Il contributo dell’etologia alla soluzione dei problemi umani

 

di Enzo Minissi

Sarei lieto di ricevere commenti

 
 
 

Nonostante che, negli ultimi decenni gli studiosi del comportamento animale abbiano raccolto molto materiale in grado di aprire nuove prospettive, non sembra che esso sia stato utilizzato vantaggiosamente per la comprensione dello spirito umano, in particolare nel campo di applicazione della ‘psicologia clinica’. Ritengo che ciò si debba in parte imputare, sia alle pessime esperienze accumulate dai behavioristi, (sino agli anni 70) con la loro pretesa di trasferire i risultati sperimentati sugli animali in laboratorio ad un campo di applicazione indubbiamente più complesso come quello pertinente all’uomo, sia ai tentativi successivi di elaborare teorie generali sulla società umana partendo dall’osservazione delle relazioni che si sviluppano nei sistemi animali, cioè la cosiddetta "sociobiologia". Entrambe queste posizioni, per il loro marcato riduzionismo, non potevano, in realtà soddisfare la necessità di un chiarimento approfondito e complesso per alcuni fondamentali dubbi che avevano cominciato ad investire il personale sanitario e i ricercatori, di fronte all’aggravarsi delle condizioni psicologiche della popolazione dei paesi industrializzati che si cominciava a manifestare in quegli anni. C’era inoltre il legittimo sospetto che le dirette implicazioni della ricerca in campo animale, investendo la genetica e la cosiddetta ‘fisiologia psicologica’ , potessero lasciare il campo aperto a pericolosi interventi farmacologici, già sufficientemente pervasivi e pressanti grazie alla loro diffusione tra gli psichiatri legati a doppio filo alle case farmaceutiche.

Ciò che appare meno chiaro è come sia stato possibile, ad esempio, che due importanti pensatori come Jean Piaget e Gregory Bateson, i quali più o meno esplicitamente facevano riferimento, nei loro scritti ad ipotesi tratte dall’osservazione degli eventi biologici, siano stati considerati e trattati sorvolando ampiamente su questa loro essenziale caratteristica, e le loro implicazioni siano state assunte e utilizzate esclusivamente allo scopo di trarne nuove dottrine ‘cliniche’ , nella psicologia infantile, per il primo autore , nella terapia familiare , per il secondo.

Decisamente singolare, poi, il trattamento riservato a Konrad Lorenz, considerato ufficialmente il ‘padre dell’etologia’ moderna. Sulla sua storia , forse, vale la pena di soffermarsi un po’ più a lungo. Lorenz era un medico austriaco appassionato alle implicazioni della filogenesi e fortemente influenzato (come molti scienziati mitteleuropei) dai filosofi idealisti. I suoi primi tentativi di costruire una teoria che ricomponesse la divisione tra realtà biologica e conoscenza umana, tuttavia, si trovarono a fare i conti con un’Austria annessa al Reich tedesco e nazista, per cui, come molti giovani studiosi, fece l’inevitabile scivolone di scrivere qualcosa che, facilmente, oggi potrebbe essere interpretato come riconducibile al social-darwinismo utilizzato per giustificare le teorie razziste alla base dell’Olocausto. Più tardi, in servizio nella Wehrmacht come ufficiale medico, fu fatto prigioniero in Russia dalla quale ritornò dopo il lungo periodo di prigionia a cui i sovietici sottoposero gli ufficiali dell’esercito invasore (anche al fine di individuare il maggior numero di responsabili dei crimini mostruosi commessi nelle zone di occupazione). Al ritorno in patria cominciò ad osservare gli animali in una prospettiva estremamente nuova: egli riassumeva così il suo metodo di osservazione: "Sinora tutti i ricercatori si preoccupavano di chiudere gli animali nello spazio angusto di un laboratorio sottoponendoli ad esperimenti tesi a verificare le loro ipotesi. Nel mio "laboratorio", cioè la mia casa e i terreni boscosi che la circondano, il problema è il contrario: lo sforzo che dobbiamo fare è quello di tenerli fuori". Da una simile, nuova angolazione, era possibile fare una serie di nuove scoperte sui meccanismi dell’apprendimento tramite l’osservazione di un organismo vivente che interagiva sia con membri della sua stessa specie, sia con le altre specie (tra cui i predatori e le prede) e sia con una specie molto particolare, quella umana che, in questo caso ribaltava il suo ruolo abituale di sfruttamento unilaterale delle specie animali, decidendo di convivere con esse in una variopinta, confusa, spontanea e aperta dimensione di relazioni. I vari ruoli che Lorenz si trovava a svolgere in quel suo strano mondo, di madre, di capo, di membro paritario e, persino di potenziale partner sessuale (abbastanza esilarante la scena che egli descrive di un minuscolo Codirosso che lo corteggiava invitandolo ad entrare nel suo nido, nella fattispecie il taschino della camicia che indossava) , lo aiutarono, indubbiamente, a vedere le cose in una prospettiva nuova. Quanto le sue idee, così acquisite, potessero assumere valore per ambiti estesi della conoscenza umana, può forse essere confermato dal fatto che gli fu attribuita la cattedra di filosofia teoretica all’Università di Heidelberg (che un tempo era stata di Immanuel Kant) e che la sua ‘nuova’ scienza, l’etologia, fu consacrata con un premio nobel, nel 1973, condiviso con Tinbergen e von Frisch . Allo stesso tempo l’ex ufficiale della Wehrmacht si dedicava sempre più ad un impegno sociale a fianco della sinistra extraparlamentare ecologista, partecipando a blocchi e manifestazioni, e pubblicava numerosi libri. La sua pubblicistica riflette, ancora una volta, l’estrema originalità del personaggio. Accanto a numerosi best-seller in cui, con un linguaggio narrativo non privo di una efficace poetica, descrive la sua esperienza di umano in mezzo ad altri esseri viventi, scrive quattro importanti saggi : "Evoluzione e modificazione del comportamento", "Il cosiddetto male", "L’altra faccia dello specchio" e "Il destino dell’Uomo" in cui, visibilmente, si astiene dallo stabilire connessioni dirette tra le sue argomentazioni e le possibili implicazioni nel campo della psicologia clinica. E’ estremamente singolare come i suoi scritti più squisitamente scientifici e speculativi, con le maggiori implicazioni per la scienza contemporanea, siano passati largamente inosservati nel mondo scientifico occidentale. In particolare, "L’altra faccia dello Specchio" un ponderoso volume che ha come sottotitolo per una storia naturale della conoscenza è stato volutamente ignorato o bollato come "incomprensibile per un normale lettore". Si possono fare tre ipotesi per spiegare ciò : la prima è quella del comprensibile sospetto sulla ‘sociobiologia’ enunciata all’inizio di questa introduzione (aggravata dal passato dell’autore). La seconda, più banale, è che data la notorietà dei suoi bestseller, non fosse stato preso sul serio nei testi più ‘impegnati’. Tuttavia ce n’è una terza, basata sul fatto che le idee espresse e i paradigmi ipotizzati fossero molto aldilà della possibilità di comprensione e accettazione da parte della scienza ufficiale, così come è stato poco letta ‘L’Epistemologia Genetica’ di J. Piaget , o al pari del fatto che l’edizione inglese di "Verso un’Ecologia della Mente " di G. Bateson , (ancorché avidamente ricercata) sarà ristampata solo nel prossimo anno 2000 a quasi trent’anni dalla sua prima edizione. La psicologia e la psichiatria occidentali erano, probabilmente, troppo impegnate nei loro tentativi di trovare soluzioni "rapide ed efficaci" basate su facili e incontrovertibili teorie. La catena di produzione del ‘benessere’ e della ‘serenità’ (o della "igiene mentale"), non può fermarsi a considerare teorie troppo complesse. Soprattutto non può permettersi di considerare ipotesi che minino le basi del suo sistema in cui l’ordine apparente della gerarchia scientifica e accademica, la connessione tra scienza e profitti economici, la riduzione a categorie nosografiche dei problemi umani, sono pilastri irremovibili al di sopra e al di sotto dei quali regna il dominio della sofferenza, del malessere e della incomprensione tra esseri umani.

In questo articolo tenterò un’interpretazione di alcune teorie e affermazioni venute alla luce durante gli studi sul comportamento animale, cercando di individuare gli elementi che possano essere presi più efficacemente come modello di analisi per la ricerca di soluzioni aperte ai problemi dell’uomo nel prossimo futuro.

