azioni saranno rivolte verso l’ottenimento delle
migliori condizioni di sopravvivenza nell’ambiente che
essa descrive. Tuttavia, la cosa che la maggior parte di
noi sa, per esperienza diretta e precoce è
che c’è un’alta probabilità che la nostra percezione
dell’ambiente e degli eventi possa non essere adeguata
per una serie di fattori che possono alterare la
percezione degli stimoli:
1-
Malfunzionamento dei nostri organi di senso (ad.es. ,
miopia, sordità, raffreddore,ecc.
2-
Oggetti da percepire al limite della portata dei nostri
organi di senso (ad es. in cattive condizioni visive o
acustiche)
3-
Stati di alterazione generalizzata del corpo (effetti di
alcool e droghe, stanchezza, ecc.) .
4-
Differenze nella percezione durante il sonno
Tra tutti gli esseri
viventi, l’essere umano è quello che mostra le minori
capacità di discriminazione certa degli
stimoli ambientali. L’uso che da millenni facciamo dei
cani per il loro infallibile olfatto e tutti gli
strumenti di amplificazione dei segnali ottici ed
acustici che andiamo inventando da secoli, sono la prova
della consapevolezza di questi limiti per compensare i
quali l’ evoluzione ha dotato gli umani di un complesso
apparato ‘cognitivo’ la cui funzione è quella di
verificare la congruità di uno stimolo ambientale
attraverso un’analisi che esamina i fattori complessi
che accompagnano lo stimolo. Tuttavia, non è
nell’esistenza in sé di questo apparato cognitivo che
dobbiamo individuare la nostra differenza sostanziale
con la maggior parte degli altri esseri viventi (anche i
cani, per esperienza o addestramento imparano, talvolta,
a non fidarsi completamente del loro naso), bensì per il
mezzo che noi utilizziamo per compiere le operazioni di
verifica della congruità dello stimolo. Questo mezzo è
un tipo di linguaggio basato su simboli definiti
‘verbali’ che noi utilizziamo tanto con noi stessi
(compiendo un dialogo interno) che con gli altri
(conversazione).
“Quel
rumore che ho sentito nella stanza accanto è il mio
gatto oppure un ladro?” è un tipo di domanda che
possiamo fare a noi stessi oppure alla persona che si
trova nel nostro stesso punto di osservazione in quel
momento. Ma non solo, possiamo chiederci “Questo ronzio
che sento viene dalla lavatrice oppure ho qualcosa che
non va al mio udito” e chiedere la stessa cosa ad un
otorinolaringoiatra che si trova in un punto di
osservazione diverso dal nostro ma che riteniamo in
grado di poter discriminare la congruità della nostra
percezione attraverso la sua esperienza cognitiva
acquisita che appartiene ad una classe di
esperienze diverse da quella che abbiamo sperimentato
direttamente con il dannato ronzio.
Insomma, per comunicare con noi stessi, con chi è posto
nelle immediate vicinanze del nostro punto di
osservazione e con chi osserva lo stesso fenomeno in una
posizione diversa, usiamo lo stesso linguaggio.
E’abbastanza comprensibile che questo possa generare,
molto spesso, una serie interminabile di incomprensioni
e problemi, per ridurre la portata dei quali gli esseri
umani hanno convenuto la necessità di stabilire una
serie di regole o ‘costruzioni’ sull’aderenza dei codici
verbali da assegnare agli eventi , costruendo complesse
regole linguistiche che si sono evolute con la
progressiva articolazione della società umana.
