L’interpretazione costruttivista dell’Ostilità

Di Enzo Minissi

 

             Introduzione

1-      Cos’è realmente l’Ostilità

2-      Aspetti clinici dell’Ostilità

3-      Implicazioni sociali dell’Ostilità

4-      Considerazioni e suggerimenti

 

Introduzione

Il problema dell’ostilità ci riguarda tutti.  Quasi sicuramente ognuno di noi l’ha praticata per periodi più o meno lunghi durante la vita e la subisce più o meno frequentemente da parte di coloro che la hanno adottata come stile di relazione  con gli altri.

Nella sua forma aggressiva è decisamente insopportabile, ma anche nelle altre maniere in cui si manifesta rende decisamente sgradevole l’esistenza di coloro che si trovano a subirla.

Tuttavia alcuni di noi arrivano a capire che dietro i comportamenti di chi è ostile si celano  stati di sofferenza e di confusione tali da stimolare sentimenti compassionevoli, sebbene chiunque  abbia provato ad aiutare qualcuno ad uscire dall’ostilità usando il buon senso e i buoni sentimenti, avrà sicuramente sperimentato su di sé la carica maggiore di ‘veleno’ emesso da chi si cercava di aiutare. Il motivo di ciò sta nella vera natura dell’ostilità, nel tipo di problema che l’individuo cerca di risolvere tramite il suo utilizzo e nei vicoli ciechi in cui si infila e dai quali, in alcuni casi, non riesce più ad uscire per il resto della sua esistenza.

Nonostante le difficoltà insite nei processi di risoluzione dell’ostilità, chi si occupa dei sistemi umani dovrebbe averne una visione più definita per poter intervenire attivamente nelle aree in cui essa si manifesta e che comprendono la famiglia, la coppia, le relazioni sociali e lavorative, la politica e persino la scienza .

 Per questo il presente articolo cercherà di presentarla in una dimensione comprensibile che permetta di confrontarsi con essa e con le persone che la manifestano in una prospettiva di risoluzione o, quantomeno, di contenimento.

Chi scrive non crede di aver avuto molto da aggiungere a quanto già ampiamente osservato nel 1959 da George Kelly nella sua “Psychology of Personal Construct” un’opera piuttosto ponderosa che dedica una notevole attenzione alla trattazione del problema.

Tuttavia, non essendo l’opera ancora disponibile in lingua italiana ed essendo destinata soprattutto agli psicoterapisti, le pagine che seguiranno potranno essere utili a chi, per una ragione o l’altra intende confrontarsi con il problema pur non avendo la voglia o la possibilità di esaminarlo in maniera ‘specialistica’.

1-      Cos’è realmente l’ostilità

Prendiamo una persona cresciuta in una famiglia dove il senso del ‘dovere’ era il tema esclusivo delle relazioni affettive, dove le manifestazioni affettive costituivano il premio per aver compiuto un certo tipo di azioni ‘buone’ come fare i compiti, essere obbedienti, rimettere a posto la stanza, ecc., mentre il rimprovero, la squalifica e l’esclusione dagli scambi affettivi erano la punizione abituale per ogni trasgressione al ‘dovere’. In famiglie del genere è piuttosto difficile compiere esperimenti su nuovi tipi di comportamento da tenere: c’è il rischio che essi vengano considerati trasgressioni e puniti con il solito criterio, per cui il bambino non riesce ad acquisire le costruzioni necessarie a gestire il ciclo della sperimentazione. Da grande riesce ad apprendere nuove modalità, diverse da quelle familiari, per fare esperimenti su scala moderata e stabilire relazioni esplorative in determinati ambiti affettivi e sociali ma le attua sempre con estrema circospezione e controllando sempre di riuscire a ‘fare il proprio dovere’ secondo quanto gli viene richiesto dal nuovo ambiente sociale nel quale viene accettato. Ad un certo punto, come prevedibile, ‘fare il proprio dovere’ non basta più e la persona si trova di fronte ad una o più invalidazioni delle predizioni sociali sulle quali aveva investito. Il partner può trovare un po’ troppo rigidi i suoi schemi di comportamento, gli amici lo possono considerare un po’ noioso e può notare che, nella sua azienda, elementi più ‘spregiudicati’ di lui facciano carriera più velocemente. Queste invalidazioni colpiscono più o meno tutti noi, durante la nostra esistenza, ci creano irritazione, depressione, aggressività ma non ne facciamo una tragedia  tale da mettere in discussione le nostre scelte di vita.