 

1. In Natura non esistono novità ma solo rielaborazioni degli stessi elementi ad un livello diverso.

 

Se è vero che in un sistema chiuso nulla si crea e nulla si distrugge , e se è altrettanto vero che gli elementi costituivi del DNA delle specie viventi sono condivisi tra tutti gli esseri che appartengono a questa categoria, dobbiamo dedurne che ciò che consideriamo differenze essenziali e discriminanti tra le nostre funzioni cognitive superiori e, diciamo, le prestazioni di un’ameba, in realtà non sono che tipi diversi di ricombinazione e organizzazione di identici elementi. Sia la filogenesi che l’embriologia degli organismi viventi, mostrano l’esistenza di modelli di rielaborazione di elementi precedenti sotto forma di nuove combinazioni ‘studiate’ per far fronte a nuove situazioni di adattamento all’ambiente circostante. Noi possiamo oggi comprendere come l’evoluzione dell’Homo sapiens e la scomparsa progressiva delle altre specie del genere Homo, sia da considerare il risultato di una duplice serie di fattori, paralleli e, tutto sommato, indipendenti : da una parte l’unica possibilità che organismi con le caratteristiche dell’Uomo potessero sopravvivere nel Paleolitico era subordinata alla massima capacità di stringere relazioni sociali che gli permettessero di affrontare in gruppi sempre più grandi e organizzati le difficoltà ambientali; dall’altra la comparsa casuale di ricombinazioni genetiche che condussero alla forma attuale della specie umana. Le specie H. habilis e H. neanderthalensis, si sarebbero comunque estinte, indipendentemente dalla comparsa del sapiens, perché, probabilmente, le loro limitate capacità di coordinamento sociale gli avrebbero impedito il passaggio alle attività di pastorizia e agricoltura più vantaggiose rispetto alle attività di caccia e raccolta. Per usare un paragone informatico, possiamo dire che il materiale per costruire un PC , esisteva da parecchi anni, ma che solo la necessità di creare nuove e diffuse possibilità di accedere ai dati, nelle società postindustriali, ha portato alla ricerca di nuovi modi di ricombinare gli elementi già presenti nei vecchi elaboratori per creare uno strumento di calcolo di tipo nuovo. Un ulteriore sviluppo nella diffusione dei PC rispetto a macchine analoghe, è stata la creazione e la diffusione della rete Internet: man mano che quest’ultima cresceva , gli acquirenti di computer hanno scelto il tipo di strumento che consentiva l’uso di un’interfaccia di più facile uso e apprendimento.

Se accettiamo questa concezione della trasformazione in quanto ricombinazione di elementi preesistenti, possiamo creare un modello del pensiero umano di tipo nuovo: non un qualcosa su cui l’esperienza agisce provocando la creazione di ‘novità’ che, in base ad uno standard comune possiamo accogliere positivamente o, viceversa considerare patologie da combattere tramite l’immissione di elementi di contrasto, bensì come un qualcosa che , di volta in volta, riorganizza gli elementi di cui è in possesso per poter fornire risposte alle necessità di adattamento esistenziale.

Una prima implicazione di tutto questo nel campo della psicologia ‘clinica’ , ci rivela tutta l’impraticabilità e fallimentarità della prassi e della teoria seguite nell’affrontare i problemi umani nell’ottica ‘clinica’. Nessuno è in grado di poter prevedere quando una particolare maniera di interpretare il mondo sia ‘disadattativa’ per l’individuo o quando si riveli, invece, ‘vantaggiosa’. Un carattere ‘prudente’ può essere, nella vita quotidiana, più vantaggioso di uno ‘imprudente’ , ma se ci si trova in battaglia sotto il tiro incrociato del nemico, in genere si salva chi, sfidando i colpi, si sposta dalla posizione bersagliata. Una persona estremamente rigida, meticolosa e ordinata, difficilmente può avere successo in politica , tuttavia tale carattere è ampiamente diffuso in quell’esercito invisibile e ammirato che rende attuabili le innovazioni tecnologiche e scientifiche dell’attuale società. Senza una forte e disordinata immaginazione è impossibile qualsiasi creazione artistica, ma nessuno si farebbe riparare il carburatore della propria auto da chi presentasse i tratti caratteriali di un Van Gogh o di un Chaikovskij.

Tali ovvietà, tuttavia, sfuggono sistematicamente a coloro che seguono l’impostazione ‘clinica’ nell’affrontare i problemi degli individui e questo, paradossalmente, proprio perché sono convinti di applicare ‘metodi di analisi scientifica’ desunti dalla biologia e dalla genetica evoluzionista. In queste scienze, la prima cosa che si fa è raccogliere in classi tutti gli elementi che presentano caratteristiche analoghe. Successivamente se ne studiano le possibili origini, le funzioni, la posizione nella loro nicchia ecologica, ecc., cercando di prevedere le variabili dei loro possibili comportamenti. Tale sistema può funzionare in presenza di organismi la cui organizzazione si è dimostrata abbastanza stabile perché concepita per rispondere solo a poche e determinate variazioni dell’ambiente che le circonda. Ma in tutte le specie che si sono trovate in maniera rilevante a contatto con le trasformazioni repentine dell’ambiente operate dall’uomo nell’ultimo secolo, si è assistito o all’estinzione , oppure al radicale mutamento di funzioni vitali basilari, quali il comportamento riproduttivo , il rapporto con il cibo, gli scambi intraspecifici e interspecifici. Il ritrovarsi, come è accaduto a me, a un metro da una volpe che accetta il cibo dalle tue mani in mezzo ai palazzi di un quartiere romano, dopo aver cercato per anni e con estrema difficoltà di fotografarne altre in un bosco a poche miglia di distanza, dà certamente la misura dei cambiamenti che possono essere avvenuti in quella specie. Possiamo quindi affermare che lo studio della filogenesi dei comportamenti delle specie viventi può servire a fornire nuove prospettive all’indagine sui problemi umani, solo in quanto aiuta a stabilire l’esistenza di modelli di organizzazione basati sulla rielaborazione di elementi preesistenti. Questi modelli di organizzazione aumentano la loro complessità a seconda del grado di varianza che devono affrontare nel corso della loro interazione con gli altri elementi dell’ambiente che li circonda e ne influenza le necessità. Il concepire questi modelli di organizzazione come strutture che orientano in maniera esclusiva e prevedibile il successo adattativo di un organismo, comporta la pessimistica esclusione del dato che tale organizzazione sia in grado di affrontare autonomamente gli sviluppi futuri che gli si presenteranno . Questo porta ad escludere da qualsiasi discorso sull’andamento di un organismo :

  1. la complessità dei fattori ambientali;

  2. la varietà delle possibili risposte;

  3. la misura delle possibili interazioni tra a) e b) in termini di quantità frequenza, e specificità.

L’esclusione di questi punti conduce a cercare di risolvere i problemi tentando:

  1. di classificare i fenomeni come appartenenti alla ‘normalità’ oppure alla ‘anormalità’ stabilita;

  2. di attribuire l’esistenza di una unica causa per ogni singolo fenomeno;

  3. di agire dall’esterno sull’organismo in maniera unidirezionale, aspettandosi risposte altrettanto unidirezionali.

Nel contesto classico della psicologia ‘clinica e della psichiatria ciò porta a :

  1. considerare determinati comportamenti o idee come ‘malattie disadattive’;

  2. considerarle come una sorta di ‘squilibrio’ all’interno di una organizzazione elementare basata su scambi bidirezionali di sostanze chimiche (nella psichiatria a base fisiologica) o di variabili quali dipendenza, attaccamento, rimozione, doppi legami, ecc. (nelle differenti scuole di psicoterapia);

  3. applicare interventi esterni quali farmaci, ricoveri , comportamenti prescritti, ‘prescrizioni paradossali’, ipnosi, ecc. , aspettandosi determinati risultati ;

  4. quando, prevedibilmente, i risultati non arrivano, considerare semplicemente che l’agente unilaterale rappresentato dal terapista ha somministrato la quantità o il tipo sbagliato di ‘rimedio’ e quindi se ne utilizza qualcun altro;

  5. il malcapitato che riceve un simile trattamento, si trova a dover compiere (con una rapidità decisamente inconsueta e difficilmente immaginabile) una serie di operazioni di riorganizzazione, la più importante e deleteria delle quali è l’accettazione di diventare un contenitore passivo di riorganizzazioni createsi all’interno del sistema di un’altra persona (il terapista), con il quale è però impossibilitato ad interagire con le stesse modalità con le quali si rivolge agli altri esseri umani.

Il senso di frustrazione così comune a tutti coloro che passano attraverso simili esperienze come ‘pazienti’ è paragonabile solo a quella che provano i terapisti stessi, costretti , nel tempo, a cercare aiuto da altri terapisti o, più spesso, a trovare una giustificazione della propria esperienza nell’aumento dei loro guadagni o del loro potere accademico, quando non arrivano, come negli USA, a sviluppare difese paranoidee che li portano a chiedere la presenza fissa della polizia durante tutti i loro congressi.

