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Corriere della Sera - In primo piano
Venerdì 8 Agosto 2003

di Francesco Alberti

 

EMERGENZA INCENDI

L’inchiesta

PERCHE’ L’ITALIA BRUCIA

“Vietato costruire dopo i roghi”
La legge c’è ma non funziona

 

Una norma del 2000 impedisce di edificare per 15 anni nei luoghi degli incendi.

Quasi impossibile applicarla: gli enti locali non hanno censito le aree bruciate.

"Su 100 amministrazioni situate il aree protette soltanto due sono risultate in regola"

"Bastano 500 Euro per mettere in sicurezza un bosco: far volare un Canadair ne costa 14mila"

 

MILANO – Era la fine di novembre del 2000. E per i signori del cerino, i professionisti del rogo, esercito senza volto e dalle coperture spesso solide che da decenni prosperava sulla sistematica e pianificata distruzione di boschi per realizzare speculazioni edilizie o ritagliarsi fette di pascoli, pareva davvero finita. Una legge voluta dal governo dell’Ulivo (la 353), stabilendo rigorosamente il divieto di modificare per 15 anni la destinazione d’uso delle aree colpite da roghi, azzerava di fatto una delle ragioni sociali della cosiddetta “industria dell’incendio”. A che scopo infatti bruciare boschi se poi non c’era la possibilità di convertirli in remunerativi lotti edificabili? Tre anni dopo, mentre flotte di Canadair sorvolano la solita Italia abbrustolita da roghi e gli uomini della Forestale combattono una guerra quotidiana, sono in molti a scoprire che la 353, severa e lungimirante sulla carta, “è stata applicata solo in parte, se non per niente” come afferma il padre di quella legge, l’ex ministro verde Alfonso Pecoraro Scanio. Il motivo? “La norma, per avere un’efficacia operativa, imponeva alle regioni e ai Comuni di effettuare la mappatura delle zone bruciate, una sorta di catasto, in modo tale da individuare con certezza le aree interessate e far scattare il divieto di costruzione”.

Dove sono questi catasti? A quanto pare nel limbo delle buone intenzioni. Un’indagine del WWF ha dato risultati piuttosto sconcertanti: “Abbiamo chiesto a tutti gli enti locali a che punto fossero con gli adempimenti – spiega il vicepresidente Maurizio Santoloci, magistrato di Cassazione -. Soltanto Umbria e Provincia autonoma di Trento ci hanno detto di essere in regola. Abruzzo, Friuli, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana e Sicilia si sono limitate a comunicarci di aver avviato l’iter. Silenzio delle altre.”. Alcune Regioni, per la verità, si difendono affermando di “aver elaborato una mappatura delle aree incendiate”, ma precisano che spetta ai singoli Comuni organizzare i catasti e ammettono che “la stragrande maggioranza è in ritardo”

Confermano a Legambiente: “Ci risulta che su 100 enti locali situati in aree protette – denuncia Arturo Nicoletti – solo due sono i regola”. Conclusione di Santoloci: “E’ evidente che, in assenza di dettagliate cartografie, la speculazione ha campo libero”. Minaccia Pecoraro Scanio: “Gli enti inadempienti andrebbero denunciati per omissione di atti d’ufficio”.

Ma la mancata attuazione della 353 è solo un aspetto della guerra all’”industria dell’incendio”, illecito business che troppi confondono con l’isolata azione di qualche piromane (“Quelli sono solo dei malati! Sarebbe come definire cleptomane un rapinatore” tuona Santoloci). In realtà, prosegue il magistrato, “siamo di fronte a un disegno criminale strategicamente pianificato”.

  Il 59,8% degli incendi scoppiati nel 2001, come certificano i dati del ministero delle Politiche agricole, è frutto di azioni dolose. Le cause naturali restano confinate in un quasi ininfluente 2%. Ancora più drastico l’osservatori della Commissione europea (Effis): “Il 95% dei roghi è dovuto all’uomo: incuria, dissennatezza, ma soprattutto speculazioni”.

Il sottosegretario all’ambiente Antonio Martusciello ha di recente ricordato, dati confermati anche da Legambiente, che negli ultimi due anni c’è stata una diminuzione degli incendi (7.134 nel 2001 contro i 4.594 del 2002) e degli ettari distrutti (76.427 nel 2001, contro i 40.768 nel 2002). Merito, ha aggiunto, del potenziamento all’attività di prevenzione, dell’impegno di Protezione Civile, Corpo Forestale e volontari, oltre che di tecnologie sempre più avanzate (aerei, elicotteri, nuovi sistemi di spegnimento da terra, satelliti come Telespazio). Numeri importanti.
“Ma difficilmente migliorabili se non verrà affrontato il problema alla base: e cioè, gli interessi economici che stanno dietro ai roghi” denuncia il presidente dell’associazione “Oikos”, Vincenzo Minissi. La questione, a suo dire, è culturale: “Si continua a ad investire fondi nell’emergenza, anziché nella prevenzione”. Una scelta non casuale, insinua: “Perché l’emergenza in realtà crea business. Bastano 500 Euro per mettere in sicurezza un bosco. E invece si preferisce aspettare il rogo e poi far decollare il Canadair al modico costo di 14 mila Euro per un’ora di volo. Per non parlare poi dell’indotto nato attorno all’emergenza: veicoli e abbigliamenti antincendio, riviste del settore, pubblicità. Sarà un caso ma gli incendi aumentano nelle Regioni che più investono nell’emergenza…

” Aggiunge Santoloci del WWF: “L’errore di fondo è pagare qualcuno per spegnere incendi: così aumenta la tentazione al rogo”.

  Ombre. Sospetti. Di processi e sentenze ce ne sono poche in materia. Due anni fa, in Sicilia, un rapporto del Sisde indicava in alcuni operai forestali i responsabili del dilagare degli incendi, dolosamente provocati per anticipare le assunzioni e aumentare il numero delle ore lavorative”. Vero? Falso? A mo’ di controprova può valere l’esperimento in corso da tre anni nel Parco dell’Aspromonte, 80 mila ettari, un terzo della provincia di Reggio Calabria. “Il contratto con le associazioni di volontariato – afferma il direttore Pasquale Nania – prevede un premio nel caso il numero degli incendi resti al di sotto di una certa quota”. Risultato: “da gennaio scorso, la provincia di Reggio Calabria ha perso per roghi 2200 ettari di bosco, mentre il Parco soltanto 140. “Eppure – sibila il presidente Salvatore Perna – pochi in Italia seguono il nostro esempio…”

  Anche tra le pieghe della legge 353 rischia di annidarsi il business degli incendi. Così almeno ritengono nelle stanze della giunta regionale della Liguria, da tempo critica verso quella parte della normativa che stabilisce, in caso di rogo, il divieto per 10 anni di costruire edifici anche se già previsti nei Prg. Afferma l’assessore all’urbanistica, Franco Orsi: “E’ un incentivo agli incendi. Brucio la terra del concorrente e lo metto fuorigioco per due lustri”. Tra Levanto e Bonassola, ai confini del Parco delle Cinque Terre, ancora ricordano l’immenso rogo del luglio ’99: 340 ettari di bosco in fumo. “In quell’area doveva sorgere un complesso alberghiero – prosegue Orsi – L’incendio divampò poche settimane dop o il ritiro delle concessioni edilizie. Morale: quella struttura non si farà più. Chissà se qualcuno ha brindato…”

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