Il volontariato come risposta alle transizioni sociali

Individui e organizzazioni  alla ricerca di spazi
per conversazioni sociali alternative

 

di Enzo Minissi

 
 
 

Nelle pagine che seguono verranno considerate le diverse motivazioni per cui, secondo l’autore, gli individui partecipano ad un’attività di volontariato. Si ipotizza che chi partecipa ad attività di lavoro volontario stia cercando alternative ad un sistema sociale che giudica contraddittorio o deludente e si analizzano le  costruzioni anticipatorie con  le quali le persone orientano le loro conversazioni e stabiliscono le loro preferenze all’interno di un’organizzazione. Si tracciano, inoltre, le linee guida per ciò che viene ritenuto essenziale affinché un’organizzazione sia in grado di rispondere adeguatamente sia ai propri scopi sociali, sia alle esigenze personali dei suoi membri.

 

Sommario

1 -  Differenziazione delle costruzioni nel lavoro volontario

2 -  Complessità delle costruzioni nel contesto del volontariato

3 -  La soluzione dei conflitti sociali nelle società moderne

4 -  Esplorazione e cambiamento in un’organizzazione di volontariato

5 -  Verso un’organizzazione aperta

 

1-          Differenziazione delle costruzioni nel lavoro volontario

 

Chiunque abbia seguito in maniera un po’ approfondita gruppi di volontari al lavoro, si è reso conto come i partecipanti ad ogni singola attività  interpretino quello che stanno facendo in maniera significativamente diversa tra loro utilizzando  costrutti correlati tra loro secondo una gerarchia di importanza che ne orienta le previsioni, le emozioni ed il comportamento.  Quando un gruppo di volontari partecipa ad un campo di lavoro che si occupi della pulizia di un bosco,  il coordinatore attento scoprirà presto che, per alcuni, la costruzione che ne determina l’impegno è “Proteggere la natura”, per altri è “Rendersi utili”, per altri “Lavorare in gruppo” e così via.  Alcuni si sentiranno rassicurati se il lavoro viene “Organizzato nei dettagli”, altri preferiranno “Lavorare in maniera creativa”, c’è chi vorrà “Più disciplina” e chi “Autoorganizzazione” ecc. Ad un livello ancora più subordinato si troveranno costruzioni riguardanti la “Qualità della sistemazione”,  “Gli orari di lavoro” la “Simpatia dei colleghi” e via discorrendo. In genere coloro che interrompono un servizio volontario o recano problemi all’organizzazione del lavoro, sono coloro i quali usano le loro costruzioni in una posizione gerarchica che non è condivisa dal resto del gruppo di lavoro, cioè che, ad esempio, rifiutano un compito ‘socialmente utile’ perché “Il collega è antipatico” o perché “Fa troppo caldo” oppure si domandano “Se sono volontario perché devo obbedire a qualcuno ?”.   Le persone che pensano e agiscono nel modo descritto, di solito, sono considerate in maniera  negativa in un’organizzazione di volontariato ed essi stessi si trovano in situazioni di disagio, anche in assenza di espliciti rimproveri o rifiuti  da parte del resto del gruppo.      Ma siamo così sicuri che si tratti di individui irresponsabili ed egoisti al punto di  essere considerati ‘ scarsamente morali’ o ‘devianti’ ? In realtà il problema  dei costrutti ‘sociali’, in un individuo, è alquanto complesso. Nel corso della sua esperienza vitale, ognuno di noi opera un riposizionamento della vecchia gerarchia, sia per far spazio alle nuove costruzioni acquisite, sia per riposizionare quelle che hanno portato a risultati deludenti.  Inoltre la collocazione gerarchica delle costruzioni che posizionano gli individui lungo l’asse interesse collettivo / preferenze personali variano notevolmente in relazione alle culture nazionali o ai valori di determinate etnie, agli ambienti in cui gli eventi si verificano, all’età degli individui, al sesso, ecc. Se in Italia una impiegata che ama sentirsi attraente si presenta in ufficio ben vestita e truccata, l’ambiente di lavoro la accoglie favorevolmente in quanto un tocco di sex appeal viene considerato di sostegno alla produzione. In Olanda una persona del genere affronta il probabile rischio di venire considerata una persona superficiale e autoriferita non abbastanza concentrata sul lavoro. La programmazione minuziosa delle proprie attività personali è ritenuta fondamentale nella cultura d’impresa tedesca mentre viene vista con minore attrazione via via che si scende verso sud.

