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Quale futuro per la Sinistra?

INTERVISTA a Raul Mordenti

di Carlo Cavaglià

 

Tra gli intellettuali non soltanto chiusi nell'ambito della loro ricerca specifica, ma atti­vi nella vita sociale abbiamo scelto una persona­lità nota per la sua presenza sul fronte della Sini­stra: è Raul Mordenti, di cui forniamo un sintetico ragguaglio bibliografico.

Nato a Roma nel 1947, Raul Mordenti ha partecipato giovanissimo, esattamente nel 1961, all'esperienza dell'Associazione "Nuova Resistenza". Successivamente ha fatto parte dell’ “Intesa universitaria". Ha militato nel Movimento studentesco del '68, poi nel Movimento dei col­lettivi e dei comitati di quartiere romani. All'in­terno del Movimento del '77 si è opposto alle derive militariste e insurrezionaliste, unendosi al cosiddetto “Gruppo degli 11” e all' "Area di Radio Città Futura". In seguito ha aderito con incarichi nella direzione nazionale a Democrazia Proletaria fino alla sua confluenza nel processo che ha portato alla nascita del Partito della Rifondazione Comunista, di cui è membro del Comitato politico nazionale.

Ha scritto un libro sulla storia e la teoria politica del “Movimento” (che egli considera, in pole­mica con il giacobinismo "minoritario" e con il riformismo del PCI come «la forma politica della rivoluzione in Occidente»: Frammenti di un discorso politico: il '68, il '77, l’‘89, Verona, Essedue, 1987)

L'attività professionale di Raul Mordenti è quella dell'italianista. Attualmente insegna Sto­ria della critica e della storiografia letteraria nell'Università «Tor Vergata" di Roma. Le sue pub­blicazioni riguardano Boccaccio e Dante, la storiografia del Rinascimento (nel 1990 ha curato l'edizione critica del Dialogo della mutazione di Firenze di Bartolomeo Cerretani contemporaneo di Machiavelli) e i cosiddetti “Libri di fami­glia”, la censura nell'età della Controriforma e la didattica della letteratura italiana. Ha collabo­rato alla Letteratura italiana, edita da Einaudi e diretta da Alberto Asor Rosa, con saggi dedicati alla Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis e ai Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. La sua ricerca in questi ultimi tempi si è rivolta all'utilizzazione dell'informatica per l'edizione critica dei testi letterari.

DOMANDA. La Sinistra resterà, a suo giudi­zio, composta da più raggruppamenti oppure sarà possibile la formazione di un unico, grande partito?

RAUL MORDENTI. Per rispondere a questa domanda seriamente occorrerebbe prima convenire sul significato del termine-concetto che la sostiene: che cosa significa, e cosa significa oggi, essere "di Sinistra"?

A me pare che "essere di Sinistra" voglia dire, sia dal punto di vista della storia che dal punto di vista della logica, assumere uno schieramento (mi rendo conto di usare una parola "proi­bita" e "pericolosa"), scegliere cioè una parte, la parte più debole, e cercare di organizzarla socialmente, di tutelarla sindacalmente, di emanciparla culturalmente, insomma di rappresentarla politicamente. Si può discutere che cosa oggi sia, o sia diventata, questa parte "debole" della società, quale nuovo profilo essa assuma, quali categorie di persone la compongano, ma credo che non si possa discutere che quel compito, della difesa dei più deboli, caratterizzi e definisca la Sinistra. Non a caso, in stretta connessione con questo suo compito essenziale e costitutivo, la Sinistra è quella parte che assume come cruciale e qualificante il grande tema dell'eguaglianza: non solo la liberté, per desiderare la quale è sufficiente essere un buon borghese. Non solo la fraternité, per praticare la quale è bastevole essere un buon parroco, ma l'égalité!