Possiamo concludere questa prima parte affermando che l’utilizzazione strumentale, meccanicista e riduttiva di pochi frammenti della biologia, fa perdere completamente la visione degli organismi viventi come organizzazioni aperte e autonomamente in grado di trovare soluzioni adatte alla loro sopravvivenza. In questa ottica, gli interventi di manipolazione unilaterale effettuati dai ‘terapisti’ , hanno come unico risultato la limitazione delle possibili interazioni complesse dei loro ‘pazienti’ con le realtà rappresentate dall’ambiente circostante, laddove queste interazioni rappresentano l’unico contesto valido per l’attivazione dei processi di riorganizzazione del sistema interpretativo dell’individuo.

Cercando di misurare la nocività dell’effetto ‘ostruzionista’ della psichiatria e psicoterapia manipolativa, possiamo considerare la scala graduale dei suoi interventi con relativi effetti:

  1. Ospedalizzazione- Allontanamento dell’individuo dalla società umana e sua immissione in un contesto dove apprende modalità di interazione e sviluppa soluzioni di adattamento che assumono caratteristiche inconciliabili e molto spesso irreversibili con l’esistenza degli altri esseri umani.

  2. Somministrazione di farmaci- Interruzione del rapporto di retroazione tra interpretazioni e azioni dell’individuo e conseguenze emotive. L’unico contesto valido per la verifica del proprio benessere emotivo, viene condizionato, stravolto e confuso con l’immissione di sostanze che, per brevi ma significativi periodi, impediscono la percezione emotiva nella sequenza corretta. La persona sottoposta a trattamento psicofarmacologico è portata a credere progressivamente, ad esempio, che l’ansia che percepisce è dovuta all’esaurimento dell’effetto del farmaco, e non alla percezione di una minaccia che occorre determinare e allontanare.

  3. Psicoterapia - L’individuo è portato a concentrarsi su quello che avviene tra lui e il terapista, escludendo la maggior parte delle altre interazioni. In tale contesto egli però intuisce perfettamente che quello che viene scambiato non è materiale umano, ma una prestazione professionale e ciò gli fa vivere un’esistenza percepita come artificiale e limitata, simile a quella che caratterizza i rapporti sessuali a pagamento . Anche nelle terapie di gruppo e in quella familiare si verifica lo stesso fenomeno, con la differenza che le entità individuali coinvolte possono subire una pressione meno rilevante. Solo la definizione corretta del ruolo del terapista in quanto aiutante temporaneo degli sforzi autonomi dell’individuo a ricercare nuovi contesti e nuove interpretazioni per la sua esistenza, può fornire garanzie che ciò non accada .

Più avanti vedremo come altri errori nell’uso delle idee dell’etologia e della biologia evoluzionista, possano contribuire a fuorviare la pratica psicoterapeutica.

 

2. La classificazione dei ‘casi’ e dei loro ‘sintomi’.

 

I processi che caratterizzano i rapporti interspecifici e intraspecifici in natura, sono misurabili con sufficiente approssimazione, attraverso l’analisi di parametri quali le modificazioni fisiologiche temporanee, l’osservazione degli atteggiamenti motori nella dimensione spaziale, i segnali sonori, ecc. . Gli etologi moderni, rinunciando al laboratorio tradizionale, hanno preferito soffermarsi sui caratteri visibili dei segnali inviati da un organismo (anche a causa dell’impossibilità di procedere ad un’analisi dei valori ematici delle sostanze chimiche che si liberano negli organismi , quando questi si trovano allo stato libero). Tutto ciò che è osservabile in un animale, viene rappresentato poi attraverso etogrammi che mostrano le modificazioni della postura corporea, del piumaggio o del pelo, dell’espressione facciale, della colorazione , ecc. nelle diverse specie animali in relazione a determinati eventi. Man mano che gli animali studiati si avvicinano a noi, nella scala evolutiva, sembra evidente che determinate reazioni assomiglino curiosamente a quelle che mettiamo in atto noi stessi di fronte ad eventi analoghi. Tuttavia alcuni aspetti di tale sensazione possono essere assolutamente fuorvianti, giacché la maggiore complessità delle operazioni di retroazione coinvolte in una reazione umana, possono condurre a direzioni assolutamente imprevedibili. Leggendo per la prima volta le scrupolose analisi dei modelli di reazione di evitamento, fuga e avvicinamento descritti da K. Lorenz in "L’altra faccia dello Specchio", mi aspettavo, nel successivo capitolo di vederle applicate tout-court alle più diffuse ‘patologie psichiche’ che mostrano una predilezione esclusiva per ciascuna di queste particolari reazioni. In realtà nel resto del libro, egli cerca di far capire con tutti gli sforzi possibili la sostanziale diversità dello spirito umano, rivolgendo un implicito ammonimento a non estrapolare dalle sue teorie paralleli e soluzioni troppo immediate. Tuttavia, non riuscì a trattenersi dallo scrivere un breve e discorsivo paragrafo dal titolo "L’oscillazione come prestazione cognitiva" in cui egli argomenta:

"Io tenderei a vedere nell’oscillazione interiore tra uno stato ipertimico e uno ipotimico un processo di ricerca molto importante per la conservazione della specie, che da una parte serve ad indagare sull’esistenza di pericoli che possano minacciare la nostra esistenza, mentre dall’altra cerca le occasioni che potremmo sfruttare a nostro vantaggio.

Il mio amico Ronald Hargreaves, uno psichiatra pieno di idee, che oggi, purtroppo non è più, mi chiese in una delle sue ultime lettere quale potesse essere il valore per la conservazione della specie dello stato d’animo di ansia depressiva. Io risposi che, se mia moglie non avesse avuto una tendenza per stati d’animo di questo tipo, due dei miei figli non sarebbero probabilmente più in vita. Sarebbero infatti morti entrambi per un’infezione tubercolare particolarmente pericolosa perché contratta in giovanissima età, se mia moglie, nella sua veste di medico esperto e di madre ansiosa, non avesse elaborato una diagnosi precoce, cominciando a comportarsi di conseguenza, quando ancora tutti gli altri medici da lei interpellati negavano che vi fosse un qualsiasi pericolo." [1974, p. 390]

E’ interessante notare l’ampiezza della prospettiva sistemica di Lorenz che include ,in questa riflessione sugli stati di depressione-eccitamento, sia un’interpretazione in chiave, per così dire di cibernetica individuale con valenza ontogenetica, sia una considerazione ad un diverso livello correlato, cioè quello della evoluzione filogenetica Le implicazioni di tutto questo ci possono portare alla considerazione che, di fronte ad un’oscillazione ‘depressivo-maniacale’, la cosa più importante da fare innanzitutto, è di cancellare l’idea sbagliata che si possa eliminare un tale processo di ricerca adattativa, riducendo l’ampiezza della sua gamma, eliminando, cioè, quelli che vengono riduttivamente e ottusamente rappresentati dalla psichiatria come picchi di una linea spezzata che corre in un sistema di assi cartesiani. . Questo è quello che cercano di fare, da anni schiere di psichiatri, (senza ottenere peraltro risultati apprezzabili) con mezzi quali il ricovero, l’elettrochoc, lo choc insulinico, i neurolettici, gli antidepressivi, ecc.

La seconda cosa è cercare di capire qual’è l’oggetto ricercato dalla sperimentazione di coloro che ‘oscillano’, il perché del fatto che l’unica tecnica di ricerca a disposizione dell’individuo è quella dell’oscillazione e che cosa è successo a tutte le altri possibili tecniche. Sicuramente avremo un maggior numero di elementi per poter affrontare in modo positivo la situazione.

Se poi consideriamo una cosa ‘più leggera’ (o perlomeno così viene considerata perché non provoca troppo disordine sociale) come i cosiddetti ‘attacchi di panico’, una delle ‘sintomatologie’ per combattere le quali viene fatto maggior uso di farmaci e interventi psicoterapeutici manipolativi (con risultati assai deludenti) , non possiamo che verificare che, anche qui, la psichiatria ufficiale chiude tutti e due gli occhi di fronte ad un’evidenza biologica acclarata. Le reazioni di un organismo di fronte ad un pericolo (ad es. l’incontro con una tigre o con un gangster) possono essere di quattro tipi: 1-di indifferenza , se viene ritenuto troppo lontano per nuocere ; 2-di fuga , se la distanza lo consente ; 3-4-di attacco o di paralisi se è così vicino da non poterci far prendere la rincorsa per fuggire senza timore di essere presi alle spalle, dato che immobilizzarsi può qualche volta permettere di non essere attaccati. Le reazioni di ansia o panico che gli individui mostrano in determinate situazioni, sono quindi, reazioni naturali finalizzate alla necessità di sopravvivenza dell’individuo.