 D’altronde nessuno di noi si diverte molto in un party (che è, a tutti gli effetti, un fenomeno ‘sociale’)  affollato di persone seriamente preoccupate per i problemi dell’umanità.

Chi scrive non ritiene una buona idea assumere posizioni pregiudiziali su quali siano le costruzioni più giuste per realizzare l’armonia esistenziale degli individui in un gruppo di lavoro, tuttavia va detto che nella pianificazione delle attività di un’associazione di volontariato, deve essere previsto un chiaro e costante orientamento che permetta a tutti i partecipanti di mantenere una posizione confortevole e costruttiva .C’è inoltre da dire che la scarsa chiarezza nel chiarire obiettivi e ruoli in un programma di lavoro volontario, può generare  conflitti che sfociano sempre in  atteggiamenti di squalifica e ostilità tra volontari e struttura associativa, con strascichi spesso nefasti, soprattutto per le associazioni che non divengano consapevoli della complessità delle costruzioni personali implicite in un’impresa di volontariato e delle modalità con le quali debbano essere coordinate.

 

2-          Complessità delle costruzioni nel contesto del volontariato

 

Di solito i fattori di incomprensione e conflitto che si verificano all’interno di un’organizzazione di volontariato non guidata da quadri esperti, derivano da  errori di contestualizzazione delle costruzioni personali: spesso, il gruppo dei quadri e dei dirigenti che vede nell’attività associativa un impegno  stabile, in alcuni casi coincidente con la propria professione o, addirittura, considerato più rilevante rispetto alla propria attività lavorativa remunerata, antepone le costruzioni  ‘socialmente utili’ a quelle ‘socialmente piacevoli’ mentre i volontari che partecipano ‘una tantum’ o saltuariamente tendono a fare il contrario. Le costruzioni ‘socialmente utili ’, (comprensive) solitamente, sono quelle più adatte ad anticipare cicli di eventi collocati in  contesti temporali più lunghi, mentre quelle ‘socialmente piacevoli ’ (incidentali) tendono ad essere utilizzate per anticipare pochi eventi di breve durata, . Questa osservazione che trova riscontro un po’ in tutte le attività e nei diffusi atteggiamenti morali della società occidentale, in realtà sottende una dimensione che vale la pena di approfondire, specialmente in un contesto come quello del volontariato. Come abbiamo già detto, la collocazione gerarchica delle costruzioni che definiscono l’asse interesse collettivo- preferenze personali , non è un dato da considerare scontato o, per essere ancora più chiari, non può divenire un pregiudizio da utilizzare per l’orientamento delle relazioni interne. Non dobbiamo dimenticare che un’impresa di volontariato viene interpretata dai suoi partecipanti attraverso l’utilizzo di costruzioni di tipo più complesso rispetto a quelle di un’impresa commerciale o, più precisamente, possiamo dire che essa viene percepita come uno spazio in cui le costruzioni personali hanno maggiori opportunità di far parte degli argomenti di conversazione.

Laddove, nelle imprese commerciali l’attenzione verbale è concentrata sugli aspetti economici e sulle condizioni pratiche di lavoro (orari, spazi,relazioni formali tra il personale,ecc.), nelle organizzazioni di volontariato emergono spesso temi complessi connessi ad esperienze intime di relazione tra individui e sistemi sociali. Per essere  più chiari: chi scrive ha la ragionevole certezza che il lavoro volontario sia essenzialmente motivato dalla ricerca  di uno spazio specifico personale per l’elaborazione di soluzioni che riempiano i numerosi vuoti creati dalla moderna organizzazione capitalistica del lavoro e della società, con  un particolare riferimento alla rarefazione della partecipazione collettiva all’elaborazione delle decisioni. Se consideriamo una tale possibilità, possiamo anche arrivare ad immaginare che tutte le costruzioni  inerenti le preferenze personali, comprese quelle idiosincratiche o apparentemente  incongrue da parte dei volontari, in realtà non siano altro che tentativi di esplorare gli spazi interpersonali complessi in un’organizzazione che viene percepita come alternativa ai sistemi sociali correnti. 

