Nelle pagine che
seguono verranno considerate le diverse motivazioni per
cui, secondo l’autore, gli individui partecipano ad
un’attività di volontariato. Si ipotizza che chi
partecipa ad attività di lavoro volontario stia cercando
alternative ad un sistema sociale che giudica
contraddittorio o deludente e si analizzano le
costruzioni anticipatorie con le quali le persone
orientano le loro conversazioni e stabiliscono le loro
preferenze all’interno di un’organizzazione. Si
tracciano, inoltre, le linee guida per ciò che viene
ritenuto essenziale affinché un’organizzazione sia in
grado di rispondere adeguatamente sia ai propri scopi
sociali, sia alle esigenze personali dei suoi membri.
Sommario
1 -
Differenziazione delle costruzioni nel lavoro volontario
2 -
Complessità delle costruzioni nel contesto del
volontariato
3 -
La soluzione dei conflitti sociali nelle società moderne
4 -
Esplorazione e cambiamento in un’organizzazione di
volontariato
5 -
Verso un’organizzazione aperta
1-
Differenziazione delle costruzioni nel lavoro volontario
Chiunque abbia seguito in maniera un
po’ approfondita gruppi di volontari al lavoro, si è
reso conto come i partecipanti ad ogni singola attività
interpretino quello che stanno facendo in maniera
significativamente diversa tra loro utilizzando
costrutti correlati tra loro secondo una gerarchia di
importanza che ne orienta le previsioni, le emozioni ed
il comportamento. Quando un gruppo di volontari
partecipa ad un campo di lavoro che si occupi della
pulizia di un bosco, il coordinatore attento scoprirà
presto che, per alcuni, la costruzione che ne determina
l’impegno è “Proteggere la natura”, per altri è
“Rendersi utili”, per altri “Lavorare in gruppo” e così
via. Alcuni si sentiranno rassicurati se il lavoro
viene “Organizzato nei dettagli”, altri preferiranno
“Lavorare in maniera creativa”, c’è chi vorrà “Più
disciplina” e chi “Autoorganizzazione” ecc. Ad un
livello ancora più subordinato si troveranno costruzioni
riguardanti la “Qualità della sistemazione”, “Gli orari
di lavoro” la “Simpatia dei colleghi” e via discorrendo.
In genere coloro che interrompono un servizio volontario
o recano problemi all’organizzazione del lavoro, sono
coloro i quali usano le loro costruzioni in una
posizione gerarchica che non è condivisa dal resto del
gruppo di lavoro, cioè che, ad esempio, rifiutano un
compito ‘socialmente utile’ perché “Il collega è
antipatico” o perché “Fa troppo caldo” oppure si
domandano “Se sono volontario perché devo obbedire a
qualcuno ?”. Le persone che pensano e agiscono nel
modo descritto, di solito, sono considerate in maniera
negativa in un’organizzazione di volontariato ed essi
stessi si trovano in situazioni di disagio, anche in
assenza di espliciti rimproveri o rifiuti da parte del
resto del gruppo. Ma siamo così sicuri che si
tratti di individui irresponsabili ed egoisti al punto
di essere considerati ‘ scarsamente morali’ o
‘devianti’ ? In realtà il problema dei costrutti ‘sociali’,
in un individuo, è alquanto complesso. Nel corso della
sua esperienza vitale, ognuno di noi opera un
riposizionamento della vecchia gerarchia, sia per far
spazio alle nuove costruzioni acquisite, sia per
riposizionare quelle che hanno portato a risultati
deludenti. Inoltre la collocazione gerarchica delle
costruzioni che posizionano gli individui lungo l’asse
interesse collettivo / preferenze personali
variano notevolmente in relazione alle culture nazionali
o ai valori di determinate etnie, agli ambienti in cui
gli eventi si verificano, all’età degli individui, al
sesso, ecc. Se in Italia una impiegata che ama sentirsi
attraente si presenta in ufficio ben vestita e truccata,
l’ambiente di lavoro la accoglie favorevolmente in
quanto un tocco di sex appeal viene considerato di
sostegno alla produzione. In Olanda una
persona del genere affronta il probabile rischio di
venire considerata una persona superficiale e autoriferita non abbastanza concentrata sul lavoro. La
programmazione minuziosa delle proprie attività
personali è ritenuta fondamentale nella cultura
d’impresa tedesca mentre viene vista con minore
attrazione via via che si scende verso sud.
