Estratto di un capitolo pubblicato con lo stesso titolo nel libro "Gregory Bateson" a cura di Marco Deriu, pubblicato da Bruno Mondadori nel Febbraio 2000


L’EPISTEMOLOGIA ALLA ROVESCIA DEGLI PSICOTERAPISTI ILLUSI - 

Quando mai impareranno a vedere i modelli di relazione e quindi a smettere di dire sciocchezze?

 

Vincent Kenny

 

Questo contributo presenta alcune importanti idee di Bateson a proposito delle comunicazioni interpersonali. Abbiamo scelto, in particolare di elaborare tre tipi di incomprensione frequenti nelle relazioni umane: (a) nelle comunicazioni (b) nelle relazioni (c) nei modi di vivere. In relazione a questi tre punti, illustrerò i suggerimenti di Bateson per realizzare tre importanti cambiamenti nelle nostre percezioni, atteggiamenti e relazioni: (a) Smetterla con l’abitudine al ‘controllo’ degli altri e cercare invece il miglioramento della partecipazione collettiva; (b) Smetterla con l’abitudine di trattare le persone come macchine e cercare invece relazioni spontanee; (c) Smetterla con l’abitudine della manipolazione unilaterale del nostro prossimo e cercare invece la creazione di modelli sociali genuini di coevoluzione.


 

1. LE INCOMPRENSIONI NELLE COMUNICAZIONI INTERPERSONALI

Comincerò il mio intervento offrendo un profilo di alcune importanti questioni che riguardano gli esseri umani in quanto specie che comunica, specialmente per quanto concerne le diverse maniere con le quali impariamo a trattare gli altri nelle nostre reti di comunicazione . Molte di queste si mostrano nello stile particolare usato da Bateson per comunicare le sue idee agli altri.

 

LO STILE PERSONALE DI BATESON: UN PRECISO MODELLO DI RELAZIONE

Lo stile di conversazione di Bateson era tale da rendere impossibile all’ascoltatore definire il contorno preciso delle sue storie. Molte persone erano incapaci di seguirlo, e molte trovano i suoi scritti eccessivamente difficili da comprendere. Lui stesso era cosciente di essere considerato come qualcuno che ‘sa ma non vuole dire’, ed ammetteva:

"Voglio dire, uno parla degli occhi della rana o di un’altra parte della storia che vuole raccontare, ma non tira veramente fuori il fatto che, una volta vuotato il sacco, tutti i loro paradigmi andranno in frantumi. Tu gli puoi dare un frammento, un altro e un altro ancora, e, con i tre pezzi ricevuti possono andare per la loro strada e avere i loro problemi intellettuali e questo va bene. … Vedi, non desidero particolarmente che cambino il paradigma, quando parlo con loro. Voglio che lo scoprano". (Gregory Bateson in Keeney 1976).

Il suo stile personale era coerente con le sue teorie. Per esempio sull’idea che sia meglio per noi non vedere i contorni delle conversazioni allo scopo di aumentare le possibilità, per ognuno, di una partecipazione creativa. Quindi è meglio parlare ed ascoltare in maniera circolare, indiretta, cauta e metaforica, in modo tale da mantenere oscure o nascoste le diverse caratteristiche del contesto trattato. Bateson commenta queste considerazioni nei suoi metaloghi "padre-figlia", e ci da un'altra spiegazione parziale della sua irritante "evasività".

Figlia: Benissimo. E dove sistemeresti i fenomeni della bellezza, della bruttezza e della coscienza?

Padre: E non dimenticare il sacro. Ecco un altro argomento che non è stato trattato nel libro.

Figlia: Per favore, Papà. Smettila. Come ci avviciniamo a una possibile domanda, tu subito ti scansi. C'è sempre un'altra domanda a quanto pare. Se tu potessi rispondere a una domanda. Una sola.

Padre: No, non capisci. Che cosa dice E.E. Cummings? "Sempre la più bella risposta a chi fa la domanda più difficile". Qualcosa del genere. Vedi, io non faccio ogni volta una domanda diversa, io rendo più ampia la stessa domanda. Il sacro (checché ciò significhi), è certamente collegato (in qualche modo) al bello (checché ciò significhi). E se riuscissimo a dire come sono collegati, riusciremmo forse, a stabilire il significato delle parole. O forse ciò non sarebbe mai necessario. Ogni volta che aggiungiamo alla domanda un pezzo ad essa collegato otteniamo più indicazioni sul genere di risposta che dovremmo aspettarci. (Bateson 1979, trad, it. 1984, p. 280).

 

L'estetica Mente-Natura

Qui appare evidente la sua visione della relazione necessaria tra consapevolezza, bellezza e il sacro, e la sua riluttanza a precipitarsi in questo ambito con domande semplici e semplificanti. Questo per Bateson sarebbe stato di più che semplice stupidità: sarebbe stata una forma di sacrilegio e un peccato contro i tre principi più importanti: contro la coscienza, contro il sacro e contro l'estetica. Inoltre ci mette in guardia dall'errore di diventare "coscienti" (in modo riduzionistico) della natura del sacro o della natura della bellezza. Egli dice:

"E’ la coscienza che corre avanti e indietro come un cane con la lingua a penzoloni (letteralmente : il cinismo) che pone le domande troppo semplici e genera le risposte banali". (Bateson 1979).

Tornando allo stile comunicativo estremamente personale di Bateson, possiamo considerare ciò che dice Capra dei suoi rapporti con lui:

"Le mie conversazioni con Gregory Bateson erano di un tipo molto speciale, a causa del modo in cui egli presentava le sue teorie. Bateson esponeva le sue idee sotto forma di storie, aneddoti, scherzi e osservazioni in apparenza sconnessi, senza dire nulla in modo compiuto e diretto. Non gli piaceva spiegare le cose in modo completo, ben sapendo, forse, che si raggiunge una comprensione migliore quando si è in grado di afferrare da soli le connessioni , in un atto creativo, senza che ci sia nessuno a spiegartele per filo e per segno" . (Capra, 1988, trad. it. 1988, p. 66).

Lo stile di Bateson era di raccontare storie illustrative, di parlare indirettamente, indicando, in linea di massima , l'area nella quale la struttura poteva essere percepita, con un po' di sforzo personale. Bateson era come un venditore ambulante che tira fuori i suoi campioni di storie incollati a pezzi di cartone, e che mostra i suoi campioni di merce, (granchi, conchiglie, parabole e analogie) per creare termini di paragone da utilizzare come indicatori per "la struttura che connette". Andava dicendo qualcosa del tipo "guarda tutte queste storie, unisci fra loro i punti con un trattino e vedi che figura esce fuori". Questo approccio ‘da campionario’, serviva come esempio da imitare, per capire il modo migliore di comunicare l'incomunicabile. Il suo lavoro sul "sacro" mostra tutto questo chiaramente (vd. Bateson 1987, trad. it., 1989).

Il suo stile particolare di comunicazione si presentava come modello o struttura di relazioni interpersonali da imitare, capire, e riprodurre liberamente. Erano campioni gratuiti. E’ per questo che anche noi abbiamo i "metaloghi" : illustrazioni viventi di sé stessi.