Ma non
è finita qui ! Infatti, oltre al linguaggio verbale che
rappresenta una decisiva innovazione nella storia
dell’evoluzione (sebbene esso sia presente, in diverse
forme analoghe, in molte altre specie viventi, queste
non ne fanno un uso così estensivo come l’uomo) l’essere
umano utilizza, più o meno intenzionalmente, un
linguaggio non verbale. Questo linguaggio non è troppo
diverso da quello verbale, in quanto anch’esso utilizza
dei ‘simboli’ che descrivono determinate situazioni. Una
fronte corrugata mostra perplessità; uno sguardo
dilatato , paura o rabbia; l’irrigidimento e
innalzamento del collo e delle spalle, aggressività,
ecc. Questo secondo tipo di linguaggio è, inoltre,
spesso privato della sua naturale spontaneità attraverso
forme di autocontrollo di tipo verbale e cambia capacità
determinativa ed esplicativa in relazione all’ambito
sociale in cui viene utilizzato. Nell’esercito la
gestualità e minimizzata o ritualizzata per lasciare
spazio alla massimizzazione del coordinamento motorio
(analogamente a quanto fanno gli sportivi con sé stessi
e con i loro compagni di squadra). Se , però, una
persona non è ricca di gestualità, ad esempio, al primo
appuntamento con un possibile partner, può essere
facilmente definito ‘un pesce lesso’ oppure una ‘gatta
morta’ , ecc.. Inoltre viene data una grande importanza
al livello di coordinamento tra linguaggio verbale e
linguaggio non verbale. Ad esempio, tra i ‘criteri
diagnostici’ dell’’isteria’ viene annoverata la
comunicazione di eventi drammatici accompagnata da
un’espressione facciale di indifferenza.
In
aggiunta a tutto ciò va considerato il fatto non
irrilevante che gran parte di quanto detto sopra cambia
a seconda delle epoche storiche, delle diverse culture,
dei sistemi sociali, dei contesti, ecc.
Come
abbiamo osservato nella sez. 1, una giovane donna la
quale affermasse che “Un angelo mi ha annunciato che
darò alla luce il Figlio di Dio) , in una società
occidentale moderna sarebbe diagnosticata come
‘schizofrenica’, mentre i miliardi di fedeli, sacerdoti
, appartenenti ad organizzazioni che praticano una
religione che si basa sull’affermazione suddetta,
vengono rispettati ed additati come esempio delle
migliori virtù umane. Se noi stessi vediamo angeli,
diavoli, vampiri e lupi mannari, la nostra prima
preoccupazione è cercare di capire se stiamo in un letto
al buio. In quel contesto, dato che presumibilmente
stavamo ‘sognando’, le alterazioni dei nostri stati
percettivi sono costruite come ‘congrue’. In tutte le
religioni a base sciamanica, l’allucinazione è costruita
come congrua anche durante lo stato di veglia, in
determinate condizioni mentre, all’opposto la legge
italiana addirittura riduce (e in alcuni casi annulla)
le pene inflitte a chi commette crimini sotto l’effetto
‘invalidante’ di sostanze stupefacenti.
Ecco,
tutto questo complesso di regole, convenzioni, costumi,
norme che noi esseri umani abbiamo costruito per dare
‘congruità’ ai risultati percepiti dai nostri organi
sensoriali e permetterci di interagire validamente con
l’ambiente che ci circonda è la cosiddetta ‘Realtà’.
La
domanda che ci dobbiamo porre è quindi la seguente:
e’possibile, in un sistema così complesso definire con
una certa efficacia se i processi adattativi di un
individuo sono ‘coerenti con la realtà’ e discriminare
successivamente se egli sia da considerare ‘folle’ o
meno ?
3- Il percorrere assi
diagnostici fragili e traballanti non porta da nessuna
parte.
L’esempio di Adolf
Hitler.