Senza tener conto di ciò, gli sforzi della psichiatria si concentrano invece sulla somministrazione di farmaci o di indicazioni sul come contrastare queste sensazioni fisiche che accompagnano la percezione del pericolo, il che, naturalmente fa passare in secondo piano il perché l’individuo avverte il pericolo e, soprattutto, perché non è in grado di tenersene a distanza di sicurezza. In più, il non accettare come fatto ovvio e naturale che la reazione di ansia o di panico sia l’unica cosa possibile da fare per la persona che ne soffre, contribuisce non poco a confondere la persona stessa. Invece di lavorare sul fatto che stiamo trattando con qualcuno che si sente in pericolo per qualcosa che non riesce a capire chiaramente (e sono proprio queste le cose che ci fanno più paura) , la trasformiamo in una persona ‘malata’ , che è proprio esattamente il contrario di ciò che essa è: in una condizione di ansia o panico l’individuo sta utilizzando al massimo tutte le sue risorse vitali per evitare danni, mentre il ‘malato’ è quello che li ha già subiti.

Il trattare le funzioni vitali degli individui come segnali di ‘malattia’ induce gli psichiatri a dover creare un altro paradosso biologico che ricorda da vicino i processi culturali di pseudospeciazione descritti da K. Lorenz [1969] In linea di massima i processi di speciazione, in genetica, sono quelli che portano alla creazione di una nuova specie a partire da una diversa distribuzione dei geni in un gruppo di individui, parte dei quali, in seguito a circostanze di isolamento riproduttivo dal gruppo originario, sviluppa differenze tali che impediscono al nuovo fenotipo di riprodursi con membri del gruppo primitivo di appartenenza. Esistono tuttavia specie la cui parziale deriva genetica tra gruppi di individui, porta a differenze morfologiche rilevanti, tali che, l’osservatore superficiale, può pensare di trovarsi di fronte a individui di specie diverse, anche se in realtà non esiste, tra gli individui in questione, alcun impedimento alla riproduzione. Se un extraterrestre osservasse distrattamente un Finlandese e ad una Pigmea, potrebbe pensare di trovarsi di fronte ad un caso del genere, ma con un’osservazione più accurata e protratta nel tempo, si accorgerebbe del contrario. In questo caso l’extraterrestre ha commesso un’errore temporaneo involontario di pseudospeciazione. Tuttavia il tipo di casi che Lorenz, in particolare, descrive come appartenenti alla categoria della pseudospeciazione, sono più propriamente quelli in cui gli esseri umani, al fine di togliere di mezzo ogni scrupolo nel trattare brutalmente altri esseri umani, attribuiscono loro caratteristiche tali da ‘relegarli’ in una specie diversa. E’ il caso del comportamento dei Nazisti verso gli Ebrei e gli Slavi per anticipare la giustificazione dei massacri compiuti nei loro confronti, e anche nella distinzione che gli Statunitensi hanno spesso fatto nei confronti dei popoli ‘non bianchi’ con i quali si sono trovati in contrasto di interessi, dagli Afroamericani tenuti in condizione di schiavitù e, successivamente, di segregazione, agli Amerindi, ai Giapponesi durante la II Guerra Mondiale. Insomma, la tassonomia, cioè la scienza che la biologia utilizza per collocare temporaneamente un organismo in un certo ordine che ne permetta lo studio approfondito successivo, viene utilizzata per collocare a tempo indeterminato gli individui in una dimensione che li differenzia dagli altri individui. E’ praticamente quello che fa la psichiatria ,quando colloca i suoi ‘pazienti’ nelle sue cosiddette ‘categorie cliniche’, con una serie di notevoli aggravanti rispetto ai casi descritti dell’extraterrestre che sbaglia o delle organizzazioni ideologiche o statali che perseguono strategie di conquista. Proviamo ad elencarle:

  1. Coloro che compiono tale operazione, sono persone che hanno studiato la biologia e la genetica evoluzionista (sono esami obbligatori sia per gli psichiatri che per gli psicologi) e quindi dovrebbero essere in grado di evitare errori di approssimazione nella classificazione.

  2. Compiono queste operazioni con la scusa di ‘aiutare chi soffre’, mentre in realtà : a) aiutano solo se’ stessi ad essere meno confusi ; b) aiutano le case farmaceutiche a vendere i loro prodotti ;c) sostengono le loro posizioni con una patina di pretenziosità pseudoscientifica solo allo scopo di nascondere la totale assenza di una teoria valida che sostenga la loro falsa presunzione di poter curare la gente.

  3. Paralizzano i soggetti della loro operazione con argomentazioni del tipo: "Il paziente non guarisce perché non accetta la terapia". Quindi chi accetta droghe, ricoveri forzati, elettrochoc, o comportamenti prescritti non è ‘pazzo’. Ma tutti capiscono che bisogna per forza essere ‘pazzi’ per accettare che altri esseri umani ti sottopongano a certi trattamenti. La confusione che ne deriva è facilmente immaginabile, oltretutto quando ci si accorge che certi ‘trattamenti’ non fanno che peggiorare la situazione.

Si potrà obiettare che il paragone con i nazisti è un po’ forte, ma chi ha visitato i manicomi non farà difficoltà a trovarvi un’evidente analogia con i lager, con la differenza che la possibilità di manovra della psichiatria è un po’ più limitata dall’esistenza di un codice penale e non è sostenuta dalla forza di un esercito in armi. Molte dittature si sono comunque spesso servite delle teorie psichiatriche per sbarazzarsi in maniera incruenta di oppositori scomodi.

Ricapitolando questa seconda parte possiamo sottolineare il fatto che, la psichiatria e la psicologia ‘clinica’, per proteggere la loro discutibile esistenza in quanto ‘scienza’ utilizzano in maniera mistificante , metodi frammentariamente arraffati dalla biologia, mentre ne ignorano la parte che invaliderebbe le loro teorie. In particolare:

  1. Individuano alcune reazioni naturali quali ansia, paura, depressione, eccitazione, ecc., come ‘sintomi’. Tale operazione viene condotta decontestualizzando completamente l’ambito in cui tali comportamenti sono elicitati: le cause che li generano sono e devono rimanere marginali per non incorrere in variabili complesse che rallenterebbero i ritmi della ‘fabbrica della serenità e dell’igiene mentale’.

  2. I ‘sintomi’ individuati vengono classificati per gruppi, e gli individui che mostrano certi comportamenti vengono classificati in categorie nosografiche quali, ‘depresso’, ‘fobico’, ‘ossessivo’, ecc.

  3. Vengono praticati trattamenti individuali finalizzati all’eliminazione del ‘sintomo’.

  4. Dato che è impossibile eliminare comportamenti naturali (se si escludono i metodi delle lesioni neurologiche programmate attraverso elettrochoc e lobotomie), si cerca di tenerli in stato di paralisi tramite farmaci o prescrizioni verbali messe in atto in contesti dove la figura del ‘terapista’ assume un ruolo di autorità indiscussa e indiscutibile.

 

3. La posizione riduzionistica di J.Bowlby

     

Abbiamo visto sin qui i risultati pericolosi a cui si può arrivare utilizzando maldestramente e parzialmente le argomentazioni e le metodologie della biologia per cui dobbiamo domandarci se sia veramente il caso di affrontare i problemi dell’essere umano utilizzando in altro modo tali strumenti. La risposta ovvia, secondo chi scrive, è si. Ma bisogna capire esattamente la natura del processo intellettuale che deve accompagnare il ricercatore impegnato nello sforzo di ottenere prospettive nuove e strumenti di analisi utilizzabili con vantaggio, quando decide di muoversi in tale ambito. Konrad Lorenz, [1974, p. 283] ci dà un’idea del tipo di difficoltà che si possono incontrare:

"Lo iato tra il divenire fisiologico e l’esperienza soggettiva non attraversa infatti in senso orizzontale la natura, non distingue ciò che è più in alto da ciò che è più in basso , ciò che è più complesso da ciò che è più semplice. Piuttosto esso attraversa il nostro stesso essere in una direzione per così dire verticale. Vi sono processi nervosi molto semplici che sono accompagnati dall’esperienza soggettiva più intensa; e processi altamente complessi, che pure rimangono ‘non vissuti’, anzi sfuggono totalmente alla nostra attenzione".

E riferendosi agli studiosi si antropologia aggiunge :

"Essi si dividono, sulla base di errori in certo modo reciproci, in due gruppi che sostengono idee opposte ma ugualmente sbagliate.

La prima scuola, quella ‘riduzionistica’, tiene fermo all’immagine fittizia di una continuità del processo evolutivo e sostiene che quest’ultimo può produrre solo differenze graduali . Ma come sappiamo ogni passo del processo evolutivo produce una differenza che non è solo graduale, ma essenziale…

Nella scuola opposta, d’altra parte, la scarsa comprensione del divenire organico e degli strati dell’essere vivente che da esso sorgono, e che sono sempre essenzialmente diversi fra loro, pur poggiando gli uni sugli altri, conduce a quel tipo di pensiero che procede per concetti disgiuntivi e stabilisce quelle contrapposizioni tipologiche che sono divenute un ostacolo così difficile da superare per la comprensione dei rapporti storici in genere, da un punto di vista sia filogenetico, sia antropologico, sia ontologico. La contrapposizione tra l’animale e l’uomo , viene allora posta regolarmente a fondamento dell’indagine , ma in modo tale da impedire fin dall’inizio ogni possibile comprensione delle vere connessioni storiche e ontologiche che collegano queste due forme dell’essere". [pp.281-282]

Seppure i confini degli atteggiamenti teorici errati siano spesso labili e poco intelligibili, possiamo identificare nel secondo gruppo descritto da Lorenz , gli atteggiamenti della psichiatria e psicoterapia ufficiali. Come abbiamo visto esse non considerano affatto determinati segnali e comportamenti come strumenti acquisiti nel corso dell’evoluzione naturale, bensì come ‘malattie’ o ‘sintomi’ di un nuovo genere di ‘creature’ viventi inserite nella ‘classe’ dei ‘malati di mente’ , distinti nelle ‘famiglie’ degli ‘schizofrenici’, ‘paranoici’, ‘depressi’, ecc. , secondo una classificazione che non tiene assolutamente conto dei modelli della biologia evoluzionista, pur scimmiottandone alcuni atteggiamenti.

