In
questo articolo la ‘dipendenza’ viene definita come la
difficoltà,per un individuo, di risolvere positivamente
la sua relazione con una sostanza, un’attività, un
oggetto (o una classe di oggetti), una rete sociale, un
altro individuo. Per soluzione ‘positiva’ si intende la
capacità di mantenere una relazione in cui l’oggetto
della dipendenza venga considerato solo uno dei
possibili elementi a cui ricorrere per la soddisfazione
dei propri bisogni personali, in una prospettiva che gli
permetta di spostare la sua attenzione verso nuove
soluzioni creative invece di esaurire le proprie
risorse nello sforzo di combattere la propria ‘dipendenza’.
1- Condizioni di
dipendenza
2- Modelli di dipendenza
2.1-La prospettiva biologica
2.2- La prospettiva relazionale
2.3- La prospettiva sociologica
2.4- La prospettiva
costruttivista
3- La Gestione delle
dipendenze
3.1- Analogie con l’ostilità
3.2- Uscire dalla dipendenza
1.
Condizioni di dipendenza
Siamo, generalmente, abituati a parlare di dipendenza,
quando osserviamo un individuo che concentra una parte
rilevante del suo tempo, delle sue emozioni, delle sue
attività verbali, delle sue reazioni somatiche, intorno
ad una relazione problematica con un elemento o un
contesto particolari, escludendo in maniera costante e
prolungata altri interessi con il risultato di una
evidente sofferenza sociale accompagnata da
comportamenti problematici o sintomatologie di vario
tipo.
Un
individuo che va a pesca tutte le volte che ha un po’ di
tempo libero, rifiutando l’alternativa di un film o di
una giornata di riposo, può essere un fanatico
avversario dei pesci, ma non necessariamente dipendente
dalla relazione con loro. Una persona che vuole stare
il più possibile con il proprio partner, può essere
felicemente innamorata di una persona che la soddisfa e
preferirla ad amici, parenti o colleghi.
Persino chi fa uso abituale di alcool, al termine di una
giornata di lavoro, può essere giudicato un riprovevole
bevitore, ma non , necessariamente, un alcolista
dipendente.
C’è
una storiella abbastanza disgustosa sui pescatori che
può aiutare a far capire cosa può essere considerato ‘dipendenza’.
Un
pescatore incontra sul molo un altro pescatore che non
vedeva da qualche tempo e gli chiede il motivo della sua
assenza “Mi sono sposato” -risponde l’interpellato. Il
primo pescatore, allora avanza l’idea che la moglie
debba essere una donna molto attraente per averlo tenuto
lontano dal suo hobby preferito “Al contrario – è la
risposta- è una donna decisamente brutta” . Incuriosito
il primo gli chiede se, magari, la moglie sia
sessualmente molto stimolante, intelligente, simpatica,
o quant’altro. Le risposte sono sempre molto negative.
Alla fine gli chiede se, forse, si tratti di un
matrimonio di interesse “ Macchè, è una morta di fame”
. “Scusa- sbotta allora il disorientato interlocutore-
ma perché diamine te la sei sposata, allora ?” . “Perché
ha i vermi !” è la spiegazione che chiude il discorso.
Una
rivoltante malattia e un matrimonio fallito si
trasformano in un vantaggio per la necessità principale
del pescatore dipendente di procurarsi esche a buon
mercato.
Molti
considerano le persone dipendenti come ‘deboli’,
‘irresponsabili’ o ‘passive’. In realtà, come vedremo
più avanti, esse sono esattamente il contrario. Quello
che si evince dalla storia personale di chi è coinvolto
in un problema di dipendenza è che, in qualche modo, il
contesto in cui la dipendenza viene sviluppata,
rappresenta una dimensione conflittuale irrisolta
vissuta, probabilmente, in ambito familiare. Un
individuo cresciuto in una famiglia dove era poco chiaro
il perché i genitori continuassero a stare assieme
nonostante i tanti problemi, tende a pensare che il
rapporto di coppia sia un ‘dovere’ astratto o una
necessità vitale irrinunciabile. Sceglie, quindi, un
partner che lo assecondi (o che, in qualche modo lo
confermi) nell’escludere dal campo delle sue
elaborazioni della vita di coppia tutte le costruzioni
non assolute, quali la piacevolezza, l’utilità, la
familiarità, la condivisione, ecc. e, in presenza di
problemi più o meno gravi che investono le sue relazioni
affettive da adulto, non riesce a discriminare la loro
esatta natura e a fare sforzi per risolverli.
Il
passo successivo è la decisione assoluta: o accetto
tutto o rifiuto tutto ! Ma se la relazione è
significativa e profonda, la sua fine comporta problemi
di sofferenza inaccettabili in parti centrali
dell’identità. Entrambe le alternative non sono valide,
questo è chiaro, ma allora come spiegare la persistenza
della relazione ? “Forse sono dipendente” è la risposta
al quesito. Ci soffermeremo più avanti sulle inferenze
di vario tipo che possono portare ad una tale ‘scoperta’,
comunque, da questo punto in poi la persona inizia una
serie di tentativi abbastanza caotici per affrontare il
problema in termini di soluzioni incidentali: cerco di
vedere di meno il partner; cerco di utilizzare altre
persone per alcuni dei miei bisogni; cerco di risolvere
da solo i miei problemi, ecc.
Alcune volte questi possono essere dei piccoli passi per
allentare l’ansia e distaccarsi temporaneamente
dall’ossessione verso la persona da cui ci si considera
‘dipendenti’.
