LA FINE DEL SISTEMA DEL MALESSERE

 

di Enzo Minissi

 
 
 

 

Introduzione

Per quanto sia stato classificato come il ‘male del secolo’, tutto quell’insieme di problemi umani raggruppati sotto l’etichetta di ‘psicopatologia’, alla scadenza del secolo non sembrano ancora aver trovato soluzioni di facile percorso.

Nel corso degli ultimi due anni l’Oikos ha attivato, tramite Internet, due spazi di discussione dedicati alla dimensione psicologica, e i messaggi che sono arrivati hanno fornito molto materiale per questo articolo . Il primo degli spazi di discussione è stato dedicato alla dimensione ‘psicologica’ dei problemi giovanili. Il secondo (nel quale Vincent Kenny ha assunto il ruolo di ‘stimolatore’) ad un autore, Gregory Bateson, i cui orizzonti intellettuali hanno abbracciato temi che vanno dall’epistemologia, alle scienze sociali, all’ecologia e ai problemi psichiatrici.

Entrambi gli spazi hanno mostrato in maniera pressoché costante:

1)Una partecipazione molto elevata, nell’ordine di circa un migliaio di visitatori della pagina al mese, un buon numero dei quali lascia messaggi e sviluppa dibattiti più o meno lunghi.

2) La quasi totale assenza di partecipazione di figure professionali coinvolte nella pratica clinica . Questo fa supporre che nessuno di coloro che svolge la professione di psicoterapista o psichiatra abbia tanta voglia di sostenere i suoi argomenti in una discussione aperta (oppure che non usa Internet e, forse, questo potrebbe essere ancora più grave).

3) Di ricevere messaggi divisi principalmente in due categorie: richieste di aiuto e tentativi di fornirne.

4) Un livello di originalità e creatività  assai basso: solitamente vengono proposte soluzioni legate alla farmacologia, all’affidamento fideistico al ‘terapista, al ‘comune buon senso’ o alla minimizzazione o banalizzazione dei problemi, la maggior parte dei quali sono da collegarsi a difficoltà di relazione sociale, affettiva, familiare e ( soprattutto tra gli adulti) culturale.

Mi è sembrata una buona idea prendere come ambito di osservazione i due spazi citati, in ragione del fatto che sono stati configurati (o si sono auto configurati) come due ambienti in cui, lo stesso problema (ossia la dimensione che siamo abituati a definire ‘psicologica’) viene discusso sia dal punto di vista dell’"addetto ai lavori" particolarmente ‘erudito’, sia da persone che fanno i conti con i problemi esistenziali della tarda adolescenza e della prima età adulta. Il fatto che esista un diffuso disagio verso l’interpretazione dei fenomeni ‘psicologici’, basato su tratti comuni a due fasce sociali distinte per età e istruzione, può far ragionevolmente pensare che ci sia la necessità di introdurre nuovi elementi che rendano più accessibile la condivisione e la comprensione di questi fenomeni. Naturalmente non voglio e non posso affermare che quanto ho percepito provenga esclusivamente dalla lettura dei messaggi che arrivano al forum telematico. La maggior parte degli argomenti che seguono sono tratti da osservazioni, conversazioni, letture, ecc. con le quali ho fatto spesso i conti da qualche anno a questa parte. D’altronde chi ha la possibilità (e la voglia), di frequentare ambiti di conversazione sociale abbastanza aperti e con i partecipanti posti allo stesso livello, potrà forse ritrovarsi in alcune delle osservazioni di questo articolo.

Dubito che altrettanto possa avvenire per coloro che limitano la loro analisi dei problemi psicologici in una dimensione professionale, o clinica ( la dimensione paziente-terapeuta in cui entrambi i partecipanti stabiliscono una relazione chiusa che esclude una parte rilevante delle componenti realmente attive nella creazione e soluzione dei problemi).

 

1. La psicoterapia è arrivata ad un punto morto

 

1.1. Paradossi e autoreferenzialità della cosiddetta ‘psicoterapia’

 

Attualmente disponiamo di molti strumenti che aiutano a comprendere le ragioni per cui si creano i problemi negli esseri umani. Proviamo a farne un piccolo elenco:

Conoscenze anatomo-fisiologiche, che permettono di individuare l’origine dei problemi che derivano da lesioni dei tessuti neurologici (traumi, lesioni, neoplasie)

  1. Studi sul comportamento comparato tra gli esseri viventi, che permettono di stabilire quanto di ciò che avviene tra gli esseri umani sia da attribuirsi a fattori geneticamente ereditati.
  2. Contributi dell’etnologia e dell’antropologia che hanno permesso di individuare e comparare diversi modelli e organizzazioni delle società umane.
  3. Studi sull’apprendimento, che permettono di circoscrivere a particolari fasi dello sviluppo della persona, la formazione di convinzioni sul mondo circostante, nonché il loro grado di reversibilità.
  4. Analisi della comunicazione, che permette di individuare i meccanismi che determinano la formazione dei problemi di relazione negli scambi umani.
  5. Modelli di organizzazione dell’attività cognitiva umana, che spiegano i processi attraverso i quali il mondo viene esplorato e catalogato.
  6. Metodi di controllo e di verifica dell’attendibilità delle teorie.
  7. Contributi della cosiddetta anti-psichiatria, che ha fatto conoscere gli abusi, l’antiscientificità e la letale dannosità dei trattamenti psichiatrici .

Si tratta di un corpus piuttosto consistente, al quale possiamo tranquillamente aggiungere la letteratura, la critica artistica, la semiologia, e tutto il resto reso accessibile dall’esplosione mediatica della seconda parte di questo ultimo secolo.