Capra commenta:

'Il modo usato da Bateson, nel presentare le sue idee, era una parte essenziale e intrinseca nel suo insegnamento. A causa della sua speciale tecnica di esposizione, consistente nel miscelare le sue idee con lo stile di presentazione, pochissime persone riuscivano a capirlo. In effetti come sottolineò R.D. Laing in un seminario da lui tenuto a Esalen in onore di Bateson: "Persino le poche persone che pensavano di capirlo, egli non pensava che lo capissero. Pensava che lo capissero solo pochissime persone" (Capra, 1988, trad. it. 1988, p. 67) […]

'Al non iniziato, alla persona che non era in grado di seguire una struttura complessa di ragionamento, lo stile di presentazione di Bateson sembrava spesso un mero divagare, ma in realtà era molto di più. La matrice della sua collezione di storie era un disegno coerente e preciso di relazioni, una struttura che conteneva per lui grande bellezza. Quanto più complessa la struttura diventava, tanto più bellezza esibiva. "Il mondo diventa tanto più bello quanto più complicato", egli diceva (Capra, 1988, trad. it. 1988, p. 69).

Nella seconda parte del mio intervento, prendo il metalogo di Bateson "Perché le cose hanno contorni?" come punto di partenza per analisi più accurate degli stili di comunicazione. Questo metalogo contiene molte indicazioni per capire quando le conversazioni sono ambienti salutari o non salutari per coloro che vi partecipano, con una particolare attenzione per ciò che viene chiamata "psicoterapia". In particolare vorrei dedurre ed elaborare tre importanti cambiamenti nei nostri pensieri e nelle nostre azioni, quelli che Bateson indicò come fondamentali per qualsiasi cambiamento costruttivo nella nostra organizzazione sociale.

I tre cambiamenti decisamente importanti nel nostro modo di pensare e nei nostri atteggiamenti sono:

1. il cambiamento verso un nuovo stile di comunicazione interpersonale nelle reti di conversazioni;

2. il cambiamento dell'attenzione dal vedere "oggetti" al vedere relazioni;

3. il cambiamento dal percepire quantità a percepire forme organizzative.

 

METALOGO: Perché le cose hanno contorni?

È mia intenzione esaminare questo breve metalogo per le indicazioni che offre riguardo alle nostre abituali incomprensioni delle comunicazioni umane, e in particolare sui nostri modi di creare reti di conversazioni che possano generare una qualità di esperienza di tipo completamente nuovo.

La prima indicazione del metalogo riguarda la chiusura organizzativa della conversazione ed i suoi confini, e come l’interazione tra queste due caratteristiche generi reti molto diverse di conversazioni. Vedremo la possibilità di ottenere una comprensione alternativa di quelle diverse forme di conversazione nelle quali Bateson sottolinea il bisogno di uno spostamento verso un nuovo stile di comunicazione interpersonale, basato sull'ottimizzazione della partecipazione piuttosto che sul controllo dell'espressione delle persone.

Ecco il metalogo:

Figlia. Che cosa vuol dire per te che una conversazione ha un contorno? Questa conversazione ha avuto un contorno?

Padre. Oh, certamente si. Ma ancora non possiamo vederlo, perché la conversazione non è ancora finita. Non si può vederlo mai, quando ci si è in mezzo. Perché se tu potessi vederlo, saresti prevedibile - come una macchina. E io sarei prevedibile, e noi due insieme saremmo prevedibili.

Figlia. Ma non capisco. Prima dici che è importanti essere chiari nelle cose. E ti arrabbi con le persone che confondono i contorni. E poi pensiamo che è meglio essere imprevedibili e non essere come macchine. E tu dici che non possiamo vedere i contorni della nostra conversazione finché non è finita. Allora non ha importanza se siamo chiari o no. Perché tanto non possiamo farci niente.

Padre. Si, lo so… e io stesso non capisco… Ma, comunque, chi ha voglia di farci niente?

(Bateson 1972a; trad. it. 1976, p. 68)

 

L'incomprensione delle reti di conversazioni

Esaminando il metalogo più dettagliatamente, possiamo riassumere come il primo problema della conversazione interpersonale sia il conflitto che nasce nello scegliere tra l’alternativa di "Tentare di controllare gli altri nelle conversazioni" e quella di "Incoraggiare la partecipazione attiva degli altri nelle conversazioni".

 

Metalogo Questione 1. - Controllo invece di partecipazione

F. Che cosa vuol dire per te che una conversazione ha un contorno? Questa conversazione ha avuto un contorno?

P. Oh, certamente si. Ma ancora non possiamo vederlo, perché la conversazione non è ancora finita. Non si può vederlo mai, quando ci si è in mezzo. Perché se tu potessi vederlo, saresti prevedibile - come una macchina. E io sarei prevedibile, e noi due insieme saremmo prevedibili.

Il contorno della conversazione riferita da Bateson in questa citazione è una caratteristica cruciale (o un contrassegno) del tipo di conversazione che si sta svolgendo. In un coinvolgimento aperto e dinamico tra persone è impossibile percepirne i contorni perché essi vengono generati dall'interazione, momento per momento, tra i partecipanti. Tuttavia in una conversazione chiusa e predeterminata (orientata al controllo intenzionale delle persone e dei risultati), i contorni sembrano troppo chiari e prevedibili, appaiono come una presenza obbligata, oppressiva e unidirezionale che esclude contributi "personali". Il nostro parlare è controllato.

 

Un intero sistema di interazioni.

Il valore opposto a "controllo degli altri" è il concetto di "partecipazione" di tutti, nel modo più completo, alla costituzione del loro sistema relazionale ampio e globale. Bateson sottolinea l'importanza di vedere l'intero sistema di interazione tra individui, nel quale tutti sono incorporati in una più grande totalità, e come la nostra personale sopravvivenza dipenda da questa rete di conversazione superordinata. Egli dice:

"In questo mondo, davvero, "io", come un oggetto materiale, non ho valore e, in questo senso, sono privo di realtà. "Io", tuttavia, esisto nel mondo della comunicazione, in quanto elemento essenziale della sintassi nella mia esperienza e nella esperienza degli altri, e la comunicazione degli altri può danneggiare la mia identità, persino fino al punto di distruggere l'organizzazione della mia esperienza […]"

"I contesti hanno una realtà comunicativa solo in quanto sono efficaci come messaggi. Per esempio in quanto essi sono rappresentati o riflessi (correttamente o in maniera distorta) in parti multiple del sistema comunicativo che stiamo studiando; e questo sistema non è l'individualità fisica, ma un ampia rete di percorsi di messaggi. Succede che qualche percorso sia collocato fuori dall'individualità fisica, altri all'interno, ma le caratteristiche del sistema non sono in alcun modo dipendenti da qualsiasi linea di confine che noi potremmo sovrapporre alle mappe comunicative." (Bateson 1972a, p. 251)

 

La nostra mente Extra-Somatica: follia nella mente = follia nella natura.

Dal punto di vista di Bateson ci deve essere un'estetica mente/natura nel nostro modello. Questa è un'unità necessaria. Per apprezzarla è necessario capire che la mente non è confinata nella scatola cranica o all'interno della struttura corporea. La "mente", piuttosto, è un fenomeno al quale noi prendiamo parte, mentre passa, si estende , o condivide la nostra partecipazione nel suo viaggio lungo il suo circuito di esistenza che si trova sia dentro che fuori il corpo umano.