Questo può, in parte, funzionare se è ben chiara e
definita l’area dei bisogni che venivano soddisfatti
dalla persona da cui ci si deve allontanare: se questi
risultano governati da costruzioni periferiche dell’
identità (ad es. : “ho bisogno di qualcuno che mi
accompagni a teatro quando ne ho voglia”), il distacco
sarà piuttosto rapido. Se i bisogni soddisfatti sono
collocati in una posizione centrale (ad es. “è l’unica
persona che accetta la mia visione negativa del mondo”)
la situazione sarà più complicata e i tentativi di
distacco incidentale cadranno nel vuoto incrementando la
sensazione di frustrazione sempre più interpretata come
‘dipendenza’.
Consideriamo adesso il giocatore d’azzardo. Generalmente
è una persona alla quale sono state presentate con
sufficiente chiarezza solo due soluzioni in campo
sociale: vittoria o sconfitta, entrambe le quali come
unici fattori di felicità o insostenibile sofferenza.
Non ha avuto tempo di imparare bene una professione
soddisfacente: o meglio, non ha avuto modo di pensarci
perché troppo impegnato ad evitare di essere un perdente
e cercare di essere un vincente. Ad un certo punto
‘scopre’ che basta avere un po’ di abilità e il 51 %
delle possibilità a proprio favore per raggiungere lo
scopo della propria vita. Il calcolo non è così folle.
Esistono i giocatori professionisti che si guadagnano da
vivere in tal modo (finge di ignorare che essi
compensano le statistiche negative con espedienti
illeciti o che, più semplicemente, sanno individuare le
persone destinate a perdere), per cui il gioco sembra
essere l’unica soluzione. D’altra parte, proprio per la
dilatata estensione del contesto che una vincita
rappresenta, anche quando si trova con un certo
gruzzoletto davanti al suo posto nel tavolo verde, non
lo ritiene sufficiente. Ecco nascere il pensiero magico:
“Forse la Fortuna esiste e stasera è dalla mia parte !”
E’facile, quindi dimenticare qualsiasi calcolo delle
probabilità e perdere tutto se, ad esempio, si gioca
alla roulette. Se poi ci si trova ad un tavolo di
professionisti del poker, non c’è neppure bisogno della
sorte avversa: energie decisamente umane sapranno
nutrirsi di chi crede nel soprannaturale.
Passiamo all’alcool . Molte persone bevono: alcune per
abitudini alimentari o sociali, altre per allentare la
tensione quotidiana, altre ancora per superare piccole
o grandi paure. Gran parte delle persone che bevono sono
consapevoli che, ogni tanto, si possono ubriacare e
combinare qualche guaio e, soprattutto, sperimentare i
tristemente noti postumi della sbornia che fanno
amaramente pentire delle esagerazioni della sera
precedente. Da adulti impariamo alcune regole che
limitano a casi rari gli eccessi dell’alcool ; quella
principale, è di imparare che i suoi effetti sono
imprevedibili !
A
differenza delle altre categorie di bevitori,
l’alcolista non accetta questo limite : il suo problema
è rappresentato dalla sfida costante che egli pone a sé
stesso e alla sostanza che tanto ama : “posso bere
senza ubriacarmi !”. Anche qui non ci troviamo di fronte
ad un’idea assurda. Conosce molte persone che bevono
senza rovinarsi la vita. Ma lui si mette in una
condizione più problematica: beve il primo bicchiere e,
se si accorge di essere ancora sobrio decide di vedere
se ne regge anche un secondo, e così un terzo e così
via. Il senso di sicurezza che l’alcol normalmente
infonde, aggiunge ulteriore confusione ad un esperimento
mal concepito sin dall’inizio e
regolarmente, vede il suo mondo sfuggirgli di mano.
Anche
per quanto riguarda l’eroina, soprattutto dopo che,
negli anni ’80 i suoi effetti disastrosi sono divenuti
ben noti a tutti coloro che vi si avvicinano, c’è da
ritenere che il meccanismo di sfida abbia funzionato
come base principale di mantenimento della condizione di
dipendenza. La disintossicazione fisiologica
dall’alcaloide necessita di pochissimi giorni : più
difficile e togliere dalla testa del tossico l’idea che
possa vivere tranquillamente assumendo un pericoloso
veleno.
2.
Modelli di dipendenza
Tutti
gli esseri viventi sono dipendenti, per la soddisfazione
dei loro bisogni, da altri esseri viventi e da oggetti e
sostanze presenti in natura o inventate dall’uomo. Gli
uomini primitivi avevano bisogno di altri individui
della loro specie per riprodursi e cacciare in gruppo,
di animali e piante di cui nutrirsi, di strumenti per
uccidere, raccogliere o catturare altre specie viventi .
Un uomo moderno, con questi elementi a disposizione
può agevolmente vivere in un ambiente non troppo
sfavorevole (ad es. in un’isola del Pacifico, come
accadde agli ammutinati del Bounty, i cui discendenti
vivono ancora oggi sull’isoletta di Pitcairn), mentre la
mancanza di uno solo di essi non permette la sua
sopravvivenza, o quanto meno, la sua riproduzione.
Tendo
ad escludere che gli effettivi bisogni dell’uomo
contemporaneo siano sostanzialmente diversi da quelli
dei suoi antenati. Forse esagera nell’accumulazione di
oggetti (d’altronde già gli Egizi avevano cominciato a
farlo) ma questo dipende anche dal tipo di sviluppo, in
senso consumista, che la sua società di appartenenza ha
raggiunto.