Ma allora (e qui siamo al secondo tratto costitutivo di una politica "di Sinistra") lo sforzo politico della Sinistra non può avvenire in assenza di un progetto di cambiamento, e ciò proprio perché per la Sinistra (non per la Destra, si noti bene) si tratta di mutare, e dunque in qualche modo di contrastare, lo stato di cose presente. Si tratta infatti di mettere in atto una sorta di risarcimento da parte della politica delle disuguaglianze prodotte dall'organizzazione sociale ed economica (che in concreto significa: delle disuguaglianze prodotte dalla "spontaneità" del capitalismo realizzato); in questo sforzo di risarcimento la politica, la politica della Sinistra, diventa una cosa alta e nobile, degna di essere vissuta, di riempire, e, talvolta, devastare la nostra vita personale.

Se a proposito della definizione di "Sinistra" le cose (sia pure dette molto sommariamente e "all'ingrosso") stanno così, se cioè essa è qualificata dal coesistere di due elementi che si tengono fra loro a) la rappresentanza diretta degli interessi dei ceti sociali più deboli, e b) l'esistenza di un progetto di cambiamento), ecco allora che la questione diventa un'altra: non se le Sinistre siano una o due o tre, ma se esista oggi, oppure no, una Sinistra in Italia.

Prendiamo ad esempio in esame la "Cosa 2» nata a Firenze: cio' che colpisce è proprio la contemporanea e totale assenza sia di qualsiasi riferimento "sociale" sia di qualsiasi progetto di trasformazione. D'altra parte (ci si potrebbe chiedere) quale mai potrebbe essere il referente sociale di "soci fondatori" come Pierluigi Romita o Famiano Crucianelli? E quale progetto comune di trasformazione

potrebbe mai tenerli insieme? La novità semmai è proprio in questo: tale duplice assenza di referente sociale e di progetto (che un tempo sarebbe stata nascosta con vergogna) è stata invece a Firenze quasi rivendicata ed esibi­ta con orgoglio (è qui il tratto "post-moderno" del dalemismo). Mi sembra insomma che si sia proposta lì un'unificazione di segmenti del ceto politico (per così dire) allo stato puro che aspirano a realizzare la più autentica vocazione, e forse il vero sogno segreto, di qualsiasi ceto politico, cioè la mera gestione del potere in totale autonomia dalla società e dalla classe. Ciò che resta dal rifiuto di ogni referente sociale classista e dall'abbandono di ogni progetto di trasformazione non è infatti il silenzio:

piuttosto il residuo sembra essere la pura "volontà di potenza" di un ceto politico che rivendica con inevitabile protervia (deriva da qui la famosa antipatia di D'Alema) la propria assoluta autonomia. In Italia la volontà di potenza del ceto politico (cioè: la pratica del "potere per il potere") ha una lunga storia, e ha dei nomi: si chiama doroteismo e poi craxismo. In questo senso è strategico, e non solo tattico, l'omaggio storico reso a Firenze da Massimo D'Alema al craxismo (anche se non ancora, per un residuo di ipocrisia, all'esule di Hammamet in quanto persona).

E non per caso diventa cruciale per tutti costoro lo sforzo di perfezionare i meccanismi di ingegneria elettorale, così da poter monopolizzare l'insieme del potere (come tendenzialmente già avviene) pure se si dispone solo del 20-25 per cento dei voti. D'altronde: non è for­se questa la percentuale delle azioni che per­mette il comando in ogni grande azienda e, più o meno, la percentuale di azioni FIAT in pos­sesso della famiglia Agnelli? E tutto ciò... en attendant Giuliano Amato-Godot. Figuriamoci. Naturalmente c'è un sacco di brava gente di Sinistra che partecipa con speranza questo processo della Cosa 2 (o più precisamente: che guarda ad esso). Ma che c'entra la Sinistra e la sua unificazione con tutto questo?

D. Come deve essere intesa oggi la forma partito? Una struttura politica in senso tradizionale con un forte peso burocratico oppure un 'organizzazione più leggera, flessibile, più attenta a conquistare la più vasta audience possibile è finalizzata al consolidamento del proprio elettorato?