 

3-          La soluzione dei conflitti sociali nelle società moderne

 

Nel sistema corrente  la maggior parte dei cittadini-lavoratori  sono esclusi dai processi di costruzione e anticipazione del proprio futuro sociale, ricevendo in cambio  benessere economico ed  evitamento dei conflitti sociali e ideologico religiosi che turbavano le società occidentali sino a pochi anni fa, prima della  affermazione definitiva dei governi a democrazia rappresentativa, almeno nel mondo occidentale.

Sebbene si debba ammettere che le società attuali rappresentano, un deciso passo in avanti in tema di sicurezza economica, libertà individuale e rispetto della vita umana (non dimentichiamoci che in alcuni paesi europei, sino alla fine degli anni 70, esistevano dittature fasciste, terrorismo omicida, e povertà diffusa ), c’è da ritenere che il tipo di progressione da società conflittuale a società pacificata sia avvenuta attraverso passaggi non troppo chiari.

La risoluzione dei conflitti, in una prospettiva salutare e duratura, deve necessariamente passare attraverso l’eliminazione di quelle costruzioni pregiudiziali presenti negli individui o nei gruppi in contrasto tra loro. Se esaminiamo la storia d’Europa dalla fine del primo conflitto mondiale siano alla caduta di Milosevic, ci possiamo rendere conto che le offese terribili alla vita e alla dignità degli esseri umani sono state causate dalla presenza di costruzioni ideologiche e politiche che imponevano limiti  agli esseri umani. Le dottrine di vario genere raggruppate sotto la categoria del ‘fascismo’ o del ‘nazionalismo’, sostenevano la necessità di imporre costrizioni agli individui in quanto l’espressione delle elaborazioni individuali ‘contaminava’ le costruzioni  precedentemente acquisite nella storia delle singole nazioni o etnie : la cultura ebraica minacciava la supremazia dei valori di derivazione cristiana che avevano orientato la crescita degli stati moderni; nuovi approcci scientifico-filosofici come la psicoanalisi o il relativismo, scuotevano la stabilità dogmatica necessaria ad una scienza asservita ad interessi pragmatici; la libertà sessuale e le cosiddette ‘devianze’ mettevano in discussione il ruolo centrale della famiglia come struttura di base di una società organizzata in maniera gerarchica; la libertà d’espressione e le tendenze anarchiche e libertarie rappresentavano un pericolo in un sistema che lasciava ogni elaborazione sociale agli elementi posti ai vertici della società.

Le dottrine socialiste partivano da un principio opposto: la necessità di abbattere le vecchie strutture di pensiero sulle quali si basava lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, delle nazioni potenti sui popoli deboli,  e così via. Tuttavia, seppure in maniera meno sanguinaria e sistematica ed evitando di vantarsene (anzi, cercando di occultare con ogni mezzo le violazioni dei diritti umani), tutti i tentativi di elaborare modelli di evoluzione delle società a ‘socialismo reale’ sono stati repressi duramente in quanto considerati, di volta in volta “pericolose fughe in avanti” , “provocazioni concordate con i nemici del progresso socialista” , “egoistico individualismo contrapposto agli interessi della collettività”, ecc.              

In Italia, nel corso degli ultimi vent’anni, l’influenza delle dottrine ‘reazionarie’ e ‘rivoluzionarie’ si è sempre più affievolita e i partiti politici che le sostenevano hanno cambiato nome e atteggiamenti, lasciando solo piccole organizzazioni contraddittorie a rappresentare simbolicamente un passato dalle connotazioni troppo negative per poter essere riproposto con qualche speranza di successo. Tuttavia non è difficile  osservare come il processo di eliminazione delle costruzioni basate sull’intolleranza e sul pregiudizio non sia stato affatto completato, anzi, c’è da dubitare del fatto che esso sia stato effettivamente intrapreso. Razzismo, omofobia, isolamento sociale, e comportamenti violenti di gruppo, proseguono nelle loro manifestazioni, e c’è da ritenere che il clima di intolleranza che si respira in determinate zone del paese sia peggiore di quello del passato.

Quello che succede di diverso, in realtà, è che queste zone oscure non hanno più sostenitori ‘ufficiali’ nel mondo politico (a parte qualche squallido deputato o consigliere o sindaco di provincia), né appaiono legate ad interessi economici o internazionali rilevanti. La considerazione che si potrebbe essere portati a  fare, quindi, è che l’intolleranza e il pregiudizio siano stati, non già risolti, bensì maldestramente occultati perché poco funzionali ad una società tesa, soprattutto, all’accrescimento della propria ricchezza economica.