Ma consideriamo lo sforzo di una persona che durante tutta la sua esistenza non ha fatto altro che il ‘suo dovere’ che, badate bene, non era veramente il ‘suo’ ma quello che gli veniva imposto dalla rete sociale e affettiva che lo circondava, una persona che ha vissuto la maggior parte della sua esperienza come una rinuncia a qualcos’altro (non importa se avesse o no una buona relazione affettiva, dei cari amici o un buon posto di lavoro: lui se li viveva esclusivamente come un dovere), consideriamo che questa persona , tutt’assieme, cominci a ritenere che i suoi ingigantiti insuccessi dipendano dalla eccessiva disponibilità dimostrata negli ultimi anni della sua vita. Ma non può ammettere di avere sbagliato, anche perché non ha un’altra costruzione chiara dei motivi che portano al successo sociale: questo si può ottenere o ‘adeguandosi agli altri’ oppure ‘non rispettando gli altri’. Gli ‘altri’ possono essere il partner, gli amici, i colleghi di lavoro, insomma, quelli che non hanno premiato i suoi sforzi di adeguamento e obbedienza ed è contro di loro che viene rivolta l’ostilità. Il primo tentativo di ‘ricostruzione’ della propria identità sociale si manifesta nell’attribuire  stupidità , malvagità o egoismo alle persone coinvolte nella relazione sociale ove si è verificata l’invalidazione e per far ciò vengono eliminati tutta una serie di dati di realtà: se il partner è una persona con un forte impegno personale nel rapporto, tutti i dati che supportano questo dato di fatto vengono rimossi e sostituiti con un singolo episodio in cui ha mostrato disimpegno. Se gli amici l’hanno sempre accettato e sostenuto, si ricorderà solo di una volta quando, per errore, non lo hanno invitato ad una festa. Titoli e competenze professionali dei colleghi di lavoro non saranno considerati: il loro successo è dovuto a sporche manovre opportuniste o alla ingenuità dei dirigenti. Parallelamente alla ‘eliminazione psicologica’ delle persone, la persona ostile eliminerà tutte quelle costruzioni che la avevano portata a mantenere determinate relazioni, prima fra tutte, quelle inerenti il ‘senso del dovere’. Purtroppo però, non ha molte scelte da compiere se abbandona quelle basate sul ‘dovere’ verso gli altri, e così ne adotta la versione opposta: ‘gli altri non contano più niente’.

“Potrà esserci d’aiuto considerare l’ostilità nel concreto. Tuttavia, prima di illustrarla in termini di casistica , rivediamo gli elementi essenziali dell’ostilità dal punto di vista della psicologia dei costrutti personali. Una persona si costruisce la natura umana a suo modo. Fa previsioni sociali sulla base di questa costruzione. Per stabilire uno scenario efficace devono essere previsioni molto importanti : vale a dire che deve aver puntato molto più di quanto si poteva permettere su di esse; più di quanto potesse il suo sistema di costrutti. Volta le spalle alle prove di invalidazione. E’chiaro che si era sbagliato sulle persone. Non può continuare ad ignorare la cosa. Perdipiù era disastrosamente in errore, basilarmente in errore. Di fronte alla rigidità dei fatti può, naturalmente, rivedere le sue ipotesi. Ma la revisione lo scuoterebbe così profondamente che rifiuta di intraprenderla. In alternativa può lasciar correre e dire a sé stesso: "Vedi , è solo che non capisco tanto bene la gente". Ma è riluttante anche di fronte a questa alternativa. Alla fine può chiudere gli occhi alla realtà e cercare di far adattare la gente al letto dei costrutti che il suo sistema gli ha messo a disposizione. Questa è la scelta ostile.”   G. Kelly 1957

L’aggressione e la vendetta verso coloro che, con la loro semplice esistenza, continuano ad evidenziare il fallimento delle anticipazioni della persona ostile possono anche non avere corso: spesso le persone ostili si limitano a mantenere i loro ‘nemici’ in una condizione di sofferenza latente facendoli cuocere a fuoco lento (questo si verifica soprattutto nei rapporti coniugali e lavorativi). La persona ostile non valuta le conseguenze dei suoi atti sugli altri poiché è disperatamente ed esclusivamente rivolta a mantenere in piedi la sua identità minacciata.