Nonostante tutta questa grazia di dio, sembra che la maggior parte di coloro che costruiscono teorie psicologiche, sia più che altro impegnata ad escludere dai suoi presupposti la maggior parte possibile di quanto sopraelencato, anziché servirsene generosamente. I casi estremi possono essere rappresentati dallo psicoanalista che cura una perdita di memoria per un anno e poi al suo ‘paziente’ viene diagnosticato un tumore al cervello, oppure la convinzione ancora troppo diffusa che basti alterare le funzioni biochimiche con l’uso di droghe o altri espedienti (tra cui l’elettroshock) per far cessare i problemi nell’individuo. Io penso che la spiegazione di questa autolimitazione della maggior parte degli psicoterapeuti ( con questo termine definirò ‘tutti coloro che pensano sia possibile applicare una terapia alla psiche’ [Kenny, 1999]) sia dovuto ad una sensazione di fragilità scientifica intrinseco al concetto stesso di psicoterapia, che ha portato ad una serie incredibile di insuccessi l’effetto dei quali non ha fatto che rinforzare la tendenza ad evitare il confronto con argomenti che potessero minacciare l’autoreferenzialità delle teorie psicoterapeutiche. Un esempio del genere è la norma comune agli psichiatri che praticano l’elettroshock : coloro che accettano di subirlo sono definiti ‘parzialmente guariti’ dalla loro ‘follia’ mentre chi si rifiuta è chiaramente ‘folle’ giacchè rifiuta le cure. Naturalmente è facile intuire che , al di fuori dell’unico ambiente veramente ‘folle’ qual è il contesto psichiatrico, un individuo che accetti di farsi attraversare il cervello da forti scariche elettriche , quantomeno esula dai canoni correnti di ‘normalità’. In ambienti meno cruenti, quali le stanze della ‘psicoterapia’ (ove si consumano, comunque, altri tipi di prevaricazione) una situazione di paradosso abituale avviene nei seguenti termini: a) il terapeuta deve dimostrare al suo ‘impaziente’ [Kenny, 1999] la sua disponibilità ad aiutarlo a risolvere i suoi problemi; b) all’impaziente viene spiegato che la soluzione dipende esclusivamente da lui stesso; c) il terapista ha, comunque in mente un ‘obiettivo’ da far raggiungere, dedotto da una ‘diagnosi’ precostruita, magari, sui testi di formazione sui quali ha studiato anni addietro; d) l’impaziente percepisce la contraddizione e sviluppa sintomi di ansia o depressione; e) il terapista interpreta i sintomi come resistenza ad un cambiamento (mentre proprio a quel punto sta iniziando il cambiamento) e interviene per farli passare; f) l’impaziente interpreta i suoi ‘sintomi’ come qualcosa di negativo e si rifugia nuovamente nella rassicurazione del rapporto ‘terapeutico’, mantenendo così una relazione problematica.

E’chiaro che, in una tale sequenza, ne’ il terapista né l’impaziente possano sentirsi troppo soddisfatti di come utilizzano le loro esistenze.

 

1.2. Le ‘diagnosi’

 

 L’insostituibile premessa di ogni intervento psicoterapeutico è la diagnosi : bisogna attribuire alla persona che chiede aiuto alcune determinate caratteristiche, al fine di poterne prevedere i comportamenti, i sintomi, e la ‘direzione’ della ‘cura’. La diagnosi equivale alla cosiddetta tassonomia, che è il metodo di classificazione delle forme viventi adattato in biologia. La necessità di dare un nome ed una collocazione alle forme e agli oggetti che esistono nel nostro ambiente, è, sicuramente, una necessità di tutti gli esseri viventi: per quanto ne sappiamo anche un’ameba deve sapere distinguere i diversi gradi di acidità di un liquido ed una zanzara saper riconoscere gli animali dai quali prelevare il sangue. L’essere umano, che deve svolgere attività complesse e differenziate, ha naturalmente bisogno di un maggior numero di ‘etichette’ da appiccicare agli oggetti che lo circondano. Chiunque raccolga funghi impara, prima o poi, a sue spese, che se non conosce perfettamente le specie che vuole mangiare, rischia brutte sorprese. Per conoscerle l’unica strada possibile è la tassonomia: le deve raggruppare in classi, in ordini, in famiglie, generi e specie, attribuendo ad ognuno di questi raggruppamenti un’etichetta corrispondente alle sue caratteristiche (ad es. la commestibilità ). La tassonomia, tuttavia, può avere un valore estremamente relativo o, in alcuni casi risultare molto pericolosa: in quanto essa si basa sui caratteri osservabili attraverso la percezione di un elemento, e quindi non può escludere che alcuni caratteri importanti ma non visibili possano esistere all’insaputa del classificatore. Alcune forme del fungo del genere Amanita pur mantenendo tutti i caratteri osservabili nella forma tipica A.pantherina , non contengono la muscarina (il principio attivo che provoca intossicazioni psicotrope) e sono, quindi, commestibili. Le differenze tra le forme atipiche e quella classica, sono, probabilmente dovute a particolari differenze genetiche non evidenti a coloro che avevano classificato i funghi con gli strumenti di un tempo. Chiunque si occupi di genetica umana, conosce benissimo le difficoltà a dire con esattezza quando ci troviamo di fronte ad una razza distinta dalle altre. Uno dei più autorevoli genetisti umani, LL Cavalli- [1996] , pur utilizzando sofisticati modelli matematici e statistici applicati all’avanzatissima genetica attuale, non nasconde le difficoltà che si incontrano anche solo nel tentativo di raggruppare in qualche modo le popolazioni native dell’America Settentrionale, rammentando che la sola genetica non può essere sufficiente a stabilire l’esatta origine di una razza umana, dato il continuo rimescolamento di DNA che avviene da qualche decina di migliaia di anni. Il ‘materiale’ che forma la nostra personalità (e che non acquisiamo per via genetica), è certamente più complesso e soggetto a ‘rimescolamenti’ che lo portano a variare più volte, più velocemente e in maniera apparentemente più casuale di quanto avvenga con il DNA. Nonostante gli psichiatri (e da qualche anno anche gli psicologi) siano a conoscenza di questo fatto, essi semplicemente lo ignorano, e tendono a scimmiottare i biologi tentando di raggruppare in categorie di tipo tassonomico le personalità degli esseri umani. Ho ipotizzato altrove [1998] che le scienze che indagano sulla psiche hanno sentito, nel Novecento, la necessità di marcare il loro distacco dalle discipline umanistiche adottando stili e strumenti tipici della medicina. La necessità era dovuta alla tendenza generale delle società a sviluppo tecnologico di concedere maggiore prestigio a qualcosa che potesse essere, in qualche modo, ‘misurata’, ‘quantificata’, ‘programmata’, qualcosa di molto simile all’economia. Il primo problema è che non basta mettersi addosso un camice per essere uno scienziato. Il secondo problema è che le scienze basate sulla misurazione e previsione si sono dimostrate assolutamente inattendibili (vedi la stessa economia). Il terzo problema è, come abbiamo già detto, che i mutamenti dello spirito umano avvengono con una velocità e in base a variabili non quantificabili nemmeno con i calcolatori più potenti che abbiamo, oggi a disposizione.