 Le critiche principali piovute sui manifestanti violenti durante lo svolgimento del G8 nel 2001 a Genova, erano concentrate soprattutto sui ‘danni materiali’ arrecati a negozi e distributori così come l’aumento dell’impiego delle forze dell’ordine per contenere la violenza negli stadi viene giustificata con l’analisi dei costi economici degli atti vandalici.  L’invito generale a chiunque tenta approfondite riflessioni sui danni causati dalle dottrine del passato,  risuona sempre più come il vecchio ritornello “Scurdammose o’ passato” e ci sono solidi interessi che giustificano il sorvolo rapido di un pessimo periodo storico, anche se non staremo qui a ricordarli.

Il fenomeno di rimuovere, per motivi di opportunità, pezzi scomodi di storia recente dalla coscienza di un popolo non è nuovo, in Europa : basta dare un’occhiata a come è stato risolto il problema della responsabilità collettiva dell’Olocausto in Germania e in Austria.

Lo scopo principale che ispira i processi di rapida rimozione di  elementi e costruzioni da un sistema individuale e sociale, è quello di impedire che essi possano interferire su un programma stabilito di eventi. In Germania ed Austria, nel dopoguerra, sarebbe stato molto difficile, a giudizio degli Alleati , conquistare alla causa dell’Occidente democratico un popolo affranto dai sensi di colpa derivanti dalla consapevolezza di aver partecipato al  massacro di esseri umani inermi, senza contare le difficoltà pratiche nel riorganizzare la funzionalità burocratica,  amministrativa, poliziesca e giudiziaria eliminando gli elementi compromessi con il nazismo.

Non voglio esprimere, in questa sede, giudizi sullo stato attuale della società, della cultura, del progresso scientifico e umanistico nelle due nazioni maggiormente coinvolte nella tragedia nazista né adombrare il dubbio che, da quelle parti, sia possibile, più che altrove, ripetere simili esperienze devastanti, tuttavia c’è da ritenere che la ‘rimozione per necessità’ di aspetti sgradevoli dell’esperienza  sociale vissuta abbia bisogno di meccanismi adattativi di compensazione e integrazione dei frammenti di contesto eliminati.

Questa ricomposizione può comportare la scelta tra tre soluzioni diverse.

 

La prima  è quella di cercare di rimuovere i dati ‘scomodi’ di realtà ed è  caratteristico di una  rovinosa patologia clinica e sociale che la psicologia costruttivista definisce ‘ostilità’  e che, in tutti i contesti in cui si manifesta produce paralisi e incomprensione tra gli esseri umani. Le persone o i gruppi che hanno percepito l’evidenza del loro fallimento sociale, decidono di occultare o falsificare le prove di quella che considerano una sconfitta inaccettabile e vergognosa. Questo porta a considerare i possibili giudici del proprio fallimento come pericolosi nemici da ignorare, distruggere o screditare, mentre tutti gli altri vengono considerati solo come elementi da sfruttare per le proprie esigenze temporanee. Se questo porta alla consapevolezza della perdita del proprio ruolo precedente alla scoperta del fallimento, i soggetti ostili divengono ‘paranoidi’ , ossia alterano la realtà, non solo agli altri, ma anche a sé stessi, cominciano a vedere nemici dappertutto, assumendo identità artificiali e cercano di convincere gli altri della ‘giustezza’ dei propri piani fallimentari.

La seconda soluzione consiste nell’evitare le sensazioni dolorose del proprio fallimento attraverso il rifiuto di confrontarsi con tutti quegli elementi che lo ricordano. Questo significa evitare progressivamente di interessarsi al mondo circostante, limitando le proprie costruzioni allo stretto necessario per la sopravvivenza quotidiana, in un contesto che la Psicologia costruttivista definisce ‘costrizione’ e che può assumere sia le caratteristiche della depressione, sia quelle dell’”evitamento ansioso”, sia quelle della superficialità, intesa come tendenza a costruzioni  di limitata portata sociale.