D’altronde nessuno di noi si diverte
molto in un party (che è, a tutti gli effetti, un
fenomeno ‘sociale’) affollato di persone seriamente
preoccupate per i problemi dell’umanità.
Chi scrive non ritiene una buona idea
assumere posizioni pregiudiziali su quali siano le
costruzioni più giuste per realizzare l’armonia
esistenziale degli individui in un gruppo di lavoro,
tuttavia va detto che nella pianificazione delle
attività di un’associazione di volontariato, deve essere
previsto un chiaro e costante orientamento che permetta
a tutti i partecipanti di mantenere una posizione
confortevole e costruttiva .C’è inoltre da dire che la
scarsa chiarezza nel chiarire obiettivi e ruoli in un
programma di lavoro volontario, può generare conflitti
che sfociano sempre in atteggiamenti di squalifica e
ostilità tra volontari e struttura associativa, con
strascichi spesso nefasti, soprattutto per le
associazioni che non divengano consapevoli della
complessità delle costruzioni personali implicite in
un’impresa di volontariato e delle modalità con le quali
debbano essere coordinate.
2-
Complessità delle costruzioni nel contesto del
volontariato
Di solito i
fattori di incomprensione e conflitto che si verificano
all’interno di un’organizzazione di volontariato non
guidata da quadri esperti, derivano da errori di
contestualizzazione delle costruzioni personali: spesso,
il gruppo dei quadri e dei dirigenti che vede
nell’attività associativa un impegno stabile, in alcuni
casi coincidente con la propria professione o,
addirittura, considerato più rilevante rispetto alla
propria attività lavorativa remunerata, antepone le
costruzioni ‘socialmente utili’ a quelle ‘socialmente
piacevoli’ mentre i volontari che partecipano ‘una
tantum’ o saltuariamente tendono a fare il contrario. Le
costruzioni ‘socialmente utili ’, (comprensive)
solitamente, sono quelle più adatte ad anticipare cicli
di eventi collocati in contesti temporali più lunghi,
mentre quelle ‘socialmente piacevoli ’ (incidentali)
tendono ad essere utilizzate per anticipare pochi eventi
di breve durata, . Questa osservazione che trova
riscontro un po’ in tutte le attività e nei diffusi
atteggiamenti morali della società occidentale, in
realtà sottende una dimensione che vale la pena di
approfondire, specialmente in un contesto come quello
del volontariato. Come abbiamo già detto, la
collocazione gerarchica delle costruzioni che
definiscono l’asse interesse collettivo-
preferenze personali , non è un dato da
considerare scontato o, per essere ancora più chiari,
non può divenire un pregiudizio da utilizzare per
l’orientamento delle relazioni interne. Non dobbiamo
dimenticare che un’impresa di volontariato viene
interpretata dai suoi partecipanti attraverso l’utilizzo
di costruzioni di tipo più complesso rispetto a quelle
di un’impresa commerciale o, più precisamente, possiamo
dire che essa viene percepita come uno spazio in cui le
costruzioni personali hanno maggiori opportunità di far
parte degli argomenti di conversazione.