Non stupisce, quindi, il fatto che molti appartenenti alle forze di polizia, che alla loro ammissione subiscono un test (MMPI) estremamente accurato per accertare l’esistenza di patologie psichiatriche, talvolta, a distanza di poco tempo, si suicidino o ammazzino qualcuno con l’arma in dotazione, in preda ad evidente disordine psichico grave. In realtà il test funziona, ma nel frattempo la situazione è cambiata e il test non è stato in grado di prevederlo. Direi che il tentativo di diagnosticare può essere utile per appagare la sensazione di apparente stabilità dello psicoterapista , ma per l’impaziente è completamente destabilizzante, paralizzante e disumano, oltrechè essere perfettamente inutile a risolvere i termini del suo conflitto. La prova del disordine e dell’evidente scopo autoconsolatorio delle diagnosi psichiatriche, trova una sua ulteriore dimostrazione all’interno della psichiatria stessa. Nel suo ramo farmacologico, è dato per acquisito che la migliore valutazione sull’efficienza di uno psicofarmaco sia possibile quando (con il metodo del doppio cieco ) ne’ l’impaziente ne’ il terapeuta sappiano se il farmaco somministrato contenga effettivamente principi attivi o si tratti di una pillolina di talco (placebo). Sorvoliamo sul fatto che, in questo caso il metodo non funziona perché le droghe psichiatriche danno forti effetti collaterali che sia l’impaziente quqnto il terapeuta riconoscono quasi subito (come pure sorvoliamo sul fatto che in realtà non ci sono variazioni significative tra il gruppo del talco e quello della droga) [Horgan, 1999]. Quello che ci preme sottolineare è la evidente doppiezza metodologica disinvoltamente utilizzata.

Il risultato di questi tentativi di classificazione delle personalità e dei ‘disturbi psichici’ è una serie di tabelle ed elenchi diversi da una scuola terapeutica all’altra, che lasciano il terapeuta nel confortevole dubbio di cercare di capire dove non collimano i suoi sforzi con le suddette tabelle, invece di farsi una propria idea di quello che sta succedendo alla persona di fronte a lui.

Morale: mai mangiare funghi offerti da persone del genere: c’è il rischio che li abbiano raccolti ad occhi chiusi, abbiano contato quanta gente si è sentita male e, se la percentuale dei sopravvissuti gli è sembrata accettabile (per qualche strana ragione) , abbiano deciso che sono commestibili. Se poi vi sentite male pure voi, dipenderà dal fatto che ‘siete recalcitranti’ o ‘rifiutate’ l’insano alimento.

 

1.3. Implicazioni sociali

 

In tutti i reparti di Pronto Soccorso degli ospedali romani, si utilizza un blando cocktail di farmaci composto di tranquillanti, analettici e antivagali , per la gente che si sente male in mezzo al traffico e mostra i sintomi dell’ansia quali agitazione, sbalzi di pressione, spasmi addominali, ecc. Qualche medico mi ha riferito che ne preparano addirittura le dosi in precedenza, data la frequenza dei ‘casi’ che chiedono aiuto.

La domanda che ci dobbiamo porre a riguardo è: perché costoro vanno all’ospedale, invece di accettare come un fatto normale che due ore di traffico intenso portano inevitabilmente ai sintomi che vogliono farsi curare ? La stragrande maggioranza delle persone che si rivolgono ad un terapista lamentano problemi emozionali che derivano da frustrazione sul lavoro, nella coppia, nella famiglia, con le amicizie, ecc. . Perché non si rendono conto che avrebbero bisogno di ‘cure psichiatriche’ proprio se non provassero le emozioni negative che vorrebbero ‘curare’, dato lo stato rovinoso delle relazioni sociali in quest’ultima parte del secolo? Ultimamente anche le imprese, si rivolgono a consulenti con formazione psicoterapeutica nella convinzione che sia possibile in qualche modo praticare lo sfruttamento dei dipendenti, la competitività sfrenata da manager e lo sfruttamento massimizzato del proprio target, in un ambiente circondato da un’atmosfera idilliaca di reciproco compiacimento.

