LA SITUAZIONE DEL NO-PROFIT IN ITALIA.
BREVE STORIA , FALLIMENTI E POSSIBILI ALTERNATIVE

 
 
 
 
 

Quello che segue è il tentativo di un’analisi delle condizioni generali del complesso ambito della società italiana denominato Terzo Settore o mondo delle imprese No-Profit. Questo comprende cooperative sociali, ONLUS (organizzazioni non lucrative di utilità sociale) iscritte all’anagrafe del Ministero delle Finanze ed associazioni di volontariato (che, invece, sono ONLUS di diritto): entità le cui distinzioni sono piuttosto confuse a causa di un’intensa quanto caotica attività legislativa sviluppatasi negli ultimi anni. Il principio in base al quale ne viene legittimata l’identità e il ruolo sociale è quello che stabilisce che un’impresa che svolge un’attività in favore della collettività e che non persegue fini di accumulazione finanziaria, viene sostenuta dalla pubblica amministrazione attraverso sgravi fiscali, contributi, facilitazioni, ecc.
Le pagine che seguono pongono, però, il dubbio che i caratteri fondamentali delle imprese sociali sono stati in molti casi stravolti, condizionati e deviati, sino a giungere al limite della violazione di norme fondamentali che regolano i rapporti lavorativi, amministrativi e commerciali nel nostro paese. Alcuni dati statistici (laddove è stato possibile reperirli, data la confusione del settore) sono stati inseriti in forma grafica per sottolineare l’attendibilità di alcune affermazioni.