Nella
sez.2 abbiamo accennato al fatto che l’asse principale
diagnostico della psicopatologia è costituito dalla
costruzione psicotico-nevrotico, con l’asserzione
implicita che l’appartenenza ad uno dei due poli
escluda l’altro ed utilizzando la ‘coerenza’ con la
realtà come parametro di giudizio. Quando una persona
mostra, nei suoi resoconti verbali, sia aderenza ad
elementi ritenuti appartenenti al dominio della’realtà’
sia a quello della ‘irrealtà’, viene definito
‘borderline’. George Kelly nella sua Psicologia dei
Costrutti Personali, già negli anni 50 ironizzava
pacatamente su queste definizioni pur senza attaccarle
frontalmente. Egli definiva due tipi fondamentali di
disordine, quelli di transizione e quelli di
costruzione, avvertendo, seppur non in maniera
esplicita, che classificarli come condizioni
psicologiche imbrigliate in uno schema fisso era
teoricamente inutile e praticamente rischioso. Nelle sue
descrizioni di alcuni disordini di transizione
caratterizzati da condizioni di marcata ostilità,
metteva continuamente in guardia i terapisti dal rischio
di ‘interruzioni psicotiche’ causate dalla stessa
psicoterapia qualora il paziente fosse stato, per così
dire ‘messo alle strette’. In generale , quella che
chiamiamo ‘psicosi’ può essere vista come la
condizione di sottrarsi ( o di mostrarsi indifferenti)
alla percezione degli elementi e degli eventi condivisi
all’interno di un’organizzazione sociale di
appartenenza. Questo può avvenire attraverso una forte
costrizione della relazione con questi elementi ,
(catatonia, depressione grave, suicidio) oppure con una
dilatazione che coinvolge elementi ed eventi chiaramenti
estranei a quanto abitualmente condiviso senza essere in
grado di costruirli in maniera tale da renderli
condivisibili ad altri individui. Questa
costrizione-dilatazione , è un movimento cognitivo
comune a tutti i processi creativi e innovativi che
hanno portato l’umanità a nuove descrizioni
dell’universo. Ma mentre Einstein, alla fine è riuscito
a convincere gli altri della possibile coerenza delle
sue teorie visionarie sulla relazione spazio tempo,
difficilmente qualcuno può, al giorno d’oggi, convincere
molte persone di essere l’Arcangelo Gabriele. Ciò che
chiamiamo ‘nevrosi’ è invece una condizione in cui la
percezione degli eventi e degli elementi condivisi
all’interno della propria rete di relazioni viene
accettata, ma questa accettazione viene vissuta con
sofferenze, evitamenti e comportamenti auto ed etero
lesivi.
Nell’ostilità ci troviamo di fronte ad individui che
hanno compiuto un forte investimento in un determinato
esperimento di adattamento sociale che si è, purtroppo,
concluso con un fallimento. Ma la dimensione
dell’investimento era tale da non permettere a chi lo
aveva compiuto di potervi rinunciare e quindi la persona
ritiene di dovere, come prima cosa, occultare agli occhi
degli altri l’avvenuto fallimento. Tutto qui. Tutti noi
facciamo qualcosa di simile ogni tanto, come i
personaggi comici che vanno ad urlare nella stanza
accanto dopo un’azione maldestra compiuta di fronte alla
donna corteggiata per conquistare la quale avevano
investito sulle loro capacità fisiche. Ma i processi che
si avviano nel momento in cui il fallimento da occultare
riveste ai nostri occhi un’importanza vitale, portano a
conseguenze ben più gravi di un urlo trattenuto per
alcuni secondi.
Adolf
Hitler era un caporale dell’Esercito Imperiale Tedesco
che aveva accettato la capitolazione, nel 1918, pur non
essendo stato ancora sconfitto sul campo
di battaglia. La capitolazione, con il successivo
Trattato di Versailles, trasformò la Germania con tutto
il suo popolo, da grande e rispettata potenza mondiale,
ad una nazione mutilata dei suoi territori, del suo
orgoglio e in preda ad insormontabili problemi di
sopravvivenza economica che si aggravarono a seguito
della crisi finanziaria del 1929. Tutti gli storici,
economisti, sociologi, politologi,ecc.,sono stati, da
sempre, d’accordo su tutto ciò. Hitler prese il potere
nel 1933, dopo aver conquistato la maggioranza relativa
alle elezioni, promettendo di risollevare la Germania da
questa condizione, così come promettevano tutti gli
altri partiti politici. Vero è che aveva fatto un uso
esagerato della violenza (sull’esempio dei fascisti