2-     Aspetti clinici dell’Ostilità

Difficilmente le persone ostili affrontano spontaneamente l’esperienza psicoterapeutica : di solito la sintomatologia  che accompagna il loro problema è costituita da sonnolenza, tendenza a piangere facilmente, giramenti di testa ed emicrania, tutto in forma relativamente lieve e di difficile classificazione da parte dei medici generici che prescrivono, di solito, ricostituenti e farmaci di blanda efficacia.

 I problemi seri nascono quando il loro atteggiamento viene rifiutato decisamente dalle persone più vicine, vale a dire dai familiari o dal partner. Generalmente le persone ostili fanno parte di famiglie intransigenti in cui uno dei genitori è aggressivo e tendono a scegliere il proprio partner cercando nella relazione affettiva le stesse costruzioni sperimentate in ambito familiare. Sia nel caso della persona ostile che vive ancora nella famiglia d’origine, sia nel caso che essa abbia una relazione di tipo coniugale, prima o poi verrà percepito il rovesciamento della sua posizione. Quasi sempre,poi, essa cercherà al di fuori della sua abituale rete di relazione persone nuove che mostrino indulgenza verso la nuova identità di ‘persona che se ne frega ’ , stabilendo quelle che in famiglia vengono definite ‘cattive amicizie ’  e nel rapporto di coppia ‘relazioni allarmanti ’ , facendo, inoltre di tutto per amplificare l’importanza di queste nuove persone, talvolta sapendo benissimo che si tratta di semplici burattini da manovrare ai propri fini. E’altamente probabile che ciò porti a notevoli conflitti e a serie minacce di rottura nella relazione familiare e di coppia e  questo complica parecchio la posizione della persona ostile. In realtà non dobbiamo dimenticare che il suo problema principale è di sentirsi minacciata e che la sua ostilità non è niente altro che un tentativo di tenere sotto pressione gli altri per estorcere indulgenza e rassicurazioni sul fatto di essere accettata all’interno di una rete sociale sicura dalla quale ha paura di essere emarginata o messa in condizione di non poter ricevere le ricompense che pensa di meritare per il suo ‘senso del dovere’: una risposta aggressiva o una minaccia di abbandono da parte dei congiunti o del partner la portano in una condizione totale di caos e confusione di tipo psicotico. A questo punto è probabile che si spaventi delle sue condizioni e accetti di andare in psicoterapia, oppure che lo faccia per placare temporaneamente i conflitti o per cercare una strada per la riappacificazione.

Ma un  terapista esperto sa bene che l’unica strada per uscire dall’ostilità è quella di stimolare aggressività, intesa soprattutto come esplorazione attiva di nuove situazioni e persone, proprio quello che era stato proibito dalle rigide regole familiari ed è quindi quella che viene più temuta come dimensione sconosciuta e catastrofica che potrebbe distruggere completamente l’identità dell’ostile: egli non cerca soluzioni ai suoi problemi, cerca ricompense per gli sforzi fatti in passato e che, secondo lui, gli sono stati negati da persone intransigenti e crudeli. A seconda del caso il terapista può cercare di mettere in atto misure di contenimento dell’ostilità fornendo un ruolo di riferimento al cliente ostile: questo serve sia ad evitare reazioni di rifiuto da parte dei familiari che ostacolerebbero le necessarie esplorazioni del cliente (ad es. le ‘amicizie pericolose’ vengono incoraggiate dal terapista in quanto sono le uniche che il cliente è disposto ad accettare perchè indulgenti e tolleranti), sia a non fargli abbandonare completamente alcune costruzioni che possono servire a limitare l’estensione dell’ostilità a più settori della sua esistenza.   Quando, però, per motivi di urgenza o di opportunità il terapista dirige subito il cliente ostile verso l’esplorazione aperta e trasgressiva, questi si trova esposto all’evidenza di una decisa perdita di ruolo all’interno della rete di appartenenza e questa circostanza lo può portare a sviluppare sensi di colpa .

