1. Umanesimo e Classicismo
2. Il paradosso Umanista
3. Il significato della Minaccia
4. Aggressività
5. Ostilità
6. Un Passo per gli Umanisti
Questa conferenza è stata convocata per esaminare la questione dell’umanesimo
in psicologia. Ma non sono sicuro di avere le idee molto chiare su cosa sia l’umanesimo.
Apparentemente è qualcosa che ha a che fare con l’uomo, sebbene spesso dubito
che abbia a che fare con qualcuno che conosco. Ciononostante, suppongo che se gli psicologi si ritrovano assieme e
dicono che bisogna far rivivere l’umanesimo, ciò dipenda dal fatto che sono allarmati dalla tendenza della loro
disciplina ad ignorare l’uomo (a parte che come inesauribile fonte di dati), preoccupandosi invece delle
bibliografie, degli inutili animali , e dei rituali di laboratorio. Una svolta umanistica degli eventi potrebbe essere
allora, presumo, quella in cui venisse riaffermata l’importanza centrale dell’uomo vivente e che la psicologia non
continuasse a pensare solo ai propri problemi.
Coloro che cercano di far rivivere l’umanesimo stanno probabilmente indicando
nella cultura della Grecia Classica un esempio di ciò che vorrebbero reinstaurare.
Quella cultura, come la vedo io, era caratterizzata dall’audacia dell’uomo
di fronte alle avversità impostegli dagli dei o dalla natura. I suoi eroi si dimostravano uomini, uomini che osavano
sfidare ciò che la loro storia e i loro dei avevano descritto come inevitabile e, in quanto uomini, spesso soffrivano
la frustrazione e la sconfitta. E se pure la storia molto spesso, continuava a confermare i suoi verdetti, gli uomini,
come noi umanisti vogliamo ricordarli, erano quelli che rifiutavano di soccombere agli eventi dell’esistenza.
1. Umanesimo
e Classicismo
Ma il neo umanesimo, mi sembra, spesso non è nient’altro che una forma di
classicismo; vale a dire l’idea dell’avventura come fatto storico, piuttosto che come impresa del presente, il
preoccuparsi di un contesto di fatti da riverire e reinstaurare, frase per frase, pietra su pietra. E il moderno
classicista si preoccupa dell’eroe umanista del IV secolo avanti Cristo o del XV secolo dopo Cristo, più o meno nel
modo con cui le Figlie del Ventesimo Secolo della Rivoluzione Americana si preoccupano dei firmatari della
Dichiarazione d’Indipendenza.
Ci sono stati, senza dubbio, classicisti anche tra i Greci, e può essere un po’
ingiusto cercare di giudicarne il ruolo dalla nostra posizione. Per qualunque motivo esistessero, erano probabilmente
alquanto scettici su quello che andava accadendo e sono sicuro che cercavano sempre di far rivivere qualcosa. Non so
cosa cercavano di concludere, ma c’è una qualche ragione di credere che era la loro influenza a rendere la cultura
greca o classica o umanista. Ne’ la nostra ammirazione per l’umanesimo di altri tempi e luoghi ci rende umanisti
adesso. Non più di quanto lo scoprire tra i nostri antenati un eroe che abbia combattuto per i diritti civili durante
la Rivoluzione Americana, significhi che abbiamo il fegato per combattere le battaglie civili della nostra generazione.
Piuttosto devo notare che le figure più eroiche nelle battaglie per i valori
umani di oggigiorno considerano i loro avi con commiserazione, piuttosto che con orgoglio.
L’umanesimo allora, come lo vedo io, non è qualcosa che facciamo rivivere.
Far rivivere è lavoro per i classicisti. L’umanesimo, invece, ha a che fare con il presente, il nuovo, il
provocatorio, il vivo, e con quello che spesso i classicisti ritengono non vada fatto.
Laddove il classicista documenta certezze storiche, l’umanista si arrabbatta
con le incertezze del presente. Il classicista cerca di avere ragione storicamente; l’umanista continuamente rischia
l’errore storico per cercare di azzeccare qualcosa di giusto. L’umanista è aggressivo e spera quindi di giungere a
qualcosa di migliore, ma il classicista , minacciato dall’impresa umanista, equipara l’aggressività all’ostilità,
e l’ostilità, a sua volta, alla distruzione.