In realtà, nonostante i suoi evidenti fallimenti, la psicoterapia viene considerata, nell’immaginario collettivo, come una specie di talismano che cambia le cose brutte in cose belle senza mutarne l’essenza. Un po’ come la fata di Cenerentola con la zucca e i topi trasformati in carrozza. L’essere umano tende spesso ad attribuire fortune e sciagure a fattori che non hanno nulla a che fare con gli eventi che si stanno svolgendo. In alcuni casi questo si risolve in dimostrazioni di massiva, innocua, imbecillità che arricchisce il furbastro di turno. In altri casi ha portato ad eventi di grave tragicità , come nel caso delle superstizioni religiose o razziali, con il loro corollario di guerre e persecuzioni . Personalmente non ritengo valga la pena di rischiare. Tutti quanti abbiamo riso dei film americani in cui le figure del ‘paziente’ e dell’’analista’ si intrecciano in ruoli di paradossale comicità dando luogo a farse di godibile buon gusto. Ma il tentativo in atto delle grosse case farmaceutiche di garantire la tranquillità ai cittadini del mondo post-industriale attraverso la somministrazione vita natural durante (e sin dall’infanzia) dei loro dannosi e inutili ‘psicofarmaci’, ci deve allarmare su quelli che potrebbero essere i futuri sviluppi del problema. E, forse, sarà il caso di pensare a qualche alternativa.

 

2. Alla ricerca di una possibile alternativa

 

2.1. L’origine dei problemi

 

Da convinto evoluzionista quale io sono, in passato mi sono domandato se i cosiddetti ‘disturbi’ mentali, non fossero stati eliminati dalla selezione naturale poiché, in qualche modo, potevano avvantaggiare la sopravvivenza della specie o se, semplicemente costituissero un fattore irrilevante nel rapporto organismo -ambiente. Forse le ipotesi avrebbero potuto essere vere entrambi. In realtà il problema va visto sotto un altro punto di vista. Man mano che saliamo nella scala evolutiva, troviamo negli organismi viventi una struttura genetica che consente sempre maggiore flessibilità all’organismo nella sua esistenza. La flessibilità nel comportamento è un’invenzione recente che ha consentito alle specie superiori vegetali e animali di poter vivere in un mondo in trasformazione. Il messaggio contenuto nel DNA, per farla breve, dirige la costruzione del nostro cervello ma non gli dice come deve pensare. Un po’ come quando acquistiamo un nuovo PC e poi decidiamo quale sistema operativo e quali programmi installarci sopra. In realtà alcune funzioni sono guidate geneticamente, ma sempre secondo un programma aperto [Lorenz..] che consentirà di adattarle all’ambiente in cui l’organismo dovrà agire. D’altra parte, il programma non può essere troppo ‘sovrascribile’ (questo, probabilmente per un limite di ‘progettazione’): alcune nozioni che apprendiamo nei nostri primi anni di vita tenderanno a rimanere in noi maniera persistente e guideranno tutte le nostre successive acquisizioni. La maggior parte di queste nozioni apprese in età precoce e, principalmente nell’ambiente familiare, sono il risultato dell’interazione che abbiamo con gli altri esseri umani che ci circondano. Dal grado di maggiore o minore conferma che riceviamo nel pensare e comportarci in una determinata maniera, i nostri pensieri e comportamenti si stabilizzano sino a formare , progressivamente la nostra identità. Se l'ambiente in cui cresciamo ci impone delle scelte di forte rigidità, i nostri successivi piani di adattamento sociale ne risentiranno. Una persona cresciuta in una famiglia dove apprende che l’allegria non deve essere manifestata, risulterà una persona tetra in tutti gli ambienti sociali che si troverà a frequentare. Il sentirsi rifiutato per la sua tetraggine, qualcosa che gli serviva per essere accettato nel suo mondo familiare, lo metterà di fronte alla necessità di mettere in discussione la sua identità e questo gli creerà, a seconda delle varie fasi che attraverserà, emozioni negative che vanno dalla confusione, all’ansia, alla depressione. Naturalmente ho semplificato molto ma, la natura dei cosiddetti ‘problemi psichici’ è esclusivamente questa. E’ abbastanza facile comprendere come possiamo sentirci male quando lo strumento più prezioso che abbiamo per interpretare il mondo che ci circonda, la nostra identità, viene minacciata dalla prospettiva di subire trasformazioni radicali. Per avere un’idea del valore esplicativo che essa contiene, basti pensare alle persone che fanno uso di sostanze stupefacenti: basta una lieve sbronza a produrre cambiamenti radicali nel pensiero e nel comportamento di un individuo: tuttavia, la consapevolezza di aver cambiato la propria identità attraverso l’uso consapevole di una sostanza esterna all’organismo, attutisce l’effetto annichilente dell’essersi percepiti così ‘diversi dal solito’ (anche se, durante i postumi, avvertiamo tardivamente la sensazione della ‘colpa’ di esserci distaccati da noi stessi) . Bateson [1976] fornisce un’interpretazione dell’alcolismo in una chiave cibernetica che tende ad interpretare il fenomeno come un qualcosa che aiuta a mantenere attiva l’identità. D’altra parte chi gioca d’azzardo, chi tende a rimanere invischiato in relazioni pericolose, chi sfida i potenti, chi fa un viaggio avventuroso, ecc., non fa altro che esercitare la sua identità a fare i conti con circostanze imprevedibili al fine di esercitarne la stabilità e la flessibilità. Lo sfidare i rischi derivanti da una situazione nuova e imprevedibile svolge quindi una funzione analoga a quelle selezionate dall’evoluzione delle specie viventi. Si pongono però due problemi: il primo è che l’individuo non è una specie e che quindi i tempi e le modalità di esposizione – adattamento non sono gli stessi e non sono necessariamente utili alla conservazione dell’individuo. Il secondo è rappresentato dal fatto che l’uomo è un essere sociale e che quindi il primo ‘impatto ambientale’ che i suoi cambiamenti di identità devono superare riguardano la rete di relazione e comunicazione (rete di conversazione [Kenny 1998] che lo collega alle identità degli altri esseri umani. "Cosa avranno pensato di me ?" è l’angosciosa domanda che ci poniamo dopo aver dimostrato un’inaspettata esuberanza durante un party abbondantemente innaffiato di alcool. La nostra preoccupazione sul giudizio che gli altri esprimono su di noi può essere più o meno intensa o basarsi su elementi di tipo diverso da persona a persona (ad es. c’è chi si preoccupa più del giudizio estetico e chi più di quello etico), è in ogni caso all’origine di tutte le nostre azioni e riflessioni.