“In questo stadio il terapista deve fare attenzione alla colpa che può derivare dall’esplorazione aggressiva del cliente. Se il cliente sente di uscire dal proprio ruolo esprimendosi aggressivamente può provare colpa e può ritenere necessario restringere le sue attività o adottare un ruolo “paranoide” G.Kelly 1959

Il processo suddetto è spiegabile dal fatto che, per giustificare sé stesso nel fare qualcosa che ha sempre considerato proibita, deve considerare i suoi familiari come veramente pericolosi, inventando circostanze e fatti che assecondino le sue fantasie. Tuttavia il comportamento ‘paranoide’ è una condizione transitoria che recede non appena il cliente si rende progressivamente conto che l’esplorazione non rappresenta, necessariamente, un distacco definitivo dal proprio ruolo, bensì un’integrazione che può essere accettata dal gruppo di appartenenza. Le difficoltà per il cliente ostile in terapia e per i suoi familiari, tuttavia, non finiscono qui:

“Se il terapista ritiene urgente che il cliente divenga attivo nelle sue elaborazioni prima che sia capace di stabilire le sue relazioni interpersonali su ruoli stabiliti, egli può mostrare sintomi violenti o vendicativi: le sue esigenze di rassicurazione sono tali da cercare di convincere la famiglia che la terapia stia facendo più male che bene” G.Kelly 1959

In genere anche questo tipo di problemi possono risolversi  :  i familiari si abituano a considerare certi atteggiamenti estremi come manifestazioni legate alla complessità della situazione che la persona ostile sta attraversando e il terapista può aiutare il cliente ad applicare alcune regole stabilite da rispettare per ridurre le  inevitabili  tensioni insite nei processi di cambiamento. Tuttavia il processo di risoluzione dell’ostilità non è né breve né facile e Kelly mette in guardia i terapisti da non divenire anch’essi ostili in presenza di risultati che invalidino le loro anticipazioni sull’esito degli sforzi da essi stessi compiuti, ma questo è un problema ‘specialistico’  che gli interessati affronteranno i sedi più opportune.

3-     Implicazioni sociali dell’Ostilità

Kelly tende a sottolineare come l’ostilità sia esclusivamente un problema sociale, in quanto l’individuo che la utilizza lo fa solo per proteggere la sua identità dall’invalidazione  derivante da esperimenti sociali finiti male. In realtà, nella società attuale, non c’è molta propensione verso una cultura basata sull’ammissione dei propri errori e sulla necessità  di revisione del proprio sistema interpretativo in caso di fallimenti . Le persone che individualmente o in gruppo assumono atteggiamenti ostili trovano ampi spazi per mantenere indisturbati i loro comportamenti dannosi per loro stessi e la società che li circonda.

“La tragedia dell’ostilità non è tanto rappresentata dal fatto che le persone siano ostili e che la loro ostilità le porti a distruggere coloro che non accettano le loro offerte. Il problema, piuttosto, è che c’è in giro tanta voglia di essere condiscendenti verso i loro capricci.

Questa indulgenza conduce la persona ostile lungo un sentiero fiorito di lusinghe, al termine del quale c’è un intrigo selvaggio di relazioni umane piene di confusione per tutti” G. Kelly, 1959

Una evidente manifestazione di questa ‘cultura dell’ostilità’ è rappresentata dallo spettacolo che il mondo politico ci offre dopo ogni tornata elettorale quando, in pratica, anche chi ha subito sconfitte clamorose tende ad attribuire il risultato negativo (quando non è proprio possibile nasconderlo) a una serie di fattori che poco o nulla hanno a che vedere con il problema reale che è quello di non essere stati capaci di offrire agli elettori un motivo credibile per votarli. Il loro  rifiuto di rivedere il proprio sistema di costruzione della realtà di fronte a risultati politici deludenti li porta sempre a cercare indulgenza e rassicurazioni sul mantenimento del proprio ruolo sulla scena del potere nonostante gli evidenti fallimenti.

