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Un ex SS confessa la strage di Sant'Anna, Roma insabbiò l'inchiesta


 


SANT'ANNA DI STAZZENA - Quel forestiero gli era sembrato tedesco: alto,  capelli grigi, espressione chiusa. Avrà avuto, a giudizio di Ennio Mancini,  almeno 75 anni. Gli era venuto subito il sospetto che potesse essere "uno di quelli". Oggi pensionato, Mancini è il responsabile di un piccolo museo.  Ma il forestiero non sembrava molto interessato. Per quasi mezz'ora si era   aggirato tra la piazzetta e il sagrato, una carta topografica in mano; con   piglio da conoscitore aveva ispezionato i fori dei proiettili sul monumento ai caduti. Volgeva spesso gli occhi in direzione delle casette di pietra  arroccate sul pendio. Frattanto, la donna che era con lui esaminava i  cimeli del museo. In una vetrina foderata di rosso, un portafogli sdrucito con qualche vecchia banconota da un lira, foto bruciacchiate, un cappello,  varie fedi, braccialetti e rosari, un paio di bretelle strappate il quadrante arrugginito di un orologio fermo alle 6 e 52. I ricordi di un  villaggio spento.

Il 12 agosto 1944 più di quattrocento persone furono trucidate qui, a  Sant'Anna di Stazzena, tra Lucca e Carrara. Molti morirono sotto quei  platani o sul sagrato. Più di due terzi delle vittime erano donne e bambini. Ennio Mancini, uno dei pochi sopravvissuti, aveva allora 7 anni.   L'eccidio perpetrato su quei monti della Toscana non è noto come altre   analoghe sanguinose vicende. Per questo Mancini trovava singolare che i coniugi tedeschi avessero avuto l'idea di recarsi in quel villaggio  sperduto sulle Alpi Apuane. Incuriosito, chiese alla signora se per caso "suo marito fosse già stato da queste parti". Gli vengono i brividi quando  mi ripete la risposta, pronunciata in un italiano stentato: "Sa, mio marito  era nelle Waffen-SS. Anche qui in Italia... Ma non ne parla mai".

I due forestieri non scrissero nulla sul libro dei visitatori del piccolo  museo. Se lo avessero fatto, avrebbero forse dato una mano al procuratore  Giovanni Ballo del Tribunale militare di La Spezia, che ha recentemente aperto un'altra inchiesta su quella strage. I superstiti sono stati   ascoltati dai carabinieri, nel tentativo di raccogliere indizi sui militari   tedeschi coinvolti in quell' episodio. Il procuratore Ballo non parla ma conferma di aver ottenuto anche l'aiuto della giustizia tedesca. Nella  cittadina di Pietrasanta, incontriamo sulla piazza del mercato Agostino  Bibolotti, 84 anni: statura bassa, ispide sopracciglia nere. All'alba del  12 agosto i tedeschi lo avevano prelevato a forza per fargli trasportare  una pesantissima ricetrasmittente. Quel giorno sentì gli spari e le urla, vide le case in fiamme e i cadaveri carbonizzati. Lo deportarono in un  campo di lavoro in Germania. Quando, un anno dopo, tornò a Sant'Anna, la  sua famiglia non c'era più. Erano stati uccisi tutti, tranne un nipote che oggi ha 61 anni. Si trovava allora in una stalla, paralizzato dal terrore.   Sua madre aveva lanciato uno zoccolo in testa a un soldato, ed era stata immediatamente falciata da una scarica di mitra.

Negli Anni '60 e '70, in seguito a una nota verbale italiana, fu aperta in  Germania un'inchiesta su alcuni episodi, ma i magistrati incaricati si  affrettarono quasi subito ad archiviare il tutto. Come uno dei procuratori aveva annotato sugli atti, i testimoni erano "meridionali, e come tali  inclini all'esagerazione". Per i massacri di Sant'Anna esistono però anche  le testimonianze di alcuni tedeschi mai interrogati. Uno dei soldati coinvolti in quel massacro vive in una cittadina della Germania del sud. "A  Sant'Anna è stato terribile" dice. Sembra provare un vero sollievo per la nostra visita. "Finalmente qualcuno chiede notizie di quella faccenda".  Dato che vuole rimanere anonimo, lo chiameremo Heinz Otte. Non è più stato  in Italia da allora. "Proverei troppi rimorsi", dice. "Non dimenticherò mai gli occhi terrorizzati di due donne, che in mezzo a quel mattatoio erano  rimaste sedute sul bordo della strada. I camerati urlavano: "Le dobbiamo fucilare". Io allora mi misi a sedere accanto a loro e dissi: "Ma no, non  vi fucilano"".

