Metalogo: ‘Meno di uno e più di due: non ti viene nostalgia per la completezza? |
Vincent Kenny & Laura Scarino
non ti viene nostalgia per la completezza?
di Vincent Kenny & Laura Scarino
Premessa
Questa è una conversazione di tipo ‘batesoniano’ tra i due autori (VK come V e LS come L) che riflette su e sintetizza alcuni dei passaggi nel processo di terapia da essi condotta alcuni anni fa. E’ è meno ‘-meta’ e più ‘-logo’dei Metaloghi di Bateson perché, mentre lui scrisse in realtà sia la parte del ‘padre’ che della ‘figlia’, in questo metalogo abbiamo collaborato per produrre un testo a quattro mani che si è concentrato su alcune delle caratteristiche del fare terapia con una ‘gemella’. Speriamo tuttavia che risulti chiaro come ciò che segue possa essere appropriato per comprendere qualsiasi persona in qualsiasi rete di conversazione, sia essa costitutita da una coppia, una famiglia o un’organizzazione.
Metalogo
V: Come mai non hai portato tua sorella anche stavolta?
L: Veramente… preferivo parlare con te da sola!
V: Va bene. Che cosa hai in mente?
L: Beh, sai, la storia del cambiamento personale e di quanto è difficile… soprattutto per me, visto che sono gemella.
V: Ma essere gemella è un vantaggio per la psicoterapia!
L: E come te lo spieghi?
V: Tanto per iniziare, le coppie di gemelli possone essere viste come una ‘doppia descrizione, per dirla con Bateson; in questo senso tu sei la metà di una doppia descrizione, ma nello stesso tempo non sei e non potrai mai esssere una ‘descrizione singola’
L: Vuoi dire che non potrò mai essere un ‘individuo completo’!!?
V: Ma no! Voglio dire che tu hai il vantaggio di sapere che le differenti parti del discorso, le differenti posizioni nelle reti di conversazione si combinano insieme per generare l’identità emergente della conversazione che si svolge tra te e tua sorella.
L: E’ ancora la storia delle parti e del tutto?
V: Sì, in modo tale da creare una consapevolezza costante del fatto che il nostro punto di vista ‘individuale’ non può mai reggersi in piedi da solo!
L: Vuoi dire… un po’ come l’idea di ‘mente’ che aveva Bateson, che esce dal cranio individuale e si espande al di fuori, per tutto il circuito comunicativo?
V: Esattamente e io la chiamerei mente esosomatica. In altri termini potrei dire che ‘essere fuori di testa’ è l’unico modo giusto di essere ‘con la testa a posto’
L: Beh…, questo suona un po’ meglio che non poter essere un ‘individuo completo’. Ma vuoi dire che io e mia sorella ci combiniamo per formare una ‘mente esosomatica accoppiata’? Cioè usciamo ‘fuori di testa’ insieme?
V: Mmm, tu sai bene che la gente ha strani sospetti e fantasie sui poteri segreti dei gemelli…
L: Tipo… che le coppie di gemelli sono capaci di ‘leggersi nella mente’ e hanno poteri extrasensoriali? Ma sono tutte sciocchezze, no?
V: Sai, questa idea popolare di ‘lettura della mente’ potrebbe aver trovato una base neurofisiologica con la scoperta dei ‘neuroni specchio’ circa dieci anni fa. L’ipotesi corrente è che questi neuroni specchio audio-visivi siano alla base delle capacità umane dell’intersoggettività, dell’empatia e della previsione delle intenzioni altrui. Così, con umiltà, possiamo dire: ‘So quel che fai! Anche se non ti vedo farlo’.
L: Vuoi dire che avremo un nuovo modello di ‘mente’ che non si deve fermare ai confini stabiliti dall’interfaccia ‘interno/esterno’?
V: Sì, la prospetiva della mente esosomatica e il programma di ricerca dei neuroni specchio sono entrambi modelli che dissolvono il confine ‘sé-altri’. Questo ha portato alcuni ricercatori a ipotizzare che i bambini autistici potrebbero avere neuroni-specchio che non funzionano. Nel mio modo di pensare questo significa che sono esclusi dalla rete della ‘mente comune’, arenati su un arco parziale e isolato dell’intero circuito, dove non sviluppano le capacità dell’intersoggettività e non entrano nel flusso della comunicazione.
L: E vorresti dire che come gemelle noi abbiamo maggiori possibilità di avere familiarità con l’esperienza della ‘mente esosomatica’? E che questa familiarità mi aiuta nel processo di cambiamento innescato dalla terapia? Ma non vedo proprio come?!