Basta andare a cercare, tra i più noti esponenti della politica nazionale, quelli che hanno cambiato partito, ideologia e programmi al solo scopo di mantenere in vita una fluttuante identità  e scavare (anche solo superficialmente) nella loro biografia per capire esattamente sino a quali vette del nostro sistema sia riuscita a fare il nido l’ostilità. Fortunatamente nei sistemi democratici la pressione ricattatoria di costoro non è tale da permettergli di conquistare grosse fette di potere. Ricatti, piagnistei e atteggiamenti sdegnosi, uniti alle costanti manovre per distruggere coloro che avanzano critiche sul loro operato non li hanno mai, per fortuna, portati troppo lontano.

Nel passato, purtroppo, non è andata così.

Un bambino austriaco, educato rigidamente , dopo aver ‘fatto il suo dovere’  come caporale nelle trincee della I Guerra mondiale  e dopo aver fallito nelle sue esperienze artistiche di pittore, stabilì che la sua identità personale poteva essere salvata se riusciva a dimostrare che i suoi fallimenti erano da imputare ad una cospirazione in cui erano coinvolte tutte le persone che lo avevano fatto soffrire. La finanza internazionale guidata dagli Ebrei (ritenuta responsabile della crisi economica degli anni 30), l’aristocrazia militare prussiana (responsabile della capitolazione della Germania nel ‘18) e i comunisti (che con il loro disordine rivoluzionario avevano sconvolto il mondo ordinato che era abituato a vedere). Con la violenza calcolata, le minacce, i ricatti e le lamentele sulle ingiustizie subite dal popolo tedesco, riuscì a convincere uno stuolo di persone condiscendenti (alcune delle quali evidentemente psicolabili) a seguirlo nell’impresa più disastrosa dell’umanità. Una parte dei suoi nemici, i generali prussiani, per il tipo di condiscendenza descritta da Kelly, preferirono soffermarsi sui suoi successi ed evitare di contraddirlo quando questi si trasformarono in tragiche sconfitte, per non dover assistere alle sue sfuriate. Questo non bastò ad evitare a molti di loro di finire impiccati con corde di violino, scelte non per ispirazione artistica, bensì per l’estremo dolore che infliggevano al condannato.

  Alla fine della sua carriera gettò la colpa della sua visione alterata del mondo moderno sul suo stesso popolo, ne ricercò attivamente l’annientamento totale,  e si suicidò dopo aver avvelenato la propria cagna, l’unico essere, tra tutti quelli che condivisero la sua aberrante vicenda, a non poter essere accusata di alcun crimine. La tragedia del nazismo non può essere imputato esclusivamente all’ostilità del suo fuhrer , tuttavia c’è da ritenere che essa abbia fatto la sua bella parte.

Altri processi sociali che mostrano forti analogie con l’ostilità di tipo clinico, sono quelli che riguardano la persistenza di manifestazioni di pensiero e comportamento legati ad ideologie che hanno manifestato ampiamente il loro fallimento. Tempo fa ho ascoltato una persona (che ben conosco e di cui stimo lo spessore culturale e l’onestà personale) parlare ad un comizio in difesa della Cuba di Fidel Castro. Arrivando al punto piuttosto delicato riguardante ciò che sta accadendo in quel Paese ha pronunciato più o meno questa frase : “ Come comunisti e militanti per i diritti civili non possiamo giudicare bene la persecuzione delle minoranze, degli omosessuali e le condanne a morte degli oppositori. Ma dato che queste accuse vengono principalmente dagli Stati Uniti, ove pure sono numerose le condanne a morte, possiamo mettere da parte il problema”. Ecco un buon elemento di ostilità : “Abbiamo fallito le anticipazioni su una società più umana, ma dato che anche quella dei nostri avversari fallisce, possiamo mantenere intatte le nostre anticipazioni”. Interessante la falsificazione del dato statistico fatta a margine dell’interessante discorso: negli USA le condanne a morte sono molto più numerose di quelle cubane. Magari il fatto che la popolazione statunitense sia un tantino più numerosa di quella cubana c’entra qualcosa ?