2. Il
paradosso Umanista
C’è poi un altro tema nell’umanesimo. E’un tema secondario che deriva dal
primo, e penso che esso abbia un senso solo quando viene espresso nel contesto dell’audacia dell’uomo. Questo è il
tema che dice che, qualsiasi cosa sia veramente caratteristica dell’uomo, è buona e perciò deve essere mantenuta e
protetta da qualsiasi influenza aberrante. L’uomo, alla luce delle sue audaci imprese, dovrebbe essere incoraggiato a
proseguire ad essere il tipo di persona che così adeguatamente ha mostrato a sé stesso di essere; dovrebbe
esprimersi, dovrebbe tirare dritto avanti a sé ed essere audace. Ma non gli si deve permettere di imbrogliare la
natura umana: ciò è portare l’audacia troppo avanti.
E’ questo tema secondario, un tema talvolta identificato con la permissività,
talvolta con la non violenza , talvolta come rispetto per la dignità dell’uomo, che spesso colora l’umanesimo. Per
questo sembra che l’umanesimo si sia creato da solo un paradosso
L’audacia dell’uomo, in generale, si è dimostrata una risorsa di così
grande valore umano , che l’audacia di qualsiasi uomo in particolare, deve essere trattenuta dal violarne l’autorità.
L’uomo deve esprimere sé stesso, questo è molto, molto importante, ma mai e poi mai deve esprimersi in maniera da
intaccare qualsiasi cosa umana.
Una maniera per uscire da questo paradosso è credere che la natura dell’uomo
è tale che, se egli esprime sé stesso, il suo vero sé, entrerà in armonia con gli altri uomini che autenticamente
esprimono sé stessi. Ciò vale a dire che la intrinseca natura dell’uomo è intrinsecamente compatibile con il suo
sé collettivo, e che le disarmonie sorgono solo da estrinseche distorsioni o, forse, da immaturità temporanee.
Un'altra soluzione è dire che l’uomo non può essere manipolato, a parte che
dagli intrighi della sua natura. Qualsiasi cosa faccia, è lui che la fa. E il fatto che la faccia sotto determinate
imposizioni, non nega affatto la sua dignità, ma, al contrario, stabilisce un credito alle sue imprese personali
("in condizioni psicologiche ottimali", come qualche volta diciamo). Un bambino impara a suonare bene il
pianoforte costringendolo a esercitarsi quattro ore al giorno. Ciò non è repressione; ciò è umano adempimento.
Quando crescerà, probabilmente sarà orgoglioso di ciò, e forse si reputerà un umanista di prima classe. Ad una
persona depressa, viene imposta la routine ospedaliera di pulire i pavimenti e strofinare le mattonelle dei gabinetti.
Come risultato si ritrova troppo occupato per preoccuparsi. Così, l’uomo prevale ancora una volta! Guarda un po’
come la geniale adattabilità dell’individuo si è ingegnata a sostituire la realtà all’ immaginazione? Che
fortunato! Non tutti sono in grado di farlo!
Ma è difficile per me capire come entrambe queste interpretazioni possano
fornire una via d’uscita al paradosso dell’umanista. L’interpretazione dell’uomo come essere naturalmente
armonioso che ama la gente proporzionalmente all’amore che ha per sé stesso , sembra ignorare l’elemento della
tirannia umana. Se possa elevarsi al disopra di questo spiacevole elemento è un’altra questione. Ma mi sembra che
sia una presunzione sia il considerare l’uomo naturalmente buono, sia etichettarlo come intrinsecamente diabolico.
Per di più siamo ancora troppo occupati a distinguere il bene dal male per essere d'accordo se l’uomo sia
completamente l’una o l’altra cosa.
L’altra interpretazione dell’uomo, l’interpretazione che lo considera un
geniale conformista, uno schiavo che è abbastanza furbo da saper stare al suo posto, non è molto incoraggiante per
colui che non vuole essere uno schiavo, prendere lezioni di musica o vivere al Polo Nord. Questi persevera nel ritenere
che in altre condizioni avrebbe potuto fare molto di più. Può darsi che abbia ragione. E può darsi pure che abbia
torto, dato che c’è gente che fa molto di più se deve timbrare il cartellino piuttosto che se è lasciata libera di
lavorare quando lo ritiene opportuno. E che dice l’umanista a riguardo?
