LA QUESTIONE SOCIALE IN ITALIA

 

di Enzo Minissi

 
 

 

Premessa

1 - Il fallimento nell’analisi del ‘Sociale’ 

2 - Paradossi, contraddizioni e vicoli ciechi

3- La frattura tra ‘sociale’ ed ‘economico’ e le sue conseguenze sulle organizzazioni

4- Verso nuovi principi e forme organizzative per l’intervento nel sociale
 

 

 

Premessa

Dalla metà degli anni ’90 gli Italiani hanno scoperto di essere il ‘Paese della solidarietà sociale’ per eccellenza. Con ampia risonanza dei media più conformisti, alcuni personaggi affermano di rappresentare “12 milioni di cittadini volontari”, qualche politico dichiara che a Roma “113 mila persone sono occupate” in attività di carattere sociale, i paesi del Terzo Mondo sarebbero affollati di medici e infermieri e non dovremmo più temere incendi boschivi ed alluvioni, almeno a giudicare dal numero di gruppi e associazioni di protezione civile che dichiarano di presidiare il territorio nazionale.

In realtà, a guardarsi intorno, la situazione appare ben diversa: gli Italiani si sono rivelati uno dei popoli più intolleranti d’Europa verso le minoranze etniche, aumenta l’emarginazione (in parecchi casi si tratta di autoemarginazione), nelle grandi città i mezzi di soccorso sono bloccati dalle auto parcheggiate in doppia e tripla fila, il territorio è sempre più devastato da catastrofi che dipendono direttamente dal disinteresse e dallo sfruttamento selvaggio praticato, soprattutto, da coloro che vi abitano.

Sembra quasi che per occultare l’immagine di un paese in via di trasformazione verso modelli socio economici profondamente diversi dalle sue radici culturali ed etiche, si sia creata ad arte una falsificazione mediatica per fornire un senso di rassicurazione e fornire delle attenuanti alla perdita progressiva del  senso sociale degli Italiani.

D’altronde, se è vero che le attività sociali non legate  alle linee principali di sviluppo della società postindustriale difficilmente possono riuscire, nell’immediato, ad evitare i danni generati dai suoi eccessi, abbiamo ragione di ritenere che esse, in ogni caso, svolgano  un ruolo ‘ecologico’ di compensazione e monitoraggio di importanza decisiva per gli anni a venire. Non possiamo far progettare il futuro dell’umanità a coloro che puntano tutto sull’economia di mercato ed è quindi necessario fare ogni sforzo perché le voci fuori dal coro vengano mantenute forti e limpide.

Le pagine che seguono cercheranno di tracciare  una breve storia di ciò che, in Italia, è avvenuto, negli ultimi anni, nella cosiddetta ‘dimensione sociale’, analizzando gli errori compiuti, le falsificazioni e le contraddizioni. L’intento è quello di disegnare uno scenario alternativo che rilanci un ruolo funzionale e realistico per tutti coloro che credono nella possibilità di collocare gli esseri umani, la loro vita e la loro organizzazione sociale, in una prospettiva centrale e determinante.

 

1 - Il fallimento nell’analisi del ‘Sociale’ 

L’aggettivo ‘sociale’, tradizionalmente inteso, definisce tutte quelle attività umane che non riguardano la vita ‘personale’ degli individui, né il contesto familiare o di coppia. Praticamente indica ogni organizzazione, impresa, raggruppamento, luogo d’incontro, ecc., ove più individui senza legame di parentela si trovano a fare qualcosa insieme. Le nuove prospettive elaborate nella seconda metà del novecento dagli studiosi dei sistemi di relazione, hanno mostrato come la distinzione tra ‘individuale’, ‘familiare’ e ‘sociale’, non sia, in realtà così netta e che ogni attività umana sia costantemente influenzata da tutte e tre queste dimensioni , tuttavia, seppure con la consapevolezza della labilità dei suddetti confini, la vecchia distinzione può ancora essere utilizzata come mappa di riferimento per chi si occupa della soluzione dei problemi umani. Purtroppo, come troppo spesso avviene, la distinzione sopra descritta, invece di essere progressivamente colmata, ha dato origine ad ulteriori suddivisioni schematiche che, in breve lasso di tempo, hanno prodotto  risultati assolutamente paradossali. Cerchiamo di capire, brevemente, quello che potrebbe essere successo.