Le
patologie di dipendenza dall’accumulazione di oggetti,
come il collezionismo di cose senza valore e la
coprofilia, ovvero la difficoltà di separarsi dai propri
rifiuti, raramente portano l’individuo ad affacciarsi
allo studio di uno psichiatra , perlopiù, vengono
tollerate socialmente e, in alcuni casi, addirittura
incoraggiate: basti pensare alle improbabili raccolte
proposte dalle case editrici. La dipendenza dal
telefonino e dalle operazioni di inutile comunicazione
che gli Italiani svolgono con esso, può far sorridere o
irritare, ma tutto il mondo intorno dice al frenetico
utente che si sta comportando in maniera normalissima
anche se comincia a sudare freddo quando vede che la sua
batteria si sta scaricando. Esiste quindi anche un
fattore sociale che agisce decisamente nell’instaurare
un processo patologico nella condizione di dipendenza e
questo fattore sembra dimostrarsi particolarmente
incisivo nelle persone che ne soffrono.
Comunque, prima di andare avanti è necessaria una
premessa: il comportamento degli esseri umani, di
qualsiasi essere umano, data la sua complessità, può
essere spiegato solo in termini di analogie con altri
comportamenti meno complessi che osserviamo nel mondo
che ci circonda. Chi mangia troppo viene definito “un
porco” ; chi non mostra timidezza ha “la faccia di
bronzo”; chi esprime troppe emozioni è come “un fiume in
piena”, e via dicendo. In questi tre esempi abbiamo
utilizzato analogie con la zoologia, la metallurgia e
l’idraulica per rendere immediatamente comprensibili
alcuni caratteri presenti negli elementi che usiamo per
le nostre comparazioni. Il limite fondamentale delle
analogie è che esse si prestano ad interpretazioni
idiosincratiche: un porco può essere percepito
positivamente da qualcuno, e quindi il valore
dispregiativo dell’analogia non ha effetto alcuno,
oppure può essere considerato un animale talmente
disgustoso da generare repulsione e rifiuto tali da
bloccare nell’interlocutore qualsiasi tentativo di
confrontarsi con l’esempio.
Nel
cercare di definire il modello di dipendenza che ho in
mente utilizzerò alcune prospettive prese a prestito da
discipline che analizzano il mondo in cui viviamo, con
la consapevolezza che queste discipline a cui viene
attribuito valore “scientifico”, non sono altro che
metafore. Ovviamente utilizzerò quelle che mi sono più
familiari, sperando che il lettore possa condividerle
con me e capire di cosa sto parlando.
2.1
La prospettiva biologica
La
caratteristica fondamentale del comportamento degli
esseri umani è che esso mostra un’estrema flessibilità
adattativa alle condizioni ambientali. L’uomo, per
quanto ne sappiamo al momento, si può definire l’animale
meno ‘specializzato’ e più opportunista presente sul
pianeta in quanto, pur non sapendo fare niente meglio
degli altri esseri viventi (non ha i denti di una tigre,
la velocità di un cane, la capacità di apnea di una
foca, ecc.) è riuscito a colonizzare, praticamente ogni
angolo della terra. Al suo opposto troviamo tanti esseri
miracolosi, come ad esempio il Koala. Questo
graziosissimo orsetto marsupiale possiede nelle sue
viscere uno dei più complessi laboratori chimici del
mondo, in grado di neutralizzare l’estrema tossicità
delle foglie di Eucalyptus che costituiscono il suo
esclusivo nutrimento. Questo gli ha evitato, per milioni
di anni la competizione alimentare con gli altri
erbivori australiani, e lo ha messo al riparo dai
predatori terrestri . Purtroppo per lui, alla fine del
1700 un certo James Cook nato in Inghilterra dove non
c’erano né eucalipti, né canguri o carnivori marsupiali,
scoprì il continente dove l’orsetto si era pazientemente
adattato a vivere. La colonizzazione che seguì alla
scoperta portò, tra le altre conseguenze, la rarefazione
delle foreste di eucalipto e, in meno di due secoli, il
lavoro di milioni di anni di evoluzione ha avuto come
risultato il rischio di estinzione del Koala. La lista
rossa delle specie in via di estinzione contiene un
lungo elenco di animali altamente specializzati che ci
sforziamo di proteggere, mentre, contemporaneamente,
facciamo una fatica enorme per liberarci dai batteri
che, come gli esseri umani sono flessibili e
opportunisti. La caratteristica che, però, distingue i
batteri dagli esseri umani è che nei primi la capacità
di resistere a circostanze ambientali avverse è affidata
ad un programma genetico rigido che mira alla
conservazione della specie (le loro spore sono
particolarmente sensibili e resistenti) , nei secondi si
basa su un programma genetico flessibile o ‘aperto’
basato su un sistema di calcolo degli eventi che
permette di orientare una sperimentazione adattativa in
ambienti estremamente differenziati.
Possiamo quindi, metaforicamente, arguire che chi si
‘specializza’ nell’adattare la intera esistenza ad un
partner, ad un gioco o ad una sostanza, corre facilmente
il rischio di vedersi irrimediabilmente perduto di
fronte alla prospettiva che l’unica sua fonte di
soddisfazione dei bisogni vada perduta, mentre chi è in
grado di fare esperimenti su più possibili fonti di
nutrimento esistenziale, viva le minacce di perdita con
minore drammaticità.
2.2
La prospettiva relazionale
La
cosiddetta ‘psicologia relazionale’ classifica il
comportamento in base alla posizione di un individuo
rispetto ad altri individui. Definisce come
‘complementari’ quelle interazioni in cui i
comportamenti di due o più individui danno origine a
qualcosa di nuovo e ‘simmetriche’ quelle interazioni in
cui due o più individui mettono in atto comportamenti
che portano necessariamente ad annullare gli effetti di
quelli degli altri. L’unione sessuale è un’interazione
tra individui complementari che genera un terzo
individuo che porta in sé le caratteristiche dei due che
lo hanno generato ma che, comunque è diverso da loro.