Il lavoro di Bateson ci ricordava continuamente come fosse una sciocchezza vedere l'organismo individuale come l'unità di sopravvivenza. La minima unità di sopravvivenza sensata è, piuttosto, "organismo più ambiente". È evidente, per esempio che l'organismo che inquina e distrugge il proprio ambiente si accinge anche a distruggere sè stesso.

'Se ora noi modifichiamo l'unità di sopravvivenza darwiniana fino a includervi l'ambiente e l'interazione fra organismo e ambiente, appare una stranissima e sorprendente identità: l'unità di sopravvivenza evolutiva risulta coincidente con l'unità mentale

Possiamo vedere cosa succede quando si commette l'errore epistemologico di scegliere l'unità sbagliata: si finisce col contrapporre una specie ad un'altra che la circonda o all'ambiente in cui vive. Uomo contro natura. In effetti si finisce con l'inquinare la Kaneohe Bay, col ridurre il lago Erie a una poltiglia verde e col dire: "Costruiamo bombe atomiche più potenti per annientare i nostri vicini d casa". Vi è un'ecologia delle idee cattive, proprio come vi è un'ecologia delle erbacce, ed è una caratteristica del sistema che l'errore di base si propaghi. Come un parassita tenace esso si ramifica nei tessuti vitali, e tutto finisce in un caos molto singolare. Quando si restringe la propria epistemologia e si agisce sulla base della premessa: "Ciò che mi interessa sono io, o la mia organizzazione, o la mia specie", si escludono dalla considerazione altri anelli della struttura: si decide di volersi sbarazzare dei sottoprodotti della vita umana e si decide che il lago Erie sarà un buon posto per scaricarveli; si dimentica però che il sistema eco-mentale chiamato lago Erie è una parte del nostro più ampio sistema eco-mentale e che se il lago Erie viene spinto alla follia, la follia viene incorporata nel più vasto sistema del nostro pensiero e della nostra esperienza.' (Bateson 1972a; trad. it. 1976, pp. 503-504)

Un ulteriore importante implicazione di questo modo di pensare è che dobbiamo essere attenti su come partecipiamo a questi circuiti dato che qualsiasi umana "malvagità", "arroganza", "tracotanza", "presunzione", "avidità", "manipolazione", "impulsi oppressivi" ecc. ( che sono per Bateson tutte forme di patologia) tenderanno a trovare i loro riflessi patogenetici nelle parti di natura che "diventano folli". Secondo Bateson, le nostre menti (che certamente comprendono l'agire umano e gli strumenti che noi usiamo in queste azioni) formano una parte della più ampia "Mente", e perciò anche la nostra follia è racchiusa nella "Mente" più ampia. Come vediamo nella citazione sopra, questo significa che la mente immanente è inevitabilmente condotta alla follia dai nostri vari tipi di insensatezza . In altre parole, siamo capaci di creare un mondo folle nel nostro più grande sistema.

Sfortunatamente vediamo esempi del genere ogni giorno sullo schermo della nostra TV. Il nostro errore fondamentale è quello di separare la "Mente" dal sistema nel quale essa è immanente (le nostre relazioni umane, il nostro ecosistema). Questo atto di separazione ci porta inevitabilmente verso il disastro.

 

PRIME IMPLICAZIONI PER LA TERAPIA

La domanda qui è in quale misura, i nostri sistemi di conversazioni sono fondati su "controllo", "ostilità", "manipolazione" ecc. e perciò in quale misura siamo in grado di partecipare apertamente nei sistemi di comunicazioni dentro ai quali viviamo.

Sfortunatamente, passiamo molto tempo in conversazioni nelle quali si fanno sforzi estremi per eseguire un controllo unilaterale o per "incanalare" la direzione della conversazione, i suoi limiti, i suoi confini ecc. con il deliberato intento di arrivare ad una destinazione preconcetta. Lo stesso problema vale per il processo di psicoterapia.

In una rete aperta, relazionale, salutare (partecipazione costruttiva) non si possono vedere i contorni fino a che la conversazione non sia conclusa. Nelle reti non salutari ognuno di solito sa che le sue parole non hanno una "reale influenza" nella discussione , o sa esattamente quello che gli altri si aspettano che lui dica. Ed ognuno sa anche che qualcun altro ha già deciso come stanno le cose e come staranno alla fine (Kenny 1999).

Da questo punto di vista la scelta per ''l’im-paziente'' (Kenny 99), in una terapia , è quella tra essere controllato dal terapista (o imparare a controllare se stessi o i propri bambini) oppure di elaborare creativamente cambiamenti continui nel proprio sistema di vita. L'illusione spesso creata in "terapia" è che uno possa impegnarsi in una specie di automanipolazione (o essere manipolato/controllato dal "terapeuta che sa come fare") - basata in gran parte sul parlare - "sul controllo attraverso il parlare". Questo è di solito un modo di parlare dei propri problemi, parlare a/con il terapeuta; subire il ‘parlato’ del terapeuta; imparare a parlare a sè stessi in quello che viene chiamato dialogo interno e così via.

Essenzialmente i terapeuti perpetuano e vendono quattro varietà fondamentali di incomprensioni relative al presunto potere del discorso manipolatorio:

1) che è possibile "far sparire i propri problemi parlandone", come se si potesse ordinargli di andarsene via semplicemente dicendogli di andarsene ('dialogo interiore');

2) che è possibile "far sparire i problemi spiegandoli" con qualche saggio che ti rivela "come funziona" o "cosa veramente sta succedendo";

3) che è possibile "sviscerare i problemi" come se parlando si potessero esorcizzare i demoni interiori e fare in modo che lascino il corpo;

4) che è possibile "parlare per fare andar meglio le cose", cioè il rendere tutto migliore cercando una migliore formulazione (nuove costruzioni) per descrivere la propria esperienza.

Nessuna di queste asserzioni sui poteri del discorso manipolativo però sono vere.

Nessuna di loro funziona. Se funzionassero il mondo non sarebbe pieno di "im-pazienti" che ritornano settimana dopo settimana, anno dopo anno, dai loro terapeuti per continuare a parlare, parlare, parlare dei loro (ancora irrisolti) problemi.

Queste asserzioni, frequenti nelle terapie individuali sono tutti prodotti di una altrettanto frequente confusione nel concepire gli esseri umani. Questi errori sono tutti implicitamente o esplicitamente richiamati nella pratica dei terapeuti di diverse scuole, tipi ed orientamenti. Essi sono tutti ugualmente sbagliati, non aiutano ed agiscono solo per creare ulteriore confusione nel vivere quotidiano dei loro clienti, spesso sofferenti da tempo. Semplicemente non c'è un "parlare potente" che può sciogliere, curare o rimuovere il dolore e la sofferenza umana.

 

2. INCOMPRENSIONI NELLE RELAZIONI UMANE

La seconda indicazione che possiamo cogliere nel Metalogo, riguarda il tipo di errori in cui cadiamo quando proviamo a vedere gli esseri umani utilizzando la metafora della "macchina".

 

Metalogo Questione 2 - Macchine prevedibili invece di spontaneità

Figlia: Ma io non capisco. Prima dici che è importante essere chiari nelle cose. E ti arrabbi con le persone che confondono i contorni. E poi pensiamo che è meglio essere imprevedibili e non essere come macchine. E tu dici che non possiamo vedere i contorni della nostra conversazione finché non è finita. Allora non ha importanza se siamo chiari o noi. Perché tanto non possiamo farci niente.