Laddove, nelle
imprese commerciali l’attenzione verbale è concentrata
sugli aspetti economici e sulle condizioni pratiche di
lavoro (orari, spazi,relazioni formali tra il
personale,ecc.), nelle organizzazioni di volontariato
emergono spesso temi complessi connessi ad esperienze
intime di relazione tra individui e sistemi sociali. Per
essere più chiari: chi scrive ha la ragionevole
certezza che il lavoro volontario sia essenzialmente
motivato dalla ricerca di uno spazio specifico
personale per l’elaborazione di soluzioni che riempiano
i numerosi vuoti creati dalla moderna organizzazione
capitalistica del lavoro e della società, con un
particolare riferimento alla rarefazione della
partecipazione collettiva all’elaborazione delle
decisioni. Se consideriamo una tale possibilità,
possiamo anche arrivare ad immaginare che tutte le
costruzioni inerenti le preferenze personali, comprese
quelle idiosincratiche o apparentemente incongrue da
parte dei volontari, in realtà non siano altro che
tentativi di esplorare gli spazi interpersonali
complessi in un’organizzazione che viene percepita come
alternativa ai sistemi sociali correnti.
3-
La
soluzione dei conflitti sociali nelle società moderne
Nel sistema
corrente la maggior parte dei cittadini-lavoratori
sono esclusi dai processi di costruzione e
anticipazione del proprio futuro sociale, ricevendo in
cambio benessere economico ed evitamento dei conflitti
sociali e ideologico religiosi che turbavano le società
occidentali sino a pochi anni fa, prima della
affermazione definitiva dei governi a democrazia
rappresentativa, almeno nel mondo occidentale.
Sebbene si debba
ammettere che le società attuali rappresentano, un
deciso passo in avanti in tema di sicurezza economica,
libertà individuale e rispetto della vita umana (non
dimentichiamoci che in alcuni paesi europei, sino alla
fine degli anni 70, esistevano dittature fasciste,
terrorismo omicida, e povertà diffusa ), c’è da ritenere
che il tipo di progressione da società conflittuale a
società pacificata sia avvenuta attraverso passaggi non
troppo chiari.
La risoluzione
dei conflitti, in una prospettiva salutare e duratura,
deve necessariamente passare attraverso l’eliminazione
di quelle costruzioni pregiudiziali presenti negli
individui o nei gruppi in contrasto tra loro. Se
esaminiamo la storia d’Europa dalla fine del primo
conflitto mondiale siano alla caduta di Milosevic, ci
possiamo rendere conto che le offese terribili alla vita
e alla dignità degli esseri umani sono state causate
dalla presenza di costruzioni ideologiche e politiche
che imponevano limiti agli esseri umani. Le dottrine di
vario genere raggruppate sotto la categoria del
‘fascismo’ o del ‘nazionalismo’, sostenevano la
necessità di imporre costrizioni agli individui in
quanto l’espressione delle elaborazioni individuali
‘contaminava’ le costruzioni precedentemente acquisite
nella storia delle singole nazioni o etnie : la cultura
ebraica minacciava la supremazia dei valori di
derivazione cristiana che avevano orientato la crescita
degli stati moderni; nuovi approcci
scientifico-filosofici come la psicoanalisi o il
relativismo, scuotevano la stabilità dogmatica
necessaria ad una scienza asservita ad interessi
pragmatici; la libertà sessuale e le cosiddette
‘devianze’ mettevano in discussione il ruolo centrale
della famiglia come struttura di base di una società
organizzata in maniera gerarchica; la libertà
d’espressione e le tendenze anarchiche e libertarie
rappresentavano un pericolo in un sistema che lasciava
ogni elaborazione sociale agli elementi posti ai vertici
della società.
Le dottrine
socialiste partivano da un principio opposto: la
necessità di abbattere le vecchie strutture di pensiero
sulle quali si basava lo sfruttamento dell’uomo
sull’uomo, delle nazioni potenti sui popoli deboli, e
così via. Tuttavia, seppure in maniera meno sanguinaria
e sistematica ed evitando di vantarsene (anzi, cercando
di occultare con ogni mezzo le violazioni dei diritti
umani), tutti i tentativi di elaborare modelli di
evoluzione delle società a ‘socialismo reale’ sono stati
repressi duramente in quanto considerati, di volta in
volta “pericolose fughe in avanti” , “provocazioni
concordate con i nemici del progresso socialista” ,
“egoistico individualismo contrapposto agli interessi
della collettività”, ecc.