 Otte era capoplotone nella 16a divisione dei granatieri corazzati delle SS, denominata "Reichsführer SS", che dal maggio '44 conduceva una disperata  battaglia difensiva retrocedendo verso nord lungo la Riviera ligure. "Il nostro era il commando dei forsennati di Himmler". Alle spalle del fronte,  le unità della 16a divisione organizzavano frequenti spedizioni punitive  contro i partigiani veri o presunti. A 17 anni Otte, classe 1925, era   passato dal Reichswaffendienst (Servizio del lavoro) alle Waffen- SS: "Non   andavamo tanto per il sottile", ammette, anche se sostiene di non aver ucciso nessuno in quella mattinata d'agosto. L'ordine di scatenare l'azione  punitiva era arrivato la sera precedente. La pattuglia di Otte era non  lontano da Pietrasanta. "La zona era piena di partigiani, ci diedero l'ordine di sparare a vista". Il villaggio aveva allora circa 300 abitanti,  per lo più contadini poverissimi o minatori occupati nelle miniere di ferro e di zolfo. Ma nell' estate del '44, in quelle casette grigie, sparse sul  pendio o raccolte nelle piccole frazioni di Vaccareccia, Bambini o Le Case,  erano alloggiati anche circa 700 sfollati, per lo più donne e bambini provenienti da Pisa, da Pietrasanta o da Lucca.  

La mattina del 12 agosto 1944 il cielo era di un azzurro splendente. Alcune  donne accendevano i forni per cuocere il pane. Si era alzato presto anche  Enrico Pieri, che allora era un bambino di 10 anni. La sera prima suo padre aveva abbattuto una mucca; aspettava il macellaio che avrebbe dovuto   squartarla. I tedeschi attaccarono il villaggio contemporaneamente da varie   direzioni. Pieri ricorda che alla frazione Franchi incominciarono a battere   contro le porte urlando: "Rrrausss!" (fuori!)- Cacciarono la gente dalle   case. Una donna che era rimasta sulla porta venne fucilata sul posto. Poco dopo ricacciarono in cucina la famiglia Pieri e quella dei vicini, e  incominciarono a sparare. A un tratto il piccolo Enrico sentì qualcuno  sussurrargli all'orecchio. Era Grazia, la figlia dei vicini, di quattro anni più grande. Riuscì a nascondersi sotto la scala e ad attirare il  piccolo accanto a sé. Alla fine uno dei carnefici ispezionò ancora una volta la cucina. "Una delle mie zie si muoveva ancora", ricorda Pieri.  "Quello la finì con un colpo di fucile". Poi gettarono paglia sui cadaveri  e appiccarono il fuoco. I bambini riuscirono a fuggire prima che tutto crollasse. Passarono la giornata nascosti nell'orto. Quando il piccolo  Enrico ritornò tra le macerie di casa aveva perso la madre (che era al  quarto mese di gravidanza), il padre e le due sorelline. Oggi 65enne ripete: "Erano venuti con l'intenzione di uccidere". Del resto, anche Otte  conferma: "C'era l'ordine di sterminare i partigiani". E aggiunge: "In quelle zone di montagna, si riteneva che lo fossero praticamente tutti.  Ovviamente gli uomini, ma anche le donne. Quelle potevano essere  pericolosissime".

 In varie occasioni, la Wehrmacht aveva dato l'ordine di uccidere anche i  civili. Ma in nessuno di questi ordini si era mai parlato dei bambini.  Sembra però che a Sant'Anna, in qualche caso, fosse stata proprio la vista dei bambini a scatenare una sorta di raptus sanguinario. "Quando li   sentivano piangere, s' innervosivano, diventavano furiosi", hanno detto   alcune sopravvissuti. Quel 12 agosto '44 vennero trucidati più di 110 bambini. Il più piccolo aveva 20 giorni.

 All'inizio, Heinz Otte si era tenuto in disparte. Ma dopo la prima  sparatoria, fu anche lui coinvolto. "Ho spalancato la porta di uno di quei  cascinali", ricorda. "Era stipato fino all'impossibile! Ho contato più di venti civili rintanati". Allora aveva chiamato i camerati. "Disinfestate  quella tana", aveva ordinato il capo. E qualcuno aveva puntato il mitra.  "Drrrrr". Otte imita il mitra e dice, guardando la moglie: "Eh sì, Gerda, era questa la musica".