Per ricercare nell’ambito della psicologia ’clinica’ un atteggiamento del tipo di quelli che Lorenz attribuisce invece al primo gruppo, il riferimento più immediato è certamente la scuola ispirata al lavoro di John Bowlby . Questo psichiatra inglese, nato nel 1907, seguì una formazione prevalentemente psicoanalitica, sino a che , intorno agli anni 50, fu introdotto ai lavori di K. Lorenz e N. Tinbergen sull’embriologia e le sue implicazioni. Egli scrive, nella sua introduzione al 1 volume del suo "Attaccamento e perdita":

"Così, mentre quasi sempre la teoria psicoanalitica di oggigiorno parte da una sindrome o da un sintomo clinici (per esempio il furto, o la depressione, o la schizofrenia) formulando ipotesi sugli eventi e sui processi che si pensa possano avere contribuito al suo sviluppo, la prospettiva qui adottata parte da una classe di eventi (la perdita della figura materna nell’infanzia o nella prima fanciullezza), cercando di delineare poi i processi psicologici e psicopatologici che di solito ne derivano: inizia dunque dall’esperienza traumatica e procede secondo una prospettiva anterograda" [1972, pag.20]

Secondo Bowlby, "l’esperienza traumatica" che può condizionare gli sviluppi della personalità di una persona è direttamente conducibile ai livelli di prolungamento di separazione dalla madre in età precoce. La sua teoria dedotta dall’osservazione del comportamento di attaccamento negli animali, del piccolo verso la madre, viene applicata all’uomo senza particolari problemi metodologici o ontologici.

In realtà , se è vero che nella maggior parte degli animali la cui ontogenesi è strettamente legata al periodo critico delle cure parentali, la perdita della figura materna costituisce un evento quasi sempre fatale per il piccolo, il fatto che ciò avvenga nell’uomo è un po’ più difficile da dimostrare . Sino a che Bowlby trova le sue giustificazioni esaminando i casi di ‘pazienti’ cresciuti negli istituti, è facile per lui riscontrare una certa aderenza alla sua ipotesi. D’altra parte ci si chiede come non abbia riflettuto sul fatto che , assai verosimilmente, il ‘trauma’ in questi individui può essere rappresentato dalle esperienze vissute in tali istituti, (così come avviene agli adulti che vengono rinchiusi per lunghi anni in prigione o in istituzioni analoghe). Tralasciando questa ed una serie di altre ovvie considerazioni, preferisco soffermarmi su un errore specifico della sua teoria, inerente la sua incapacità di cogliere le sostanziali differenze tra il processo di imprinting alla base del comportamento degli animali e i processi discriminatori dell’uomo. L’imprinting è un programma geneticamente determinato, che ‘istruisce preliminarmente’ l’animale giovane ad orientare il suo comportamento di attaccamento, sul primo oggetto vivente di cui percepisce la presenza nei primi momenti della sua esistenza. Come oramai tutti sanno, grazie a Lorenz e alla sua ochetta Martina, l’uccello che esce dall’uovo, ad esempio, scambia il primo animale che gli sta intorno per sua madre. O meglio: questo è quello che osserviamo noi. Da un punto di vista un po’ più corretto, in realtà avviene che il DNA del giovane animale invia istruzioni motorie e percettive coordinate a ricevere costantemente determinati segnali. Questo perché, semplicemente, gli organismi che non possiedono tali istruzioni genetiche, non sono in grado di trovarsi a contatto con la loro fonte di cibo e protezione dai predatori. In tutto ciò non esiste assolutamente un processo discriminatorio complesso, assimilabile, ad esempio, al contesto stimolo risposta: il giovane animale continua a seguire la madre indipendentemente dal fatto di ricevere cibo. In realtà l’elevata probabilità in natura che l’essere che ci si trova vicino al momento della nascita sia la madre (per i mammiferi questo è ovvio, mentre gli uccelli hanno adottato la soluzione del nido), ha permesso che un meccanismo così rigido si sia rivelato vantaggioso. Il tipo di problema che deve affrontare il giovane uomo, in realtà è più complesso. Innanzitutto l’uomo ha un periodo di svezzamento più lungo di tutte le altre specie animali e questo ha portato allo sviluppo di un comportamento parentale più intenso e complesso che poteva, quindi, essere ‘messo a punto’ solo attraverso l’utilizzo di funzioni discriminatorie di tipo superiore che dovevano necessariamente essere acquisite in età adulta. Ai fini della conservazione della specie, è verosimile che questo abbia condotto all’organizzazione sociale stabile e complessa dell’uomo, che consente, tra l’altro, l’adozione da parte di uno o più adulti da parte di un piccolo che si trovi, per periodi più o meno lunghi, separato dalla madre. Data la necessità per il DNA di ridurre al minimo i suoi sforzi per conservare una specie (o forse dovremmo dire: dato che il DNA, non essendo un sottile psicologo non ha alcuna necessità di complicare le cose) la scelta, per l’uomo è stata quella di investire la madre (e gli altri adulti) di comportamenti necessari a garantire la sopravvivenza del cucciolo sino alla sua età adulta (che coincide con l’acquisizione della capacità riproduttiva). Questi comportamenti parentali, date le caratteristiche dell’uomo, come abbiamo già detto, debbono essere di ordine superiore rispetto ad un istinto ereditato e inflessibile. Le funzioni discriminatorie devono permettere di interpretare gli stimoli di un ambiente in continuo cambiamento, e quindi, la loro rigidità deve essere ridotta al minimo, o meglio, la loro flessibilità deve essere continuamente bilanciata e guidata da processi complessi di retroazione. Le operazioni di costruzione della realtà guidate da tali processi implicano lunghi periodi che permettano di valutare la frequenza di determinate variabili, ed è quindi evidente che un bambino non possa in alcun modo orientare il suo comportamento prima di aver passato un certo numero di anni nell’ambiente (o nei diversi ambienti) in cui si trova a crescere.

Dovrebbe essere allora ovvio che il compito più logorante spetta ai genitori, per ciò che riguarda la crescita del figlio, e non viceversa e che, conseguentemente, la maggiore concentrazione sull’oggetto, nell’essere umano, è dal genitore verso il figlio, e non il contrario. Ciò avviene, in una certa misura anche nella maggior parte degli animali sociali. Tuttavia i maggiori indici riproduttivi e la minor durata dello svezzamento hanno portato le specie diverse dall’uomo a non investire troppo su pochi cuccioli: per la maggior parte delle specie è più conveniente investire per poco tempo ma su un numero maggiore di nuovi nati. L’indice di durata del cordoglio genitoriale è osservabile in quantità inversamente proporzionale alla frequenza di riproduzione . Difatti, nei Primati superiori con ritmi riproduttivi vicini a quelli dell’uomo, si è osservato un cordoglio materno decisamente straziante per la sua somiglianza con quello umano. Senza entrare nel merito di altre e sostanziali osservazioni riguardanti le differenze tra l’uomo e l’animale, non ricavabili, evidentemente dalla sola biologia evoluzionista, possiamo dire che, se un adulto presenta tracce di esperienze ‘traumatiche’ , è più probabile che esse siano dovute alla sua vicinanza, durante l’infanzia con un sistema genitoriale male organizzato che non alla sua perdita. Va aggiunto, anche se dovrebbe ormai essere chiaro, che il programma destinato all’acquisizione di strumenti discriminatori del bambino umano, deve necessariamente essere di tipo aperto, e quindi tale da poter rielaborare costantemente ogni evento traumatico per fare il passo successivo nell’acquisizione di nuovi elementi. Non è quindi possibile la fissazione permanente di un'esperienza particolare come unica chiave esplicativa dalla quale dipende l’andamento della sua futura esistenza. Solo quando ciò che viene considerato ‘traumatico’ viene riproposto costantemente al bambino, attraverso le fasi dello sviluppo come unica chiave di interpretazione degli eventi, si può verificare la possibilità che esso venga preso a ‘simbolo’ dei suoi problemi.