(Bateson 1972a; trad. it. 1976, p. 68)

 

Da questo frammento riceviamo un suggerimento sul secondo importante cambiamento raccomandato da Bateson e che possiamo definire ‘spostare l'attenzione dal vedere "oggetti" al vedere relazioni ‘.

Per realizzare questo cambiamento con successo bisogna affrontare con determinazione le molte metafore che usiamo per descrivere gli eventi (metafore che sono basate su immagini meccaniche), e passare da queste metafore meccanizzanti ad alternative più vicine alla dimensione della vita. Usare le metafore meccaniche impedisce di vedere il flusso delle relazioni tra i presunti "oggetti meccanici". Per essere in grado di vedere relazioni abbiamo bisogno di essere in grado di usare metafore relazionali.

 

Il problema delle metafore

Dobbiamo essere estremamente attenti alle metafore che scegliamo perché queste creano uno spazio all'interno del quale dobbiamo vivere e in questo vivere arriviamo ad essere plasmati dalle metafore che selezioniamo inizialmente. Sfortunatamente possiamo trovare molto difficile percepire il tipo di metafore dentro le quali viviamo o il tipo di metafora che vive attraverso di noi. Questo rende molto difficile liberarsi di loro dopo che sono diventate un ostacolo o una limitazione piuttosto che un mezzo di trasporto utile. Siamo nati nel flusso di interazioni create nello spazio delle metafore sociali dominanti che rimangono in massima parte tacite, invisibili, in quanto sono date per scontate. Siccome viviamo dentro questi spazi tacitamente condivisi, le nostre idee e analisi, il nostro lavoro e le esperienze personali sono tutte continuamente foggiate, modellate e fornite , a nostra insaputa di una direzione predeterminata .

''La metafora è proprio il fondamento dell'essere vivente''

Il punto di vista di Bateson era che la logica non va bene per capire le forme viventi. Per raggiungere la comprensione del vivente abbiamo bisogno di metafore. Proprio perchè la logica non è utile per capire il dominio del vivente, Bateson critica frequentemente anche quel particolare gruppo di metafore usate abitualmente, specialmente la vecchia, ma diffusa, metafora newtoniana del mondo come macchina. La nostra esperienza, in generale, passa solitamente attraverso la "metafora della macchina", prima che pensiamo di poter capire ciò che abbiamo vissuto, sperimentato o testimoniato.

L'assunto è che la nostra esperienza debba essere confrontata con la realtà primaria meccanicistica e questo significa dare un posto privilegiato alla metafora meccanicistica. Oggi questa è la metafora dominante nel lavoro e nello svago umano. Negli ultimi anni ci sono stati molti esempi di corpi umani trattati come macchine, per esempio i campioni sportivi risultati colpevoli di alimentare il corpo con droghe per farlo "andare più veloce", "saltare più in alto", "resistere più a lungo" ecc.

 

La metafora della macchina è uno dei principali difetti del nostro modo di pensare

L'idea che dovremmo essere efficienti come macchine, quando lavoriamo, è oppressiva e porta necessariamente a situazioni di abuso. È tristemente comico il fatto che nelle situazioni di lavoro oppressivo, veniamo paragonati a robot (secondo la loro concezione originaria) cioè esecutori prevedibili, ripetitivi, che si muovono come macchine. Adesso che l'interesse principale della robotica è quello di generare robot simili agli esseri umani (in quanto capaci di effettuare previsioni autonomamente , inventare soluzioni di problemi, ed essenzialmente improvvisare), si verifica la situazione in cui i robot sono progettati come "esseri umani ideali", mentre gli esseri umani sono ancora considerati nella migliore delle ipotesi come "macchine controllabili". In altre parole, le nostre umane capacità di previsione, improvvisazione, generazione spontanea vengono ignorate , tralasciate, e rinnegate.

Bateson, dà un esempio riguardo a sé e al gruppo con il quale lavorava all'interno della precedente 'epistemologia delle "cose"' e delle sue metafore, descrivendo come questo ritardò i loro progressi e gli causò problemi negli anni 50-60

'Come i protagonisti delle tragedie greche, eravamo scioccamente vincolati senza scampo a forme e modelli di processi che altri, in particolare i nostri colleghi pensavano di aver visto. E i nostri successori saranno a loro volta vincolati ai nostri modelli di pensiero. La mostruosa arretratezza del pensiero scientifico e filosofico è dovuta proprio a questa circostanza, che abbiamo tardato tanto a riconoscere; il fatto cioè che il processo del nostro studio dei modelli formali delle idee è esso stesso un processo di pensiero, pedestre e ostacolato dalla pesante remora dell'abitudine.' (Bateson 1976c, p. 14).

 

Cercando le interconnessioni - "La relazione dovrebbe essere la base di tutte le definizioni"

Per Bateson l'approccio sistemico era la migliore alternativa valida alla metafora della macchina. All'interno di questo modello egli fu in grado di trovare un’organizzazione dietro alle strutture formali esplorate dai vari modelli scientifici e dalle varie discipline scientifiche. Stava cercando l’"organizzazione che connette", stava cercando l'interconnettività tra tutte le cose viventi, stava cercando le relazioni in quanto organizzazione critica fra tutte le forme di vita . Perciò il suo messaggio centrale era di smettere di vedere "oggetti separati" e cominciare a percepire e capire che cosa stava succedendo nelle relazioni tra due o più oggetti ( soprattutto l'importanza delle relazioni tra le persone).

Secondo Bateson le relazioni devono essere la base di ogni definizione. La questione di come comprendere meglio le relazioni umane può essere in parte illustrata considerando la nozione batesoniana di "amore" da un punto di vista sistemico. Di solito, nel mondo occidentale, consideriamo l’ "amore" da un punto di vista largamente individuale. Per esempio, noi diciamo "sono innamorato di qualcuno"; "ho una relazione d'amore"; "mi sento amata dai miei genitori"; "provo una realizzazione personale nelle mie relazioni amorose"; e così via. Ogni caratteristica dell’ "amore" è definita nei termini di come la vita, gli scopi, i desideri, il benessere, i progetti, le esperienze di un individuo sono tutte convalidati, incoraggiati o stimolati dall'"amore". La mentalità occidentale si concentra sull'individuo come unità ottimale di analisi.

Per capire "l'amore" da un punto di vista sistemico, abbiamo bisogno di cambiare la nostra definizione di quello che è ‘ l’unità di analisi’ ottimale. Nella tradizione individualistica il rapporto è visto come una specie di contenitore che contiene i desideri attuali e futuri di una persona, nell'approccio sistemico il rapporto ha un valore centrale in sé stesso e per sè stesso, molto oltre ciò quello che è un temporaneo veicolo per i propri desideri personali, (un veicolo che si può sempre scambiare se se ne trova uno migliore; arrivato a questo punto io semplicemente trasferisco i miei personali desideri in un veicolo, come se fossero bagagli da spostare dalla vecchia alla nuova automobile).

Questa immagine statica (contenitore/veicolo) trascura il valore del rapporto in sè stesso , che è qualcosa di più grande del senso di appartenenza degli individui, ed è dotato di una vita propria. L'approccio sistemico è un approccio dove si rispetta l'autonomia auto-organizzante di un più ampio sistema relazionale, che ha le sue proprie "ragioni". Proprio come la "Mente" è immanente nel più ampio sistema (nei percorsi e nei circuiti che si stendono fuori dal corpo individuale), così anche l'"amore" è immanente nel sistema più ampio, in quanto implica sistemi di autorganizzazione non determinate dagli individui né dall'ambiente in cui questi sistemi d'"amore" vivono.