 

2.2. Socialità e comunicazione

 

L’essere o meno animali sociali, dipende da una serie di fattori evolutivi che hanno fatto sì che i comportamenti sociali fossero più vantaggiosi per la specie di quelli individuali. La maggior parte dei Carnivori della famiglia dei Felidi, sono solitari, dato che cacciano all’agguato le loro prede o le sopraffanno grazie alle proprie straordinarie prestazioni. Il Leone, che nella sua forma attuale caccia negli ampi spazi delle savane, non può sfruttare bene le sue caratteristiche fisiche individuali su prede molto veloci che possono muoversi liberamente su terreni pressochè privi di nascondigli, (il Ghepardo ha sviluppato, per questo, la sua ben nota velocità). Chi ha il bisogno di dover confondere e accerchiare le sue prede, deve farlo in gruppo, per cui deve sviluppare un sistema sociale con determinati legami, regole e gerarchie, che gli permettano di nutrirsi e riprodursi. Recenti osservazioni hanno dimostrato che il Leone può anche essere un predatore individuale, durante la notte, quando gli è più facile raggiungere le prede senza essere notato, tuttavia pare che, stanti le attuali condizioni ambientali delle savane africane, riesca a rimediare più prede durante il giorno. Anche l’Uomo ha dovuto sviluppare un sistema sociale per superare le difficoltà a sopravvivere in un mondo pieno di Leopardi, grossi Mammut, veloci erbivori, tutte creature che potevano essere sopraffatte solo con attività di gruppo altamente organizzate. E che dire poi del suo successivo cammino evolutivo, verso l’agricoltura, l’organizzazione statale, lo sviluppo industriale e così via. I legami sociali dovevano essere sempre più sviluppati, e con essi la comunicazione e il linguaggio.

Il linguaggio umano, in particolare, si distingue da quello degli altri esseri viventi per la sua capacità di aver creato una comunicazione codificata attraverso simboli che può sostituire, in molte attività sociali, quella dei segnali analogici ereditati per via genetica. I segni di minaccia, saluto, irritazione, divertimento ecc., non si distinguono molto da quelli che osserviamo nei Primati, e, soprattutto, sono uguali in tutte le popolazioni umane sparse sul Pianeta. I linguaggi, invece, sono altamente differenziati, non solo tra le diverse etnie e nazionalità, ma anche tra i gruppi sociali che compongono una stessa comunità, ad esempio, metropolitana. La forza simbolica del linguaggio è tale che il solo pronunciare una parola può evocare in noi un’immediata reazione emotiva, e le nostre riflessioni tacite, vengono sempre svolte attraverso un monologo interno che utilizza espressioni verbali. "Pensavo ad alta voce" è la risposta che diamo spesso a qualcuno vicino a noi che ci chiede se gli stavamo chiedendo qualcosa. Il problema è che le parole hanno un valore particolare per ciascuno di noi, in quanto denotano un oggetto, ma non possono collocare quell’oggetto nell’esperienza personale dei nostri interlocutori. La parola "ladro", per un gioielliere può evocare una perdita di denaro, per un avvocato un possibile guadagno, per un poliziotto un lavoro in più, per un sociologo un problema sociale, e così via. La mancanza di consapevolezza della diversità di interpretazione del linguaggio verbale crea molti problemi all’umanità: essa è il segnale e, per alcuni, la causa stessa, dei motivi di incomprensione tra gli individui. Il linguaggio poi, è anche uno dei maggiori tramiti delle nostre emozioni: per iscritto possiamo comunicare tutto l’odio o l’amore che una persona ci ispira, senza dover necessariamente ringhiare o sospirare. La sua potenza e la sua plasmabilità, rendono inoltre possibile utilizzarlo per confondere e manipolare altri individui, e, comunque, il peso dei suoi condizionamenti ci accompagna dalla prima infanzia e pone un’impronta molto difficile da cancellare sulle fasi successive della nostra esistenza.

 

2.3. Le emozioni vietate

 

Tutti noi, di fronte ad un attacco di panico, di rabbia, di depressione o di gioia improvvisa, proviamo delle reazioni fisiche più o meno dolorose o piacevoli. E’quindi abbastanza logico per qualcuno pensare che le emozioni siano esperienze di tipo esclusivamente corporeo, qualcosa che il nostro organismo produce autonomamente dalla nostra ‘identità psicologica’ e che, soprattutto gli impazienti che si rivolgono alla psicoterapia, valutano come ‘un disturbo da eliminare’. La psicofarmacologia basa le sue fortune proprio su questa ‘logica’: una pillola per l’ansia, venti gocce per la depressione, un’iniezione per le crisi di rabbia, ecc.. A parte che la soluzione non funziona perché l’effetto degli psicofarmaci è dubbio [vedi sez. 1.1], assolutamente inefficiente in tempi prolungati ed estremamente tossico per l’apparato digerente, circolatorio e per lo stesso sistema nervoso, di fatto è una soluzione che va contro la natura stessa dell’essere umano. L’uso moderato e collettivo di droghe leggere quali vino, hashish, ecc. è presente da secoli nelle cultura umana e può aiutare, un po’ come la danza e il canto corale, a canalizzare le emozioni di gruppo in una dimensione di reciproca accettazione. Ma il pretendere di cancellare o ‘ridurre’ le emozioni di una persona attraverso l’alterazione delle sue funzioni biologiche, equivale a stordire con un bastone una persona perché soffre d’insonnia (è questo, esattamente, mal di testa compreso, l’effetto di alcuni sedativi). Le emozioni sono il tramite tra le nostre riflessioni e l’attività del nostro corpo. Privare dell’emozione della paura una gazzella, significa consegnarla al leone. Perché non si capisce che può succedere qualcosa di simile anche a noi Le emozioni che proviamo sono la conseguenza del nostro modo di interpretare il mondo, senza di esse non possiamo sapere se le nostre interpretazioni funzionano .