L’utilizzazione affrettata, superficiale e unilaterale di Bowlby, lo ha quindi riportato a ripetere gli stessi errori di Melanie Klein (suo ex supervisore) e dei freudiani dai quali aveva tentato di differenziarsi integrando le loro superstiziose teorie con un po’ di etologia. Il rischio di certe teorie si può riassumere nella domanda riguardante quanto gli ‘archeologi’ della psiche, proprio con questa loro fissazione di ricercare nell’ancestrale ciò che è da capire nel presente, non siano parte attiva nell’evocare fantasmi che , per la loro caratteristica di evanescenza, gettano ancora di più nella confusione l’individuo che cerca di uscirne. I casi recenti di presunte violenze carnali subite dai padri durante l’infanzia, letteralmente inventati durante sedute psicoanalitiche sotto ipnosi (con strascichi giudiziari durati sino a che le ‘pazienti’ non si rendevano conto di essere state indotte a raccontare in buona fede tali storie per fornire credibilità ad un rapporto psicoanalitico inconcludente), e i successivi interventi dell’ordine degli psicoterapisti inglesi atti ad estirpare certe ‘tecniche’, possono essere la misura della dannosità di certi approcci.

 

4. Lo sviluppo cognitivo come processo stocastico.

 

"Quando uno scienziato propone una teoria ha due possibilità: può sostenere che ciò che afferma gli è stato dettato dalla reale natura delle cose, oppure può assumersene la responsabilità e dichiarare di avere offerto, come uomo, solo una promettente costruzione della realtà della natura. Nel primo caso rivendica l'oggettività a favore della sua teoria, l'equivalente per lo scienziato di una rivendicazione di infallibilità. Nel secondo caso offre solo la speranza di aver colto qualche verità parziale che possa servire da traccia per inventare qualcosa di meglio, e invita gli altri a seguire questa traccia per vedere cosa possono fare. In quest'ultimo caso non espone la sua proposta teorica al giudizio sulla sua verità - in quanto egli assume fin dall'inizio che la verità ultima non sia così a portata di mano - ma al giudizio su quanto possa portare avanti e dare adito a nuove proposte; proposte che, a loro volta, possono essere più vicine alla verità di quanto non lo siano state le altre fino a quel momento" ( 1969, pp. 66-67).

Quanto scritto sinora in questo articolo, in realtà è un’ipotesi sul come e quanto la filogenesi possa fornire modelli di interpretazione dei processi cognitivi umani. Io ritengo che la posizione espressa da Kelly nella citazione sopra riportata, possa far riflettere tutti coloro che hanno ricercato nella lunga storia naturale delle specie viventi, una sorta di continuum che arriva sino ai problemi che dobbiamo affrontare nella nostra quotidianeità personale e sociale, e che chiamiamo, in maniera restrittiva, ‘problemi psicologici’. In tutta l’opera di Gregory Bateson, che tanto ha fornito all’indagine su tali problematiche, si coglie il senso costante di questa ricerca di un qualcosa che non sia né un ‘principio esplicativo’ e né uno strumento predittivo, bensì qualcosa che lui chiama "connecting pattern" , concetto che è stato tradotto in Italiano come "struttura che connette" ma che io preferisco tradurre in "modello che stabilisce relazioni". Muovendosi all’interno di questo modello Bateson è stato in grado di interpretare in un’ottica del tutto nuova alcune rilevanti problematiche della specie umana, ma forse , nel suo lavoro, quello che può risultare più utile per lo psicologo e lo psicoterapista può essere intuito leggendo quanto segue:

"Anche ammettendo che vi siano molte specie di senso e che la ' logica', come già si è visto, sia un modello poco valido di come funziona il mondo, tuttavia una certa qual conformità o coerenza (rigorosa o fantastica) è il primo requisito che il pensatore esige dalle idee che gli si presentano alla mente. Per converso, la genesi delle idee nuove dipende quasi interamente (forse non interamente) dal rimescolamento e dalla ricombinazione di idee che già possedevamo. Vi è di fatto un parallelismo assai stretto tra questo processo stocastico all'interno del cervello e l'altro procedimento stocastico costituito dalla genesi dei cambiamenti genetici casuali su cui opera una selezione interna per assicurare una certa conformità tra il vecchio e il nuovo. E se esaminiamo la cosa più da vicino, la somiglianza formale sembra aumentare." ( 1984, pag. 244).

Pur lavorando senza alcuna connessione diretta con Bateson, ma avendo come base di ricerca in comune una spiccata propensione verso l’analisi dei processi della filogenesi, Lorenz così afferma riferendosi alla formazione delle convinzioni culturali nell’uomo:

"La riflessione e il pensiero concettuale fanno sì che i messaggi provenienti dai meccanismi che originariamente servivano soltanto all'acquisizione di sapere momentaneo diventino durevoli, e con ciò permettono di incorporarli nel tesoro del sapere acquisito. I giudizi momentanei vengono così conservati, mentre i processi dell'oggettivazione razionale vengono elevati a un piano superiore della conoscenza, ricevendo così un nuovo significato. Ma soprattutto la tradizione indipendente dall'oggetto, che il pensiero concettuale ha reso possibile, eserciterà d'ora in poi un influsso decisivo sulla funzione di tutti i processi dell'apprendimento" (1974, pag. 288).

Entrambi gli autori affermano così la loro propensione a ritenere, tanto la filogenesi, quanto l’evoluzione dei sistemi di interpretazione nell’uomo, entità che si muovono secondo un processo di tipo stocastico. L’aggettivo stocastico viene dal verbo greco ‘stochaizen", cioè colpire un bersaglio usando un arco. Chi scrive, ogni tanto, tira con un arco ‘libero’, ossia non dotato di mirino. Ogni volta che tiro devo far combinare la posizione delle dita in un ‘qualche’ punto della corda, devo tenere il corpo e il braccio secondo una ‘qualche’ inclinazione, devo osservare la punta della freccia in una ‘qualche’ posizione rispetto al mio naso, fare un altro po’ di controlli e lasciare la corda. Dal come io combino tutte queste variabili in una ‘qualche maniera’ dipende se esse mi allontanino o avvicinino al centro del bersaglio. Dopo lunghi e ripetuti esercizi (ma sarebbe il caso di definirli ‘esperienze’, dato che un esercizio presuppone l’addestramento ad un metodo stabilito, mentre qui ci troviamo di fronte ad un programma aperto di ricerca di combinazioni) il mio corpo comincia a ricordare quell’insieme di proporzioni che permettono di arrivare vicino al centro del bersaglio e le mantiene più o meno costanti. In realtà il tirare con l’arco implica solo colpire un punto stabilito nello spazio, mentre il processo stocastico dell’evoluzione, cioè l’approdo casuale a situazioni vantaggiose che vengono poi rese durature dalla segregazione genetica derivata dal maggior tasso di sopravvivenza e riproduttività , investe sicuramente obiettivi più vasti e, soprattutto, più indeterminati, quali ad esempio scegliere se nuotare, correre o volare e come cercare di farlo nel migliore dei modi. Nell’essere umano la gamma degli obiettivi da raggiungere usando le sue capacità discriminatorie, il compito di costruire e mantenere la sua propria identità è una cosa altrettanto complessa. Partiamo dall’ipotesi che, per quanto riguarda l’ontogenesi dell’uomo, l’unità che è coinvolta all’interno di un processo di ricerca di tipo stocastico, è ciò che alcuni chiamano il Sé, altri l’Ego, l’Es, ecc., e che io sono abituato a chiamare identità. L’identità è quell’insieme di elementi di interpretazione che l’individuo evolve (o meglio: che si evolve in un individuo) in relazione al suo successo di mantenersi integra all’interno di un sistema di relazioni sociali che si costituiscono nel dominio spazio - temporale della sua esistenza. Essa si forma a partire dalle relazioni spontanee e aperte, cioè quelle che seguono un metodo di sperimentazione guidato solo in una minima parte da meccanismi geneticamente prefissati, e non indirizzato a mete particolari: un po’ come il guidatore alle prime armi, egli sa come tenere la macchina in movimento sul lato destro della strada, ma non sa dove andare né dosare opportunamente i freni e l’acceleratore. Egli imparerà, dopo i primi spaventi e disorientamenti a tarare il suo apparato sensoriale per evitare di danneggiare sé stesso e la vettura ed arrivare in tempo vantaggioso alla sua meta. Se tutti i guidatori fossero programmati per esercitare la stessa pressione sul pedale in ogni circostanza, indipendentemente dal fondo stradale e dalla velocità, i risultati sarebbero catastrofici per i più. E se andassero tutti nella stessa direzione verso la stessa meta, la paralisi sarebbe inevitabile. La possibilità di avere variabili tra cui scegliere favorisce l’integrità e la possibilità di movimento del guidatore. I primi mattoni ‘non genetici’ dell’identità umana sono fatti di duttile argilla che si plasmerà attraverso le relazioni che intercorrono tra il bambino e la madre nei primi anni di vita. Laddove queste relazioni si svolgeranno in un contesto tale da mantenere la caratteristica di esplorazione aperta, l’identità dell’individuo potrà svilupparsi utilizzando interpretazioni del mondo flessibili e, quindi, in grado di elaborare la vasta gamma di esperienze che l’uomo vive all’interno delle sue reti sociali permettendogli di evolversi in maniera soddisfacente in ogni nuova condizione che gli si presenti.