In quest'approccio sistemico le persone sono "parte" di un rapporto completo più ampio dentro cui essi vivono, non come contenitori delle loro questioni personali, ma come uno spazio complesso che stabilisce un luogo per l’attuazione dei fenomeni di interazione e interrelazione umana. L'umana capacità di amare significa capacità di essere in grado di diventare parte di qualcosa di superiore ai nostri "sé" individuali e questa cosa superiore è un sistema che, a sua volta, fa parte di un sistema ancora più grande, e che continua in una crescita di sistemi ‘innestati’ tra loro.

Questa visione di ‘innesto’ sistemico dell'amare è immediatamente perduta se concentriamo la nostra attenzione sulla dimensione individuale. È facile cadere in questo livello riduttivo ogni volta che ci concentriamo sulle "intenzioni" e sui "progetti", che si possono facilmente localizzare all’interno dei "propositi deliberati" degli individui. In questo caso si crea un campo d’attenzione intorno al centro della figura separata di un individuo, creando una descrizione dei fenomeni rilevanti nei termini della loro corrispondenza dei ‘desideri’ individualistici (progetti, intenzioni, previsioni, anticipazioni) e valutando il grado di ‘soddisfazione’ (piacere, sazietà, conferma, affermazione) derivanti dai vari risultati ottenuti nel tempo.

Se alle "relazioni" tra la persona e coloro che si trovano nel suo "campo di attenzione" è attribuito un valore, esso si limita solo a stabilire se "funzioni" per quello che la persona desidera. Queste relazioni non hanno nessun valore possibile oltre il suddetto scopo riduttivo. Infatti non c'è niente che si possa vedere oltre questo campo di attenzione, certamente non il complesso e più ampio sistema di organizzazione.

 

Epistemologia alla rovescia - Incomprensione delle relazioni

Secondo Bateson, le persone spesso non riescono a capire alcuna nozione di relazione oltre il livello riduttivo indicato sopra. Esse sono cieche dinanzi alle qualità sistemiche complesse della loro esperienza umana.

'Di solito gli psicologi si esprimono come se le astrazioni di certe relazioni ("dipendenza", "ostilità", "amore" ecc.) fossero oggetti reali che devono essere descritti o "espressi" dai messaggi. Ma questa è una epistemologia che procede alla rovescia. In realtà sono i messaggi che costituiscono la relazione, e le parole come "dipendenza" sono solo descrizioni verbalmente codificate di modelli immanenti nella combinazione dei messaggi scambiati.

Come abbiamo già sottolineato, non ci sono "oggetti" nella mente e neppure "dipendenza" […]

Ma agire (o essere) come una delle due componenti di un modello di interazione vuol dire proporre l'altra componente. Viene così stabilito un contesto per una certa classe di risposte.

Questa trama di contesti e di messaggi che propongono un contesto (ma che, come tutti i messaggi hanno "significato" solo grazie al contesto) è l'oggetto della cosiddetta teoria del doppio legame.' (Bateson in Sluzki e Ransom 1979, p. 288).

 

SECONDA IMPLICAZIONE PER LA TERAPIA

Molto tempo in psicoterapia viene dedicato all'erronea ricerca della "programmazione emozionale" o degli "aggiustamenti", basandosi sulle idee sbagliate dei terapeuti a proposito delle relazioni. Perciò, ad esempio, i "terapeuti" cercano di "aiutare" il loro cliente a "diminuire" il loro personale senso di "dipendenza" dalla loro madre, o di "trasferire" questa "dipendenza" su più persone quindi di "disperdere la dipendenza" in numerosi "pacchetti" o "depositi" che egli lascia a parecchie diverse persone (e non più solo alla propria madre). Questo è un classico errore di incomprensione delle relazioni che confonde un'astrazione di relazioni ("dipendenza") come se fosse una "cosa reale" che esiste dentro l'im-paziente che deve imparare a ‘comunicare’ differentemente con sua madre, mandando differenti messaggi per "esprimere" i suoi mutati "bisogni di dipendenza" da lei.

Invece, dal punto di vista di Bateson, i messaggi non "esprimono" nulla. I messaggi sono la relazione. "Dipendenza" è solo una descrizione di modelli nel flusso di messaggi coordinati tra i partecipanti nel sistema di emozioni.

Con il commettere certi errori nel pensare alle esperienze umane di relazioni, gli psicologi (e qualcun altro) non fanno che aggiungere enorme confusione alle vite di quelle persone che si rivolgono a loro per un aiuto. Invece di essere aiutati, essi si trovano intrappolati in conversazioni assurde basate sulle visioni semplificanti delle relazioni dei terapeuti, che parlano di "dipendenza", "odio", "paura" e così via, come se queste fossero "cose reali" situate dentro i loro involucri corporei, e come se ci fosse qualcosa da fare per "tirarli fuori", "esorcizzarli", o "soddisfarli" in qualche misteriosa maniera unilaterale. Fino a quando gli psicoterapisti non inizieranno a comprendere il contesto delle relazioni, queste confusioni continueranno. Io credo che ciò giovi ai loro affari. Mantieni i clienti confusi e loro continueranno a tornare per maggiore "illuminazione".

In questo secondo caso l'illusione, creata in terapia è che uno possa impegnarsi in meccanicistiche "auto-manipolazioni" ( o essere manipolato da un terapista esperto) basate in gran parte sul pensare, spesso chiamato ‘pensare positivo’. ‘riprogrammazione cognitiva’ , etc. Questo è un tipo di Pensare ai propri problemi , pensare ad alta voce con il terapista, ascoltare i pensieri del terapista sui problemi; dar voce ai propri pensieri , imparare a riflettere tra sé e sè, in pratica la riprogrammazione del ‘macchinario’ cognitivo.

Dando seguito alle loro incomprensioni sulla natura delle relazioni umane, i terapeuti, vendono quattro tipi di equivoci sul potere delle tecniche del pensiero manipolativo:

(1) che è possibile "far sparire col pensiero" i propri problemi - come se si potessero farli sparire solo pensandoli in un modo prescritto (dire a noi stessi bugie su ciò che sta accadendo);

(2) che è possibile "risolvere i problemi con la riflessione" attraverso qualche saggia rivelazione "di come sia meglio pensarli". "Ecco un pensiero utile" dicono.

(3) che è possibile cercare di "risolvere col pensiero" come se con un processo attento, razionale e logico si potesse tirare fuori da dentro di sé le esperienze umane di vecchia data (come se fossero una specie di verme parassita annidato nelle interiora del corpo). O come se potessimo, attraverso la logica far tornare i conti, e iniziare a sentire differentemente rispetto a come realmente sentiamo;

(4) che è possibile "migliorare col pensiero", intendendo con questo inventare "un modo nuovo o migliore" di pensare le esperienze. (Ma cambiando le nostre prospettive sul mondo si lascia il mondo indifferente e invariato).

La manipolazione unilaterale di idee non può avere effetto sul sistema autorganizzato delle relazioni dentro il quale cerchiamo di trovare un ruolo utile da recitare.

Non esiste una forza mentale cognitiva, unilaterale e potente.