italiani che avevano compiuto un percorso analogo già
dieci anni prima) ma questa era stata giustificata (come
in Italia e, quattro anni più tardi in Spagna) dalle
violenze dei comunisti che, a partire dal ’17, avevano
compiuto la più grande rivoluzione in Europa dopo quella
Francese del 1879 terrorizzando la borghesia al potere e
i ceti ad essa collegati. L’unico fattore di
differenziazione dai fascisti italiani e dagli altri
movimenti reazionari europei, era l’accentuazione
dell’antisemitismo in quanto, a giudizio di Hitler, la
finanza e la cultura ebraica erano da ritenersi
responsabili sia della rivoluzione bolscevica (in quanto
una discreta parte dei leader rivoluzionari sovietici
avevano cognomi ebraici) sia della capitolazione del
1918 (imposta, a suo dire, allo Stato Maggiore
Imperiale, da finanzieri ebrei). Entrambe queste
affermazioni erano frutto di una visione fortemente
idiosincratica ma non erano poi così inusuali, dato che
l’antisemitismo era fortemente diffuso anche in Francia
ed Inghilterra e gli Ebrei, comunque, erano stati
additati come mostri e perseguitati ferocemente negli
ultimi duemila anni con la costante istigazione della
Chiesa Cattolica Romana. C’è da ritenere, comunque, che
l’antisemitismo di Hitler e seguaci, non fosse
l’ossessione di un gruppo di fanatici deficienti bensì
che svolgesse una effettiva funzione per il
mantenimento al potere del partito nazista. La
‘rivoluzione nazional socialista’ in realtà era stata
finanziata e sostenuta dalla grande borghesia tedesca
per arginare una possibile insurrezione della classe
operaia in cui il partito comunista era componente
maggioritaria. Per evitare che si potesse smascherare
un regime autoritario in cammino verso la guerra come lo
strumento per favorire i privilegi minacciati della
grande borghesia, bisognava spostare l’attenzione
popolare dai conflitti di classe verso i conflitti con
una nuovo tipo di nemico. Inoltre Hitler, immediatamente
dopo la presa del potere, si dovette sbarazzare ,con il
massacro definito come la ‘notte dei lunghi coltelli’
della parte più ‘socialista’ del suo movimento (le SA
guidate da Röhm) che aveva dato il maggior contributo
negli scontri di piazza ma che ora era malvisto dai
vertici della Wehrmacht e dalla borghesia, ed era quindi
necessario mantenere una parvenza aggressiva verso un
qualche ‘nemico del popolo tedesco’per giustificare la
distruzione di una componente marcatamente antiborghese
così consistente .
Chi
meglio degli Ebrei, descritti dalla creduloneria
popolare come ‘ricchi trafficanti’, ‘assassini di
Cristo’ , ‘comunisti’, si poteva prestare meglio al
gioco ?
Il
giocare al gatto con il topo con le comunità ebraiche
nazionali e, successivamente, con quelle dei paesi
occupati durante il conflitto, proseguì sino alla fine,
riuscendo ad occultare abilmente al mondo intero le
reali dimensioni dell’Olocausto con un astuzia senza
precedenti nella storia mondiale. Anche in politica
estera Hitler riuscì ad ingannare il mondo intero sino
al 1939, estorcendo concessioni territoriali, violando
le restrizioni agli armamenti, attirando nella sua
orbita diversi stati europei (tra cui l’Italia).
Magistrale fu l’inganno compiuto verso Stalin (un altro
ben noto furbacchione) il quale fu così accecato dalle
manovre naziste da non voler credere all’evidenza di
un’imminente invasione sino al giorno stesso in cui
questa si avverò.
Spregiudicatezza, disonestà, crudeltà, avidità e tutte
le altre più spregevoli miserie umane, caratterizzarono
i successi del III Reich sino ad un certo punto del
1941.
Ma,
sino a quel punto non troviamo in Hitler alcuna traccia
della ‘follia’ in alcun punto della sua biografia che,
anzi, ci mostra un personaggio che conduceva una vita
moderata (era vegetariano), estremamente cortese con i
suoi domestici e le sue segretarie, tollerante verso la
cerchia di gerarchi che lo circondava. Tra questi
ultimi, in realtà, ben pochi sarebbero sfuggiti a
diagnosi psichiatriche pesanti. Hess era chiaramente
delirante (non fu impiccato a Norimberga per questo
motivo principale), Göring era tossicodipendente e
pervaso di manie di grandezza, Himmler e Ribbentrop di
una stupidità colossale, Goebbels animato da un
fanatismo cieco e mistico. A parte Albert Speer, il
giovane architetto ministro dell’industria la cui