In Italia, nel
corso degli ultimi vent’anni, l’influenza delle dottrine
‘reazionarie’ e ‘rivoluzionarie’ si è sempre più
affievolita e i partiti politici che le sostenevano
hanno cambiato nome e atteggiamenti, lasciando solo
piccole organizzazioni contraddittorie a rappresentare
simbolicamente un passato dalle connotazioni troppo
negative per poter essere riproposto con qualche
speranza di successo. Tuttavia non è difficile
osservare come il processo di eliminazione delle
costruzioni basate sull’intolleranza e sul pregiudizio
non sia stato affatto completato, anzi, c’è da dubitare
del fatto che esso sia stato effettivamente intrapreso.
Razzismo, omofobia, isolamento sociale, e comportamenti
violenti di gruppo, proseguono nelle loro
manifestazioni, e c’è da ritenere che il clima di
intolleranza che si respira in determinate zone del
paese sia peggiore di quello del passato.
Quello che
succede di diverso, in realtà, è che queste zone oscure
non hanno più sostenitori ‘ufficiali’ nel mondo politico
(a parte qualche squallido deputato o consigliere o
sindaco di provincia), né appaiono legate ad interessi
economici o internazionali rilevanti. La considerazione
che si potrebbe essere portati a fare, quindi, è che
l’intolleranza e il pregiudizio siano stati, non già
risolti, bensì maldestramente occultati perché poco
funzionali ad una società tesa, soprattutto,
all’accrescimento della propria ricchezza economica.
Le critiche
principali piovute sui manifestanti violenti durante lo
svolgimento del G8 nel 2001 a Genova, erano concentrate
soprattutto sui ‘danni materiali’ arrecati a negozi e
distributori così come l’aumento dell’impiego delle
forze dell’ordine per contenere la violenza negli stadi
viene giustificata con l’analisi dei costi economici
degli atti vandalici. L’invito generale a chiunque
tenta approfondite riflessioni sui danni causati dalle
dottrine del passato, risuona sempre più come il
vecchio ritornello “Scurdammose o’ passato” e ci sono
solidi interessi che giustificano il sorvolo rapido di
un pessimo periodo storico, anche se non staremo qui a
ricordarli.
Il fenomeno di
rimuovere, per motivi di opportunità, pezzi scomodi di
storia recente dalla coscienza di un popolo non è nuovo,
in Europa : basta dare un’occhiata a come è stato
risolto il problema della responsabilità collettiva
dell’Olocausto in Germania e in Austria.
Lo scopo
principale che ispira i processi di rapida rimozione di
elementi e costruzioni da un sistema individuale e
sociale, è quello di impedire che essi possano
interferire su un programma stabilito di eventi. In
Germania ed Austria, nel dopoguerra, sarebbe stato molto
difficile, a giudizio degli Alleati , conquistare alla
causa dell’Occidente democratico un popolo affranto dai
sensi di colpa derivanti dalla consapevolezza di aver
partecipato al massacro di esseri umani inermi, senza
contare le difficoltà pratiche nel riorganizzare la
funzionalità burocratica, amministrativa, poliziesca e
giudiziaria eliminando gli elementi compromessi con il
nazismo.
Non voglio
esprimere, in questa sede, giudizi sullo stato attuale
della società, della cultura, del progresso scientifico
e umanistico nelle due nazioni maggiormente coinvolte
nella tragedia nazista né adombrare il dubbio che, da
quelle parti, sia possibile, più che altrove, ripetere
simili esperienze devastanti, tuttavia c’è da ritenere
che la ‘rimozione per necessità’ di aspetti sgradevoli
dell’esperienza sociale vissuta abbia bisogno di
meccanismi adattativi di compensazione e integrazione
dei frammenti di contesto eliminati.
Questa
ricomposizione può comportare la scelta tra tre
soluzioni diverse.