Purtroppo le emozioni, così come le nostre idee sul mondo, differiscono da individuo a individuo, e gli individui si attraggono e si respingono, a seconda del fatto che la loro interpretazione del mondo e la maniera con cui la ‘sentono’ attraverso le emozioni, siano più o meno coordinate tra le parti coinvolte in una relazione. I meccanismi di tale coordinamento sono piuttosto complessi ma abbastanza studiati e descritti, e quindi eviteremo, in questa sede, di entrare nei particolari di come ciò avvenga, con una sola stimolante annotazione: generalmente le persone di sesso femminile avvertono per prime la presenza o l’assenza del coordinamento emozionale. Di solito le società ‘evolute’ tendono, chi in una maniera, chi nell’altra, a considerare le emozioni come qualcosa da tenere sotto controllo. E’proverbiale l’uderstatement degli Inglesi, ove ogni evento, per drammatico che sia, non deve dar luogo ad alcuna manifestazione emotiva. In genere le popolazioni latine, almeno sino a qualche decennio addietro, tendevano più a mostrarle (in alcuni casi ad esagerarne la manifestazione), ma pare che non ci sia più posto, oramai, nelle nostre società post- industriali, per tutto ciò. Lo stesso linguaggio che, in parte, con opportune enfasi e toni può sopperire ad una comunicazione gestuale alla quale non siamo più abituati, tende ad assumere stili standardizzati di tipo gergale (ad ogni ambiente la sua lingua particolare, preferibilmente con vocaboli incomprensibili dagli altri ambienti circostanti) , verbalizzati con frequenze e cadenze monotone e codificate (pensate a come diavolo parlano gli speaker dei telegiornali !) . Sembra che la parola d’ordine sia : non comunicare con gli altri e se devi proprio farlo, non tradire assolutamente le tue emozioni emettendo suoni troppo acuti o gutturali o mettendo l’accento su parole che per te hanno un significato particolare. Tra le mura domestiche o nei piccoli gruppi giovanili le cose, forse, cambiano un po’, forse c’è un po’ più di tranquillità nel comunicare come ci sentiamo, ma non sempre. Come siamo arrivati a tutto questo? Un spiegazione possibile potrebbe essere che, dalla seconda parte di questo secolo, probabilmente a seguito degli orrori della II Guerra Mondiale, l’umanità ‘civilizzata’ ha cercato in tutti i modi di evitare le ideologie, (non era stata l’ideologia nazista la responsabile dell’Olocausto e degli altri milioni di morti?), le passioni, gli eccessi emotivi, e forse non era del tutto sbagliata l’idea che una bomba termonucleare in mano ad una persona un po’ irascibile avrebbe potuto creare qualche casino. Il problema è che la necessità di moderare i fervori, i fanatismi e l’emozionalità unilaterale, si è incontrata con l’esplosione delle politiche industriali basate sul consumo. In passato l’economia umana si basava sulla limitazione delle necessità individuali (la moderatezza e la parsimonia erano considerate virtù), oggi si basa sul superamento dei propri limiti: il modello vincente è spendere più di quello che possiamo permetterci. Per veicolare un tale sistema, le imprese commerciali hanno dovuto adottare una forma di comunicazione che stimolasse a sempre maggiori acquisti e che, al tempo stesso, screditasse i prodotti dei loro concorrenti. Dato che ogni impresa faceva lo stesso, la gente è stata continuamente bersagliata da un duplice messaggio: da una parte credere nell’assoluta felicità garantita dal prodotto, dall’altro che il prodotto, quasi sicuramente è una fregatura. Questo modello di comunicazione, essendo quello veicolato dai media che hanno abbondantemente soppiantato, a livello semantico, l’educazione familiare e quella scolastica, investe (oramai dalla prima infanzia) il cittadino consumatore, che lo vede come unica forma possibile di comunicazione: esaltare e denigrare allo stesso tempo. E’ovvio che la comunicazione, sia verbale che gestuale, venga vista come qualcosa dalla quale tenersi alla larga, se non con pochissime, fidate persone con le quali rinchiudersi in conversazioni limitate e dagli esiti scontati. Ma una conversazione che si svolge in un ambito chiuso non può aiutare in alcun modo i partecipanti a risolvere i problemi di adattamento sociale [Kenny,1999] e le persone si abituano sempre più ad assumere identità rigide con risposte emotive stereotipate.