Anche il mondo scientifico non è immune da gravi forme di ostilità. La psichiatria ‘organicistica’ continua a sostenere l’origine fisiologica dei problemi psicologici somministrando farmaci che, è dimostrato, fanno più male che bene. Di fronte al fallimento dei loro risultati gli psichiatri hanno adottato una linea di falsificazione che, per la frequenza con la quale viene esposta, sembra quasi diventata un teoria ‘ufficiale’ . In pratica tutti coloro che accettano di essere avvelenati con sostanze che riducono fortemente la loro capacità di giudicare ed esprimere emozioni, sono ‘pazienti guariti’. Coloro i quali, invece, si rendono conto che i farmaci non possono risolvere i loro problemi e che peggiorano la loro vita, sono considerati ‘pazzi inguaribili’ e , quindi,le loro opinioni non possono essere ammesse come prova invalidante delle teorie ‘scientifiche’ sull’origine biochimica dei disturbi mentali.

4-     Considerazioni e suggerimenti

Sia che la si consideri dal punto di vista clinico che dal punto di vista sociale o scientifico, l’ostilità rappresenta un problema grave nei sistemi umani. Le sue caratteristiche principali sono che essa trae origine dalla rigidità dei sistemi interpretativi di coloro che la praticano, che viene attivata dalla confusione e dall’ansia che caratterizza tali sistemi quando falliscono nell’anticipare i cambiamenti nell’ambiente circostante e che porti a reagire eliminando progressivamente qualsiasi elemento che si dimostri invalidante.

Il risultato secondario è la creazione di un contesto di costrizione dell’attività esplorativa che influenza negativamente le possibilità di evoluzione dei sistemi in cui essa si manifesta. Una famiglia o una coppia dove l’ostilità impone sensi di colpa, confusione, preoccupazione, non riesce  a compiere il cammino necessario per rimuovere tutte quelle costruzioni e quei ruoli di relazione che hanno portato la persona ostile a sentirsi tale. Allo stesso modo, nei sistemi sociali, l’ostilità genera sfiducia generalizzata, assenza di partecipazione, pericolosa accondiscendenza e impedimento nella ricerca di soluzioni nuove.

L’ostilità si porta dietro il dato intrinseco che la confusione in cui si trova l’individuo è una sua propria creazione. Il disorientamento che prova è una forma d’ansia, ma di un tipo assai speciale. La disorganizzazione e il caos non sono così privi di forma da non poterli interpretare come chiaro risultato delle sue proprie scelte. In più la sua costruzione della situazione è abbastanza chiara da condurlo a prevedere che le cose andranno peggio se lasciate libere di seguire il loro corso. Sembra inevitabile un’ulteriore e accresciuta confusione. Egli cerca di fermare l’orologio, di disfare ciò che è stato fatto, di alterare le circostanze che ha creato, di respingere un’ansia di proporzioni epidemiche, di interrompere la reazione a catena che ha provocato e conformare altri eventi al suo pensiero nel momento che è troppo tardi per conformare il suo pensiero agli eventi. Egli cerca di forzare la natura a dargli quello che si aspetta e solo come ricompensa per quelle cose che precedentemente aveva deciso di concedergli”   G.Kelly 1959

Cosa può fare, chi non è ostile, di fronte ad una situazione del genere ? Ovviamente, per chi ne ha la possibilità, il suggerimento è di fuggire quanto più lontano possibile dalle sorgenti di ostilità.

 Per coloro che la devono subire la situazione è più complicata, in particolare se essa viene espressa da persone verso le quali sono presenti obblighi sociali rilevanti (ad es. un familiare ). Per costoro il primo passo da seguire è capire quanto la propria costruzione del mondo abbia influito sull’insorgenza della sintomatologia. In ambito familiare, di solito, il quadro che conduce all’ostilità può nascere dall’analisi conflittuale dei rapporti tra un genitore aggressivamente esplorativo ed uno, diciamo così, più ‘conservatore’. E’probabile che il partner scelto dalla persona ostile sia stato percepito in maniera duplice, anche se il carattere aggressivo, per complementarità è quello scelto come caratteristica primaria di attrazione. La terapia familiare dell’ostilità, lo abbiamo già visto, si limita a suggerire al cliente un ruolo di base che riduca i conflitti che derivano dalle nuove esplorazioni che egli deve necessariamente compiere. Nel rapporto di coppia, dove l’obbligo sociale del partner che deve fare i conti con la persona ostile, è meno radicato che nella famiglia d’origine, è facile che i livelli di tensione e frustrazione generati conducano alla rottura unilaterale della relazione da parte della ‘vittima’ dell’ostilità. In questo caso va attentamente verificato se, effettivamente, la relazione di coppia porti intrinsecamente all’ostilità e se non è possibile modificare in alcun modo le costruzioni della relazione che portano a limitare le possibilità reciproche di esplorazione e adeguamento alle condizioni mutevoli di vita che una coppia attraversa.