Uno scontro cruento, invece, tende ad eliminare uno dei
due contendenti o, nella migliore delle ipotesi, a
mantenere entrambi sulle posizioni di partenza: c’è un
solo vincitore, un solo perdente o una parità. Il
complesso dei partecipanti non guadagna nulla
dall’interazione. Sebbene il modello sembri sin troppo
semplice, le sue elaborazioni si sono rivelate, a
partire dagli anni ’70, estremamente utili nella terapia
dei sistemi familiari.
Se un
individuo percepisce la sua complementarità ad un altro
come ‘dipendenza’ , in mancanza di spiegazioni
comprensive che gli permettano di definire la relazione
come un sistema di coordinamento teso a soddisfare
bisogni reciproci, può decidere di assumere una
posizione simmetrica. Nelle coppie adolescenti, molto
spesso il bisogno dominante da coordinare tra i partner
è quello della ‘vicinanza costante’ . E’ il periodo
dello spostamento dell’attaccamento alla famiglia verso
qualcosa che non si conosce ancora con esattezza e la
relazione affettiva viene percepita come congrua
soprattutto se garantisce le certezze di contiguità
spazio-temporale tipiche della relazione con i genitori.
Generalmente uno dei due partner capisce per primo che
l’attaccamento tra adulti è diverso da quello tra
genitori e figli e tende a dar meno importanza, ad
esempio, al fatto di dover passare tutto il tempo
assieme all’altro. Quest’ultimo tende a non capire la
‘scoperta’ dell’altro e la interpreta come disinteresse.
Se la sua identità ritiene inaccettabile che la persona
amata provi un interesse alla relazione inferiore a
quello che egli ritiene debba essere, tende ad assumere
una posizione simmetrica, ad esempio inventandosi
impegni che non ha, corteggiatori inesistenti, ecc. Se
il partner sfidato scopre il gioco, per lo sfidante sarà
sempre più difficile dimostrare disinteresse quando è
chiaro che passa tutto il suo tempo nel tentativo di far
credere all’altro che è disinteressato.
In
maniera analoga la persona che si ritiene dipendente da
una sostanza stupefacente o da una sequenza di numeri o
di carte da gioco, tende ad assumere un atteggiamento
simmetrico rispetto a questi elementi, cercando di
mostrarsi più forte di essi . Ovviamente è difficile che
un individuo riesca a far ubriacare una bottiglia di
whisky o a costringere la pallina di una Roulette a
fermarsi dove vuole lui .
2.3
La prospettiva sociologica
La
relazione dipendente-indipendente può essere sottoposta
ad interpretazioni differenti in relazione alle diverse
condizioni sociologiche in cui essa si presenta.
In
nessun sistema sociale si pretende che un bambino di
tre anni sia ‘indipendente’ dai genitori. Tuttavia, nei
gruppi sociali che praticano la pastorizia erratica, già
intorno ai 7-8 anni i bambini vengono lasciati soli a
custodire le greggi, mentre nelle società industriali
già intorno ai 4 anni i bambini possono essere affidati
a figure esterne al contesto familiare (negli asili
d’infanzia) per iniziare il ciclo dell’istruzione. In
termini sociologici siamo abituati a considerare come
‘indipendenza’ la progressiva ricerca di risorse che
soddisfino i nostri bisogni sociali al di fuori del
contesto familiare, ma il grado di ampiezza delle
dimensioni in cui possiamo effettuare tale ricerca è
condizionato dai valori culturali delle società in cui
viviamo e dalle regole vigenti nella nostra famiglia.
Anche osservando soltanto la società italiana degli
ultimi 50 anni, possiamo osservare quanto, nel corso di
due generazioni, alcuni fattori che possono determinare
la valutazione sociologica dell’indipendenza personale
siano profondamente cambiati. Sino agli anni 70 era
difficile che un minorenne rientrasse in casa dopo le 11
di sera, specie se di sesso femminile, ma d’altronde, a
seconda del ceto sociale, tra i 14 e i 25 anni c’era
l’obbligo di assicurarsi una rendita economica
indipendente da quella dei genitori. I rapporti sessuali
prima dei vent’anni erano rari e decisamente ostacolati
ma, chi non era sposato dopo i 25 anni era guardato con
un certo sospetto. Nessuno aveva da ridire se la moglie
non svolgeva alcun lavoro al di fuori delle mura
domestiche e dipendesse economicamente dal marito, caso
mai poteva essere vero il contrario.
Probabilmente, in un paese di montagna ad economia
agro-pastorale, lo stato di ebbrezza alcolica può
essere accettato senza degenerare nella sfida simmetrica
dell’alcolista: il concetto di ‘ubriaco’ non viene usato
opponendolo a ‘sobrio’, bensì misurandolo in base alle
diverse reazioni che la regolare e socialmente diffusa
assunzione di alcool provoca nei diversi individui.
La
nostra costruzione di cosa significhi essere
‘indipendente’ è evidentemente condizionata dal contesto
sociale in cui viviamo ma, dato che alcune aree dei
nostri bisogni sono costruite in maniera assolutamente
originale, è altamente probabile che la nostra idea di
indipendenza non corrisponda a quella imposta dal
modello sociale vigente.
C’è
quindi da ritenere che gli individui particolarmente
sensibili al giudizio esterno,
compiano enormi sforzi per essere quello che in realtà
non vogliono essere, e questo può generare, a seconda
dei casi, stati di panico o di profonda confusione.
2.4
La prospettiva costruttivista
La
psicologia dei costrutti personali (PCP), elaborata da
George Kelly, si sviluppò negli USA, durante gli anni 50
come strumento di indagine e soluzione dei problemi
clinici sino ad allora affrontati quasi esclusivamente
con la psicoanalisi e con i trattamenti ‘ duri ’ della
psichiatria organicistica.