RISPOSTA. A proposito della "forma-partito" sembra quasi che le tematiche nostre, intendo dire della tradizione politica sessantottesca e della Nuova Sinistra, abbiano oggi trionfato e siano condivise da tutti. Tutti parlano di "partito leggero", di critica alle insuffi­cienze del parlamentarismo, di rifiuto della burocrazia, eccetera. Credo che gli sviluppi dei Paesi dell'Est abbiano effettivamente dato del tutto ragione a quelle critiche del '68 e della Nuova Sinistra, semmai fummo troppo teneri. Ma mi preoccupano e mi insospettiscono i convertiti, cioè gli uomini del potere e gli apparatniki che parlano con le parole del '68. Sen­to allora il bisogno di dire, a scanso di equivoci, che, a confronto con la politica leaderistica e mass-mediatica che ci viene proposta, trovo un prodigio di democrazia anche il più orrendo apparato partitico-burocratico che mi riesca di immaginare (diciamo il partito di Ceausescu ola DC della mafia o di Andreotti). Basti dire che a quattro anni dalla fondazione del suo movimento nessuno ha ancora eletto Berlusconi alla presidenza di "Forza Italia", per capire che la democrazia che ci si propone trova la sua figura nel gesto del telecomando:

"liberi" di scegliere ma solo fra l'identico, e, soprattutto, restando passivi e del tutto esclusi dallo spettacolo che si rappresenta; ora questa situazione dello zapping descrive esattamente il contrario della democrazia, la quale significa invece scegliere fra diversi, e soprattutto contare in prima persona, cioè partecipare direttamente a costruire lo spettacolo, ad attribuire le parti, a decidere la storia e il suo finale. Il maggioritario e il presidenzialismo vanno in questa direzione; di nuovo, al contrario di quello che i mass media ci hanno detto in coro (e ci hanno fatto credere), il sistema maggioritario riduce al minimo la scelta dei cittadini e massimizza il potere delle Segreterie dei partiti: chi di noi conosce almeno il nome del deputato che è stato "costretto", più o meno, a votare nella propria circoscrizione solo per evitare la vittoria del fronte avversario? E soprattutto: chi ha scelto questi candidati, se non le Segreterie dei partiti (di nuovo: in totale autonomia)? Non c'è da sorprendersi se deputati eletti in questo modo si ritengano del tutto "autonomi", così da dare vita al vergognoso balletto del cambio di partito e di schieramento e alla moltiplicazione dei partiti stessi (ora, grazie al maggioritario, sono 52, con il sistema proporzionale erano 9). Ai tempi di Crispi e Giolitti, e proprio grazie al maggioritario, fu già così (e Salvemini e Gobetti spiegavano allora bene il nesso che c'è fra il sistema elettorale maggioritario e il trasformismo come corruzione della democrazia). E poiché oggi è ormai chiaro che truffa colossale fu, per tutti, il referendum di Segni, e che vero disastro sia in realtà il sistema elettorale maggioritario, ecco che lo stesso Segni, unito con Di Pietro e Petruccioli, invece di vergognarsi e chiedere scusa al Paese, propongono di ... accentuare ancora di più il maggioritario! Roba da matti. Dunque esiste anche un'uscita all'indietro e a Destra, non solo a Sinistra ed in avanti, dalla cosiddetta crisi dei partiti.

Occorre allora discutere non in astratto se i partiti servano o no, ma quale forma della politica serva per quale progetto e per quale referente sociale, o, più seccamente, quale partito serva per quale classe.