Alla fine degli anni 70, in alcune università italiane nascono le prime facoltà di sociologia, verosimilmente come risposta culturale ai movimenti del 68 che avevano dimostrato (ancora una volta!) l’impossibilità di prevedere l’andamento di una società basandosi sulla distinzione in classi e ceti sociali.  Vale la pena di ricordare come gli studenti, in Italia, avessero sino a quel punto rappresentato la nursery della futura classe dirigente che, in quanto tale, era stata sempre utilizzata in funzione di supporto del potere esistente, contrapposta alla classe operaia sotto l’egemonia del Partito Comunista. Vederli schierati su posizioni rivoluzionarie, anticapitaliste  e filocomuniste, aveva rappresentato, per tutto il sistema un autentico shock che aveva colpito anche la stessa sinistra (vedi la  presa di posizione di Pasolini a favore dei poliziotti ‘proletari’ contro gli studenti ‘figli della borghesia’, dopo gli scontri di Valle Giulia).  Era quindi diffusa la percezione della necessità di studiare più attentamente i fenomeni ‘sociologici’ , abbandonando l’esclusività delle diverse analisi di tipo classista-economicista per poter programmare l’evoluzione della società. Bisogna dire che gli anni successivi non furono troppo gloriosi per la nuova ‘scienza’, eccessivamente caratterizzata da un bagaglio culturale marxista e cattolico che gli precludeva la capacità di misurarsi con alcune importanti branche del sapere umano escluse, per motivi storici ed ideologici, da questi due fondamentali ‘filoni storici’ della politica e della cultura italiane. Basti pensare alla psicologia (condannata come ‘eresia’ dalla chiesa e come ‘deviazione sovrastrutturale’ dai marxisti) e alla biologia evoluzionista. Quanto a quest’ultima, probabilmente la scienza che possiede uno dei maggiori potenziali esplicativi per la comprensione dei sistemi viventi (inclusi quelli umani), essa era stata sempre rigettata dalla chiesa in quanto negava l’origine divina della creazione, mentre i marxisti ortodossi la consideravano con timore, sia per una serie clamorosa di errori e brutte figure fatte nel tentativo di applicarla al cosiddetto ‘materialismo dialettico’, sia per il facile accostamento che se ne poteva fare alle teorie naziste sulla razza.

E’ evidente che, con tali limiti, la nuova scienza ‘omnicomprensiva’ non poteva far molto per risolvere i problemi complessi di un mondo in trasformazione e, quindi, l’unica cosa che gli restava da fare era di cercare di ‘catalogare’ la confusione in categorie nuove che permettessero di gestirla senza grossi problemi. Non vogliamo, ovviamente, incolpare direttamente ed esclusivamente i sociologi dell’ulteriore confusione che si è generata, ma non possiamo fare a meno di ritenere che, se il loro confuso vociare è stato poco ascoltato nella programmazione delle linee guida di sviluppo dell’Italia, esso sembra aver avuto un ruolo decisivo nell’‘istituzionalizzare’ la confusione e creare un sistema paradossale di gestione dei problemi sociali, almeno nell’ultimo decennio.  A partire dai primi anni novanta, un’entità culturale eterogenea  prevalentemente costituita da cattolici non allineati al Vaticano, da reduci dei movimenti del 68 e del 77, da intellettuali marginali e disoccupati, da politici di incerto futuro, è riuscito ad attribuire all’aggettivo ‘sociale’ il compito lessicale di definire tutto quello che esisteva all’infuori della logica dominante nell’organizzazione capitalistica dell’economia.

