Quando l’emozione diventa "sintomo". La mistificazione farmacologica

 

di Vincenzo Minissi

 
 

 

Avete mai pensato che un’arrabbiatura, un momento di tristezza, una paura improvvisa, un diffuso nervosismo dovuto all’attesa di un evento importante, potessero essere considerate come segnale di una "malattia"? Forse qualcuno di noi può avere qualche difficoltà ad accettare di arrabbiarsi o di essere triste o nervoso o spaventato, ma il fatto che i tranquillanti siano quasi al primo posto tra i farmaci più usati dagli Italiani, può essere il segnale che qualcosa di piuttosto preoccupante si stia verificando: il popolo più passionale dell’Occidente ha deciso, massicciamente, di mettere sotto controllo farmacologico le proprie emozioni.

Dovrebbe essere noto, anche a chi non si intende di psicologia e psichiatria clinica, che gli stati di irritazione, nervosismo, depressione ansiosa, insonnia, sono risposte naturali che il nostro organismo fornisce a stimoli ambientali e relazionali. In tutte le sintomatologie nevrotiche che scontiamo in cambio dei ‘vantaggi’ della società postindustriale, esiste sempre una correlazione attendibile tra attivazione emotiva intensa e eventi esterni che pongono l’individuo di fronte alla necessità di reagire con l’attivazione di determinati comportamenti fisiologici e ideativi.

La competizione tra manager, l’incertezza nelle relazioni di coppia, la precarietà nel posto di lavoro, l’incerto futuro dei giovani, lo stress ambientale dovuto alle grandi concentrazioni nelle aree metropolitane, rendono l’organismo umano esposto a continui cambiamenti di prospettiva sotto l’azione di stimoli continuati che rendono difficile il necessario distacco dalla situazione problematica. Il manager verrà inseguito sin dentro il cesso dal trillo di uno dei suoi cellulari. La televisione sarà abilissima a farti capitare sul canale in cui va in onda un film sui cornuti, un talk-show sui disoccupati, o una telenovela dove il figlio drogato uccide due o tre generazioni di familiari. La carta stampata compete con il video, sostituendo alla crudezza delle immagini, l’esagerazione degli eventi negativi e la sottolineatura degli elementi più scabrosi di ogni vicenda raccontata.

Qualcuno cerca di sfuggire a questa situazione limitando l’esposizione agli stimoli, vivendo fuori città, ad esempio, o risparmiandosi nell’attività professionale, oppure tramutando la propria incertezza nel futuro in un impegno per migliorare le condizioni di vita individuali o della collettività, o ancora rivisitando il rapporto con il coniuge e i figli. Ma il buon senso, come al solito, è sempre la scelta più difficile da seguire. In realtà, le generazioni nate e cresciute nel Dopoguerra, in sintonia con i ritmi della trasformazione della società italiana da agricola a industriale e, successivamente, a post-industriale, il modello della crescita e dello sviluppo illimitato applicato ai modelli di produzione e consumo, è stato trasferito ai modelli di comportamento individuale. Questo non significa, necessariamente che l’anoressia e la bulimia siano causate dall’esaltazione della figura delle top model o che la depressione da fallimento in amore o in carriera non sia mai esistita prima. In realtà, anche nelle società pre- industriali erano presenti tutti i modelli nevrotici attuali, semplicemente non venivano sottolineati come qualcosa di cui ci si dovesse vergognare e da combattere con ogni mezzo, pena l’esclusione dai benefici della vita sociale.

Al giorno d’oggi, invece, prevale un modello basato sull’improbabile iperefficienza dell’individuo, sulla necessità di mantenere self control anche nelle situazioni più estreme, sull’inadeguatezza di mostrare il proprio dolore e la propria spossatezza rispetto alla perdita di persone o situazioni amate. Odio la tv piagnona ma, allo stesso tempo, mi chiedo se potrà avere un futuro: sempre più spesso individui che hanno perduto un parente strettissimo si esibiscono davanti alle telecamere senza l’ombra di una lacrima, con perfetta proprietà di linguaggio e di intonazione vocale, quasi fossero interpreti di un film recitato troppo bene per essere credibile.

Quale può essere la spiegazione di una così repentina trasformazione nei costumi di un popolo che sino a qualche anno fa indossava l’abito nero per anni e che piangeva autentiche lacrime anche per la perdita di un cugino di IV grado mai visto in vita sua? Un popolo che non ha mai fatto una coda ma che impiega un’ora di macchina senza batter ciglio per fare un percorso di tre chilometri con britannica sopportazione.

La spiegazione può cercarsi in quelle statistiche sui farmaci più consumati in Italia. C’è da supporre, stando alle cifre che equiparano il consumo di tranquillanti a quello dell’aspirina, che se ne stia facendo un uso massiccio e indiscriminato al di fuori di qualsiasi ragionevole necessità. Lasciando da parte la tossicità dei tranquillanti, che, laddove utilizzati per periodi protratti creano danni e dipendenza pari a quelle di ogni altra droga, gli effetti invalidanti sull’equilibrio psichico possono essere paragonati a quelli che subisce una persona che cura con l’aspirina un tumore al cervello che dà mal di testa.