Nelle persone che mostrano serie difficoltà ad adattarsi agli inevitabili cambiamenti della vita sociale, l’identità assume posizioni inflessibili, anche se all’apparenza possono sembrare contraddittorie o ‘dilatate’ . La storia personale degli individui che ‘hanno gravi problemi’, è una storia vissuta in ambienti (a cominciare da quello familiare), che hanno ridotto, più o meno fortemente, la possibilità di attuare nuovi esperimenti di tipo stocastico. Mentre stavo scrivendo questo articolo, ho chiesto ad un mio amico che lavora come esperto in Scienze Forestali e attento evoluzionista , cosa ne pensasse dei processi stocastici. La prima cosa che gli è venuta in mente è che ogni nuovo esperimento non può che poggiarsi su un risultato sperimentato come vantaggioso, ed ha aggiunto che non gli verrebbe mai in mente di provare ad attraversare il muro del mio studio perché ‘sa’ che sbatterebbe il naso. In effetti la nostra identità ‘sa’ che , ad esempio rispondendo male ad una persona autoritaria si rischia una reazione pericolosa, ma solo l’individuo che ha sperimentato la paralizzante minaccia subita da piccolo da un padre autoritario, prova , da adulto, le stesse sensazioni infantili e invalidanti di fronte ad un capufficio prepotente. Al contrario, riferendoci al ‘muro invalicabile’, se noi ‘sappiamo’ che in Giappone i muri sono di carta e ci troviamo in quel paese, in caso di necessità possiamo tentare di passarci attraverso sfondandoli; ma per far questo la nostra interpretazione di ‘muro’ deve essere abbastanza flessibile da permetterci di distinguerne la consistenza e il materiale di cui è composto.

Il problema è che l’identità degli individui è, allo stesso tempo, lo strumento per fare esperimenti e il risultato degli esperimenti, e noi ci troviamo spesso nella condizione in cui si può trovare qualcuno a cui venga chiesto di sapere cosa succede al nostro corpo saltando da una certa altezza. Se da piccoli, al nostro primo salto i nostri genitori ci hanno spaventato molto sulle possibili conseguenze, senza lasciarci ‘costruire’ tutte le diverse variabili che determinano la pericolosità di un salto, da adulti abbiamo buone possibilità che la nostra identità si senta minacciata anche dal saltare pochi centimetri. In realtà non è il salto in sé il problema: come molti terapisti hanno potuto verificare, far compiere l’azione temuta al ‘paziente’, non lo aiuta a superare il suo problema. Conosco molte persone che hanno paura del vuoto sotto di loro, anche se di un metro o due, mentre viaggiano tranquillamente in aereo perché, in realtà , il viaggiare in aereo appartiene ad un’altra classe di interpretazioni apprese in un contesto sociale che si è differenziato da quello familiare ove la ‘fobia del vuoto’ si è sviluppata. Il ‘paziente’ che affronta la situazione temuta sotto la prescrizione del terapista, in realtà lo fa perché sta agendo in un'altra rete di relazione in cui , ad esempio, per un dato periodo, la sua parte di identità di ‘persona che ha paura di quel qualcosa’ è sostituita dalla parte di identità di ‘persona che svolge i compiti assegnatigli’.

V. Kenny, descrive il problema in questi termini:

"Questa è l’esperienza che ognuno di noi vive. Tuttavia, nelle persone che vengono ritenute portatrici di ‘seri problemi personali’, è chiaro che hanno (o hanno avuto) il compito di mantenere una determinata connessione in una rete di conversazione (di solito un sistema familiare) che, per il fatto stesso di essere costituito come connessione, esclude la possibilità che la persona possa essere libera di costruire connessioni alternative nella stessa rete, così come non gli è nemmeno concesso di costituire altre connessioni in altre reti. Il corpo della persona si è super specializzato in un unico compito" [Kenny, 1999].

Penso sia inutile, a questo punto, sottolineare quanto il fatto di assegnare un altro posto in un altrettanto rigida rete (il posto del ’malato ‘ nella insana rete della ‘psichiatria’) possa costituire un serio ostacolo per la persona che si trova in una condizione temporanea di incapacità a sperimentare nuove possibili soluzioni adattatative.

 

5. Alcune considerazioni sul da farsi

 

A questo punto penso che il compito che mi sono dato scrivendo questo articolo sia stato svolto sufficientemente, nella misura in cui sono riuscito a spiegare al lettore come, quanto e in che proporzione, a mio avviso, sia conveniente utilizzare la lezione della storia naturale per capire i problemi umani. Ma forse devo aggiungere qualcosa che mi deriva dall’esperienza pratica di questi ultimi anni. Ultimamente, il mio lavoro di coordinatore di un’associazione di volontariato che si occupa di problemi sociali e ambientali mi porta spesso in contatto con persone giovani che stanno attraversando o hanno attraversato, periodi fortemente problematici. In tutti i casi la situazione di sofferenza è provocata dalla percezione che essi hanno della necessità di uscire dalla famiglia, interrompere una relazione, cambiare programmi nello studio o nel lavoro, ecc. Tuttavia si notano differenze significative nel livello di avanzamento verso la consapevolezza e la soluzione del problema tra due gruppi diversi. Il primo è quello che , nella sofferenza (anche prolungata) , ha fatto ricorso a ogni tipo di idee e stratagemmi, alcuni fondati sul buon senso, altri sulla trasgressione, altri ancora rifugiandosi persino nel misticismo e nell’irrazionalità. Il secondo è quello che ha subito cure psichiatriche manipolative in cui il centro del problema non è stato fissato su ‘quello che stava accadendo’ ma su ‘quello che stava accadendo dentro la testa del ’paziente’’ oppure su ‘quello che stava accadendo tra il ‘paziente e il ‘terapista’’. Nelle storie personali degli individui appartenenti ai due gruppi, non c’erano differenze sostanziali, così come nell’intensità di manifestazioni quali l’ansia, l’angoscia o la depressione, eppure il secondo gruppo è risultato essere quello che meno era capace di discriminare gli eventi che lo facevano star male e gli era più difficile collocarli in contesti più ampi e tali da fornirgli nuove possibili soluzioni. In particolare mi ha stupito la tenacia di coloro che erano stati classificati come "agorafobici", nel rifiutare totalmente l’idea che il loro problema potesse dipendere in alcun modo dal sovraffollamento anonimo e così privo di solidarietà umana che attanaglia le grandi città (nelle quali, ovviamente, manifestavano i loro ‘sintomi’).

Ci sono stati molti psicoterapisti di varie scuole che hanno manifestato le stesse opinioni in materia dei rischi della manipolazione psichiatrica in quanto fattore limitante della capacità di autoevoluzione dell’individuo, e tra questi mi vengono in mente George Kelly, R.D. Laing, M. Foucault, J. Hillmann, oltre che, naturalmente Gregory Bateson e gran parte di coloro che hanno seguito e seguono le sue teorie. In questo momento particolare ritengo che il lavoro compiuto da Vincent Kenny, che è uno psicoterapista costruttivista irlandese che lavora molto in Italia, (e al quale mi ispiro moltissimo nei miei lavori che investono le problematiche individuali della nostra società), stia lavorando in maniera proficua nella prospettiva di collocare in dimensioni più estese (tra cui quella sociale e politica) i problemi di tutti coloro che sono rimasti intrappolati in una posizione rigida che gli impedisce di vivere serenamente. Per cui rimando alla lettura dei suoi articoli più specificamente dedicati ai problemi che si affrontano quando si decide di andare da uno psicoterapista , tutti coloro che sono interessati a questo aspetto. Sul sito dell’Oikos, nella parte dedicata alla psicologia e all’antipsichiatria, sono presenti numerosi interventi e testimonianze che aiutano a far capire quanto sia importante abbattere il meccanismo perverso (tipico delle società basate sulla competizione e il profitto) che tende ad isolare l’essere umano in difficoltà attribuendogli colpe e malattie che sono endemiche dell’ambiente malsano in cui è costretto a vivere. Possiamo star certi che, se l’attenzione non verrà concentrata sul sistema che produce malessere, passeranno cento, forse mille anni, prima di eliminare la sofferenza oscura che ha attanagliato la società umana in questo ultimo secolo.