Il passo successivo è stato la creazione di un Ministero per gli Affari Sociali e la classificazione amministrativo-fiscale di Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale  (Onlus) per tutte quelle imprese che intendevano muoversi ‘fuori delle logiche di mercato’. Appare abbastanza evidente che tutto ciò sia nato parallelamente alla formazione dell’alleanza di centro sinistra e che le sue componenti ideologiche e culturali coincidano con quelle dei partiti cattolici ed ex comunisti presenti all’interno di quest’alleanza, così come è un dato di fatto che la creazione del Ministero per gli Affari Sociali e la creazione del regime Onlus sono avvenute durante il governo di quello schieramento politico.

Già in altri articoli abbiamo osservato come la collocazione del ‘sociale’ in un ambito separato dal resto del sistema abbia avuto, per i suoi fautori, tre risultati pratici di indubbia utilità tattica[1]:

a-     Fornire, alle componenti dell’alleanza di centrosinistra più radicalmente anticapitaliste, un ruolo aderente al loro background morale e culturale.

b-     Attenuare il malcontento dei movimenti antagonisti per le scelte governative neoliberiste dettate dalle esigenze internazionali.

c-      Appropriarsi, di fronte all’elettorato, del ruolo di gestori unici dei problemi di quella parte debole della collettività colpita dai provvedimenti governativi.

d-     Gestire in maniera esclusiva le notevoli risorse finanziarie create per il nuovo settore, creando all’uopo  organizzazioni private (il cosiddetto ‘privato sociale’), organizzando settori della pubblica amministrazione, emanando norme legislative e finanziarie vantaggiose per i gestori  degli interventi.

A parte alcuni parziali successi tattici (sostanzialmente la conquista di spazi mediatici e l’acquisizione di ingenti risorse finanziarie sparite, poi, chissà dove) il sistema creato non è riuscito ad evolversi ed è quasi completamente crollato contemporaneamente alla perdita di controllo sulle risorse finanziarie conseguente alle sconfitte elettorali della sinistra.

Purtroppo, quanto di confuso, sbagliato e scorretto sul piano etico e legislativo è stato compiuto in pochi anni, ha messo in seria difficoltà le possibilità di costruire valide alternative ad una società orientata esclusivamente alla crescita del profitto economico.   

 

2 - Paradossi, contraddizioni e vicoli ciechi

Ogni volta che isoliamo, da un sistema complesso, una o più delle sue componenti dinamiche, ci troviamo di fronte ad un oggetto ingombrante, scarsamente comprensibile, pieno di problemi insolubili. Se siamo in grado di falsificare abilmente i dati, utilizzare cortine fumogene filosofiche, appellarci a principi o bisogni ‘irrinunciabili’, estrapolare frammenti di storia, forse, possiamo andare avanti per un po’ sperando che nessuno si accorga dell’errore compiuto. Ma, prima o poi cominciano a crearsi grovigli di problemi i cui maldestri tentativi di  soluzione portano a problemi ancora più grossi. La scelta di considerare il ‘sociale’ come una specie di ‘riserva protetta’, non è sfuggita alla descrizione sopradescritta. Ecco un piccolo elenco di problemi insolubili, nonsensi e contraddizioni macroscopiche  che si sono venute a creare:

1- Dopo la creazione delle cosiddette Onlus  (la cui definizione presuppone l’assenza di fini di lucro e l’utilità verso la collettività), uno dei più alti dirigenti del ministero degli Affari Sociali ha richiamato alla necessità: “di analisi per comprendere: se e come questa area sia un mezzo di ammortizzatore sociale delle aree di sofferenza occupazionale; se e in quale misura si tratti di un’area di occupazione sostitutiva a seguito di restringimento occupazionale nel pubblico o piuttosto di occupazione aggiuntiva; come incrementare occupazione e sviluppo del no profit”. Quindi, dopo aver constatato l’esistenza di un settore della società che rinunciava al profitto in favore di attività di pubblico interesse, si cercava di creare dei meccanismi per riportare questo settore nelle logiche di mercato.[2]

2- In alcuni comuni amministrati dal centrosinistra, i servizi amministrati direttamente, in ossequio alle politiche di privatizzazione, sono stati dati in appalto alle imprese del privato sociale. I meccanismi di attribuzione degli appalti, però, non prevedevano offerte al ribasso e le cifre sborsate per questi enti ‘no profit’ permettevano guadagni netti per l’impresa stessa quantificabili tra il 30 e il 90% annui , molto spesso solo per la fornitura esclusiva di personale stipendiato.[3]