“ L’aggressività in una persona può generare ostilità in un’altra. La persona aggressiva è incessantemente curiosa. Esplora in continuazione. Se la sua aggressività si manifesta nell’area delle relazioni interpersonali, gli altri vengono coinvolti nelle sue imprese sperimentali. I suoi continui movimenti di scenario confondono gli altri protagonisti. La situazione è troppo dilatata per loro. I loro sinceri suggerimenti non vengono raccolti, si sentono stupidi e le loro anticipazioni fanno fiasco. Piuttosto che rivedere le loro anticipazioni, cercano di forzare la persona aggressiva a convalidarle. Questa è ostilità, da parte loro. Nello sforzo di orientare gli eventi secondo il loro copione originale, la persona ostile cerca di imporre costrizione alla persona aggressiva” G.Kelly, 1959

Questo tipo di dinamica va attentamente considerata, soprattutto alla luce del fatto che, in nessun modo, gli esseri umani possono rinunciare all’aggressività intesa come attiva costruzione del proprio campo percettivo. E’ nel rispetto dei limiti dei ruoli stabiliti e nella reciprocità dell’accettazione del diritto dell’altro ad esplorare, che si verifica la possibilità di eliminare l’ostilità dalle relazioni di coppia.

Rispetto alla presenza diffusa nelle società contemporanee di parecchi elementi di ostilità, sebbene, perlomeno nell’occidente, questa non sia più accompagnata dalla violenta costrizione dei suoi oppositori, chi scrive non può che esprimere una forte e costante preoccupazione.

 La tendenza ad uniformarsi a teorie sociali, ideologiche e scientifiche che sopravvivono solo grazie alla costante manipolazione dei risultati dell’esperienza, è favorita dalla progressiva rarefazione dei valori chiave che dovrebbero accompagnare le imprese umane.

 L’adeguamento acritico di massa alle scelte ostili e morenti di molti gruppi di potere, viene compensato con il miraggio del benessere economico che viene messo al primo posto senza considerarne gli effetti deteriori sull’intero pianeta.

Non è un bel quadro ottimistico e, tuttavia, nello scrivere un articolo su un fenomeno così distruttivo come l’ostilità, probabilmente  non c’era molto spazio per le emozioni positive.

Tuttavia i due volumi di Kelly sulla Psicologia dei Costrutti Personali che mi hanno fornito tanto prezioso materiale, sono qui di fronte a me a ricordarmi che furono scritti negli anni ’50, in un paese che consigliava ai suoi cittadini di costruirsi rifugi antiatomici sotto casa e nel quale intellettuali e artisti come Chaplin venivano considerati pericolosi nemici della società. I profeti della Guerra Totale e i propugnatori di una società intollerante e repressiva vengono attualmente ricordati solo in alcune ricostruzioni cinematografiche con caratterizzazioni assai poco lusinghiere.   

Gli sforzi esplorativi di uno psicologo, inizialmente isolato, che si rivolgeva aggressivamente ad un mondo scientifico che usava soprattutto la corrente elettrica e i manicomi per risolvere i problemi delle persone, oggi ispirano migliaia di persone impegnate nella ricerca attiva e anticonformista di nuovi modelli per risolvere positivamente gli stessi problemi.

Più che alla speranza, dovremo fare appello al  nostro impegno e alla nostra capacità di trovare soluzioni nuove e originali che, se non la elimineranno del tutto, potranno ridurre i danni dell’ostilità nel nostro mondo

 

Riferimenti

Kelly G. A. - The Psychology of Personal Constructs, New York, Norton & Company (1955)

Kelly G. - L'ostilità  (1957)

Minissi E., - La fine del sistema del malessere  (1999)

Minissi E. Piccole guerre di indipendenza: ovvero come dirigere al meglio gli sforzi di cambiamento di chi si ritiene ‘dipendente’?  (05.08.03)

 

 

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