La prima è
quella di cercare di rimuovere i dati ‘scomodi’ di
realtà ed è caratteristico di una rovinosa patologia
clinica e sociale che la psicologia costruttivista
definisce ‘ostilità’ e che, in tutti i contesti in cui
si manifesta produce paralisi e incomprensione tra gli
esseri umani. Le persone o i gruppi che hanno percepito
l’evidenza del loro fallimento sociale, decidono di
occultare o falsificare le prove di quella che
considerano una sconfitta inaccettabile e vergognosa.
Questo porta a considerare i possibili giudici del
proprio fallimento come pericolosi nemici da ignorare,
distruggere o screditare, mentre tutti gli altri vengono
considerati solo come elementi da sfruttare per le
proprie esigenze temporanee. Se questo porta alla
consapevolezza della perdita del proprio ruolo
precedente alla scoperta del fallimento, i soggetti
ostili divengono ‘paranoidi’ , ossia alterano la realtà,
non solo agli altri, ma anche a sé stessi, cominciano a
vedere nemici dappertutto, assumendo identità
artificiali e cercano di convincere gli altri della
‘giustezza’ dei propri piani fallimentari.
La seconda
soluzione consiste nell’evitare le sensazioni dolorose
del proprio fallimento attraverso il rifiuto di
confrontarsi con tutti quegli elementi che lo ricordano.
Questo significa evitare progressivamente di
interessarsi al mondo circostante, limitando le proprie
costruzioni allo stretto necessario per la sopravvivenza
quotidiana, in un contesto che la Psicologia
costruttivista definisce ‘costrizione’ e che può
assumere sia le caratteristiche della depressione, sia
quelle dell’”evitamento ansioso”, sia quelle della
superficialità, intesa come tendenza a costruzioni di
limitata portata sociale.
La terza
soluzione è ammettere pienamente il fallimento ma, al
tempo stesso, cercare di capire che cosa possa averlo
determinato e prepararsi a fare i conti con qualcosa che
ancora non è bene delineato iniziando un’ ampia e
coraggiosa esplorazione del mondo circostante e
cercando di capire in quale maniera si sia sbagliato
nell’interpretarlo. Un tale processo necessita di una
carica notevole di aggressività e può, almeno
inizialmente, apparire tumultuoso e imprevedibile per
chi si trova ad affrontarlo dall’esterno. Tuttavia
l’aggressività prodotta, anche se può essere percepita
come minacciosa e potenzialmente distruttiva, non è
diretta ad affermare ad ogni costo le proprie ragioni e
a squalificare quelli degli altri, bensì ad un vivace
(magari anche burrascoso) confronto su come, quando e
perchè le cose vadano cambiate per il bene di tutti.
Dal mio punto di
vista ritengo che la migliore scelta da compiere sia la
terza e, nella prossima sezione, cercheremo di capire
come un’organizzazione di volontariato possa mettersi in
condizione di renderla praticabile per tutti suoi
partecipanti.
6-
Esplorazione e cambiamento in un’organizzazione di
volontariato
Coloro che, a
qualsiasi titolo, si avvicinano al contesto del
volontariato, molto probabilmente stanno cercando una
dimensione esistenziale alternativa a quella della
società contemporanea. Possiamo anche supporre che la
ricerca di una tale dimensione avvenga
contemporaneamente ad un tentativo di ricalibrazione
del proprio sistema di descrizione degli eventi cercando
tra una delle tre soluzioni considerate alla fine
della sezione precedente.
In effetti si
può decidere di occuparsi di volontariato per cercare di
occultare o alterare i risultati deludenti ottenuti
nella propria esistenza : non è raro, ad esempio,
vedere adulti impegnati in ruoli di volontariato di
tipo militare o poliziesco (con tanto di uniformi,
gradi, ecc.) per poi scoprire che sono stati riformati
alla visita di leva o che hanno avuto piccoli guai con
la giustizia. In questi casi si tratta di un piccolo
premio concesso all’ostilità (cercare ricompense invece
che soluzioni) con il quale, se il gioco si svolge
all’interno di precise regole, si può contribuire a
ridirezionarne gli effetti negativi. Tuttavia
un’organizzazione che punti su un fattore del genere per
reclutare i suoi volontari (e ce ne sono diverse) non
fornisce un contributo di grosso rilievo al cambiamento
sociale.