3- Nelle Onlus sono state ammesse le cooperative, le Società a Responsabilità Limitata e, addirittura le Fondazioni Bancarie. Molti direttori o presidenti di queste nuove entità sottoposte a favori fiscali e beneficiarie dell’esclusiva nell’attribuzione di determinati appalti pubblici, arrivano a guadagnare svariate centinaia di milioni delle vecchie lire. In alcuni casi si è gridato allo scandalo per l’acquisto di yacht. Non si è ben capito come si potesse definire tutto ciò “assenza di fini di lucro”, né quale fosse l’‘utilità sociale’ di certi prodotti e servizi offerti.[4]

4- In alcuni settori si è utilizzato il volontariato per svolgere mansioni che sarebbero spettate a lavoratori dipendenti: si è poi scoperto che i volontari venivano retribuiti su base oraria con la formula ambigua del ‘rimborso spese’. C’è chi ha osservato che tutto ciò altro non era che lavoro nero e ha fatto terminare il giochetto, durato, comunque per alcuni anni. Stranamente i sindacati non si erano accorti del fatto, probabilmente anche perché l’associazione che forniva i volontari era stata ‘promossa’ proprio da un sindacato.[5]

5- Quando il governo annunciò la fine del servizio militare obbligatorio, le proteste più alte si levarono dalla Lega per l’Obiezione di Coscienza, un’associazione nata anni addietro per opporsi al servizio militare obbligatorio. Motivo ufficiale della protesta: non avremo più obiettori di coscienza per svolgere il nostro lavoro! 

6- La tossicodipendenza, il disagio psichico, la povertà, l’immigrazione e quant’altro, sono problemi ‘sociali’ o problemi economici, sanitari, ambientali e via dicendo? Nessuna chiarezza, prospettiva o strategia, l’unica cosa è la distribuzione di miliardi di lire al privato sociale per progetti di intervento che non avevano nessuna possibilità, neanche nelle intenzioni, di risolvere i problemi. Come giustificazione della incapacità di soluzione dei problemi si è inventata, la teoria della ‘riduzione del danno’, che ha sancito la permanenza stabile di settori di grave sofferenza umana altrettanto stabilmente assistiti da operatori di dubbia qualifica alle dipendenze di imprese ‘sociali’ lautamente remunerate.

Ce ne sono decine e decine di situazioni come quelle sopra descritte, ovviamente ben conosciute da molti senza  che quasi nessuna voce si sia mai levata a denunciare o a protestare. Potrebbe sembrare strano che, in un settore ove l’impegno etico dovrebbe essere alla base di ogni comportamento, a parte un paio di casi, tutti abbiano accettato tacitamente quanto si è andato organizzando. Possiamo cercare di fornire alcune spiegazioni sul perché del silenzio generale:

1-    Forse la situazione è durata troppo poco perché si potesse prendere coscienza della sua gravità.

2-    La maggioranza degli operatori dipendenti erano legati da contratti precari e, chi ha provato a protestare è stato licenziato.[6]

3-   Sindacati, forze politiche della sinistra alternativa, organi di controinformazione, ecc. sono stati coinvolti e beneficiati dal sistema instauratosi e, dopo alcune isolate proteste iniziali, hanno cessato ogni forma di opposizione.

4-    Le forze del centrodestra hanno ignorato completamente quanto stava accadendo: sia per motivazioni contingenti, sia per formazione storica e culturale il loro sguardo era concentrato su altre tematiche.

5-    Date le prevedibili conseguenze sul piano politico e giudiziario che le denunce avrebbero causato, in molti temevano che ciò avesse potuto favorire la destra, vista come sicura affossatrice di ogni intervento sociale.