V: Ti aiuta perché, come gemella, tu hai già una ‘consapevolezza esosomatica’ della comunicazione e della comprensione, ma ancor di più perché è l’entità ‘gemelle’ quella che deve evolvere, e questa evoluzione ha a che vedere in primo luogo con la mente comune emergente che voi due generate insieme.
L: Ma allora questo significa che io non posso cambiare unilateralmente senza che i cambiamenti si riflettano nell’esperienza di mia sorella? perché quello che cambia è il sistema ‘mente’ del quale siamo entrambe parti costitutive?
V: Sì. Per fare un esempio pratico, è abbastanza improbabile che tu possa ‘perdere peso’ unilateralmente come ‘individuo’ senza modificare il peso di tua sorella. L’entità gemelle deve probabilmente conservare il suo peso totale, così se tu ne perdi un po’ tua sorella dovrà guadagnarne un po’, per mantenere il peso totale costante.
L: Ma, non capisco: tu prima affermi che essere una di una coppia di gemelle è un vantaggio per compiere cambiamenti personali e ora dichiari che dobbiamo rimanere costanti! Come può essere possibile allo stesso tempo?
V: Nel mio modo di pensare i gemelli incarnano, letteralmente, il nucleo della soluzione del mistero vivente del cambiamento e dell’invarianza, della differenza e dell’uguaglianza…
L: E’ questo che intendi quando parli di cosa è che rimane costante mentre avviene il cambiamento?
V: Esattamente. Le nozioni di ‘autonomia’ e di ‘interdipendenza’ possono essere viste in modo più appropriato come ‘complementarità cibernetica’: i gemelli, essendo una soluzione vivente dei paradossi del cambiamento e della stabilità, sono simultaneamente una doppia descrizione dell’alternativismo vivente.
L: Vuoi dire che noi due possiamo percepire individualmente sia la nostra identità personale che la nostra identità gemellare? Bene, ma allora possiamo tornare alla mia prima domanda: perché è così difficile cambiare?
V: Cambiare cosa? Una lampadina ? O il motore di un reattore mentre l’aereo è in volo?
L: L’ultima domanda è vicina al bersaglio! Intendo il compiere cambiamenti nella nostra identità mentre essa ‘è in funzione’
V: Per capire i cambiamenti personali dobbiamo distinguerli dal ‘cambiare’ una lampadina principalmente in due modi: prima di tutto dobbiamo capire che il ‘cambiamento’ non è una riparazione permanente di quello che ci appare come un problema.
L: Così, dobbiamo cambiare la nostra idea di ‘cambiare’?
V: Sì, abbiamo bisogno di cambiare l’idea che il ‘cambiamento’ sia la ‘soluzione’ del problema.
L: Vuoi dire che dovremmo smettere di cercare la ‘riparazione rapida’ che sembra rimettere le cose ‘in ordine’ e dovremmo spostarci invece in un nuovo modo di pensare alle nostre esperienze umane?… E che cos’era il tuo secondo punto sulla differenza con il cambiare una lampadina?
V: L’altro punto principale sul ‘cambiamento’ è che il cambiamento ‘avviene’! L’ecologia del nostro sistema umano è continuamente in transizione e cambiamento. Nella nostra società si spende un grande sforzo per cercare di rimuovere o ignorare le perturbazioni che il cambiamento porta nelle nostre vite. Utilizziamo davvero molto poco tempo per capire cosa cercano di dirci i nostri sintomi di malessere. Invece, corriamo a ‘rimuoverli’ il più presto possibile, come se i sintomi fossere delle sanguisughe nella giungla, che ci si fossero attaccate addosso mentre noi non stavamo guardando.
L: Io impazzirei se avessi delle sanguisughe attaccate addossso!! Di sicuro cercherei di levarmele il più presto possibile! Perché dovrebbe essere uno sbaglio?
L: Va bene. E così, quando non ci piace come le cose sono cambiate cerchiamo di ‘spianare’ le rughe che sono apparse. Non solo le rughe sulla pelle, ma anche le rughe nelle nostre relazioni con gli altri…
V: Il sintomo è un messaggio dal Sistema Mente- Intera a una componente (la singola persona) per invitarla a ricostruire il senso dell’essere appunto parte costitutiva nella generazione di un dato ‘Tutto’ con gli altri. Non è solo una ‘piega’ che deve essere ben stirata!