La terza soluzione è ammettere pienamente il fallimento ma, al tempo stesso, cercare di capire che cosa possa averlo determinato e prepararsi a fare i conti con qualcosa che ancora non è bene delineato iniziando un’ ampia e coraggiosa esplorazione del mondo circostante e  cercando di capire in quale maniera si sia sbagliato nell’interpretarlo. Un tale processo necessita di una carica notevole di aggressività e può, almeno inizialmente, apparire tumultuoso e imprevedibile per chi si trova ad affrontarlo dall’esterno. Tuttavia l’aggressività prodotta, anche se può essere percepita come minacciosa e potenzialmente distruttiva, non è diretta ad affermare ad ogni costo le proprie ragioni e a squalificare quelli degli altri, bensì ad un vivace (magari anche burrascoso) confronto su come, quando e perchè le cose vadano cambiate per il bene di tutti.

 

Dal mio punto di vista ritengo che la migliore scelta da compiere sia la terza e, nella prossima sezione, cercheremo di capire come un’organizzazione di volontariato possa mettersi in condizione di renderla praticabile per tutti suoi partecipanti.

 

6-          Esplorazione e cambiamento in un’organizzazione di volontariato

 

Coloro che, a qualsiasi titolo, si avvicinano al contesto del volontariato, molto probabilmente stanno cercando una dimensione esistenziale alternativa a quella della società contemporanea. Possiamo anche supporre che la ricerca di una tale dimensione  avvenga contemporaneamente ad un  tentativo di ricalibrazione del proprio sistema di descrizione degli eventi cercando tra una delle tre soluzioni   considerate alla fine della sezione precedente.

 In effetti si può decidere di occuparsi di volontariato per cercare di occultare o alterare i risultati deludenti ottenuti nella propria esistenza : non è raro, ad esempio,  vedere adulti impegnati in  ruoli di volontariato di tipo militare o poliziesco (con tanto di uniformi, gradi, ecc.) per poi scoprire che sono stati riformati alla visita di leva o che hanno avuto piccoli guai con la giustizia. In questi casi si tratta di un piccolo premio concesso all’ostilità (cercare ricompense invece che soluzioni) con il quale, se il gioco si svolge all’interno di precise regole, si può contribuire a ridirezionarne gli effetti negativi. Tuttavia un’organizzazione che punti su un fattore del genere per reclutare i suoi volontari (e ce ne sono diverse) non fornisce un contributo di grosso rilievo al cambiamento sociale.

In altre organizzazioni è evidente la tendenza alla costrizione di tipo depressivo: ai volontari vengono affidati compiti ‘umili’ da eseguire senza porsi troppe domande che potrebbero portare a farli entrare di nuovo in contatto con quel mondo dal quale stanno cercando di ritirarsi pur mantenendo un minimo di attività sociale. Anche qui non c’è niente di negativo, di per sé.

I problemi cominciano a nascere quando i poteri che governano il sistema ‘reale’ che orienta le scelte, che detiene il potere economico e che resiste ai cambiamenti, si accorgono che dando un minimo di ruolo sociale ad organizzazioni ed individui che non hanno alcuna capacità o intenzione di mettere in discussione la costruzione dominante della società, riescono ad emarginare e controllare un potenziale fattore di dissenso.

  Ho più volte espresso il forte sospetto che una certa crescita eccessiva e politicamente ‘pilotata’del volontariato, in anni recenti della storia del nostro paese, abbia coinciso con la necessità di ‘dare una calmata’ a fasce sociali e intellettuali che avrebbero potuto mal digerire le sterzate neo liberiste imposte  dalle esigenze del mercato globale.

Ma, a parte le considerazioni di ordine politico e sociale, va comunque considerato che i problemi che si verificano all’interno di un’organizzazione ostile o costrittiva ne bloccano qualsiasi crescita qualitativa, ne rendono problematica la sopravvivenza, la riempiono di un’atmosfera grigia e asfittica ove c’è poco spazio per relazioni umane soddisfacenti.

Pensiamo, invece, a  quel tipo di persone che non intendono ‘darsi una calmata’, ma vogliono, al contrario capire a fondo perché le cose non vanno come ci viene raccontato. Un tipo di persone che vuole fare volontariato per affrontare direttamente i problemi e cercare soluzioni nuove per risolverli. Per costoro solo un’organizzazione aperta all’esplorazione e all’aggressività insita nei processi di cambiamento può fornire gli strumenti, i programmi e gli spazi di dibattito che canalizzino gli sforzi individuali verso un prodotto di autentica rilevanza sociale.