Tuttavia non possiamo, ragionevolmente, pensare che solo l’opportunismo e l’ignoranza abbiano causato i fenomeni descritti, né ritenere che la sconfitta elettorale di chi ne è stato il principale responsabile sia, di per sé, sufficiente ad uscire dal vicolo cieco. Nel prossimo paragrafo cercheremo di andare più a fondo nell’analisi delle componenti dei fenomeni culturali, psicologici ed etici che possiamo ritenere inerenti alla ‘questione sociale’.

  

3- La frattura tra ‘sociale’ ed ‘economico’ e le sue conseguenze sulle organizzazioni

Esistono due prospettive opposte di pensare al benessere dell’umanità: la prima ritiene che i processi di accumulazione di risorse possano fornire lo strumento migliore per risolvere i problemi personali, familiari o sociali. Questa viene scelta da tutti coloro che passano la vita ad accumulare ricchezze materiali. La seconda che ritiene che nella vita siano importanti ben altre cose, quali l’arte, i sentimenti, la spiritualità, la conoscenza la giustizia, ecc.
La società capitalista moderna e democratica  non impedisce che la seconda ipotesi sopravviva tra gli esseri umani: gli toglie semplicemente  ogni possibilità concreta di manovra. Qualsiasi idea nuova e alternativa, ad esempio, non può essere portata a conoscenza di eventuali sostenitori dato che i canali di informazione sono strettamente controllati da forti lobbies politico-economiche. Per essere uno studioso, un ricercatore o uno sperimentatore hai bisogno di mezzi, e questi ti vengono concessi a parte che i tuoi risultati non mettano in discussione  le linee stabilite dal finanziatore. In ogni caso, anche se si ha la possibilità di affermare cose nuove, queste si perdono, vengono confuse stravolte o squalificate, all’interno di un  costante bombardamento di informazioni conformi alle regole. La regola aurea della disinformazione, che cioè una menzogna ripetuta cento volte diviene una verità, viene  continuamente applicata ogni volta che qualcuno riesce ad avere abbastanza denaro per comprare qualche giornalista compiacente, un opinionista in cerca di successo, uno scienziato di serie B che debba arredarsi la casa, e così via.  Tutto questo ha, inoltre, il risultato di accrescere, presso il pubblico, un senso diffuso di sospetto e chiusura preconcetta a qualsiasi cosa venga proposta: in mezzo a tante menzogne è più facile chiudersi che riuscire a selezionare le pochissime cose oneste che qualcuno riesce ancora a proporre.

In un quadro di questo tipo, tutti quelli che si oppongono in maniera organizzata alla mercificazione dell’esistenza e all’asservimento dei valori umani alle logiche del profitto economico tendono a organizzarsi nelle seguenti categorie schematiche:

1-   La tendenza spiritualista che tende ad identificare il mondo materiale come dominio inadeguato per l’uomo. Questo porta a non cercare di modificare lo stato delle cose e a cercare la soluzione dei problemi esistenziali in mondi metafisici. La  crescita di nuove religioni, il ricorso ai maghi, l’astrologia, ecc. che si sta manifestando nelle società economicamente più avanzate, è la conseguenza di tutto ciò.

2-   La tendenza antagonista-ostile che ritiene che i mali della società contemporanea dipendano esclusivamente dal capitalismo e che solo con la sua fine sia possibile recuperare spazi di felicità per la specie umana. Si ritrova nei gruppi anarchici, nei vetero comunisti, in gran parte dei cosiddetti no-global.

3-   La tendenza settaria-idiosincratica adottata da piccoli raggruppamenti con interessi diversificati, che possono andare dall’uso del tempo libero, a nuove forme di religiosità, teorie politiche, impegno sociale, ecc. Questa tendenza è caratterizzata da singoli patrimoni di idee fortemente originali o, comunque, in contrasto con le visioni correnti dei problemi . In questo tipo di aggregazioni quello che conta non è tanto il risultato di raggiungere determinati obiettivi utili per la società, quanto di conservare invariato il nucleo originale di convinzioni dei partecipanti.