biografia ha gettato molta luce sulle vicende del III
Reich, il quadro di generale incapacità e miseria
intellettuale dei vertici del partito nazista, fa
ritenere che tutte le miserabili vittorie ottenute siano
state opera esclusiva di Hitler. Questo, lo ripeto, non
può essere compatibile con alcunché di
‘psichiatrico’secondo la definizione corrente. Ma nel
dicembre 41 succede qualcosa: Hitler attacca l’Unione
Sovietica aprendo così la guerra su due fronti che
aveva distrutto l’Impero Tedesco nel 18. Questa scelta,
sconsigliata dallo stato maggiore della Wehrmacht, per
quanto possa essere considerata follemente temeraria, in
realtà è oggi considerata dagli storici più attenti
l’unica scelta possibile in quanto era ben visibile a
tutti che Stalin stava puntando ad un logoramento della
Germania sul fronte occidentale per attaccarla
successivamente. Dopo alcuni formidabili successi che
sembravano mostrare come imminenti la distruzione
dell’Armata Rossa e una rapida conquista della Russia
Europea, a dicembre l’offensiva tedesca si arenò davanti
a Mosca e a Leningrado. Contestualmente gli Stati Uniti
entravano in guerra dopo Pearl Harbour e, a quel punto,
Hitler capisce che non può più vincere. Da
quel momento in poi si cominciano ad enumerare una serie
di comportamenti illogici e autodistruttivi che vanno
dai trattamenti brutali inflitti senza motivazione
valida alle popolazioni russe (che, in un primo momento
avevano ben accolto le truppe tedesche sperando di
liberarsi dall’oppressione staliniana), alle prime
operazioni di aperto sterminio di massa degli Ebrei
(sino ad allora le persecuzioni erano ‘limitate’
all’espropriazione a alla deportazione con uccisioni
abbastanza isolate ed occultate al punto che le stesse
organizzazioni ebraiche non si rendevano conto
dell’imminenza dell’Olocausto), alle rimozioni di validi
comandanti militari con accuse ingiuste. Hitler decide,
inoltre, di prendere il comando delle operazioni
militari. Da bravo e disciplinato ex caporale, pur
odiando profondamente i nobili prussiani alla testa
dell’esercito tedesco, non aveva mai interferito con le
loro decisioni, limitandosi a dare suggerimenti di
massima che, in gran parte venivano accolti anche
perché, in diversi casi, le sue intuizioni strategiche,
pur nella loro originalità, si erano mostrate valide. La
quasi totalità dei capi militari, per non aver grane,
per adulazione, per carrierismo e, in alcuni casi, per
autentica e cieca ammirazione, lo lasciarono fare e così
continuarono dopo il disastro di Stalingrado dove la
cieca e inutile testardaggine di Hitler diede il primo,
gravissimo, colpo al potenziale bellico tedesco. Di lì
in poi, fu tutta una sequenza di errori idioti
accompagnati da minimizzazione delle sconfitte, continue
affermazioni di certezza sulla ‘vittoria finale’ (quando
tutti, fuori della Germania vedevano la sua sconfitta
imminente), dichiarazioni su micidiali armi segrete (che
si rivelarono totalmente infondate) e persecuzioni
violente contro i ‘nemici interni’ o supposti tali. Gli
ultimi giorni di vita di Hitler e dei suoi accoliti, ben
documentati anche negli aspetti umani della
quotidianeità, descrivono una condizione in cui è ben
difficile distinguere tra ‘nevrosi’ e ‘psicosi’. Chi si
trovava nel bunker della cancelleria alternava stati di
angoscia per l’avvicinarsi progressivo dei Sovietici, a
stati di esaltazione. I sensi di colpa e il terrore
delle giuste punizioni a cui sarebbero andati incontro,
erano accompagnati dalla visione di eserciti
inesistenti, da speranze di rovesciamenti della sorte
per influenze astrali, da continue esecuzioni e
ingiustificate, minacce di morte per semplici sospetti e
via dicendo. Hitler, a tratti, si rendeva conto
pienamente della sconfitta e preparava il suo suicidio
con meticolosità, in altri momenti comunicava
trionfalmente l’arrivo di armate che, da tempo, erano
state quasi completamente distrutte. In questo caos,
inoltre, emergeva spesso la speranza che gli Alleati
occidentali volgessero le armi contro i Sovietici e
questa possibilità non era completamente infondata.
Hitler aveva previsto la Guerra Fredda nelle sue
implicazioni strategiche, pur non essendo stato capace
di comprendere che il Terzo Reich non avrebbe avuto, in
alcun modo, la possibilità di sopravvivere per goderne
gli effetti.