In altre
organizzazioni è evidente la tendenza alla costrizione
di tipo depressivo: ai volontari vengono affidati
compiti ‘umili’ da eseguire senza porsi troppe domande
che potrebbero portare a farli entrare di nuovo in
contatto con quel mondo dal quale stanno cercando di
ritirarsi pur mantenendo un minimo di attività sociale.
Anche qui non c’è niente di negativo, di per sé.
I problemi
cominciano a nascere quando i poteri che governano il
sistema ‘reale’ che orienta le scelte, che detiene il
potere economico e che resiste ai cambiamenti, si
accorgono che dando un minimo di ruolo sociale ad
organizzazioni ed individui che non hanno alcuna
capacità o intenzione di mettere in discussione la
costruzione dominante della società, riescono ad
emarginare e controllare un potenziale fattore di
dissenso.
Ho più volte
espresso il forte sospetto che una certa crescita
eccessiva e politicamente ‘pilotata’del volontariato, in
anni recenti della storia del nostro paese, abbia
coinciso con la necessità di ‘dare una calmata’ a fasce
sociali e intellettuali che avrebbero potuto mal
digerire le sterzate neo liberiste imposte dalle
esigenze del mercato globale.
Ma, a parte le
considerazioni di ordine politico e sociale, va comunque
considerato che i problemi che si verificano all’interno
di un’organizzazione ostile o costrittiva ne bloccano
qualsiasi crescita qualitativa, ne rendono problematica
la sopravvivenza, la riempiono di un’atmosfera grigia e
asfittica ove c’è poco spazio per relazioni umane
soddisfacenti.
Pensiamo,
invece, a quel tipo di persone che non intendono ‘darsi
una calmata’, ma vogliono, al contrario capire a fondo
perché le cose non vanno come ci viene raccontato. Un
tipo di persone che vuole fare volontariato per
affrontare direttamente i problemi e cercare soluzioni
nuove per risolverli. Per costoro solo un’organizzazione
aperta all’esplorazione e all’aggressività insita nei
processi di cambiamento può fornire gli strumenti, i
programmi e gli spazi di dibattito che canalizzino gli
sforzi individuali verso un prodotto di autentica
rilevanza sociale.
Schema
riassuntivo delle differenze tra tre tipi di
organizzazione
|
Organizzazione ostile |
Organizzazione
costrittiva |
Organizzazione aperta
|
|
Costruzioni incidentali e permeabili |
Costruzioni comprensive e impermeabili |
Movimenti lungo l’asse incidentale-comprensivo e
permeabile-impermeabile |
|
Incapacità di riprogettazione in
presenza di invalidazione.
Occultamento dei dati invalidanti |
Accettazione passiva dell’invalidazione.
Evitamento degli elementi invalidanti |
Ricerca di soluzioni nuove in caso di invalidazione.
Riesame delle costruzioni che hanno causato
l’invalidazione |
|
Dipendenze indifferenziate.
Concentrazione sulle risorse.
Scarsa o nulla attenzione per il distributore. |
Dipendenze concentrate.
Concentrazione sul distributore |
Dipendenze distribuite.
Relazione di interdipendenza coordinata con le
risorse e i loro distributori |
|
Strategie casuali a predittività scarsa o nulla.