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Nella seconda metà degli anni 90, abbiamo assistito, in Italia, all’esplosione del cosiddetto ‘Terzo Settore’.[1]Gli anni 70 erano stati caratterizzati da un forte impegno sociale canalizzato verso forme di antagonismo radicale, mentre nel successivo decennio la tendenza a concentrarsi su variabili quali potere e denaro, sviluppata individualmente o tramite l’adesione a lobbies di vario genere, aveva portato ad una generale marginalizzazione e isolamento culturale e mediatico, le poche organizzazioni che continuavano a puntare sui valori della solidarietà e dell’impegno civile. Queste ultime erano, nella quasi totalità, di appartenenza o derivazione cristiana, con una ridottissima e discontinua presenza ambientalista e, in pochissimi casi, di protezione civile (soprattutto, queste ultime, nate sulla scia del terremoto in Irpinia). Va detto che nella stragrande maggioranza dei casi, l’azione di proselitismo, formazione di quadri ed elaborazione di strategie ed analisi, era in costante discesa (fatti salvi i casi del WWF che, dalla seconda metà degli anni 80 adottò strategie di marketing che ne permisero una crescita finanziaria, e di Legambiente, che condusse spregiudicate operazioni di connubio politico, ma in entrambi i casi, l’impulso derivava dalla catastrofe di Chernobyl e dal diffuso e irrazionale terrore che aveva creato nella popolazione italiana). I primissimi anni 90, caratterizzati dal crollo del vecchio sistema dei partiti, avevano creato in Italia una diffusa sensazione di cambiamento accompagnato dall’idea che potessero risorgere valori quali onestà, altruismo, solidarietà e impegno sociale. In tutto questo periodo, stranamente, il mondo del volontariato era completamente assente come elemento utile alla lettura dei fenomeni in corso, mentre parecchi dei suoi esponenti si affrettavano ad occupare i posti lasciati liberi dalla classe politica distrutta dalle inchieste giudiziarie.
In effetti, per tanti anni, gli elementi residuali dei movimenti e delle organizzazioni che erano state protagoniste del 68 e del 77, avevano seguito la sorte della sinistra italiana. Questa, dopo il sequestro e l’uccisione di Moro, era stata relegata in spazi di potere sempre più piccoli e condizionati dal ricatto degli alleati. Conseguentemente tutto ciò che riusciva ad esprimere e contenere al suo interno, era una forma mentis conservativa, dogmatica e incapace di confrontarsi con le trasformazioni in corso, verso le quali ostentava disinteresse e ostilità. L’affollamento di titoli d’istruzione e ricerca di ambiti lavorativi rivolti verso le fasce più disagiate della popolazione sembra corrispondere alla necessità intima di rivolgere il proprio interesse verso il prodotto negativo delle trasformazioni sociali, dimenticando che l’area del disagio manifestato con sintomi e comportamenti, interessa, sempre, solo una minima percentuale della popolazione e che, conseguentemente, non è concepibile pretendere che ciò costituisca un fattore rilevante in un’economia nazionale.
L’incredibile numero di psicologi, assistenti sociali, operatori di comunità, ecc., sfornati da un sistema d’istruzione fatiscente ed arretrato, non avendo in realtà alcuna possibilità di svolgere una funzione retribuita all’interno della società reale, è stato confinato nel limbo dei cosiddetti ‘affari sociali’, giungendo, ben presto a saturare ogni possibile luogo di occupazione, fissa, saltuaria o decisamente anomala.[2]
D’altra parte il risicato margine elettorale che ha condizionato i malfermi destini della sinistra italiana nell’ultimo decennio, per essere raggiunto non poteva, in nome di una verbalmente dichiarata esigenza di modernità, mettere ordine nel Terzo Settore. Tanto più che gran parte dei suoi quadri locali e periferici provengono proprio da quel limbo ove il confine tra lavoro professionale e militanza politica è sorprendentemente labile.
Abbiamo, quindi, il sospetto che la soluzione al problema sia stata quella di spostare gran parte della spesa pubblica per creare, sostenere, e far crescere artificialmente tutto l'enorme numero di cooperative sociali, associazioni, onlus, ecc. che, negli ultimi anni, sono emerse nella società italiana.[3]
Nella città di Roma, durante l’ultima giunta Rutelli, abbiamo assistito a spese annuali dell’ordine di svariate decine di miliardi in settori di supporto o assistenza che non hanno lasciato alcuna traccia nel tessuto sociale. In diversi casi abbiamo denunciato servizi affidati ad associazioni e cooperative a costi enormemente superiori ai prezzi correnti di mercato, con criteri di assegnazione che impediscono offerte al ribasso e scelte di giudizio inintelligibili che favoriscono sempre gli stessi soggetti che, guarda caso, hanno al suo interno più esponenti delle forze che governano la città.[4]
Ma la cosa più interessante è che tali soggetti, nonostante abbiano visto più che decuplicati i propri bilanci nel giro di pochi mesi, non sembrano aver tratto giovamento in termini di aumento della qualità dei prodotti offerti o di qualifica dei propri quadri dirigenti e intermedi.
Anche le condizioni retributive del personale hanno sollevato numerose proteste e contenziosi giudiziari mentre, in alcuni casi eclatanti da noi denunciati, attività riconducibili al settore del no-profit assumono forme non ben distinguibili dal cosiddetto ‘lavoro nero’.
C’è quindi il fondato sospetto che le risorse finanziarie incamerate siano finite in ben altre attività che non quelle devolute ai fini della solidarietà e dell’assistenza (come si può, comunque, facilmente arguire dal degrado delle periferie, dalle miserabili condizioni dei Rom e dal numero di senza dimora che perdono la vita ad ogni rigore invernale).
Aldilà di quelli che potranno essere i risultati di una inderogabile azione di controllo amministrativo e giudiziario sui percorsi finanziari del Terzo Settore, dobbiamo trarre l’evidente considerazione che tutto ciò ha fortemente condizionato lo sviluppo di un volontariato moderno ed europeo, facendo compiere un salto all’indietro di 30 anni alla cultura della comprensione e della solidarietà.
I fatti di Genova, a nostro avviso, rappresentano il culmine del degrado, allorquando, con lo scopo principale di lasciar intendere che ogni cambiamento avviato dal nuovo governo poteva essere condizionato dalla piazza, si è creato un coacervo di sigle e organizzazioni (dal WWF ai Centri Sociali ) che hanno in comune solo l’appartenenza ad uno schieramento politico alternativo a quello governativo e che , per millantare un sostegno di massa , hanno dovuto accettare di sfilare con le frange più estremiste , intolleranti e violente. La caduta d’immagine dell’intero movimento, è apparsa con evidenza, così come la doppiezza opportunistica dei suoi dirigenti e portavoce autonominati.
Coloro che governeranno il paese nei prossimi anni, a questo punto possono fare due scelte: la prima è quella di assecondare il dissolvimento dell’intero settore, semplicemente accusandolo dei demeriti accumulati nel recente passato.
La seconda è quella di tentarne un recupero, che sia al tempo stesso una rifondazione, per non mandar distrutto un patrimonio di esperienze, alcune delle quali molto discutibili ma che, in linea generale hanno rappresentato la volontà di una o più generazioni di seguire modelli sociali alternativi .
Ovviamente suggeriamo la seconda ipotesi, però con precise garanzie che non vengano ripetute le aberrazioni del recente passato.