Nel
dopoguerra illustri psichiatri e psicologi si sono
sforzati di cercare di classificare, dal punto di vista
psichiatrico, la figura di Adolf Hitler a partire dai
sintomi di chiaro delirio manifestati negli ultimi
giorni della sua vita, per il suo odio contro gli Ebrei
(attribuito ad esperienze infantili) , alla sua
‘ipocondria’ ( a causa di strani disturbi gastrici di
cui soffriva negli ultimi anni), ecc. Nessuna
interpretazione, a mio giudizio, è da ritenersi
soddisfacente dato che la continua oscillazione tra
stati di consapevole percezione di eventi ed elementi
condivisi all’interno della sua rete di relazione e,
all’opposto, la percezione di eventi assolutamente non
condivisibili (gli eserciti fantasma, i nemici
inventati, le armi immaginarie) non ha permesso un
giudizio definitivo, nei termini della già discussa
classificazione diagnostica della ‘psicopatologia’
contemporanea.
Se però
consideriamo la definizione che Gorge Kelly dà
dell’ostilità, non intesa come ‘etichetta diagnostica’
per un individuo, ma come sequenza di processi che una
persona può attivare in presenza di determinati eventi
che segnano un passaggio problematico della propria
esistenza, forse le cose appariranno meno misteriose.
4-
L’Ostilità, prodotto mal riuscito dell’umana capacità
di discernere
Gorge
Kelly , quando parla dell’ostilità e delle sue
implicazioni cliniche, ne descrive le caratteristiche
nei seguenti punti :
1-
La persona investe, in un
esperimento sociale, più di quanto si possa
effettivamente permettere.
2-
L’esperimento si rivela
fallimentare.
3-
La persona riconosce a sé
stesso di aver fallito ma ritiene di doverlo occultare
agli altri ritenendo così di poterne annullare gli
effetti negativi.
4-
In questa opera di
occultamento compie una serie di passi falsi che
accrescono la sua confusione, sino a che questa non
arriva ad alterare la sua percezione di quanto accade
intorno a lui.
5-
A questo punto può essere
‘scoperto’ e giudicato ‘pazzo’ o quasi e,
progressivamente emarginato dalla sua rete sociale di
appartenenza
Se i primi tre punti sono di facile intuizione per il
lettore, quello che accade al punto 4 è, invece qualcosa
di molto più complicato che investe la considerazione
di alcuni fattori ai quali avevo accennato nella sez. 2
.
Qualche
tempo fa, alquanto annoiato dai discorsi elettorali di
un giovane candidato piuttosto ingenuo, mi sono sorpreso
a dirgli senza averci pensato troppo sopra: “Attenzione
perché se continui a raccontare tutte le bugie che il
tuo partito cerca di propinare alla gente, alla fine ti
ritroverai a crederci. E questo non te lo puoi
permettere !”. Mi ricordo che mi guardò con la faccia
stralunata di uno al quale viene imposto un paradosso e
chiuse rapidamente il suo panegirico. Dato il successo
del mio intervento, nel corso di alcune situazioni
analoghe mi sono soffermato ad analizzare meglio le
persone che compivano il penoso sforzo di ‘difendere
l’indifendibile’. Attenzione: non si tratta del semplice
mentire tanto diffuso nella nostra società
postindustriale ! Il fatto è che la persona che ‘difende
l’indifendibile’ in realtà sta difendendo la parte
centrale della sua identità che percepisce minacciata a
causa delle sue stesse azioni e che nel
mentire è consapevole di star compiendo un’azione che
lo allontana ancora di più da questa parte centrale .
La
sensazione di perdita d’identità è quello che,
comunemente, chiamiamo ‘senso di colpa’ le cui
conseguenze possono essere durissime, dall’amnesia
(rimozione dell’evento che genera la colpa) al suicidio,
e tutti noi siamo abituati a sperimentarla sin da
bambini in forme più o meno accentuate, per cui non c’è
da stupirsi se viene scelta questa strada così contorta
per cercare di evitare una più grave sofferenza.
Insomma, quella che compie è una scelta perfettamente
logica perché facendo una cosa che fanno tutti (mentire)
lo può aiutare ad evitare guai molto seri. Il problema
è che il linguaggio, sia verbale che analogico è in sé
la definizione corrente di ‘realtà’ per
gli esseri umani e le affermazioni ripetute divengono,
anche per noi stessi, strumenti di interpretazione degli
eventi percepiti o, come li chiama Kelly ,
costrutti personali .