Nessuna di queste assunzioni sui poteri del pensiero manipolativo è vera. Nessuna di queste funziona, come non funzionano le erronee asserzioni sulla comunicazione manipolativa. Esse sono di solito utilizzate in modo unilaterale e dall'esterno del vero e proprio contesto relazionale del vissuto degli impazienti. Qui la scelta della terapia è quella tra "l'essere trattati come una macchina" dal terapista (che tenta di far uso di interazioni istruttive) da una parte, o co-generare nuove improvvisazioni dall'altra parte. Il maggior errore cognitivo presente negli esseri umani non è perciò nell’impaziente, ma nelle cognizioni dei terapeuti cognitivi, quei terapeuti che credono che "pensare diversamente" risolva qualsiasi cosa nel mondo delle relazioni tra persone.

 

3. INCOMPRENSIONI DELLE MODALITÀ UMANE DI AUTO ORGANIZZAZIONE

Il nostro terzo indizio per un ulteriore spostamento nel nostro approccio si trova nell'ultima riga del metalogo che dice così:

 

Metalogo Questione 3 - "Essere manipolativi" invece di "Essere socialmente genuini"

Padre. Si lo so… e io stesso non capisco… Ma, comunque, chi ha voglia di farci niente?

 

La terza questione riguarda questa attitudine a "volerci fare qualcosa". La riflessione riguarda l'aver bisogno di riparare o interferire in qualche modo con le cose come sembrano essere in quel momento, sempre dal punto di vista di una parte del sistema che prova a "incollare", "controllare", o "organizzare" il resto del sistema nel suo insieme. Per Bateson questo concetto è tanto insensato quanto "la coda che scodinzola il cane". Egli ci ha messo molte volte in guardia dal pericolo dell'"intenzionalità cosciente". L'intenzionalità cosciente è particolarmente evidente nella modalità tipicamente occidentale di fissarci sulle ‘quantità’ in ogni situazione. Una volta che siamo in grado di stabilire in modo certo una qualche quantità, siamo in una buona posizione per iniziare a manipolarla.

 

La necessità di spostarsi verso la percezione di 'organizzazione' piuttosto che la percezione della 'quantità'.

Ad una conferenza organizzata da Bateson e Brad Keeney nel 1979 le osservazioni dell'introduzione di Bateson contenevano le seguenti esortazioni a rimpiazzare o riequilibrare l'ossessione per le quantità con la capacità di percepire qualità e organizzazione.

"Nel nostro adattamento sociale, individuale e psichiatrico - nelle nostre specifiche idee di adattamento - c'è una sindrome che sorge nell'equilibrio o nell'armonia imperfetta tra quantità e organizzazione.

Il consumismo si combina con gli stili praticati nel metodo scientifico per sedurci nell'orgia e/o incubo della quantità – un noioso incubo di omogeneizzazione […]

Se infatti esiste un sovrasviluppo di percezioni quantitative, ci deve essere un sottosviluppo di percezione e comprensione di qualità e organizzazione […]

Una parabola semplificata può rendere il problema più chiaro.

Un quadrato ha più lati di un triangolo e una ciambella ha "più" buchi di un solido. Ma queste comparazioni quantitative non danno indicazioni sulla più ricca intuizione formale che la matematica topologica può costruire sul contrasto dei modelli."

(Bateson citato in Keeney 1983)

 

La manipolazione di quantità e la nostra cecità verso le organizzazioni.

Il punto è questo: che la manipolazione si verifica più facilmente attraverso la nostra riduzione di tutto in quantità. "Voglio di più" grida il bambino", "Non hai mai abbastanza?" grida la madre. "Ti ho dato tutto" grida il coniuge disilluso.

 

L'errore di definire la vita, la soddisfazione e il significato come quantità

Bateson tenta di sottolineare il fatto che le nostre stesse definizioni di "soddisfazione" e "felicità" personali ecc. sono impostate in termini di quantità. Il nostro stato mentale dominante, è quello di scoprire le differenze dal punto di vista della quantità e noi siamo perciò scarsamente equipaggiati per percepire le altre incognite dell'equazione, vale a dire la percezione delle organizzazioni, l'apprezzamento per la qualità ed il bisogno per l'intera società di modificare radicalmente questo equilibrio in un'era in cui abbiamo urgentemente bisogno di porre la questione sul cambiamento delle condizioni basilari dei sistemi sociali.

Noi usiamo la metafora quantitativa per pensare non solo al mondo dove viviamo, ma anche per dare senso al nostro mondo interiore di soddisfazione personale. Tuttavia, l'ossessione per i beni, il tempo, e i soldi non è utile per percepire e capire le organizzazioni. Abbiamo piuttosto una prospettiva che è predisposta alla manipolazione di oggetti (quantità), che si estende alla manipolazione di noi stessi. La felicità è giudicata in termini di quanti giocattoli riceviamo per natale. La nostra società ci fa desiderare sempre di più. Un recente spot pubblicitario per una marca di automobili dice :'preparati a desiderarne una’.

David Smail (1993) ha scritto sull'orrore della cultura consumistica, ove le persone si abbuffano fino a stare male, sono facilmente manipolate e arrivano ad automanipolarsi. Bateson afferma che questo è un modo di vivere nauseante. Esso crea patologia nella cultura e nelle relazioni reciproche. Trattare i soldi o i beni come se fossero entità qualitative è un errore epistemologico poiché essi sono meramente quantitativi. È ugualmente sbagliato applicare la metafora quantitativa al dominio qualitativo delle organizzazioni, come facciamo ogni qualvolta proviamo ad applicare la nozione di "più è meglio è" nel dominio delle relazioni.

 

La tossicità della massimizzazione invece dell'ottimizzazione

Uno dei modi in cui la ‘patologia’ viene generata dalla nostra ossessione delle quantità, è nel cercare di massimizzare i nostri possessi quantitativi. La convinzione che "più è meglio è". L'intera società è basata sull'accumulazione di quantità di denaro. L'ingiunzione ossessiva di moltiplicare i nostri soldi è erroneamente trasferita a molte altre caratteristiche del vivere umano, come, ad esempio, le nostre esperienze relazionali. Per esempio tendiamo a voler accrescere la nostra "provvista" di amore o di amicizia o di ‘successo’ ecc. Tuttavia questo trasferimento del "di più" nel campo della vita, che è una organizzazione strutturata, è un serio errore. Bateson commenta:

"Il denaro è, si sa, una meta pseudo-biologica. Le mete veramente biologiche hanno sempre un limite. Si cerca sempre di avere le quantità ottimali - di ossigeno, calcio, proteine, psicoterapia, amore, qualsiasi cosa sia. Pensiamo al denaro come se fosse bello massimizzarne la disponibilità, e quindi di massimizzare pure la disponibilità di ossigeno, calcio, proteine, psicoterapia, e quant’altro. Massimizzare certe cose, le rende sempre tossiche. Nel mondo biologico autentico, ogni oggetto desiderabile diviene tossico oltre un certo limite., a parte il denaro. In questo senso il denaro è un falso. E’una struttura di valore imposta, una metafora prestabilita che non c’entra con quello di cui stiamo parlando. E’una metafora quantitativa che non c’entra con il mondo dell’organizzazione. E’uno sproposito epistemologico. (Bateson 1981c, p. 354).

A questo punto il terzo messaggio di Bateson deve essere chiaro: la necessità di spostarsi dal percepire le quantità verso il percepire le relazioni nelle organizzazioni.