Kelly
e il suo gruppo di lavoro, confrontandosi con la pratica
clinica quotidiana e analizzando i risultati ottenuti
dalle altre metodologie di intervento, si resero conto
di come il disagio psichico costituisse, essenzialmente,
il risultato del fallimento dei tentativi degli
individui di mantenere una identità coerente alle
sollecitazioni poste dal loro contesto sociale.
Partendo da tale prospettiva, individuò nella
particolare interpretazione che ognuno di noi dà di sè
stesso e del contesto che lo circonda, l’unica base
fondamentale della personalità, considerata come un
elemento dinamico che orienta analisi, anticipazioni ed
esperimenti al fine di indirizzare gli individui verso
un’esistenza che riduca la percezione di minaccia e
incertezza. Per garantire la coerenza e l’adattabilità
della propria identità personale, gli individui
organizzano i loro esperimenti attraverso la
movimentazione del proprio patrimonio d’informazione ,
costituito da tutto ciò che sanno del mondo che li
circonda, e gli eventuali disordini psicologici trovano
origine, non da teorie del mondo ‘ sbagliate ’ o ‘ folli
’, e neppure dai metodi estremi che, spesso, gli esseri
umani utilizzano per uscire dalle loro difficoltà, bensì
per la frequente possibilità di commettere errori nella
formulazione del problema e della soluzione ad esso
applicata.
Kelly
rispetto alla dipendenza si sofferma su tre punti
principali:
1-
Nella nostra società tendiamo
a considerare l’essere dipendenti una caratteristica
infantile e l’essere indipendenti una caratteristica
degli adulti. Tuttavia i bisogni di un adulto sono di
gran lunga più complessi e di più difficile
soddisfazione di quelli di un bambino.
2-
Per quanto riguarda le persone
che hanno a che fare con un disordine che coinvolge la
dipendenza è che sembra che esse non abbiano imparato
a conoscere, classificare e distribuire le proprie
dipendenze personali.
3-
La persona che scopre di
non essere in grado di gestire le proprie dipendenze
senza prima avere una visione comprensiva del problema,
tende a costruire la sua identità sociale in senso
contrapposto. Inizia quindi a comportarsi nella maniera
in cui un bambino ostile pensi si possa comportare un
adulto indipendente: “ rifiuta ogni relazione
impegnativa, accetta solo regali che non gli impongano
alcun obbligo, prende ciò che vuole da chiunque sia in
grado di fornirglielo dando per scontato che questo non
comporta per lui alcun impegno.”[Kelly, 1957]
C’è
da ritenere con sufficiente certezza che un adulto che
si comporti nella maniera sopra descritta, andrà
rapidamente incontro ad una serie di disastri nelle sue
relazioni sociali: le persone adulte e consapevoli
tenderanno a rifiutare questo tipo di relazione mentre
chi accetta il loro gioco verrà presto percepito come
incapace di garantire realmente la soddisfazione dei
bisogni richiesti in quanto ‘debole’ o ‘stupido’.
Inoltre, il fatto di non conoscere bene quali siano
realmente le dipendenze da soddisfare, aggiunge caos e
frustrazione che possono arrecare ansia e depressione.
Come se non bastasse, i frammenti di identità personale
sopravvissuti alla trasformazione da ‘dipendente’ a
‘indipendente’ sono in agguato, magari a livello
preverbale, a rammentare la perdita di vecchi ruoli
sociali significativi. Di conseguenza la persona che si
trova nel disordine da dipendenza è afflitta da sensi di
colpa, per far fronte ai quali può adottare tre
soluzioni: la prima è quella di tipo ‘paranoideo’, che
attribuisce la colpa della perdita di ruolo alla
malignità di qualcun altro. Questo qualcuno (che sia il
partner, la famiglia, un gruppo di amici, un medico,
ecc.) in genere è l’entità verso la quale si erano
precedentemente concentrate tutte le dipendenze e,
quindi, è anche quello che è a conoscenza
dell’artificiosità della nuova identità che si prova ad
affermare. Risentimento e paura di essere scoperti
portano il dipendente a cercare di confondere questo
nemico immaginario, a celargli quanto più possibile le
difficoltà in corso; a mostrargli quanto, oramai non
abbia più alcun bisogno di lui, quanti altri, invece, si
dimostrino disponibili e attenti, e così via.
La
seconda soluzione per fronteggiare i sensi di colpa è
quella dell’autocostrizione: la persona può imporsi di
ridurre la gamma delle persone a cui rivolgersi sino al
punto di cercare di fare tutto da sola. Questo,
ovviamente, non è possibile e allora può passare a
cercare di ridurre il numero delle cose di cui crede di
avere bisogno: la vita si trasforma in una mera
condizione di sopravvivenza che esclude ogni cosa che
non sia essenziale. Anche questa soluzione da Robinson
Crusoe non può reggere a lungo senza generare la
reazione opposta alla costrizione, ossia la dilatazione
improvvisa dei propri bisogni e del numero di coloro che
li devono soddisfare, con un nuovo ciclo di dipendenza
indiscriminata e indifferenziata che genera nuovamente
sensi di colpa e, nuovamente paranoia e costrizione. In
alcuni casi c’è il rischio che l’alternanza
costrizione-dilatazione venga diagnosticata come
‘disturbo bipolare’ o ‘psicosi maniaco depressiva’ e
sottoposta ai ben noti trattamenti disastrosi che la
psichiatria tradizionale ha sempre riservato a questi
casi. La terza soluzione è quella di accettare ‘certe
dipendenze’ escludere più o meno definitivamente quelle
più problematiche e cercarne la soddisfazione in
contesti sociali disposti a fornirle acriticamente. La
situazione classica che si manifesta più comunemente è
il ritorno alla famiglia d’origine dopo il fallimento di
una relazione coniugale: in questo caso viene fortemente
costretta l’area delle dipendenze in un ambito infantile
che esclude qualsiasi relazione affettiva su basi
sessuali adulte.