Uno psicologo costruttivista capirà subito dove vado a
parare. Il lettore che non conosce la Psicologia dei
Costrutti Personali, potrà, comunque, intuire come il
sovrapporre al proprio sistema di interpretazione del
mondo usato siano a ieri, uno nuovo basato su
costruzioni condizionate dall’ansia e dalla necessità di
nascondere, anziché svelare e risolvere possa creare un
considerevole disordine. Una prova del fatto che le
affermazioni verbali o determinate posture consapevoli
del corpo possano portare a nuove costruzioni, è data
dalla sequenza terapeutica del training autogeno, nel
quale, per superare le ansie, la persona impara
attraverso l’interazione corpo-linguaggio, a darsi
ordini verbali per tranquillizzarsi di fronte alle
situazioni temute. Le dispute verbali delle persone
ostili sono caratterizzate dalla ripetizione continua
degli stessi costrutti, soprattutto quelli che
sottolineano la ‘cattiveria degli altri’ verso di loro.
E’famosa la scenata di Hitler contro un bravo generale
che, privo di uomini e mezzi aveva dovuto ritirarsi :
“E’ un insulto CONTRO LA MIA
PERSONA ! CONTRO LA MIA PERSONA ! CONTRO LA MIA PERSONA!”
. Per cercare di occultare la menzogna di cui si è
consapevoli, la ripetizione di un concetto che
sottolinea i torti subiti dovrebbe far tornare in pari
il piatto della bilancia.
Quando
la confusione che viene generata dal nuovo sistema di
interpretazione raggiunge livelli facilmente rilevabili
è possibile che la persona sia indirizzata verso una
psicoterapia ove, molto spesso, viene definita
‘borderline’ e trattata in maniera tale da non poter che
peggiorare. Infatti, in questo nuovo dominio, non dovrà
solo dimostrare di non aver fallito nel suo esperimento
sociale, ma dovrà anche dimostrare l’indimostrabile e
cioè di essere perfettamente in grado di vedere con
chiarezza il mondo intorno a lui e prevedere con una
certa sicurezza quello che succederà l’indomani.
Soltanto se lo psicoterapista accetterà la logica di
fondo che permea le scelte , i comportamenti e le
costruzioni correnti del suo ‘paziente’ (mai tale
definizione potrebbe essere più inappropriata) cercando
di fargliele utilizzare per fare nuovi investimenti ( è
quello che si chiama ‘cavalcare la tigre’) l’ostilità
smetterà di tormentare la persona che aveva pensato di
servirsene per risolvere i suoi problemi.
5-
Alcune considerazioni utili a
dilatare il contesto della ‘psicodiagnostica’
Se ci soffermiamo a riflettere su quelli che sono i più
comuni disturbi ai quali la psichiatria tenta di opporre
rimedio, cercando però di uscire dalle logiche anguste
di questa pseudoscienza e percorrendo, in alternativa,
altre discipline, ci accorgiamo che i disordini
‘mentali’ sono esclusivamente il risultato di errori
compiuti in diversi livelli del dominio di esistenza
dell’essere umano nel tentativo di mantenere un’identità
considerata come base solida per anticipare gli eventi.
Dobbiamo smettere di considerare l’identità o
‘personalità’ come un entità formale o come una
‘rappresentazione interna-esterna’ di noi stessi , per
giungere ad identificarla come il centro di calcolo che
l’uomo utilizza per muoversi nell’ambiente manovrando
variabili complesse come l’esperienza percettiva, il
linguaggio verbale ed analogico e l’organizzazione
gerarchica delle proprie costruzioni. Alcune di queste
operazioni vengono compiute, con impressionante
analogia, da organismi che occupano, nella scala
evolutiva, posizioni di gran lunga inferiore a noi. Le
reazioni fobiche dei cani hanno caratteristiche
completamente simili a quelle degli esseri umani: la
percezione di un’emozione negativa collegata ad uno
stimolo ambientale generato da un elemento, conduce ad
una reazione postuma di evitamento estesa a tutti gli
elementi e contesti riconducibili al singolo elemento
che ha scatenato l’emozione. Un cane picchiato da un
negoziante, può tendere ad evitare l’intera strada in
cui l’episodio è avvenuto. Un individuo rimasto chiuso
in un ascensore difettoso, può tendere ad evitare tutti
gli ascensori, cabine, ecc. . Ad un altro livello,
quello dell’astrazione logica, alcuni ricercatori, già
negli anni 70, davano spiegazioni sulle possibili
origini della ‘schizofrenia’ mostrando come questa fosse
l’unica risposta possibile ad un paradosso. Per chi non
conosce già la teoria del ‘doppio legame’ , la riassumo
brevemente. Si è osservato che le madri dei futuri
‘schizofrenici’, non avendo, forse, ben chiaro il
proprio ruolo genitoriale avevano l’abitudine di
chiamare a sé i propri figli manifestando poi una certa
insofferenza del loro contatto fisico. A quel punto, se
il bambino, accorgendosene, tendeva ad allontanarsi
dalla madre, veniva rimproverato di scarsa affettuosità.