Sommario

L’articolo si sofferma su alcune implicazioni derivate dallo studio della filogenesi del comportamento animale per tracciare alcuni parallelismi e analogie con quelli che sono i processi abitualmente trattati dalla psicopatologia. In particolare gli psicopatologi vengono analizzati in due categorie:

  1. Quella che non tiene conto delle prospettive evoluzioniste e che tratta lo spirito umano in un’ottica analoga a quella ‘creazionista’, raggruppando ,cioè, gli individui in categorie nosografiche alle quali vengono associate determinate caratteristiche dedotte dai ‘sintomi’. Con tale procedura gli individui afflitti da problemi vengono trattati al di fuori dei contesti d’appartenenza, con il risultato di isolarli ancora di più dal loro ecosistema all’interno del quale potrebbero trovare le nuove soluzioni adattative.

  2. Quella riduzionista che considerando le relazioni parentali tra esseri umani alla stessa stregua di quelle di altri animali sociali, esclude la complessità delle operazioni di retroazione e riduce il problema dell’adattamento alla soluzione dei problemi di attaccamento madre-figlio. Questo porta, nuovamente, all’esclusione delle variabili complesse , presenti nei sistemi umani, dagli ambiti di ricerca delle cause e delle soluzioni dei problemi individuali, con lo stabilirsi di una relazione chiusa "paziente" – "terapista" che è di per sé portatrice di situazioni paradossali e paralizzanti .

In alternativa si ipotizza che le situazioni problematiche derivino dal fatto che l’essere umano rischia spesso di trovarsi in contesti di apprendimento che lo immobilizzano su posizioni statiche , impedendogli l’adattamento alla complessità della vita sociale. In pratica il processo stocastico che guida, in biologia, l’evoluzione degli organismi, viene bloccato da una serie di fattori che limitano fortemente l’esplorazione casuale di possibili soluzioni alternative a quelle che si sono dimostrate fallimentari. Viene stabilito un confronto tra Lorenz ( con il suo concetto di apprendimento come programma flessibile guidato da modelli stabiliti geneticamente) Bateson (con la sua ricerca del ‘connecting pattern’ , ovvero del modello che stabilisce relazioni), e Kelly (con la sua teoria dei costrutti personali la cui rielaborazione aperta porta a nuove interpretazioni che si mostrano adatte alla soluzione dei problemi di evoluzione dell’individuo).

Il modello di soluzione dei problemi che viene suggerito in ambito clinico è quello della psicologia della comprensione, in cui il ‘terapista’ accompagna l’individuo bloccato in una situazione insostenibile, attraverso la ricerca casuale e spontanea di percorsi alternativi, senza assumersi il compito di prevederne o di orientarne la direzione.


Summary

This article is focused on certain implications that are derived from the study of philogenesis of animal behaviour in order to draw parallels and analogies with processes that are usually applied in psychopathology.

Psycopathologists are divided into two main categories:

1. Those who do not take into consideration the evolutional prospects and those who deal with human mind in a "creationist" way. That is to say they group people into diagnostic categories by their features that are deducted from their "symptoms". Through this procedure, people affected by certain problems are treated out of the context to which they pertain. Consequently they are even more isolated from their ecosystem, where they might be able to find the new adaptive solutions they need.

2. Reductionists interpret parental relationships among human beings in the same manner as they interpret those of other social animals.They exclude the complexity of feedback mechanisms and turn the problems of adapting oneself into the solution of attachment problems between mothers and children.

This leads, once again, to the exclusion of the complex variables of human systems from domains of research concerning causes and solutions of individual problems. It thus creates a relationship that confines exclusively to the "patient" and the "therapist", which would result in situations that are paradoxical and paralising.

Alternatively, the author suggests that problematic situations are derived from the fact that human beings often run the risk of finding themselves in learning contexts which keep them at standstill positions, preventing them from adapting to the complexity of social life.

In effect, the stocastic process that takes the lead in biological evolution of organisms is blocked by a series of factors that severely limit the casual exploration of viable solutions in alternative to those which have been proved faulty.

A comparison is drawn between Lorenz (with his acquisition concept as a flexible program led by models that are set up genetically), Bateson (with his search for the "connecting pattern"), and Kelly (with his theory of personal constructs, whose open development directs to new interpretations which appear to be appropriate solutions to the problems of evolution of individuals).

The pattern concerning the solution of problems that is suggested in the clinical sphere is that of the psychology of understanding, where the therapist accompanies the patient, being caught in an unbearable situation, to go through the search for alternative ways in a casual spontaneous manner, without foreseeing or orientating its direction.


Zusammenfassung

Der Beitrag der Ethologie zur Lösung menschlicher Probleme

Dieser Artikel beschäftigt sich mit einigen Forschungsergebnissen im Bereich der Phylogenetik des tierischen Verhaltens, um Parallelen und Analogien mit Vorgängen, die im allgemeinen von der Psychopathologie behandelt werden, zu ziehen.

Insbesonders werden die Psychopathologen in zwei Kategorien aufgeteilt und analysiert:

- Die erste Gruppe behandelt den menschlichen Geist ähnlich der Sichtweise der "Schöpfungstheoretiker", das heißt, sie kategorisieren Menschen nach diagnostischen Kriterien, deren Charakteristiken von ‘Symptomen’ abgeleitet werden, und lassen dabei die Prospektive der Evolutionisten außer Acht. Mit dieser Vorgangsweise werden die von Problemen betroffenen Menschen außerhalb ihres gewöhnlichen Kontextes behandelt - eine zusätzliche Isolation von ihrem Ökosystem, innerhalb dessen sie die notwendigen neuen adaptiven Lösungen finden könnten, ist die Folge.

- Die zweite Kategorie betrachtet die Verwandtschaftsbeziehungen der Menschen auf die selbe Art derer sozialer Tiere, schließen damit die Komplexität des Feedbacks aus und vereinfachen reduzieren das Adaptionsproblem ausschließlich auf die Mutter-Kind Beziehung. Dies führt weiters zur Ausschließung komplexer Variablen der humanen Systeme von den Forschungsbereichen der Ursachen und Lösungen der Individualprobleme, und dem Schaffen einer geschlossenen Beziehung zwischen dem "Patienten" und dem "Therapeuten" die paradoxe und paralysierenden Situationen in sich birgt.

Als Alternative dazu wird die Hypothese aufgestellt, dass problematische Situationen dadurch entstehen, dass der Mensch oft riskiert sich in Lernkontexten zu befinden, die ihn in eine Position des evolutiven Stillstandes bringen und die Adaption an das komplexe soziale Leben behindern. In Praktik, eine Serie von Elementen und Vorgängen blockiert den stochastischen Prozess der in der Biologie die Evolution der Organismen leitet, und schränken somit die die zufällige Entdeckung alternativer zu den sich als scheiterhaft gezeigten Lösungen ein.

Es werden die Ideen von Lorenz (mit seinem Konzept des Lernens als flexibles, von genetisch bestimmten Modellen geleitetes, Programm), von Bateson (mit seiner Erforschung des ‘connecting pattern’, oder des Modells das Beziehungen stabiliert) und von Kelly (mit seiner Theorie der personalen Konstrukte, deren freie Überarbeitung zu neuen, einer Lösung der Probleme der Evolution des Einzelmenschen geeigneten, Interpretationen führt) nebeneinandergestellt.

Das Problemlösungsmodell das im klinischen Bereich vorgeschlagen wird, ist jenes der Psychologie der Komprension: der ‘Therapeut’ begleitet den in einer unerträglichen Situation blockierten Menschen mit einer spontanen Suche nach alternativen Möglichkeiten, ohne der Absicht die Richtung vorherzusehen oder zu bestimmen.


Bibliografia

Bannister D., Fransella F., L’Uomo Ricercatore, G. Martinelli & C. s.a.s., Firenze, 1986

Bateson G., Verso un’ecologia della Mente, Adelphi Edizioni S.p.a. Milano, 1976

Bateson G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni s.p.a. Milano, 1984

Bowlby J., Attaccamento e perdita, 1 volume , Boringhieri s.p.a., 1972

Dawkins R., Il gene egoista, N. Zanichelli s.p.a., Bologna,1979

Hillmann J., Ventura M., 100 anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio, Garzani Editore s.p.a., 1993

Kelly G., The Psychology of Personal Constructs, W.W. Norton & Company Inc, New York, 1955

Kenny V., Verso un’ecologia della Comunicazione, 1999

Kenny V., La concezione del Sacro in Bateson,  1998

Kenny V., Gardner G.G., Le due psicologie della comprensione e della manipolazione, 1997

Lorenz K., Evoluzione e modificazione del comportamento, Boringhieri s.p.a., Torino, 1971

Lorenz K., L’aggressività, Il Saggiatore, Milano, 1969

Lorenz K., L’altra faccia dello specchio, Adelphi Edizioni S.p.a. Milano, 1974

Smail D., L’impossibilità di definire una buona psicoterapia, 1999

 

 

Home Oikos | Ecologia della Mente | pagina di coordinamento | Antipsichiatria
Links | KellyMaturana | von Glasersfeld | Laing | Bateson