Intendo dire che le differenze fra le classi sono, anche a questo riguardo, decisive: la borghesia può ben a ragione fare a meno di un proprio partito (specie se riesce a sopprimere il suffragio universale e la proporzionale), essa per organizzarsi non ha bisogno certo di un partito perché è già organizzata, in quanto classe, dallo stesso sistema di produzione, e dallo Stato che gli è omogeneo. La borghesia, in quanto classe, si organizza certo più efficacemente nei Consigli di amministrazione, nelle banche, nelle corporazioni (e, semmai, nelle massonene) che non nei partiti in quanto tali. E per comunicare a livello di massa le sue decisioni e diffondere la sua ideologia le bastano oggi i grandi mass media, che essa monopolizza, i suoi giornali e le sue televisioni: non ha certo bisogno delle riunioni in sezione, dei volantini o dei comizi.Del tutto diversa è la situazione del proletariato o, comunque lo si voglia chiamare, di chi "sta sotto", di chi non possiede i mezzi di produzione, di chi per esistere deve cambiare lo stato di cose presente; questo secondo soggetto sociale (che io mi ostino a chiamare: classe) se non organizza la sua soggettività autonomamente è, né più né meno, annichilito, è semplicemente ridotto ad essere una variabile dipendente della produzione, una merce. In questo senso io direi che il problema del partito, a rigore, si pone solo per le masse popolari, solo per i ceti subalterni e non per i ceti dirigenti o dominanti.

Per esistere, per cominciare anche solo a pen­sare, il proletariato ha bisogno di pronunciare un fondamentale e preliminare no", ha neces­sità di smarcarsi, di separarsi, di diventare, appunto, una parte, un partito.

Questo problema è reso più complicato dalle forme attuali, post-fordiste, della produzione e del consumo. Si può dire che, in qualche modo, la grande fabbrica producesse anche dialetticamente il suo contrario, cioè l'organizzazione spontanea della classe. Grandi concentrazioni umane, identità di status, di condizioni lavorative e sociali, di orari e di salari, potevano favorire (e in effetti favorirono) anche un processo di identificazione e di coscienza, un sentirsi classe per il semplice fatto di entrare ed uscire, insieme, a migliaia dalla stessa fabbrica, dove insieme, si lavorava e si veniva, insieme, sfruttati. E questa la grande storia del sindacalismo fordista; gli operai partivano comunque da quell'essere insieme indotto dalla stessa produzione, e dunque, per paradosso, lo sforzo operaio di organizzativa della produzione capitalistica. Ora non è più così. Ora l'esistenza di un minimo di identità e solidarietà nel corpo della società civile non è "data" dallo stesso sviluppo capitalistico, ma, al contrario, deve essere anch'essa conquistata controcorrente, tramite uno sforzo sog­gettivo di organizzazione e di coscienza. E questo il vero fondamento teorico della priorità del rapporto con la società civile, messa spesso a tema da Fausto Bertinotti (e ridicolizzata dai mass media con il ritornello secondo cui Rifondazione sceglierebbe i Centri sociali invece del Sindacato o della Lega delle cooperative...).

D.      La Sinistra come concilia le esigenze libe­ra/democratiche, dominate da un'economia di mercato sempre più globalizzata, con risvolti spesso selvaggi, con gli impegni imprescindibili dello Stato sociale?

R.      Mi sembra che ci sia a questo proposito una specie di paradosso, tutto italiano, che rinvia a tratti permanenti e caratteristici della storia nazionale, ed in particolare (come quasi sempre quando si parla di tratti duraturi della nostra nazione)... alla Controriforma. Cerco di spiegarmi: in Italia si parla di sopprimere (di fatto) il cosiddetto Stato sociale prima di aver lo conquistato, insomma sono all'ordine del giorno la Thatcher e Reagan senza che ci siano mai stati i governi laburisti o il New Deal roo­sveltiano, così come c e stata la Controriforma senza la Riforma e la Restaurazione senza la Rivoluzione francese. Questo paradosso rende certo più difficile una politica di "difesa" dello Stato sociale, per il semplice motivo che esso non c'è, e non viene percepito come esistente dalla gran massa dei cittadini; d'altra parte gli stessi che l' hanno mal gestito, o addirittura saccheggiato, si propongono ora di distruggerlo invocando (loro!) le esigenze della pulizia e del buon governo, e facendo passare noi per corrotti conservatori. Ci sarebbe davvero da ridere se non fosse una grande e vera tragedia nazionale, che distrugge diritti, disarticola soggettività collettive, determina nuove povertà e sofferenze sociali. E tuttavia quel poco di Sta­to sociale che c'è deve essere attaccato dal capitale, soprattutto per determinare uno spostamento di denaro dall'area del salario (diretto, indiretto o differito) all'area del capitale finanziario. Di questo si tratta in realtà (e credo che sarebbe più onesto parlarne apertamente) quando si parla di "ridurre" il Welfare italiano.