 

 Schema riassuntivo delle differenze tra tre tipi di organizzazione

 

Organizzazione ostile

Organizzazione costrittiva

Organizzazione aperta

 

Costruzioni incidentali e permeabili

Costruzioni comprensive e impermeabili

Movimenti lungo l’asse incidentale-comprensivo e permeabile-impermeabile

Incapacità di riprogettazione in presenza di invalidazione.

Occultamento dei dati invalidanti

Accettazione passiva dell’invalidazione.

Evitamento degli elementi invalidanti

Ricerca di soluzioni nuove in caso di invalidazione. Riesame delle costruzioni che hanno causato l’invalidazione

Dipendenze indifferenziate.

Concentrazione sulle risorse.

Scarsa o nulla attenzione per il distributore.

Dipendenze concentrate.

Concentrazione sul distributore

Dipendenze distribuite.

Relazione di interdipendenza coordinata con le risorse e i loro distributori

Strategie casuali a  predittività scarsa o nulla. Difficoltà nello stabilire i campi di applicazione.

Strategie rigide ad alta prevedibilità in campi limitati

Strategie flessibili a predittività variabile in campi differenziati

Comunicazione interna caotica

Comunicazione interna limitata

Massima attenzione alla comunicazione circolare interna

Ruoli enfatizzati,  rigidi , formali e  ritualizzati

Ruoli occultati, minimizzati, formali e rigidi

Ruoli informali, visibili, condivisi e suscettibili di revisione e cambiamento

Emotività occultata o ritualizzata

Emotività soffocata o squalificata

Comprensione verso le Emozioni dei partecipanti

Diffidenza verso l’esterno

Indifferenza e/o ansia verso l’esterno

Attenzione e permeabilità sull’asse esterno-interno

 

7-          Verso un’organizzazione aperta

 

La creazione di un’organizzazione che riesca a svolgere il compito di mantenere un impegno di volontariato aperto a soluzioni nuove e  positivamente aggressivo non è cosa facile.

Il primo problema da superare è che essa può essere mal tollerata dal potere politico e, dato che la maggior parte delle attività di volontariato devono essere svolte in collaborazione con le istituzioni, queste ultime, generalmente, fanno di tutto per ostacolare chi esce fuori dagli schemi decisi dall’alto. Tuttavia esistono esperienze che dimostrano come un’attività aggressiva espressa con attenzione e professionalità, possa essere apprezzata in talune circostanze, o quantomeno ottenere il dovuto rispetto e la possibilità di svolgere il proprio ruolo indipendentemente dal sistema politico che gli sta intorno. Questo comporta un grado elevato di attenzione verso gli interlocutori: essere aggressivi è diverso dall’essere ostili e, di fronte alle resistenze, è più conveniente cercare di superarle con la comprensione e la modifica delle costruzioni relative che le determinano (pregiudizi) che non con l’estorsione di riconoscimenti (anche se ritenuti una cosa dovuta).

 Un’ altra buona soluzione è quella di sviluppare attività rivolte direttamente verso i cittadini  che possano contribuire a mantenerla in piedi economicamente con piccoli contributi offerti in cambio di servizi o come sottoscrizione dei principi associativi. Questo punto è rappresentativo dei movimenti di un’organizzazione lungo l’asse del costrutto dipendenze differenziate- dipendenze esclusive, laddove  per ‘dipendenze’ si intende quell’insieme di relazioni di scambio reciproco con altri soggetti. 

Il secondo argomento importante riguarda i movimenti lungo l’asse del costrutto stabilità-cambiamento, ossia i limiti tattici e strategici entro i quali è possibile compiere esperimenti innovativi senza perdere i fattori consolidati di identità. Nelle imprese commerciali i cambiamenti nelle strategie di marketing sono orientati soprattutto dalle prospettive di aumento dei profitti ma in un’organizzazione di volontariato è fondamentale il mantenimento dei principi centrali complessi dell’identità associativa. I nuovi orientamenti devono scaturire dopo un’analisi accurata di come essi possano essere percepiti sia nel gruppo dei manager e dei quadri, sia in quello dei volontari, sia in tutti gli altri interlocutori esterni (utenti, media, istituzioni scientifiche, amministrazione pubblica, ecc.) . Questo  comporta la consapevolezza  del livello di permeabilità delle costruzioni superordinate che governano l’organizzazione ed è bene che esso sia chiaramente comprensibile in tutte le reti di relazione coinvolte nella mission associativa.