Se proviamo una paura o un’ansia improvvisa e che giudichiamo "immotivata", possiamo esser ben certi che in realtà quest’emozione è, all’interno della nostra organizzazione psicologica, perfettamente motivata. George Kelly interpreta l’ansia , la paura e il senso di minaccia come il risultato della consapevolezza di un cambiamento un cambiamento più o meno ampio e immediato nell’ambiente in cui la nostra identità si trova ad interagire. Nel caso dell’ansia ci rendiamo conto che qualcosa sta per avvenire ma noi non comprendiamo con chiarezza che cosa. La paura è la consapevolezza che qualcosa sta per cambiare i tempi brevi in una parte "periferica" della nostra identità, mentre il senso di minaccia viene percepito quando il cambiamento coinvolge la parte più centrale di noi stessi.

Intervenire con una droga per addormentare questi tipi di consapevolezza, produce principalmente tre risultati di estrema dannosità per l’equilibrio psichico del soggetto manipolato chimicamente. Il primo è la sottolineatura implicita della sua impossibilità di far fronte con le sue risorse ad una situazione di cambiamento, con la conseguenza di un’ulteriore percezione di minaccia alla sua identità in quanto interpretata come "debole e bisognosa di cure". Il secondo è il distacco, almeno temporaneo, dall’emozione vissuta, con la conseguente difficoltà di capire sia qual’è la minaccia che ha causato l’esperienza penosa, sia quali possano essere i cambiamenti meno dolorosi e più idonei da considerare per far fronte alla minaccia. Il terzo, conseguentemente, porta il soggetto alla formulazione di ipotesi metafisiche sulla natura della esperienza negativa vissuta, a valutarla ad esempio, come una forma di follia o di altra incapacità organica o genetica a far fronte a quello "che tutti gli altri sono capaci di affrontare". In questo, potremo starne certi, incontrerà tutto il possibile sostegno di una certa psichiatria, quella, per comprenderci in perfetta comunione ideale ed economica con l’industria farmaceutica e che ha definito 24 milioni di Americani come afflitti da una "sindrome psichiatrica" (l’ADD) in realtà assolutamente inesistente. Se invece, come è bene augurarsi, non incapperà in una trappola che lo porterà ad essere progressivamente dipendente da cure costose e senza alcuna base scientifica, potrà continuare a farsi prescrivere il "farmaco miracoloso" dal medico di famiglia o dal farmacista compiacente (provate quanto sia facile farsi una scorta di tranquillanti senza avere la ricetta o mostrandone una scaduta) con il risultato di lasciare irrisolta la situazione ‘ecologica’ che aveva scatenato la prima reazione.

A parte la già citata tossicità, l’inevitabile fastidiosa dipendenza da medici e farmacisti (intollerabile anche in caso di vere malattie ma, assolutamente detestabile e socialmente dannosa per la distrazione di risorse da problemi sanitari più importanti), e la necessità di aumentare le dosi a causa di una accertata assuefazione, c’è anche il rischio, attualmente verificato e in fase di studio approfondito, di un ritorno immotivato della sintomatologia antecedente alla prima somministrazione, quando, per qualsiasi motivo, il farmaco deve essere sospeso. Non mi ritengo competente a fornire una spiegazione esauriente di tale fenomeno ma posso paragonarlo a qualcosa di simile a quello che accade nei lutti non pienamente elaborati: può succedere che, a distanza di anni, una situazione di distacco da una persona simile a quella che si è persa, possa innescare reazioni di disperazione analoghe a quelle che non si sono sperimentate al momento ‘opportuno’, quello cioè della morte reale di una persona significativa. E’ come se le informazioni che il nostro apparato cognitivo ci fornisce abbiano bisogno di un passaggio a livello emotivo per prendere la via naturale del dolore, della gioia, della rabbia e della tristezza, altrimenti possono restare inattive per anni e, come il genio della bottiglia, uscire impetuosamente dagli spazi angusti in cui sono state, innaturalmente, costrette. Il buon senso, la medicina popolare, e le scuole di psicologia e psicoterapia avanzate sostengono tesi che suffragherebbero un’ipotesi del genere. Riusciranno a spuntarla contro le lobby farmaceutiche e l'ideologia del consumo e dell’ iperefficienza ?

Sarebbe il caso che tutti cominciassimo a porci alcune domande quali:

Perchè in Italia si è cominciato ad avere bisogno di un controllo quasi poliziesco sulle proprie emozioni , usando medici e psicofarmaci come "supervisori" delle interazioni sociali?

Se decidiamo che il problema non riguardi fattori di tipo culturale potremmo allora domandarci :

  • E’vero che l’industria farmaceutica considera l’Italia come Paese da far diventare il primo in Europa con il maggior consumo di farmaci ?
  • Come mai, nonostante il nuovo mercato sia al centro di una massiccia campagna promozionale, i farmaci costano più che in ogni altro Paese europeo ?

 

 

 

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