Il
bambino percepiva, così, un asserzione su un piano
verbale, una asserzione su un piano non verbale che
annullava la precedente ed una meta asserzione che gli
impediva di sottrarsi all’incertezza della scelta che
doveva compiere per non irritare la madre. L’unica
possibile soluzione, in tali circostanze, è squalificare
tutto il contesto o interrompendo qualsiasi azione
comunicativa, o eseguendo alla lettera quello che
veniva, di volta in volta richiesto, oppure denunciando
il tutto come una manovra oscura compiuta da entità
misteriose o sovrannaturali. Queste scelte corrispondono
ai ‘criteri diagnostici’ della ‘schizofrenia’
‘catatonica’, ‘ebefrenica’ e ‘paranoide’. Il maestro
Zen, per far giungere all’illuminazione il suo allievo
lo pone di fronte a questo dilemma: “Se affermi che il
bastone che ho in mano è reale ti colpisco! Se affermi
che non è reale ti colpisco! Se non mi rispondi ti
colpisco!”. A furia di bastonate l’allievo capisce
alcuni concetti cardine di quella saggia disciplina,
cioè una visione del mondo meno condizionata da dualismi
e verità assolute che, presumibilmente, può essere
raggiunta usando processi di orientamento molto simili
a quelli che hanno condotto lo ‘schizofrenico’ nella sua
difficile condizione.
Emarginare un individuo, etichettarlo come un malato,
devastarlo con droghe e trattamenti costrittivi o
tentare di manipolarne il comportamento tutto a seguito
di una serie di errori che egli ha compiuto durante il
difficile percorso di diventare una persona consapevole
e responsabile, non può essere più considerato
tollerabile. Il disturbo sociale creato dai ‘matti’ crea
un eccesso di allarme e morboso interesse
pseudoscientifico (finanziato dalle solerti case
farmaceutiche) che dovrebbe essere indirizzato verso ben
altri e più devastanti mali che affliggono il nostro
pianeta e che non sono affatto estranei all’aggravarsi
dei disordini individuali sempre più diffusi nel mondo
contemporaneo.
Riferimenti
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schizofrenia in 'Verso un'ecologia della mente', Adelphi
Edizioni (1976)
Fest J.
, Der
Untergang. Hitler und das Ende des Dritten Reiches
(Alexander Fest Verlag 2002)/ La
disfatta (Garzanti 2002)
Hillgruber A. La distruzione dell'Europa.
La Germania e l'epoca delle guerre mondiali.
(1914-1945), Bologna, Il Mulino, 1991
Hillgruber A. Storia della Seconda guerra
mondiale, Bari, Laterza, 1994
Kelly G.,
L'ostilità
(1957)
Kelly G., The Psychology of Personal
Constructs, New York, Norton & Company (1955)
Kenny V.,
Verso un’ecologia della
Comunicazione, (1999)
Junge T.
/ Mϋller M., Bis zur letzten Stunde. Hitlers Sekretärin
erzählt ihr Leben. (List- Verlag 2004)/ Fino all'ultima
ora (Mondadori 2004)
Lorenz K., L’altra faccia dello specchio, Adelphi
Edizioni S.p.a. Milano, 1974
Minissi E.,
Sfide impossibili.
Elementi per la comprensione e la soluzione dei
disordini nelle cosiddette ‘dipendenze’ di Enzo Minissi
[21.08.04]
Minissi E.,
L'interpretazione
costruttivista dell'ostilità [28.08.03]
Minissi E -
Il contributo
dell’etologia alla soluzione dei problemi umani
[31.12.99]
Smail
D.,
L’impossibilità di
definire una buona psicoterapia, 1999