Il terzo punto riguarda il posizionamento delle esigenze personali dei partecipanti nella rete di relazione associativa. Qui sono coinvolte le costruzioni inerenti la comprensività-incidentalità di cui abbiamo parlato precedentemente. In linea di massima andrebbero privilegiate quelle esigenze sottese da costruzioni comprensive: ad esempio, in un’organizzazione ambientalista il riscaldamento va tenuto basso, soffrendo un po’ il freddo (costruzione incidentale), in ragione del fatto che è necessario adottare stili di vita che riducano l’inquinamento (costruzione comprensiva).

Tuttavia bisogna fare attenzione a che le costruzioni comprensive non divengano la base di regole troppo rigide, dogmatiche ed immutabili:  è scarsamente conveniente per l’organizzazione che tutto il personale si prenda l’influenza per paura di aggiungere qualche molecola in più di CO2 all’atmosfera.

 Va inoltre considerato che molte persone, specialmente giovani o di livello culturale non troppo elevato, tendono ad usare le costruzioni incidentali in maniera comprensiva. Se nelle persone ostili le costruzioni incidentali divengono superordinate (se non alzate il riscaldamento mi rifiuto di lavorare) in una personalità esplorativa il fatto di risparmiare sulla bolletta del gas può essere considerato una inutile spilorceria o uno scarso rispetto verso il personale, anche se la questione viene verbalizzata in maniera da non farne comprendere subito il valore comprensivo  . E’fondamentale che il posizionamento associativo lungo l’asse incidentalità-comprensività sia costantemente oggetto di dibattito aperto a tutte le voci ed esigenze e che sia orientato verso il principio di un benessere stabile e condiviso da tutti i partecipanti con la massima attenzione a come ognuno percepisca ciò che è ‘importante’, ‘prioritario’, ‘essenziale’, ‘inutile’, ecc.    

Soddisfacimento delle proprie necessità vitali in maniera reciproca e ben distribuita, chiarezza e flessibilità nelle strategie di sopravvivenza, attenzione verso l’intersoggettività sono tre ruote fondamentali dell’ingranaggio che garantisce il moto confortevole di un’organizzazione.

Quello che è essenziale e che questi tre ingranaggi non siano costruiti in maniera prelativa da  qualcuno che ha ‘più diritto’ degli altri di stabilire decisioni: non si tratta di formalismo democratico o di semplice ‘tolleranza’ verso le opinioni altrui bensì l’applicazione di un principio di conoscenza che può essere riassunto dalla seguente citazione di George Kelly (1957).

 

“Abbiamo detto abbastanza per chiarire la nostra posizione sul fatto che ci sono varie maniere con cui interpretare il mondo. Alcune di queste sono, senza dubbio, migliori delle altre. Sono migliori dal nostro punto di vista umano in quanto permettono previsioni più precise e dettagliate di un maggior numero di eventi. Nessuno è ancora in grado di fornire un insieme di costrutti in grado di far previsioni su tutto, sino all’ultimo, lieve fruscio dell’ala di un colibrì e riteniamo che ci voglia un tempo infinitamente lungo prima che qualcuno abbia tale capacità. Dato che la totale interpretazione dell’universo non è realizzabile, ci dovremo accontentare di una serie di approssimazioni successive in tale direzione. Queste approssimazioni potranno, di volta in volta, essere messe alla prova nella loro efficienza predittiva. Questo significa, sostanzialmente, che la nostra interpretazione dell’universo può essere progressivamente valutata da un punto di vista scientifico, se abbiamo la costanza di continuare ad imparare dai nostri errori”

 

Riferimenti

Kelly G. A. - The Psychology of Personal Constructs, New York, Norton & Company (1955)

Kenny V. - Verso un Ecologia della Comunicazione - Discorsi Viventi e Discorsi Morenti in 'Psicoterapia'

 Gash H. & Kenny V. L'approccio costruttivista alla risoluzione del pregiudizio di 

Kenny V. & Gardner G. Le due psicologie della comprensione e della manipolazione

Minissi E. - L'interpretazione costruttivista dell'ostilità

Minissi E. - Piccole guerre di indipendenza

 Minissi E. - L’identità non in vendita  

Minissi E. - Un approccio costruttivista all’interpretazione del concetto di Volontariato 

 Wiesenthal S. - Giustizia, non vendetta, Mondatori 1999

 

 

 

 

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