"Sto parlando del contrasto tra quantità e organizzazioni […] Se si crescesse come abbiamo fatto noi con una venerazione per gli aspetti quantitativi ed una minima attenzione per gli aspetti qualitativi, io credo che si andrebbe a finire inevitabilmente nel dilemma della nostra civilizzazione. Questa è una componente molto importante del percorso che ci ha portato fin qui.

Consideriamo gli affari del governo. Il governo ha il controllo sulle quantità. Può cambiare le aliquote delle tasse e può manipolare le quantità in vari modi, ma il problema per il governo è che non può prevedere dove sia l'anello più debole . Si possono imporre cambiamenti quantitativi nel sistema ma non si potrà mai sapere quale risultato si otterrà […]Ciò su cui le decisioni (quantitative) devono agire, come l'organizzazione sociale, l'istruzione, la politica estera delle nazioni, è, in realtà, qualitativo e obbedisce a leggi qualitative, che noi comprendiamo in modo imperfetto. Le decisioni diventano molto difficili […]

…ogni cambiamento quantitativo che imponiamo al sistema, alla fine sottopone a sforzo le strutture qualitative, delle quali non possiamo né prevedere il punto di rottura, né le possibili evoluzioni e trasformazioni.

Ma ritorno sul fatto che, procedendo nelle cose con questa enorme enfasi sull’aspetto quantitativo e la minima enfasi sull’aspetto delle strutture è, credo, il modo più facile per discendere all'inferno. Il più sicuro…" (Bateson 1981c, p. 349).

 

LA TERZA IMPLICAZIONE PER LA TERAPIA

Una delle tante implicazioni della psicoterapia, è il fatto che essa debba essere un approccio alla complessità sistemica della vita delle persone e non debba essere vista come qualcosa per curare le persone da sè stesse. Il suo scopo è seguire il loro idiosincratico coinvolgimento nel cambiamento personale da realizzarsi nell’immediato futuro. La terapia, per essere costruttiva, deve evitare le tentazioni umane di meccanicizzare, prendere alla lettera, mistificare. Spesso invece osserviamo il costante pericolo di confusione causato dai terapeuti che cadono nel duplice errore di concentrarsi sulle quantità e di confondere le astrazioni per entità letterali esistenti all'interno del paziente (reificazione). Un esempio di questa confusione e degli errori dei terapeuti si trova nell'intolleranza di Bateson verso i terapeuti familiari e i loro tentativi di contare il numero di doppi vincoli che ricorrono nelle conversazioni familiari. Egli criticava il movimento di terapia familiare in America proprio per questi errori. Per esempio in questo dialogo Padre - Figlia:

Padre. Per Dove gli angeli esitano c'è poi un altro problema ancora, quello dell'uso scorretto delle idee. Se ne impadroniscono gli ingegneri. Pensa a quella orribile faccenda che è la terapia familiare, con i terapeuti che fanno "interventi paradossali" per modificare le persone e le famiglie o che contano i "doppi vincoli". I doppi vincoli non si possono contare.

Figlia: No, lo so, perché i doppi vincoli hanno a che fare con la struttura contestuale totale, e quindi un certo doppio vincolo osservato in una sessione terapeutica è solo la punta di un iceberg la cui struttura fondamentale è la vita complessiva della famiglia. Ma non puoi impedire alla gente di cercare di enumerare i doppi vincoli. Questa abitudine di smembrare i processi in entità tutto sommato è fondamentale per la percezione umana. E forse scopriremo che uno degli oggetti della religione è appunto la correzione di questa abitudine. Tu però eri diventato molto scorbutico su queste cose e trattavi male quelli che ti ammiravano senza riserve" (Bateson 1987; trad. it. 1989, pp. 307-308)

 

Da questo punto di vista la scelta, in una terapia, è decidere di essere trattato o manipolato come una quantità dal terapeuta (specialmente da un terapeuta colpevole dell'errore di reificazione) oppure accettare l’ alternativa di co-elaborare la co-evoluzione di relazioni sociali umane genuine.

In questo terzo ed ultimo caso l'illusione creata in terapia consiste spesso nel fatto di potersi impegnare in qualche forma di auto-manipolazione quantitativa (o essere manipolato da terapeuti che sanno come fare a valutare le cose). La versione attiva di questo approccio è di solito basata sull'alterare certe quantità di comportamento attraverso l'esercizio del puro "potere della volontà" o dell’ "intenzione individuale" (strenua determinazione). La versione passiva di questo approccio di solito assume l'aspetto di un potente "sistema di rinforzi" di piacere o di dolore (in sostanza l'assunzione che si possano corrompere o ignorare le sofferenze umane in modo da farle andare via).

Un'altra assunzione centrale è che le persone possiedano un "potere di volere" che si può usare per far sparire il problema usando la forza dell’ intenzionalità su sè stessi o sugli altri. Il fatto è che le persone non sono mai in una posizione esterna da cui esercitare unilateralmente "controllo" o "intenti manipolatori" su sè stessi o sugli altri. Abbiamo già visto che dice Bateson a riguardo dell'impossibilità di una parte del sistema di essere in grado di governare il resto. Essenzialmente alcuni terapeuti vendono quattro varietà fondamentali di incomprensioni sul potere delle intenzioni manipolative o delle azioni manipolative (comportamenti):

(1) che è possibile "imparare a mandare via ignorandoli" i propri problemi come se fosse possibile cacciarli via solo ignorandoli in un determinato modo;

(2) che è possibile "dissolvere i problemi coll'ispirazione" attraverso qualche saggia rivelazione su come raccogliere il coraggio per far fronte alle proprie difficoltà (o in alternativa minacciarti modi che non sono per niente delicati, come, ad esempio, con un doloroso condizionamento);

(3) che è possibile "mandarli via con la corruzione" come se attraverso una serie di tangenti (rinforzi positivi) preparati con cura si possa in qualche modo passar sopra o cancellare le esperienze dolorose degli individui;

(4) che è possibile "pianificare in modo che vada meglio", intendendo con questo pianificare o inventare una serie di promesse a lungo termine per un futuro modo migliore di condurre le esperienze.

Tuttavia, nessuna di queste assunzioni sul potere di determinazione di azioni manipolative è vera. Nessuna di queste funziona, come non funzionavano le precedenti assunzioni sbagliate sul discorso manipolativo o sul pensiero manipolativo.

 

4. PER FINIRLA CON LA VOLONTA’

All'interno del quadro delle "conversazioni viventi" (Kenny 1999), ogni persona è incoraggiata ad essere pienamente presente ed aperta, attenta agli scambi che sono contraddistinti da genuini legami sociali. Ogni partecipante ha una mutua relazione che influenza (con-fermando, in-formando, de-formando, e ri-formando) le relazioni degli uni con gli altri, quali componenti delle stesse reti di conversazione. In contrasto, le persone nelle reti di "conversazioni morenti" sono incoraggiate ad essere mutualmente manipolative ed estorsive nel trattarsi reciprocamente come "macchinette". Questo ha l'effetto di cancellare tutti gli altri valori umani dagli incontri di tali reti, incluso il valore della mutua assistenza, della mutua accettazione, della mutua considerazione. In effetti, ciò che è cancellato è il senso di reciprocità goduta dagli esseri umani nelle reti che consentono relazioni sociali genuine. Senza reciprocità, non c'è modo per le relazioni umane di co-evolvere lungo il percorso della genuinità, della sincerità, della fiducia e dell'onestà.