Difficoltà nello stabilire i campi di applicazione. |
Strategie rigide ad alta prevedibilità in campi
limitati |
Strategie flessibili a predittività variabile in
campi differenziati |
|
Comunicazione interna caotica |
Comunicazione interna limitata |
Massima attenzione alla comunicazione circolare
interna |
|
Ruoli enfatizzati, rigidi , formali e ritualizzati |
Ruoli occultati, minimizzati, formali e rigidi |
Ruoli informali, visibili, condivisi e suscettibili
di revisione e cambiamento |
|
Emotività occultata o ritualizzata |
Emotività soffocata o squalificata |
Comprensione verso le Emozioni dei partecipanti |
|
Diffidenza verso l’esterno |
Indifferenza e/o ansia verso l’esterno |
Attenzione e permeabilità sull’asse esterno-interno |
7-
Verso
un’organizzazione aperta
La creazione di
un’organizzazione che riesca a svolgere il compito di
mantenere un impegno di volontariato aperto a soluzioni
nuove e positivamente aggressivo non è cosa facile.
Il primo
problema da superare è che essa può essere mal tollerata
dal potere politico e, dato che la maggior parte delle
attività di volontariato devono essere svolte in
collaborazione con le istituzioni, queste ultime,
generalmente, fanno di tutto per ostacolare chi esce
fuori dagli schemi decisi dall’alto. Tuttavia esistono
esperienze che dimostrano come un’attività aggressiva
espressa con attenzione e professionalità, possa essere
apprezzata in talune circostanze, o quantomeno ottenere
il dovuto rispetto e la possibilità di svolgere il
proprio ruolo indipendentemente dal sistema politico che
gli sta intorno. Questo comporta un grado elevato di
attenzione verso gli interlocutori: essere aggressivi è
diverso dall’essere ostili e, di fronte alle resistenze,
è più conveniente cercare di superarle con la
comprensione e la modifica delle costruzioni relative
che le determinano (pregiudizi) che non con l’estorsione
di riconoscimenti (anche se ritenuti una cosa dovuta).
Un’ altra buona
soluzione è quella di sviluppare attività rivolte
direttamente verso i cittadini che possano contribuire
a mantenerla in piedi economicamente con piccoli
contributi offerti in cambio di servizi o come
sottoscrizione dei principi associativi. Questo punto è
rappresentativo dei movimenti di un’organizzazione lungo
l’asse del costrutto dipendenze differenziate-
dipendenze esclusive, laddove per ‘dipendenze’
si intende quell’insieme di relazioni di scambio
reciproco con altri soggetti.
Il secondo
argomento importante riguarda i movimenti lungo l’asse
del costrutto stabilità-cambiamento, ossia
i limiti tattici e strategici entro i quali è possibile
compiere esperimenti innovativi senza perdere i fattori
consolidati di identità. Nelle imprese commerciali i
cambiamenti nelle strategie di marketing sono orientati
soprattutto dalle prospettive di aumento dei profitti ma
in un’organizzazione di volontariato è fondamentale il
mantenimento dei principi centrali complessi
dell’identità associativa. I nuovi orientamenti devono
scaturire dopo un’analisi accurata di come essi possano
essere percepiti sia nel gruppo dei manager e dei
quadri, sia in quello dei volontari, sia in tutti gli
altri interlocutori esterni (utenti, media, istituzioni
scientifiche, amministrazione pubblica, ecc.) . Questo
comporta la consapevolezza del livello di permeabilità
delle costruzioni superordinate che governano
l’organizzazione ed è bene che esso sia chiaramente
comprensibile in tutte le reti di relazione coinvolte
nella mission associativa.
Il terzo punto
riguarda il posizionamento delle esigenze personali dei
partecipanti nella rete di relazione associativa. Qui
sono coinvolte le costruzioni inerenti la
comprensività-incidentalità di cui abbiamo
parlato precedentemente. In linea di massima andrebbero
privilegiate quelle esigenze sottese da costruzioni
comprensive: ad esempio, in un’organizzazione
ambientalista il riscaldamento va tenuto basso,
soffrendo un po’ il freddo (costruzione incidentale), in
ragione del fatto che è necessario adottare stili di
vita che riducano l’inquinamento (costruzione
comprensiva).