3. Il
significato della Minaccia
L’impresa umana è, nella migliore delle ipotesi, una proposizione tocca e
fuggi. Ogni supposizione che facciamo su ciò che sia buono o cattivo o su ciò che aprirà le porte al futuro, è ,al
più da considerare, come esclusivamente temporanea, e ogni conclusione che facciamo derivare dalla nostra esperienza,
è al più da osservare come un avvicinarsi a quello che potremmo capire alla fine. La ricerca umana non è sul punto
di essere conclusa, né la verità è stata già confezionata per la distribuzione e il consumo. Sembra invece
verosimile che qualsiasi cosa possa apparire come il fatto più ovvio. Che però sembrerà completamente differente
,una volta considerato dalla vantaggiosa posizione delle fresche concezioni teoretiche del futuro.
E' una sfortuna che l’uomo debba essere così posizionato sull’avere ragione
già sin all’inizio, tanto da non arrischiarsi a commettere stupidaggini nello sforzo di inventarsi qualcosa di
meglio di quello che ha.
Questo ci riconduce all’audacia dell’uomo che, come già sapete, ho
considerato il primo tema umanistico. Mi piace questo tema. Ma passiamo sopra al fatto che quest’audacia è l’autentica
cosa di cui gli uomini hanno paura ogni volta che si accorgono che sta per essere espressa, così come la ammirano ogni
volta che abbia compiuto il suo corso. In un mondo dove si sta compiendo una enorme sperimentazione, dove nuovi
strumenti psicologici sono in fase di impiego e si costituiscono strani sodalizi, abbiamo paura delle implicazioni a
lunga distanza per quello che ci può accadere.
Questa è la minaccia. Sentirsi sulla soglia di profondi cambiamenti in sé
stessi e nel proprio stile di vita ne è, io credo, il fattore essenziale. Da questo punto di vista la minaccia è un’esperienza
personale, non un quadro di circostanze.
Inoltre è nel contesto della minaccia (o paura), che i due termini
aggressività e ostilità divengono soggettivamente sinonimi. E suggerirei il fatto curioso che sono divenuti sinonimi
sia nel linguaggio che usano i diplomatici, sia in quello in uso presso gli psicologi, così come, sembra, nel
linguaggio parlato dagli umanisti.
Allora come possiamo incoraggiare l’audacia umana senza invitare l’iniziativa
di un uomo a sopprimere quella di un altro? Questo è il dilemma degli umanisti. E’ anche il dilemma della
democrazia: come possiamo concedere la sovranità ad uno stato che ha la tendenza a sopprimere le sue minoranze? E’
anche il problema degli economisti: come possiamo avere un sistema di libere imprese che produce la Bell Telephone
Company e poi affermare che ciò è una cosa che anche solo alla lontana assomiglia ad una libera impresa ? Ed è il
problema dello studente liberal: che succede ad un liberal col consiglio d’amministrazione di un’università
statale?
4. Aggressività
Prima di cercare una risposta umanistica a questa domanda, lasciatemi passare ad
un argomento psicologico. Noi chiamiamo ostili gli uomini aggressivi, perché quello che fanno sembra distruttivo,
specialmente quando è rivolto verso di noi. Non vogliamo che si intromettano nelle nostre vite . Quindi li giudichiamo
per quello che ci appare il risultato delle loro iniziative. Ma quello che appare a noi non deve essere confuso con
quello che accade dentro di loro. Quello che intraprendono non può essere misurato da ciò che noi sperimentiamo. Se
vogliamo possedere una psicologia dell’uomo adeguata, deve essere quella dell’agente, non quella della vittima.
Questo è dire che il comportamento necessita di essere spiegato nei fatti, e non prima o dopo i fatti. La nostra
reazione ai tentativi di un’altra persona è uno scarso riconoscimento per quello che sta cercando di compiere. Né i
nostri sentimenti feriti costituiscono un’analisi psicologica del suo comportamento.
Adesso potrei andare avanti nel dire che questa comparazione dell’aggressività
con la nostra proiezione di intenti distruttivi, è il prodotto della nozione del determinismo scientifico tipica del
diciannovesimo secolo. Pensare in termini scientifici alla psicologia dell’uomo è sembrato significare che dobbiamo
considerarlo come una variabile inferenziale , chiamata un ‘organismo’ , in un distico stimolo- risposta.
La nostra avventura subisce un tracollo quando siamo sfidati da un collega
aggressivo. Come la spiegheremo? Semplice! Il tracollo è il responso osservato, il collega è l’evidente stimolo e
noi siamo la vittima organismica catturata nella stretta S-R.