 

2.4. La Sindrome da Attacchi di Panico : una storia che spiega molte cose

 

Oggi si vanno diffondendo sempre di più, tra la gente, una serie di ‘sintomi’ per i quali i nostri bravi tassonomisti della ‘psicoterapia’ hanno sentito l’incoercibile necessità di mettere l’etichetta diagnostica di ‘Sindrome da Attacchi di Panico’. Le persone che sono state infilate dentro questa ‘famiglia’ che occupa un posto d’onore tra le altre numerosissime create ogni anno dalla classificazione psichiatrica, (un po’ come gli zoologi si inventano specie inesistenti per poter scrivere una pubblicazione sovvenzionata dall’Università) presentano improvvisi attacchi di paura apparentemente immotivati. La ‘cura’ che viene puntualmente suggerita dagli psichiatri (o dal medico di famiglia) è quella di ricorrere ai tranquillanti. Gli altri ‘psicoterapisti’ , nella maggior parte dei casi, fanno un discorsetto all’impaziente facendogli, innanzitutto, capire che DEVE seguire certe regole, ANALIZZARE sé stesso, RIVISITARE la sua relazione familiare, ecc. Bene , la maggior parte degli ‘psicoterapisti’ dovrebbero essere a conoscenza del fatto che tutti hanno attacchi di panico, ma che la differenza è tra quelli che li accettano come una delle tante emozioni spiacevoli, e tra chi ne fa una tragedia. Questi ultimi, in genere, sono persone abituate a doversi mostrare ‘forti’ o ‘sempre in grado di gestire la situazione’ e reagiscono male quando la loro identità viene minacciata dall’insorgere di imprevedibili paure (come se le paure potessero essere previste). Bene, sia nel caso della somministrazione del farmaco, sia nel caso dello ‘psicoterapista’ ( con le sue regole da ‘medico’ concentrato sul ‘paziente’) immediatamente vengono confermate alla persona che si rivolge a loro l’ipotesi "allora è vero che sono malato" . Dato che poi, con simili premesse, la guarigione non arriva, dopo un po’ la persona comincerà a pensare di essere un ‘malato inguaribile’, e al panico si accompagnerà la depressione, la chiusura al mondo, in una spirale di aumento del malessere del cliente e di benessere economico del terapista. Storie del genere vanno avanti per anni, sino a che anche il terapista, per non perdere la faccia davanti al cliente, tira fuori qualche espediente per interrompere ‘la cura’. Nel frattempo la persona sofferente è cresciuta, ha capito qualcosa in più, e la maggior parte dei ‘sintomi’ se ne sono andati. Ma rimarrà sempre con il dubbio che la cosa si possa ripetere, facendo scelte esistenziali che , probabilmente, alla fine lo riporteranno al punto di partenza.

Soffermiamoci su questa storia degli attacchi di panico per capire un attimo la triade di relazioni terapista- paziente- mondo esterno.

1- Il ‘paziente’- In realtà è veramente ‘impaziente’ , e ‘l’attacco di panico’ almeno inizialmente è solo una reazione di rabbia o di fuga di fronte ad una situazione di frustrazione della sua identità . Ma dato che non riesce a collocare all’interno della sua identità i motivi per cui è arrabbiato o vuole fuggire, si scatena in lui una ‘reazione conflittuale’ . Tali reazioni, osservate nei minimi dettagli nei vertebrati superiori messi di fronte ad analoghe situazioni contraddittorie , mostrano tutti i sintomi (dall’aumento del battito cardiaco, al blocco motorio degli arti inferiori) che preoccupano coloro che sono soggetti ad attacchi di panico, e spariscono immediatamente con l’allontanarsi di uno dei due aspetti della contraddizione. [Lorenz..]

2- Il ‘terapista’- Sa bene tutto ciò, ma deve, comunque, seguire la sua prassi ‘professionale’ fatta di diagnosi, di regole, di prescrizioni, ecc. Non comportandosi come si comporta dovrebbe affrontare una situazione di novità che lo metterebbe a rischio di errore: non dimentichiamoci che è abituato a pensare nei termini del giudizio che i colleghi possono dare su di lui, e il mondo psichiatrico è parecchio competitivo.

3- Il ‘mondo esterno’- Pur essendo l’oggetto delle ‘sedute’, le quali vertono sulla storia familiare, sugli amici, gli amori, il lavoro dell’’impaziente’, ecc., di fatto è escluso dalla relazione che si è stabilita. Innanzitutto è ‘fisicamente’ esterno, dato che la relazione si svolge in una stanza chiusa; in secondo luogo è ‘contestualmente’ esterno, poiché ‘terapista’ e ‘impaziente’ vivono la loro relazione esclusivamente all’interno di una dimensione ‘medica’ e non condividono le esperienze e le emozioni che caratterizzano i rapporti aperti e spontanei tra esseri umani.

Il risultato di questa triade negativa è che l’impaziente aumenta la sua frustrazione, il terapista si sente sempre più incapace e condizionato, il mondo esterno continua a funzionare male, senza che possa si possano correggere le condizioni che creano sofferenza a tanti esseri umani.

 

2.5. C’è un’alternativa alla ‘psicoterapia’ ?

 