Tuttavia bisogna
fare attenzione a che le costruzioni comprensive non
divengano la base di regole troppo rigide, dogmatiche ed
immutabili: è scarsamente conveniente per
l’organizzazione che tutto il personale si prenda
l’influenza per paura di aggiungere qualche molecola in
più di CO2 all’atmosfera.
Va inoltre
considerato che molte persone, specialmente giovani o di
livello culturale non troppo elevato, tendono ad usare
le costruzioni incidentali in maniera comprensiva. Se
nelle persone ostili le costruzioni incidentali
divengono superordinate (se non alzate il riscaldamento
mi rifiuto di lavorare) in una personalità esplorativa
il fatto di risparmiare sulla bolletta del gas può
essere considerato una inutile spilorceria o uno scarso
rispetto verso il personale, anche se la questione viene
verbalizzata in maniera da non farne comprendere subito
il valore comprensivo . E’fondamentale che il
posizionamento associativo lungo l’asse
incidentalità-comprensività sia costantemente oggetto di
dibattito aperto a tutte le voci ed esigenze e che sia
orientato verso il principio di un benessere stabile e
condiviso da tutti i partecipanti con la massima
attenzione a come ognuno percepisca ciò che è ‘importante’,
‘prioritario’, ‘essenziale’, ‘inutile’, ecc.
Soddisfacimento
delle proprie necessità vitali in maniera reciproca e
ben distribuita, chiarezza e flessibilità nelle
strategie di sopravvivenza, attenzione verso
l’intersoggettività sono tre ruote fondamentali
dell’ingranaggio che garantisce il moto confortevole di
un’organizzazione.
Quello che è
essenziale e che questi tre ingranaggi non siano
costruiti in maniera prelativa da qualcuno che ha ‘più
diritto’ degli altri di stabilire decisioni: non si
tratta di formalismo democratico o di semplice
‘tolleranza’ verso le opinioni altrui bensì
l’applicazione di un principio di conoscenza che può
essere riassunto dalla seguente citazione di George
Kelly (1957).
“Abbiamo
detto abbastanza per chiarire la nostra posizione sul
fatto che ci sono varie maniere con cui interpretare il
mondo. Alcune di queste sono, senza dubbio, migliori
delle altre. Sono migliori dal nostro punto di vista
umano in quanto permettono previsioni più precise e
dettagliate di un maggior numero di eventi. Nessuno è
ancora in grado di fornire un insieme di costrutti in
grado di far previsioni su tutto, sino all’ultimo, lieve
fruscio dell’ala di un colibrì e riteniamo che ci voglia
un tempo infinitamente lungo prima che qualcuno abbia
tale capacità. Dato che la totale interpretazione
dell’universo non è realizzabile, ci dovremo
accontentare di una serie di approssimazioni successive
in tale direzione. Queste approssimazioni potranno, di
volta in volta, essere messe alla prova nella loro
efficienza predittiva. Questo significa,
sostanzialmente, che la nostra interpretazione
dell’universo può essere progressivamente valutata da un
punto di vista scientifico, se abbiamo la costanza di
continuare ad imparare dai nostri errori”
Riferimenti
Kelly G.
A.
- The Psychology of Personal Constructs, New
York, Norton & Company (1955)
Kenny V. -
Verso un Ecologia della Comunicazione - Discorsi Viventi
e Discorsi Morenti in 'Psicoterapia'
Gash H. & Kenny V.
L'approccio costruttivista alla risoluzione del
pregiudizio di
Kenny V. &
Gardner G. -
Le due psicologie della comprensione e della
manipolazione
Minissi E. -
L'interpretazione
costruttivista dell'ostilità
Minissi E. -
Piccole guerre di indipendenza
Minissi
E. -
L’identità non in vendita
Minissi E. -
Un approccio costruttivista all’interpretazione del
concetto di Volontariato
Wiesenthal
S. -
Giustizia, non vendetta, Mondatori
1999