La sua aggressività ha causato la nostra caduta, e non c’è bisogno di
spiegare perché il birbante era aggressivo.
Una psicologia stimolo risposta è, naturalmente, quella in cui le risposte
umane sono spiegate nei termini dei loro antecedenti esterni, i loro stimoli. E gli stimoli, in un tale sistema, sono a
loro volta spiegati nei termini di quello che producono, le risposte.
Questo è un solipsismo, o, come preferiamo chiamarlo in matematica,
un' equazione. Se sono minacciato, allora la persona che vedo come stimolo spiega la mia esperienza. Se mi posso
confrontare con questa aggressività solo pensando ad un profondo cambiamento in me stesso, allora quel furfante deve
essere ostile.
Gli psicoterapisti riconosceranno ciò come qualcosa che capita spesso ai loro
pazienti. Ma il fenomeno è molto più diffuso: è la conclusione a cui normalmente giungono tutti quelli che vivono le
loro esistenze secondo la formula stimolo - risposta
Ma la psicologia stimolo – risposta non è l’unico tipo di possibile
psicologia. Possiamo, se vogliamo, usare una psicologia che dà le sue spiegazioni nei termini di quello che la persona
stessa sta facendo, non in quello che gli altri fanno a lui o pensano che lui gli abbia fatto. L’aggressività, in un
tale sistema psicologico, è molto simile allo spirito d’iniziativa. E’ l’espressione dell’audacia dell’uomo,
persino quando si avventura nel dominio della psicologia. L’uomo aggressivo, come l’umanista, può essere uno che
rischia di sbagliare; per mettere a posto qualcosa o per cercare qualcosa che spieghi correttamente la persona.
5. Ostilità
L’ostilità, pensando in questa maniera, può o non può coinvolgere l’aggressività,
e l’aggressività può o non può coinvolgere l’ostilità. Questi due costrutti sono proposizionalmente
indipendenti l’uno dall’altro. Se stiamo impiegando la nozione di ostilità all’interno di questo tipo di sistema
psicologico dobbiamo capire l’impresa della persona ostile nei termini della sua prospettiva, non semplicemente nei
termini della minaccia che gli altri sperimentano quando cercano di discuterci. Sino a che un sistema di psicologia
deve fornire delle spiegazioni sui mezzi con cui una persona fa un chek-up su sé stessa, è importante capire come
sono costituite le implicazioni di questo check-up.
Nella teoria stimolo-risposta il check-up è rappresentato in termini di
rinforzo, cioè a dire con l’ascrivere una qualche qualità dello stimolo alla risposta stessa o alle sue conseguenze
che rinforzeranno il sistema. Ma nella teoria dei costrutti personali il check-up viene fornito dalla conferma delle
aspettative. Vale a dire che se le aspettative che derivano dalla propria interpretazione degli eventi non riescono mai
a materialzzarsi, c’è bisogno di una revisione del sistema di interpretazione. Ciò significa che la sconfitta deve
essere individuata, il fallimento identificato e la tragedia sperimentata se l’uomo vuole sopravvivere, e ancora di
più se l’uomo vuole adempiere a qualche compito di proporzioni umanistiche.
Ma una grossa revisione del proprio sistema di costrutti può minacciarlo con la
prospettiva di un cambiamento immediato, del caos o dell’ansia. Perciò sembra spesso meglio estorcere conferme delle
proprie anticipazioni e quindi del sistema che le ha prodotte, piuttosto che rischiare l’estrema confusione di questi
momenti di transizione.
E’ questa estorsione di conferme che caratterizza l’ostilità.
Una nazione che si accorga del fallimento dei suoi sforzi in difesa della vita
umana, può distruggere milioni di vite, se queste vite mostrano l’evidenza del fallimento del sistema.
Una nazione può scegliere la guerra per rimuovere la responsabilità dei suoi
fallimenti.
Un uomo può commettere un omicidio per screditare qualcosa che dimostra il suo
torto. E dato che l’ostilità può utilizzare sia la passività che l’aggressività, possiamo incontrare un’astiosa
obbedienza utilizzata per fingere validità in un sistema sull’orlo del tracollo, o un affettuosità ammorbante per
soffocare l’inattesa indipendenza del figlio.