La
soluzione di accettare il peso della proprio disordine
da dipendenza e di mantenerlo sotto costante costrizione
per il resto della propria esistenza, sembra funzioni
egregiamente con tutti coloro che aderiscono al
programma dell’Anonymous Alcoholics nonché a quelli di
numerose comunità di recupero per tossicodipendenti. Per
quanto riguarda la dipendenza dal gioco d’azzardo, la
costrizione si attua anche senza la necessità di alcun
intervento terapeutico ( una volta esaurite le risorse
finanziarie).
C’è
tuttavia da chiedersi se i programmi costrittivi
funzionino veramente con tutti i soggetti e se sia
veramente la costrizione il fattore decisivo che
allontani il disordine da dipendenza. C’è poi il
problema di comprendere, in caso di dipendenze più
complesse e centrali, come quelle che coinvolgono i
disordini nella sfera affettiva e sessuale, se la
costrizione sia una soluzione accettabile o se non apra
la strada a disordini più gravi.
3. La
gestione delle dipendenze
Come
abbiamo ampiamente illustrato nelle pagine precedenti,
tutti gli adulti hanno la potenzialità di sviluppare
comportamenti che li portano a rischiare la dipendenza
patologica, tuttavia solo una parte di essi sembra
destinata a cadervi senza riuscire a risolverla.
Cercheremo, adesso, di capire se esista e quale possa
essere il modello cognitivo-comportamentale degli
individui coinvolti, quali siano i loro interlocutori
sociali che hanno un ruolo attivo nella genesi e nel
mantenimento della situazione problematica e, infine,
quali siano le indicazioni per risolvere positivamente
il problema.
3.1
Analogie con l’ostilità
Nell’
opera The Psychology of Personal Construct,
George Kelly non dedica molto spazio a quelli che
definisce disordini che implicano la dipendenza
, tuttavia inizia la trattazione dell’argomento
avvertendo che “Il terapista che ha a che fare con
problemi di dipendenza deve avere la saggezza di
considerare anche l’ostilità” Moltissime
pagine del II volume dell’opera citata, vengono dedicate
all’ostilità e il lettore potrà trovare maggiori
informazioni a riguardo consultando alcuni articoli
citati in bibliografia. Basterà ricordare, in questa
sede che, secondo le teorie costruttiviste l’individuo
ostile non accetta i risultati negativi di un esperienza
sociale.
Pensiamo al caso classico di una persona che, ad un
certo punto della sua esistenza, dopo aver constatato la
difficoltà di distribuire le sue dipendenze affettive
tra gli amici, la famiglia o in qualche relazione
sessuale di importanza secondaria, decida di concentrare
tutto il suo impegno in una relazione amorosa profonda e
coinvolgente. Se aveva maturato la convinzione che i
suoi sforzi di ricerca affettiva erano andati a vuoto
perché non si era abbastanza impegnata in alcune aree,
forzerà la sua identità per ‘fare di più’, appellandosi
al proprio senso del dovere, sopportando sacrifici,
accettando umiliazioni vere o immaginarie che esse
siano. Naturalmente si aspetta, senza avere alcun
dubbio a riguardo, di ricevere una specie di ‘pagamento
affettivo’ e, soprattutto, un’assoluta stabilità della
relazione che la metta al riparo dal rischio di dover
compiere altri esperimenti sociali problematici. Non è
possessiva e controllante nel senso comune del termine:
l’unica cosa che desidera realmente è evitare le
relazioni sociali che percepisce come rischiose e
caotiche. In linea di massima questo tipo di persone è
cresciuto in assenza di costruzioni ben definite e
correlate che gli permettano chiare anticipazioni su
quelli che possono essere i risultati del proprio
comportamento verso gli altri : tutto è stato lasciato
al caso o al massimo, l’unico sforzo è stato fatto per
cercare di non far capire agli altri la propria
incapacità di prevedere i risultati di interazioni
complesse. Per motivi diversi (ad esempio se il partner,
scelto con assoluta complementarità, ama fare
esperimenti sociali rischiosi coinvolgendola contro la
sua effettiva ma inespressa volontà) ad un certo punto
si rende conto che il rapporto non garantisce quel
riparo dal mondo caotico in cui aveva creduto e
percepisce questo fatto come un nuovo fallimento dei
suoi tentativi. Ma stavolta l’investimento è stato
troppo grande: le strutture centrali della propria
identità rischiano di crollare definitivamente se tutti
i suoi sforzi cadranno, nuovamente, nel vuoto. A quel
punto, invece di sottoporre ad una doverosa revisione la
propria interpretazione del mondo, cerca nuovamente una
soluzione apparentemente facile e rapida: il fallimento
va occultato agli occhi di quanti possano rendersi conto
che il suo sistema di discriminazione degli eventi e
delle persone non ha funzionato. Cerca quindi di
dimostrare che sono gli altri che hanno sbagliato, non
tanto perché ci creda effettivamente o perché abbia
argomenti validi per dimostrarlo: sceglie semplicemente
la tattica di mostrarsi offesa, risentita o delusa
sperando che il mondo intorno, almeno in parte, le dia
ragione. La prima mossa è quella di cercare
accuratamente altre persone ostili pronte a condividere
la sua ipotesi, o all’interno della rete sociale ove ha
vissuto l’esperienza fallimentare oppure, quando ciò non
sia possibile, con persone sconosciute con le quali può
recitare un ruolo nuovo senza paura di essere scoperta.