In questa sede non ho affrontato una per una tutte le ‘patologie psichiatriche’ , ritenendo che, a parte alcune differenze nei ‘sintomi’ con i quali l’essere umano comunica il suo disagio agli altri esseri umani cercando, allo stesso tempo di mantenere una propria, disperata coerenza interna, siano tutte da considerare in una stessa prospettiva. Si può comunque affermare che esistono significative differenze tra coloro che cercano una soluzione ai loro problemi e quelli che scelgono di scaricarli il più possibile sul loro prossimo. Le persone che appartengono al primo gruppo, sono sicuramente penalizzate dagli sviluppi che ha preso la nostra civiltà e le statistiche sull’aumento vertiginoso della richiesta di aiuto psichiatrico in coincidenza dell’aumento dell’industrializzazione è un dato indiscusso. Nei grossi centri urbani, il negozietto ove la casalinga si recava anche per fare due chiacchiere non è più economicamente conveniente. Al suo posto sono arrivati gli ipermercati dove i clienti cercano di fregarsi il posto nella coda per far prima a tornare a casa davanti alla telenovela preferita. E’difficile porsi degli obiettivi di miglioramento sociale: i modelli proposti sono troppo fuori portata e quindi, l’unica soluzione è sperare disperatamente nella vittoria di una grossa somma in qualche lotteria. Il piacere di incontrarsi tra esseri umani è stato sostituito dall’oppressione del traffico, dove si percepisce la presenza fisica del nostro prossimo, ma non quella umana. I nuclei familiari, le amicizie e le conoscenze sono disperse e irraggiungibili a causa degli ostacoli del caos urbanistico. Il nostro prossimo è visto come fonte di fastidio e nient’altro. In simili condizioni è normale che le persone più sensibili o semplicemente più inclini al rapporto con gli altri esseri umani, si trovino in difficoltà che non possono risolvere senza qualche aiuto di tipo nuovo. Al giorno d’oggi molti di coloro che hanno lavorato per anni nel campo dei problemi umani, sia come ‘psicoterapeuti’, sia come operatori sociali, sia nel campo della conoscenza filosofica e, persino in ambito manageriale, si sono accorti della necessità di muoversi in una direzione di cambiamento. Molte cose sono da fare, alcune sono già state fatte e stanno dando risultati molto soddisfacenti e la situazione non è , quindi, così disperata come potrebbe apparire: se così fosse questo articolo non sarebbe stato scritto. Negli stessi Stati Uniti, terreno di coltura della psicoterapia più invasiva e devastante che si sia mai vista, il taglio alla spesa sanitaria (managed care) ha fatto sì che a molti ‘impazienti’ venissero ridotti o sospesi gli psicofarmaci e che molti psicologi, assistenti sociali, consulenti familiari, venissero tolti dagli angoli ove erano stati relegati e mandati ad assistere le persone che avevano problemi. I risultati positivi non si sono fatti attendere e, a giudizio di tutti, la situazione sta migliorando (anche se le industrie farmaceutiche si preparano ad invadere altri mercati, come quello italiano, con i loro veleni tipo Prozac). Eliminare il sistema del malessere in campo strettamente sanitario, quindi, può già portare a qualche risultato, quanto meno a quello di non creare nuovi schiavi della psichiatria al servizio di padroni che aumentano il loro nefasto potere di influenza sulla società. Altri passi in avanti potranno venire dall’educazione degli stessi ‘psicoterapisti’: stanno aumentando le scuole e i gruppi ad indirizzo sistemico che rifiutano la visione del ‘paziente’ isolato dal resto del mondo che lo circonda ed unico colpevole del suo disadattamento e, come si sarà compreso, questo è il mio ambiente culturale di riferimento. Sebbene non ci sia da sperare troppo nei mezzi di informazione, lo sviluppo di Internet permetterà una sempre maggiore diffusione di dati e nozioni che non potrebbero essere pubblicate sulle riviste scientifiche finanziate dalle multinazionali farmaceutiche o da lobby consimili. Può darsi che, per non perdere il trend, qualche testata potrebbe decidere di smetterla con la disinformazione e comunicare al proprio target qualcuna delle soluzioni positive già scoperte. Un’ultima notizia abbastanza sorprendente apparsa qualche tempo fa su un importante quotidiano riguardava le gravi preoccupazioni espresse in un convegno dalle multinazionali del marketing: pare che le loro strategie di inganno e manipolazione dei consumatori non funzionino più e si stanno chiedendo se non sia seriamente il caso di cambiare l’attuale modello di sviluppo verso un’economia che tenga conto della qualità della vita degli esseri umani e non dei conti bancari di pochi azionisti. Sarà da crederci?

Noi continuiamo per la nostra strada.

 

 

BIBILIOGRAFIA:

 

‘L’UOMO RICERCATORE', introduzione alla psicologia dei costrutti personali’, Firenze, Psycho - di G. Martinelli, 1986

‘VERSO UN’ECOLOGIA DELLA MENTE’, Adelphi 1976

‘MENTE E NATURA’, Adelphi 1984

'IL FUTURO DELLA SALUTE MENTALE: AVANTI VERSO CAMBIAMENTI RADICALI'  http://www.oikos.org/salment.htm

'GENI, POPOLI E LINGUE ' Adelphi, 1996

‘IL GENE EGOISTA’, Bologna, Zanichelli ,1980

'PLACEBO NATION', 1999  http://www.oikos.org/placebo.htm

 ‘LE STRATEGIE DELLA PSICOTERAPIA’, Firenze, Sansoni 1977

'100 ANNI DI PSICOTERAPIA E IL MONDO VA SEMPRE PEGGIO', Garzanti 1993

‘LA COMUNICAZIONE NON VERBALE DELL’UOMO’, a cura di Bruno Munari, Roma, - Laterza, 1977

'L’OSTILITÀ'   http://www.oikos.org/kelostilità.htm

'LE DUE PSICOLOGIE DELLA MANIPOLAZIONE E DELLA COMPRENSIONE', 1996  http://www.oikos.org/ldpdc.htm  

'VERSO UN'ECOLOGIA DELLA CONVERSAZIONE', 1999 http://www.oikos.org/vinccomunic.htm  

'LA RISOLUZIONE DEL PREGIUDIZIO', 1998 http://www.oikos.org/kenpregiudizio.htm  

'INTERVISTA SUL FOLLE E SUL SAGGIO', Laterza 1979

‘EVOLUZIONE E MODIFICAZIONE DEL COMPORTAMENTO’, Torino, Editore Boringhieri 1971

‘L’ AGGRESSIVITÀ’, ed. italiana: Milano, Il Saggiatore,1969

‘L’ALTRA FACCIA DELLO SPECCHIO’, ed. italiana: Milano,Adelphi Edizioni S.P.A., 1977

'FA VERAMENTE BENE LA PSICOTERAPIA?', 1998 http://www.oikos.org/supervis.htm

'VERSO UN’ECOLOGIA DELLA POLITICA ED UNA POLITICA DELL’ECOLOGIA', 1999  http://www.oikos.org/Politica/ecologia.htm

 

 

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