E comunque l’ostilità, che sia intrapresa con metodi aggressivi oppure
passivi, in un sistema teoretico di costrutti personali, è un’impresa estorsiva progettata dalla persona per
proteggere un grosso investimento nella sua interpretazione della vita. E se per caso la sua ostilità si dimostra
distruttiva per gli altri, ciò, sfortunatamente, è come deve essere. L’economia deve essere preservata: il fatto
che gli anziani muoiano di fame in India o nella stessa tua città, è incidentale. L’eresia deve essere controllata:
purtroppo la curiosità intellettuale nei campus universitari va negata. Le bombe vanno gettate, con la sicurezza che i
bambini ne moriranno. Ma non siamo mica stati noi a metterli sul bersaglio da bombardare. Dal nostro punto di vista è
un prezioso stile di vita quello che stiamo difendendo, con le Cadillac e tutto il resto. Ma quello che l’uomo ostile
non sa, è che è lui la vittima definitiva della sua stessa estorsione. Adottando l’ostilità rinuncia alla
capacità di giudicare i risultati del suo stile di vita e senza questa capacità si perderà inevitabilmente.
Essere a conoscenza della propria sconfitta e vivere la propria tragicità, non
significa compiere un passo distruttivo per l’uomo. Dà invece una visione dei risultati negativi in ogni test
importante sul suo stile di vita, ed è perciò un fattore essenziale del progresso umano verso risultati più
positivi. Per questa semplice ragione l’ostilità non contribuisce al successo dell’umanità. Soprattutto perché,
negando il fallimento conduce all’indebolimento dell’impresa umana, e mette al posto degli intenti più nobili ,una
maschera di autocompiacimento.
6.
Un Passo per gli Umanisti
Pensando in questo modo, che ho suggerito agli psicologi con inclinazioni
umanistiche, ci sono tre nozioni chiave che devono essere prese dal contesto della psicologia stimolo-risposta e
riposizionate alla luce della psicologia dell’uomo in sé: la minaccia, l’aggressività e l’ostilità. La
minaccia, per l’uomo, è l’esperienza di trovarsi sull’orlo di un esteso cambiamento in un area centrale del
proprio sistema di costrutti. L’aggressività è, per l’uomo, una sua propria iniziativa, non ciò che questa
iniziativa può portare qualcun altro a fare o a sentire. E così pure per l’ostilità, che è l’estorsione di
prove validanti da mostrare a sé stessi quando sembra troppo rischioso intraprendere i cambiamenti personali richiesti
dall’evidenza.
Il dilemma dello psicologo umanista, come proteggere l’audacia umana senza
soffocare l’audacia umana, trova un’altra soluzione quando proviamo ad uscire dal solipsismo stimolo-risposta. E’
dall’intento ostile, non necessariamente da quello aggressivo, che ci dobbiamo difendere. Lo sforzo aggressivo di
comprendere l’uomo, o di fare esperimenti con la maniera di condurre imprese psicologiche mai raggiunte prima, non è
intrinsecamente distruttivo. Può, naturalmente , essere rischioso. Diventa comunque distruttivo, quando si cerca di
far apparire che gli eventi disconfermanti non si verificano effettivamente, o che ciò che non è accaduto di fatto è
accaduto. Anche questo è generato dalla nozione che noi dobbiamo avere sempre ragione prima di impegnarci in qualcosa,
una nozione che ci rende troppo difficile, poi, ammettere i nostri errori o rivedere le nostre interpretazioni del
mondo, quando le anticipazioni su cui avevamo tanto investito non si materializzano.
L’umanesimo riflette l’audacia nell’uomo. Ma quest’ audacia, quando
mette l’estorsione al posto della disconferma, si sgancia dal mondo e abbandona il futuro dell’umanità. L’umanesimo,
quando sperimenta apertamente la sconfitta, non vi soccombe. Arrivare a ciò significa abbandonare tutti assieme le
imprese aggressive, e assieme ad esse tutte le ambizioni che derivano dall’essere tragicamente umani
Ed è per questo che l’esperienza della tragedia, e non il senso della
certezza, è alla base di tutte le speranze ed è veramente il passo più importante nel coraggioso proposito di
migliorare le cose. E questa, vi dico, è una nozione che sta nel cuore delle imprese umane.
Scritto per la conferenza sulla Psicologia Umanistica, Old Saybrook,
Connecticut, 27-29 Novembre 1964
Trad. it. V.
Minissi