Se mostra sintomi che necessitano di una psicoterapia, i
suoi sforzi saranno indirizzati a dimostrare in ogni
modo al terapista di essere dalla parte del giusto,
ponendosi in una condizione paradossale che, molto
spesso, porta a fallimenti e blocchi del programma
terapeutico, anche in presenza di grande abilità
professionale e navigata esperienza. Potrebbe anche
accettare il fallimento e cercare di ripetere
l’esperimento con altre persone, però non ritiene di
poterselo permettere: ha investito troppo e deve, in
qualche modo, recuperare la perdita subita, questo è il
punto fondamentale. Quando, improvvisamente, si rende
conto di quanto non sia in grado di allontanarsi da
questa situazione, interpreta i suoi sforzi inutili
come ‘dipendenza’ , e a questo segue una situazione di
panico e una nuova fase che la spinge a comportarsi
nella maniera descritta nella sez. 2.4 .
In
tutto ciò non vi è, forse, una similitudine con il
giocatore perdente che ‘deve rifarsi’ ma che continua a
perdere ? O con gli sforzi dell’alcolista che ha
sacrificato una vita normale per bere senza essere
ubriaco ma non vi è ‘ancora’ riuscito ?
L’idea che prima o poi risolverà i suoi problemi
è il risultato della sua incapacità di
concettualizzazione della dimensione temporale, una
conseguenza della sua difficoltà di anticipare gli
eventi con sufficiente chiarezza.
3.2
Uscire dalla dipendenza
A
questo punto il lettore avrà capito che il tipo di
dipendenza considerato in questa sede è strettamente
collegato al punto fondamentale alla base dell’ostilità:
l’impossibilità di rinunciare all’investimento compiuto.
Dal suo punto di vista, la persona dipendente non fa
altro che mostrare, ancora una volta, doverosa saggezza
e ponderazione, virtù alle quali è stata educata sin
dall’infanzia: “Possibile che gli altri non capiscano
che sto evitando uno spreco ?”, è la sua probabile
riflessione e, alle volte, è convinta di essere
circondata da pazzi irresponsabili (incluso il suo
eventuale terapista, se quest’ultimo ha fatto l’errore
di provare a suggerirgli di lasciar perdere e
concentrarsi su qualche altra cosa). In assenza di
costruzioni comprensive che gli permettano di
considerare strategie alternative anticipandone i
possibili risultati, l’unica cosa che è capace di fare
è insistere tenacemente incurante del tempo che passa e
dei risultati negativi che continua ad accumulare : non
pensa di aver altro da perdere, né di poter guadagnare
qualcosa in maniera diversa. Bateson [1971]
soffermandosi sul cosiddetto ‘orgoglio dell’alcolista’ e
sul metodo che l’Anonymous Alcoholics ( AA) usa per
contrastarlo, arriva alla conclusione che la via
d’uscita dalla dipendenza da alcool avviene quando
l’intossicato passa da una posizione simmetrica verso la
sua dipendenza ad una complementare. La premessa di ciò
è quella condizione in cui l’alcolizzato si rende conto
di ‘aver toccato il fondo’ riconoscendo che l’alcool è
più forte di lui e che non gli conviene più sfidarlo.
Tuttavia il ‘toccare il fondo’, anche per più di una
volta, è soltanto una premessa al cambiamento di
posizione: è solo la fase necessaria affinché il
dipendente accetti una temporanea costrizione della sua
frenetica sfida per lasciare un possibile spazio alla
formulazione di alternative.
Nella cosiddetta ‘psicoterapia strategica’ del
disordine da dipendenza, il terapista, generalmente,
pone in atto un intervento che spinge il paziente verso
l’accentuazione della sua sfida per arrivare a fargli
mostrare il limite delle sue possibilità e indirizzarlo
verso la costrizione. I rischi fondamentali di una
simile manovra sono sostanzialmente i seguenti:
1- Il
paziente può intuire la paradossalità dell’intervento e
sviluppare ostilità verso il terapista. Questo ostacola
fortemente, quando non pregiudichi irrimediabilmente, i
passi successivi. I terapisti strategici risolvono il
problema ponendo un termine irrevocabile fissato in un
numero determinato di sedute al termine delle quali il
paziente viene reso, in qualche modo, consapevole della
necessità di proseguire il cammino terapeutico in
qualche altra direzione.
2- Le
persone che vivono a stretto contatto con il paziente
possono giudicare l’accentuazione dei sintomi come
segnale del fallimento della terapia e sviluppare
manovre simmetriche contro di essa. Le cose possono
complicarsi ancora di più se, al contrario, queste
decidono di assecondare la tattica, per fiducia o
disperazione: il paziente può intravedere una vera
cospirazione nei suoi confronti e sviluppare resistenze
paranoidee. Il terapista deve essere ben certo di avere
una visione costantemente aggiornata delle reazioni che
si generano nella rete sociale a cui il paziente fa
riferimento.
3- La
costrizione applicata può essere eccessiva e tale da
generare una successiva dilatazione rapida accompagnata
da comportamenti ancora più distruttivi dei precedenti.
E’necessario mantenere il ciclo costrizione-dilatazione
sotto costante monitoraggio limitandone le eccessive
oscillazioni.
Nella
sez. 2, abbiamo visto come il problema del disordine da
dipendenza può essere visto da diverse prospettive.
Sicuramente il passaggio da un’interazione simmetrica ad
una complementare rappresenta la soluzione ideale per
qualsiasi tipo di problema. Anche i cosiddetti disordini
di tipo fobico o da panico, di natura assai diversa da
quelli di dipendenza (generalmente i ‘fobici’ sono
complementari ai ‘dipendenti’ nelle relazioni di tipo
nevrotico che si dimostrano più stabili nel mantenimento
delle reciproche sintomatologie) risolvono i loro
problemi quando smettono di cercare di combattere le
proprie ansie e paure sfidandole troppo aggressivamente.
Il
problema che ci dobbiamo porre è se la scelta di
collocare, seppur temporaneamente, il dipendente in una
posizione complementare di inferiorità rispetto al suo
comportamento problematico, rappresenti la soluzione
migliore.