Faccio un solo esempio che riguarda il mio lavoro, l'Università: è diffuso nel senso comune che ci siano troppi studenti e troppi laureati, mentre al riguardo l'Italia detiene il record negativo a livello europeo: solo 8 (Otto!) su 100 italiani fra i 24 e 34 anni sono laureati, in Bel­gio sono 33, in Francia e Olanda 25, in Inghil­terra 23, in Germania 21, eccetera; siamo ben sotto la Spagna che ne ha 27, e dal Portogallo che ne ha 14, al nostro livello c'è solo la Turchia. I nostri diplomati (fra i 25 e 34 anni) sono il 47 per cento, contro l'84 per cento della Francia, l'86 per cento dell'Inghilterra, il 90 per cen­to della Germania. Per l'Università e la ricerca spendiamo esattamente la meta della media europea. Ci prepariamo insomma ad essere il Paese più ignorante d'Europa, ciò che avrà gravi ripercussioni anche economiche e produttive, giacché saremo sempre più costretti ad importare ingegneri e brevetti e professori; eppure tutto ciò che sappiamo fare per "entrare in Europa" (così loro dicono) è ridurre la spesa pubblica per l'istruzione. E la tendenza al peggioramento, non al miglioramento: così nel 1995, per la prima volta, il numero degli stu­denti universitari italiani è addirittura diminuito, e di oltre il 5 per cento! Un Paese serio, un governo serio, un ceto serio di professori uni­versitari, assumerebbe questo fatto come una vera e propria emergenza nazionale, un'emergenza democratica ed economica al tempo stes­so; in Italia invece (e in specie nell'Università italiana) di questi dati terribili nessuno parla, e nel complice silenzio delle corporazioni universitarie si continua a diminuire gli investimenti, ad aumentare le tasse studentesche e a proporre il numero chiuso (e poiché si vergo­gnano delle parole, ma non delle cose, lo chiamano "numero programmato"). Credo che analogo discorso si potrebbe fare per le pensioni e per la sanità, per il trasporto pubblico e per la scuola, dove addirittura si chiudono classi e scuole per mancanza di fondi e, alla faccia dell'art. 33 della Costituzione!, si finanziano asili, scuole e Università private.

D.  L'ideologia della Sinistra può ancora attin­gere alla secolare tradizione e al patrimonio del­la cultura comunista, marxista e socialista?