L: E inoltre il nostro ruolo costitutivo con gli altri è spesso molto differente da quello che noi pensiamo che sia! Ci raccontiamo un sacco di bugie al riguardo!
V: Sì, noi ci raccontiamo un sacco di ‘bugie’… anche ignorando o eliminando i sintomi prima di darci l’opportunità di riflettere sul loro invito a ricostruire. Il sintomo ci chiede: ce la fai con la tua mente ristretta ad allargarti e pensare al ‘Tutto’? O per dirla in modo più semplice: non ti viene nostalgia per la completezza?
L: Così tu credi che il ‘sintomo’ non riguardi soltanto la difficoltà personale, ma che sia anche un invito a cercare una maggiore completezza umana. Ma come può un terapista fare un buon uso delle domande dei sintomi?
V: Il sintomo originario che spinge l’ ‘impaziente’ a iniziare una terapia si dispiega ben presto nel corso delle conversazioni psicoterapeutiche, in altre aree di interesse/preoccupazione. E’ l’indicazione di una forte corrente di intenzioni piene di significato di cui le persone voglioro riappropiarsi, per loro stesse: è come trovare una forte corrente di marea che, se possiamo entrarci completamente dentro, ci porterà molto lontano da dove siamo adesso.
L: Il sintomo come ‘boa segnaletica’ della corrente di marea profonda…
V: Sì, ma quando i partecipanti alla terapia, sia l’impaziente che il terapista, riescono a ‘vederlo’ in questo modo e riescono anche ad accettare di entrare nel flusso del cambiamento senza nessuna garanzia circa dove andranno a finire…
L: In altre parole, tu vuoi dire che i ‘sintomi’ di una persona sono comunicazioni sui cambiamenti personali e relazionali in corso e che possiamo ignorarli oppure abbracciarli come un viaggio di scoperta, la cui destinazione è sconosciuta.
V: In realtà, se la terapia va bene noi impariamo che la nozione di ‘arrivare a destinazione’ è ugualmente non attinente così come la ‘riparazione rapida’ di cui ho parlato poc’anzi.
L: Una volta che cambiamo la nostra idea di cambiamento dobbiamo continuare a cambiarla!!
V: Hai ragione! E inoltre in terapia un ‘sintomo’ ci accompagna soltanto per una parte del viaggio. Ogni sintomo successivo è come un invito ‘RSVP’per entrare in domini della nostra esperienza altrimenti inaccessibili. Tutti questi sintomi sono loro stessi una organizzazione di settori della nostra esperienza, e sono degli inviti.
L: I sintomi come un sistema auto-organizzato?
V: Sì, in questo caso letteralmente auto-organizzando un ‘sé’ in termini delle sue potenziali evoluzioni e cambiamenti. Riuscire a conoscere il linguaggio particolare di questa ‘area dei sintomi auto-organizzati’ è una parte importante del lavoro iniziale in terapia.
L: Ma quando finirà?
V: E perché dovrebbe finire?
L: Perché alcuni di questi sintomi sono molto dolorosi da sopportare…
V: Cambiamo la nostra definizione, allora… Io preferisco parlare dei sintomi come della nostra capacità di generare domande che ci invitano senza fine e che hanno per noi una grande pertinenza o un grande interesse.
L: Vuoi dire che il sintomo è per davvero una forma di domanda alla quale abbiamo bisogno di prestare attenzione, che dobbiamo fare a noi stessi?
V: Sì. Quando nelle nostre vite il sintomo, piuttosto che essere ‘eliminato’, è riconnesso al contesto originario che ha generato la domanda, allora noi iniziamo a vivere in un modo molto diverso. Quello che per noi è importante cambia.
L: Ma come ha potuto il sintomo prendere il posto della domanda senza risposta? E perché la domanda, prima di tutto, non ha avuto risposta? E come è che…
V: Aspetta un momento! Ci sono troppe buone domande che si ricorrono tutte di seguito!
L: Va bene. Allora, come è che la domanda si separa da chi domanda?
V: Il buon vechio George Kelly pensava che le azioni umane fossero una forma di domanda. Ogni cosa che facciamo, cioè, può essere meglio descritta come una ‘domanda’ piuttosto che come una ‘risposta’. Le nostre azioni sono domande su ciò che può ‘essere in arrivo’ in futuro piuttosto che essere risposte stereotipate a qualcosa di già passato. E’ qualcosa che ha a che vedere con il nostro ‘divenire’ umani piuttosto che con l’ ‘essere’ umani.