A nostro giudizio, il nuovo percorso deve iniziare con:

1-La verifica dell’effettivo valore propositivo del Terzo Settore. Ciò significa che l’amministrazione pubblica deve valutare l’effettiva convenienza in termini di impegno-risultato di qualsiasi progetto sostenuto.

2- L’esclusione di tutti coloro che perseguano scopi violenti o che si pongano in maniera acclarata al di fuori del terreno della legalità democratica .

3- Lo stabilire severi e imparziali controlli sui bilanci, sull’impiego del personale volontario e retribuito, sul rispetto delle regole statutarie e delle normative fiscali, applicando con inflessibilità le sanzioni stabilite per legge.

4- Il tracciare distinzioni chiare che determinino l’effettiva utilità sociale, in base ai valori proposti, all’effettivo numero degli aderenti, alla quantificazione e qualità dell’impatto sulla società civile.

5- Il porre atto tutte quelle azioni che scoraggino la commistione tra interessi elettorali individuali o di partito e attività di utilità sociale.

6-Il promuovere la creazione e lo sviluppo di reti di comunicazione atte a condividere dati ed esperienze, al fine di inserire le singole diversità in sistemi interattivi che agiscano globalmente e trovino soluzioni effettive evitando gli eccessi di sovrapposizioni e contrapposizioni.

7- Il riconoscere e sostenere gli elementi di creatività, pensiero alternativo, valore etico e sociale delle ONLUS senza che ciò conduca a sovrapporlo con attività attribuite alle istituzioni pubbliche e alla libera impresa commerciale. Il fatto che i tre settori restino distinti e separati, è essenziale per evitare corruzione, malaffare e disfunzione nei servizi offerti al cittadino contribuente.

 

Non vogliamo, in definitiva, essere considerati tappabuchi delle carenze istituzionali, non vogliamo concorrere , in maniera sleale, con le imprese commerciali, non vogliamo essere condizionati dalle esigenze elettorali di nessuno. Ciò che vorremmo fare è continuare a cercare strade per la soluzione dei problemi piccoli e grandi dell’umanità, considerando il dato economico solo come una delle tante variabili che interagiscono nella complessità dei sistemi umani.

Ci auguriamo che tutto ciò sia, progressivamente, reso praticabile, pena il rischio di emarginare e rendere antisociale tutto ciò che non segue le direzioni prestabilite e unilaterali che stanno richiedendo sempre più tributi di sangue, sofferenze, incertezze e paure nel mondo attuale.

 

 

Note

 

1. ONLUS per periodo di costituzione. Anno 1999 [torna al testo]

 

2. Le istituzioni nonprofit italiane hanno dichiarato circa 73 mila miliardi di lire di entrate e 69 mila miliardi di uscite nel 1999. Il 60% delle entrate complessive si concentra in tre settori – assistenza sociale, sanità, cultura, sport e ricreazione. Solo il 9% delle onlus che operano in questi tre settori impiegano personale dipendente. [torna al testo]

 

3. Entrate medie per settore di attività prevalente. Anno 1999. Valori in milioni di lire. [torna al testo]

 

4. Nel Lazio sono presenti 17.122 istituzioni onlus, più della metà (54,8%) delle quali si sono costituite dopo il 1990. Le entrate medie sono le più alte in Italia: 1012 milioni a istituzione (la media italiana è di 329 milioni a istituzione). [torna al testo]

 

 

Fonte: Istat. 1° censimento delle istituzioni e imprese nonprofit. Anno 2000.

 

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