R. Ricorrendo di nuovo ad un paradosso (ma solo apparente) potremmo dire così: poiché il marxismo è l'analisi scientifica del capitalismo e delle sue contraddizioni, la sua attualità è legata all'esistenza del capitalismo, e dunque il marxismo non è mai stato attuale e necessario come oggi. Si pensi all'attualità delle categorie analitiche marxiste a proposito di un fenomeno come la sussunzione della scienza nel capitale (come si può capire qualcosa, altrimenti, della cosiddetta rivoluzione informatica?) oppure a proposito dello "sviluppo ineguale" e della concorrenza planetaria intercapitalisti­ca (come si può capire qualcosa, altrimenti, delle guerre, o del cosiddetto "sottosviluppo", che è in realtà l'altra faccia del tutto necessaria, il prezzo, dello sviluppo capitalistico?). Certo, se per marxismo si intende un insieme ossificato di regole e precetti, cioè un materialismo vol­gare e meccanicistico, ciò che Felice Balbo defi­niva «ideologia religiosa», allora quel "marxi­smo" e morto e sepolto, ma non certo da oggi: si potrebbe far risalire la sua tempestiva ed onorata sepoltura allo stesso Marx, quando dichiarò: «fe ne suis pas marxiste!», appunto per rifiutare la riduzione del suo pensiero aprecettistica; e, specie per noi comunisti italiani, si può far risalire la sua definitiva liquidazione al pensiero di Gramsci e alla sua polemica radicale (da leninista) "su due fronti", cioè sia con­tro l'idealismo crociano che contro il positivismo, anche nella forma "sovietica" del manuale di Bucharin. Per liberarsi di quel "marxi­smo" non abbiamo certo dovuto aspettare le lezioni di pensatori del calibro di Saverio Vertone, Lucio Colletti e Vittorio Sgarbi.

Ma c'è forse nella domanda un risvolto che la sua personale cortesia verso di me lascia implicito, ed a cui non voglio invece sottrarmi: questo risvolto è l'esperienza dell'URSS e la sua catastrofe, ideale, economica e politica. Quella catastrofe trascina con sé anche il comunismo, anche il marxismo? Potrei rispondere che ci sono correnti comuniste che si sono opposte da sempre agli errori ed ai crimini dell'URSS, così come la corrente della Nuova Sinistra da cui personalmente provengo, e che ora sono tanta parte di Rifondazione Comunista; insomma mentre quelli come Walter Veltroni (il quale ha pubblicamente dichiarato di non essere mai stato comunista in vita sua! Strano davvero:

non aveva fatto caso al simbolo che lo aveva mandato in Parlamento e al sottotitolo del quotidiano che dirigeva...) o come Giuliano Ferrara consentivano o tacevano, c'erano invece dei comunisti, alla loro Sinistra, che definivano "socialimperialista" l'URSS e si schieravano (sia pure con eccessiva debolezza e timidezza) a fianco degli studenti di Praga e degli operai di Danzica. Ma questa risposta polemica, pure legittima, non mi sembrerebbe all'altezza del colossale problema storico, ed etico-politico, che abbiamo di fronte; giacché effettivamente l'esperienza dell'URSS ha rappresentato una parte importante della storia del movimento operaio mondiale, e non solo di quello comunista legato alla III Internazionale. Riflettiamo: tanta parte delle conquiste cosiddette "social­democratiche", cioè l'ottenimento di compromessi avanzati fra capitale e lavoro, non sono forse legate ai rapporti di forza internazionali che la presenza della statualità sovietica deter­minava, costringendo le borghesie a scendere a patti per timore del peggio? E questa funzione oggettivamente positiva, di limite e freno allo strapotere militare dell'imperialismo, non ha forse contribuito spesso (spesso, non sempre) alla resistenza e alla vittoria dei movimenti di liberazione nel mondo? Impedendo, ad esempio, che "problemi" come il Vietnam o Cuba fossero “risolti” a colpi di bombe atomiche? (Un’opzione questa, non dimentichiamocelo, che fu sempre presente all’imperialismo, dal “discorso di Fulton” di Winston Churchill fino al generale Westmoreland, e oltre). Per non parlare del ruolo assolutamente decisivo svolto dall’URSS (un ruolo pagato con venti milioni di morti) per sconfiggere sul campo di battaglia il nazifascismo. E d’altra parte: quante delle durezze e dei terribili prezzi umani che segnano l’esperienza sovietica appartengono al “comunismo” (che, ovviamente, non ci fu mai in quel Paese né poteva esserci) e quante invece appartengono alla storia di una accelerata e paradossale industrializzazione forzata, cioè (fuori dal rivestimento ideologico) di fatto alla transizione di quei Paesi dal feudalesimo... al capitalismo? Il fatto che Stalin e Breznev abbiano prodotto dal loro stesso seno Gorbaciov e Eltsin starebbe a confermare questa seconda ipotesi, cioè che da decenni si lavorava in realtà in URSS, magari senza saperlo o piuttosto senza dirlo, ad una transizione al capitalismo. Dunque il discorso di valutazione storica (se davvero di storia, e non di miserabile propaganda, si vuole trattare) è assai complesso e contraddittorio, come è sempre la storia, e non può essere esaurito in questa sede.