L: Cioè l’idea sarebbe che tutto quello che faccio è un modo di fare domande a me stessa oppure agli altri su qualcosa?
V: Sì. Ora il punto è che noi facciamo queste domande-attraverso-le azioni fin da quando siamo nati, forse anche prima e, in questa attiva sperimentazione di mettere in relazione intimamente noi stessi con il mondo o con gli altri attraverso quello che facciamo, noi urtiamo molto spesso contro barrriere di vario tipo, che fermano alcuni esperimenti sul loro cammino.
L: Barriere tipo… ?
V: …Tipo i propri genitori, altri adulti, fratelli e sorelle più grandi che ti danno una botta in testa quando cerchi di ‘fare esperimenti’ con i loro gelati. Tutto l’usuale coordinamento di attività ed emozioni che ha luogo in famiglia.
L: Il che significa, essendo io una gemella, che noi due siamo già in questo tipo di relazione attiva, agguantando reciprocamente il nostro stile sperimentale, fin dal tempo in cui eravamo nel grembo materno!!!
V: Probabilmente sì! Ad ogni modo, come dicevo, la nostra esplorazione originale attraverso domande urta contro ostacoli di vario tipo. E talvolta è necessario abbandonare un certo esperimento.
L: Così la bambina o il bambino è costretto ad abbandonare quella linea di esplorazione…
V: E qui è dove avviene la ‘divisione’- la separazione dalla spontanea attività di domande -con- le azioni dal ‘corpo pubblico’ del bambino o della bambina.
L: E così, nel corso del tempo, visto che crescono, i bambini e le bambine perdono i contesti originali delle loro sperimentazioni. Succede lo stesso anche per quello che riguarda il tempo, cioè il mancare il ‘tempo cruciale’ per un ‘esperimento cruciale’? Cioè non avere più il tempo per elaborare le domande chiave con gli attori chiave?
V: Sì e no! Noi perdiamo il contesto originario del nostro laboratorio sperimentale. Ma tu come gemella puoi continuare a portare avanti nel tempo il ‘laboratorio privato’ che hai creato con tua sorella. Il tuo laboratorio privato è ancora presente e attivo. E questo è un altro vantaggio per poter compiere cambiamenti personali!
L: Così queste domande perdute sono quelle che producono i ‘sintomi’ nella vita successiva, quelli che prima hai chiamato ‘rughe’?
V: Il tuo corpo e le sue rughe sono una mappa vissuta delle esperienze e degli esperimenti della tua vita. Questa mappa parla direttamente della storia delle forme di relazione che tu hai costitutito e anche di quelle che tu non hai costituito. Le grandi domande che non sono state sperimentate!
L: Oh mamma mia!
V: Dal mio punto di vista, questa ‘mappa corporea’ che noi viviamo può anche essere vista come l’ ‘inconscio’- tutte quelle attività spontanee che noi facciamo senza doverci pensare, insieme con tutte quelle ‘opportunità di domande perse’. Salvo che per il fatto che questa ‘narrazione incarnata’ è facilmene ‘accessibile’ e ‘letta’ dagli altri.
L: Così le rughe del nostro corpo raccontano una lunga storia?
V: Sì e mi piace immaginare questo flusso increspato di comunicazione come il movimento delle onde sulla superficie dell’acqua. Mi piace questa immagine, più che pensare alle rughe come a qualcosa da ‘stirare via’.
L: E sai cosa succede quando cerchi di stirare via le pieghe nel tuo vestito preferito? Ti accorgi che alla fine le pieghe si sono semplicemente spostate da un’altra parte !!
V: E questo è quello che succede anche nelle relazioni umane, a meno che non impariamo a ‘leggere’ le nostre rughe e a seguire il loro disegno, per scoprire alla fin fine che anche loro sono solo una parte del disegno che ci connette tutti.
L: E così non aver portato mia sorella oggi…?
V: Beh, a proposito della capacità di poter leggere con facilità la ‘narrazione incarnata’ di un altro, puoi pensare a qualcun’altra che potrebbe conoscere meglio ‘che cosa hai in Mente?’
**** FINE****
AFFILIAZIONI
1.
Professor Vincent Kenny
Direttore:
Accademia Costruttivista di Terapia Sistemica - Roma
kenny@acts-psicologia.it
kenny@oikos.org
2. Dott.ssa Laura
Scarino - Circolo Bateson, Roma
www.circolobateson.it