 Verso mezzogiorno a Sant'Anna di vivo non c'era praticamente più nessuno.  Otte ricorda che quando si allontanò con i suoi uomini, sotto i platani  c'era una montagna di cadaveri. "Erano accatastati davanti a un grande  crocefisso". Si era già allontanato quando alcuni soldati finirono di  scaricare i mitra in chiesa, su un bell'organo antico dietro l' altare. Con  una granata spezzarono anche la fonte battesimale in marmo. Poi gettarono sui morti i banchi della chiesa, cosparsero il mucchio di benzina e  appiccarono il fuoco. Il giorno successivo il parroco accorso da un villaggio vicino contò, solo sulla piazza, 132 cadaveri carbonizzati. Nel  villaggio vennero poi trovate e identificate circa 400 vittime. I  superstiti ricordano che le SS scesero a valle cantando. Poco dopo la fine della guerra, nel giugno '47, gli inglesi accusarono di questa strage e di   altri crimini di guerra il tenente generale delle SS Max Simon, ex  comandante della 16a divisione corazzata dei granatieri. Al processo, a Padova, Simon asserì di non sapere nulla e non fu possibile provare il  contrario.

 Nel settembre del '44 i militari Usa trovarono a Sant'Anna i resti di ossa  e numerosi denti di bambini, e oltre alle testimonianze dei superstiti  raccolsero anche la deposizione di un disertore delle SS. Le copie di quei documenti furono poi inviate in Italia, ma a Roma finirono nel fondo di un  magazzino e solo per puro caso quelle carte ingiallite sono state riportate   alla luce.

 Un funzionario dell'amministrazione giudiziaria romana le scoprì in un  armadio mentre cercava i documenti relativi al caso di Erich Priebke,  condannato nel 1998 per la strage delle Fosse Ardeatine. Le carte ritrovate contenevano i dati particolareggiati di circa 700 casi. Come ha potuto   accertare una commissione d'inchiesta, la scomparsa di quei documenti non  era casuale, ma rispondeva ad una precisa scelta che risale agli Anni Cinquanta. Quando, in piena Guerra fredda, la Germania entrò a far parte  della Nato ed ebbe inizio il riarmo, nell'Italia governata dalla Dc si temeva che il tentativo di far luce su questioni così delicate avrebbe  potuto irritare l'alleato di Bonn. Il 10 ottobre 1956 l'allora ministro  degli Esteri Gaetano Martino aveva dichiarato che indagini del genere sarebbero servite solo "a incoraggiare le critiche nei confronti del   comportamento dei militari tedeschi" e a rafforzare nella Repubblica   federale "la resistenza interna contro l'ingresso del paese della Nato".

Così, quei documenti rimasero in un angolo per decenni. Ma da qualche tempo la procura militare di Roma ha incominciato a trasmettere questa  documentazione ai magistrati. Una delle prove più rilevanti è un lasciapassare rilasciato in data 12 agosto 1944 da un ufficiale delle SS a  uno degli uomini costretti a trasportare munizioni a Sant'Anna. Accanto  alla firma dell'ufficiale si può leggere sul biglietto il numero di codice FP01011B, che corrisponde senz' ombra di dubbio alla 5a compagnia, II  battaglione, 35 reggimento della divisione delle SS. Al comando di quel battaglione c'era l' austriaco Anton Galler, di professione fornaio, che  nel 1933 era entrato a far parte di un reggimento di polizia delle SS, e  aveva poi partecipato alla repressione di "bande criminali" nonché all'"evacuazione di ebrei e di polacchi": tutte attività delle quali si  vanta nel suo curriculum. Dopo la guerra, Galler, classe 1915, ha condotto  una vita ritirata a Salisburgo, e nessun procuratore lo ha mai importunato sull' eccidio di Sant' Anna. Negli Anni '80 si è trasferito in Spagna, dove   è morto nel 1993.

Ufficiale di collegamento era Ekkehard Albert, allora trentenne. Dopo la  guerra, dichiarò più volte che riteneva "quasi incredibile" l'esecuzione di  donne e bambini. E quando i camerati volevano raccontare i fatti dell'epoca  in un libro, sottolineò che era sbagliato "dare agli italiani informazioni  su tempi e luoghi".

Chi altri deve pagare? Ennio Mancini se lo chiede da una vita. Ha lavorato  tenacemente per creare quel museo. Ora segue le indagini. Avrebbe voluto  parlarne anche a quello strano visitatore che si aggirava sulla piazzetta. Prima di andarsene, la donna che lo accompagnava tirò fuori dalla borsetta  un foglio da 10.000 lire: "Per comprare dei fiori da mettere accanto alla  lapide, davanti alla chiesa". Proprio lì si ergeva quella montagna di   cadaveri. Lui aveva respinto l'offerta: "Se volete posare qui un mazzo di   fiori, fate pure. Ma dovete farlo da voi".

 (29 ottobre 1999)


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