Abbiamo osservato come la scoperta improvvisa di essere
dipendenti porti l’individuo a reagire in maniera
egoistica ed estorsiva verso il suo prossimo. C’è,
ragionevolmente, da ritenere che questo sia la logica
conseguenza del fatto che la persona scopre di avere una
pericolosa ‘debolezza’ che vada occultata assolutamente.
Il
mostrarsi come “un adulto indipendente così come può
essere visto da un bambino ostile” potrebbe avere una
motivazione di tipo ‘sociale esterno’. In pratica la
persona che la compie sa benissimo che quella non è una
buona soluzione e la parte centrale della sua identità
la rifiuta generando sensi di colpa. Ma è l’unica che
riesce a vedere in quel momento. Proprio in
considerazione delle difficoltà che le persone con
disordine da dipendenza hanno nell’anticipare il futuro,
metterle in condizione di percepire un rischio immediato
e totale le porta a reagire come ‘a cornered rat’, un
ratto costretto in un angolo dall’aggressore.
L’altissimo livello di stress che viene generato, in un
essere umano può portare a reazioni di tipo psicotico o
a manifestazioni di grave sofferenza somatica, sino a
sintomatologie di tipo cardiovascolare o di forte
deficit del sistema immunitario. Ci rendiamo conto che
in situazioni in cui il rischio organico e psichico è
altissimo in condizioni di persistenza del comportamento
problematico (come nel caso delle tossicodipendenze e
nei comportamenti violenti) alcune ‘ scomode
scorciatoie’ siano un doloroso ma necessario rimedio.
Ho, invece , qualche dubbio se sia il caso di
applicarle acriticamente ad altre forme di dipendenza,
ad esempio quelle che coinvolgono la sfera affettiva e
sessuale.
Poniamo il caso che, invece, si decida di affrontare
direttamente e comprensivamente il problema vero che c’è
dietro al disordine da dipendenza, ossia l’impossibilità
di una persona di accettare il fatto di aver fallito
nel distribuire le proprie dipendenze. Mettiamo che il
terapista non si aspetti risultati immediati e limitati
ma decida di affrontare, progressivamente, la dimensione
effettiva del problema. Se l’ansia e la confusione
derivanti dalla devastante scoperta necessitano di
essere mitigate, il primo passo può essere quello di
accettare acriticamente che le richieste di una facile e
rapida soluzione dei problemi vengano trasferite su di
lui. I passi successivi comportano l’incoraggiare una
serie di tentativi di distribuzione delle proprie
dipendenze periferiche su persone nuove e,
contestualmente, aiutare il cliente a stabilire alcune
aree essenziali di autonomia. Attraverso tecniche di
sostegno e contrasto potrà orientare i prevedibili
processi di costrizione e dilatazione entro limiti che
non incidano troppo sulla costruzione centrale che il
cliente ha della propria identità, in maniera tale che
l’ansia e i sensi di colpa mantengano una dimensione
tale da poter essere vantaggiosamente utilizzati per
stimolare esperimenti. Quando vi sia la sicurezza che il
cliente sia in grado di condurre un’esistenza meno
caotica avendo acquisito un minimo di capacità
anticipatoria degli eventi governati da costruzioni
periferiche, si potrà cominciare a fargli,
progressivamente , prendere coscienza di quali siano
effettivamente i bisogni che la sua richiesta di
dipendenza deve soddisfare, se essi siano compatibili
con la personalità di un adulto e se la sua rete sociale
di appartenenza può essere in grado di soddisfarli. Al
termine di questa fase il cliente potrà essere posto di
fronte all’alternativa se continuare ad insistere nel
cercare di recuperare quello che ritiene il suo
investimento perduto all’interno della rete sociale in
cui ha mostrato dipendenza oppure cercarlo altrove.
Questo, in realtà, non significa porlo di fronte
all’alternativa tra l’esilio e la costrizione, bensì
metterlo in condizione di costruirsi una visione
comprensiva delle sue dipendenze e del tipo di contesti
in cui possono essere soddisfatte.
Gestire questa dimensione con la consapevolezza che, nel
corso della propria esistenza, ciascun individuo mostra
cambiamenti nelle sue necessità di dipendere da qualcun
altro o da qualcos’altro, è l’obiettivo finale che
coincide con l’uscita definitiva dal disordine da
dipendenza.
Bateson G.,
La cibernetica dell' 'io': una teoria dell'alcolismo
in 'Verso un'ecologia della mente', Adelphi
Edizioni (1976)
Bateson G.,
Mente e Natura, Adelphi Edizioni (1984)
Haley J.,
Le strategie della psicoterapia, Sansoni editore
(1977)
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Evoluzione e modificazione del comportamento,
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Lorenz K.,
L’aggressività, Il Saggiatore, Milano, 1969
Kelly G.,
The Psychology of Personal Constructs, New York,
Norton & Company (1955)
Kelly G.,
A chi mi affido: da
chi dipendo per cosa?
(1969)
Kelly G.,
L'ostilità
(1957)
Kenny V., Gash H,
-
L'approccio costruttivista alla risoluzione del
pregiudizio (1998)
Kenny V.,
La ricostruzione psicologica della vita: un'introduzione
alla psicoterapia dei costrutti personali -
(1998)
Kenny V.,
Verso un’ecologia della Comunicazione,
(1999)
Minissi E.,
L'interpretazione costruttivista dell'ostilità
(2003)
Minissi E.,
Piccole guerre di indipendenza: ovvero come dirigere
al meglio gli sforzi di cambiamento di chi si ritiene ‘dipendente’?
(2003)
Minissi E.,
Il contributo dell’etologia alla soluzione dei problemi
umani
(1999)