Possiamo concludere questo capitolo citando gli avvertimenti di Bateson sull'uso della metafora sul potere specialmente nelle sedute di psicoterapia.

"Oltre a non dare sufficiente credito al nostro lavoro comune, Haley sorvola troppo facilmente sulle reali differenze epistemologiche tra lui e me. Per come la vedevo lui credeva nella validità della metafora del ‘potere’ nelle relazioni umane. Io credevo (e oggi lo credo ancora più fermamente) che il mito del potere corrompe sempre, dato che propone una falsa (benchè convenzionalmente accettata) epistemologia. Io credo che tutte le metafore di tal genere derivino dal pleroma e, applicate alla creatura siano antieuristiche. Procedono a casaccio in una direzione errata e la direzione non è meno sbagliata o meno patologica socialmente perché la mitologia ad essa associata viene parzialmente auto convalidata tra coloro che ci credono e agiscono conseguentemente ad essa.' (Bateson, 1976b, p.106)

Nelle pagine precedenti ho illustrato una serie di errori dei terapeuti, tutti da classificare come errori derivati dalla "metafora del potere" e dalla "metafora della macchina", nel senso che, in ognuno degli esempi, mostra la tendenza ad usare una "manipolazione potente". Specificatamente, le quattro potenze utilizzate sono il:

discorso potente (spiegazione)
determinazione potente (volontà o intenzionalità)
mentalità potente (riflessività o pensiero)
rinforzo potente (corruzione)

Ma nessuna di queste potenze esiste.

L'infelicità umana non si può cancellare:

con la spiegazione
con il parlare
con il volere
con l'agire
con il pensare
con il riflettere
corrompendola,
ignorandola.

I terapeuti illusi usano deliberatamente ‘tecniche’ per provare a ‘fabbricare uno stato interiore del sé ‘ nell'individuo. Gli psicologi continuano a organizzare seminari a pagamento sulla fabbricazione del sé, per la "realizzazione emotiva ", per "raggiungere il culmine nelle esperienze", per "spingere il bottone giusto". Ma non ci sono bottoni da premere! Semplicemente non è possibile programmare il sistema di un individuo per produrre gli stati desiderati, fuori dal contesto delle vere relazioni quotidiane. Il tentativo di programmare il computer biologico con gli psicofarmaci è un'illusione altrettanto fallita.

Al pari delle simulazioni di problemi al computer, queste sono al massimo tecniche che simulano (cioè che dissimulano, dicono bugie a noi stessi) ma non riescono nel tentativo di "produrre" o "replicare" le esperienze umane spontanee di amore, felicità, gioia, benessere e così via. Non si può "fare l'ingegneria" della felicità e nemmeno dell'infelicità.

Eppure, la maggior parte delle terapie va avanti con questo modello di credenze o di pratiche.

 

Così, in ultima analisi, quanto è libera la libera volontà?

Gregory Bateson ci invita a compiere cambiamenti radicali nel nostro modo di intendere noi stessi come esseri viventi in una possibile ecologia della mente. Per sottolineare l'impatto di questi cambiamenti vorrei concludere trascrivendo una lettera poco conosciuta di Bateson scritta nel 1973, per dare un consiglio ad un amico di una ragazza di 21 anni suicidatasi otto mesi prima. La lettera di Bateson è una risposta alla lettera di questa persona che chiedeva aiuto e chiarimento di fronte alla sensazione di aver fallito nel tentativo di aiutare la ragazza in questione.

 

27 maggio 1973

Caro […]

sono spiacente di non essere riuscito a rispondere alla tua lettera mentre ero a Seattle.

Ti suggerisco di considerare e completare nella tua immaginazione una scena come questa (dopo tutto è nella tua immaginazione che è richiesto o necessario il cambiamento):

La tua amica è riuscita a suicidarsi ed è arrivata alle porte del paradiso, dove le viene intimato l'altolà da San Pietro, che le fa notare di essere arrivata troppo presto. Lei dice che è tutta colpa di [……………]

Ci sono molti modi di completare il copione, ma in un modo o nell'altro, la tua amica deve dimostrare che non aveva una libera volontà, ma che tu ce l'avevi. Suggerisco che, o entrambi avevate libera volontà, o che non l'avevate né l'una né l'altra.

Certo è gratificante per te e per tutti i terapeuti credere di avere una volontà più libera di quella dei loro pazienti. Ma non è così!

Il tuo problema è quello di smettere di oscillare tra l'arroganza dell’ "io avevo il potere e le conoscenze per aiutarla" e l'auto-ripudiazione dell’"io ho fallito".

La tua seconda domanda è molto più difficile, ma la risposta è, suppongo, veramente un corollario che è la conseguenza di quanto ho appena detto. Tu sarai sempre spaventata dalle cose che inevitabilmente succederanno in ogni comunità terapeutica se partirai con una falsa stima del potere e della saggezza di chiunque sia colui che gestisce la comunità (specialmente se sei tu). Ciò che un essere umano può fare per un altro non è proprio il nulla: probabilmente qualche volta può dare una mano, se colui che aiuta ha la consapevolezza di quanto poco aiuto possa dare. Qualche protezione temporanea dai venti freddi della folle civilizzazione, qualche pianto e qualche risata insieme. E questo è quanto.

Sinceramente tuo

Gregory Bateson

Santa Cruz, California

 

 

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Referenze

Gregory Bateson (1972). Steps to an Ecology of Mind. New York: Ballantine.

Gregory Bateson (1975). Counsel for a Suicide's Friend. CoEvolution Quarterly, Spring, 1975, Issue 5.

Gregory Bateson (1976a). In conversation with Brad Keeney, privately circulated as 'On Paradigmatic Change: Conversations with Gregory Bateson'. California, October 28 - 30.

Gregory Bateson (1976b). Foreword. In 'Double Bind' (eds.) Sluzki & Ransom, New York: Grune & Stratton.

Gregory Bateson (1976b). Double Bind, 1969. In 'Double Bind' (eds.) Sluzki & Ransom, New York: Grune & Stratton.

Gregory Bateson (1980). 'So What?' In Mind & Nature. New York : Bantam.

Gregory Bateson (1981). Paradigmatic Conservatism. In 'Rigor & Imagination' (eds.) Wilder-Mott & Weakland. New York:Praeger.

Gregory Bateson (1983). Quoted by Brad Keeney in 'Size and Shape in Mental Health: the story of a conference'. In The Journal of Strategic and Systemic Therapies, Vol. 2, No. 1, Spring, 1983. (Conference held at Topeka, Kansas, September 7-9, 1979).

Gregory Bateson and Mary Catherine Bateson (1988). Angels Fear. London : Rider.

Fritjof Capra (1988). Uncommon wisdom. London: Rider.

Vincent Kenny (1999). Towards an Ecology of Conversations - Live Speech & Dead Speech in 'Psychotherapy.' See an on-line version of this chapter at http://www.oikos.org/livedead.htm

David Smail (1993). The Origins of Unhappiness: A new understanding of personal distress. London : Harper Collins.

David Smail (1993). Chapter 4 - Case Study : The 1980s. See an on-line version of this chapter at  http://www.nottm.freeserve.co.uk/chapter4.htm


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