Mi limiterà allora a due osservazioni: anzi­tutto, se l’URSS fu parte cospicua, e in alcune fasi egemonica, del “campo proletario”, essa però non fu per tantissimi comunisti del mondo “il modello”; di certo non lo fu per i comu­nisti italiani, né per quelli “eretici” di Sinistra né (occorre riconoscerlo: grazie soprattutto a Palmiro Togliatti) per il grosso del PCI. E questo non solo per ragioni culturali e ideali, cioè per una nostra diversissima idea del socialismo e del nesso vitale che deve intercorrere fra pote­re operaio e democrazia, ma soprattutto per una ragione concretissima assolutamente decisiva: perché nel caso della rivoluzione in Occidente (di cui mancano assolutamente i precedenti, e dunque i modelli) il problema che fu cruciale e preliminare per l’URSS, quello dell’industrializzazione (ed anzi dell’accumulazione primitiva) è dato ormai per risolto, mentre avremo a che fare con problemi assolutamente diversi ed inediti. Ma allora, perché mai dovremmo considerare il nostro progetto di rivoluzione smentito e “falsificato” dal fallimento del modello dell’URSS? Lo faremo solo quando anche i liberali considereranno smentito e «falsificato» il loro progetto, che so', a causa dei morti che costò la Rivoluzione francese, o la rivoluzione industriale inglese, o a causa dei prezzi terribili che ha comportato (purtroppo ai giorni nostri) l’introduzione del capitalismo in Cile, in Argentina, in Indonesia, eccetera. La seconda osservazione è questa: certo, noi comunisti siamo oggi chiamati a ripensare la rivoluzione a partire da una sconfitta. Ma, riflettiamo, non fu forse sempre così? Ed in particolare non fu così in corrispondenza del­le vere avanzate, teoriche e pratiche, dei veri “tornanti” epocali del movimento operaio? Fu una terribile sconfitta quella del 1848 elaborata nel Manifesto, ancora peggiore fu quella della Comune di Parigi da cui sorse in realtà la grande esperienza socialdemocratica di fine secolo. Fu una vera e propria bancarotta quel­la della il Internazionale (lo schierarsi del Partito socialdemocratico tedesco, il Partito di Marx e di Engels!, a favore della guerra imperialista!) da cui prese le mosse il leninismo. E dal fondo di un’altra terribile sconfitta storica, in carcere, nell’Italia fascista degli anni ‘30, del tutto isolato e sconfitto, Gramsci riprende a pensare, in termini assolutamente originali, la rivoluzione in Italia. È con quel filo, io credo, che dobbiamo ricominciare a tessere. E c’è ormai una generazione di comunisti ventenni, per i quali lo spauracchio quarantottesco del­l’URSS («Voi volete fare come la Russia! Uccidere tutti i preti e mangiare tutti i bambini! »), uno spauracchio che pure in Italia ha funzionato per decenni, non ha più alcun senso: il comunismo per loro ha il volto di una scuola occupata o di una lotta per il lavoro, del sub-comandante Marcos o di un Centro sociale autogestito, e non c’entra nulla, ma proprio nulla (per quante copie del suo tragicomico libretto nero possa distribuire Berlusconi) con l'assassinio dei kulaki o con i carri armati dell'URSS.  Ciò che li rende comunisti non è il rimpianto insensato di un comunismo che non c e mai stato, bensì la critica ragionevole e necessaria al capitalismo che c'è.

Da Tempo Presente N. 205-206 Gennaio-Febbraio 1998

 

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