4-   La tendenza scientifico-razionalista  proiettata a produrre soluzioni ‘sagge’ applicabili a qualsiasi tipo di organizzazione sociale. Questa, di solito, porta ad escludere dal campo d’azione tutti quegli argomenti che mettono in discussione la neutralità della conoscenza. La carenza di risultati ottenuti viene, di solito, giustificata  con argomentazioni di tipo logico-filosofico o psicologico che addossano la responsabilità dei mancati obiettivi raggiunti all’incapacità di ‘comprendere’ del pubblico.

5-   La tendenza opportunista–mimetica  che pur mantenendo un nucleo forte di valori centrali condivisi tra i membri, lo tiene occultato per sfruttare tutte le possibilità di manovra che gli consentono di sopravvivere. Qui lo sforzo è di produrre due tipi di risultato: uno verso l’interno che sia coerente con il nucleo centrale di convinzioni, uno verso l’esterno, considerato di importanza secondaria ma necessario alla creazione di un’immagine da usare come scudo. La mancanza di una forte correlazione tra l’attività interna e quella esterna porta, nel tempo, a far perdere i confini d’identità e al conseguente dissolvimento dell’organizzazione.

Naturalmente alcune organizzazioni possono utilizzare più di una delle tendenze descritte, sia allo stesso tempo, sia come risultato del cambiamento di strategie durante il percorso della loro esistenza.

Sino ad oggi in Italia, se escludiamo pochissimi casi, è difficile riconoscere risultati concreti, definitivi e di efficacia diffusa nelle organizzazioni ‘sociali’,  incluse quelle che si occupano della difesa dell’ambiente. Come dicevamo nell’introduzione, il quadro generale mostrerebbe un paese piuttosto in difficoltà nella difesa dei bisogni e diritti della collettività e, inoltre, la rappresentazione mediatica di una società brulicante di gruppi e organizzazioni solidali non è servita ad ostacolare la vittoria elettorale di uno schieramento capeggiato dal capitalista italiano più odiato e temuto dal mondo del sociale. Tuttavia vanno fatte due considerazioni: la prima è che quel mondo che ci è stato proposto sul piano mediatico, che vediamo nei salotti televisivi, che invia fax quotidiani alle redazioni dei giornali, che organizza manifestazioni con bandiere e bandierine, nella realtà statistica corrisponde alla minima  parte di un universo complesso e articolato che, su scala locale, può aver conseguito qualche risultato positivo. La seconda è che esiste una profonda differenza tra i vertici delle organizzazioni sociali e la maggior parte dei loro aderenti, poco o nulla coinvolti nelle decisioni e nelle strategie. Abbastanza diffusa è la trasmigrazione dall’una all’altra associazione nella speranza delusa di riuscire a far qualcosa di utile. Questi due elementi ci inducono ad affermare l’esistenza di un potenziale umano che possa essere indirizzato verso forme di organizzazione di tipo nuovo che perseguano obiettivi di riconoscibile utilità sociale.

 

4- Verso nuovi principi e forme organizzative per l’intervento nel sociale

Senza girare troppo intorno al problema, va detto subito e chiaramente, che il lavoro al servizio della collettività presuppone una posizione  di notevole complessità per le organizzazioni e gli individui che svolgono tale compito. Per cui è perfettamente illusorio ritenere che sia possibile creare un grande esercito della solidarietà in servizio permanente effettivo  e formato da individui organizzati che credono in quello che fanno, che si comportano correttamente, che non cerchino privilegi, profitti personali, e via dicendo. Tuttavia è possibile programmare realisticamente strutture che organizzino la partecipazione dei singoli, distribuiscano gli incarichi di responsabilità, stabiliscano regole, creino incentivi, ecc.

Per realizzare qualcosa di  realistico ed efficace è, innanzitutto, necessario fare chiarezza su quello che significhi impegno nel sociale.

Il primo passo da fare è apparentemente molto semplice: per tutti, il compito prioritario da assumere è la costruzione di qualcosa. Questo concetto non è dettato da una visione morale ottimistica, da un senso di amore universale o da una necessità compulsiva, bensì è quello che riassume la metodologia più adeguata per la soluzione dei problemi. La costruzione presuppone un obiettivo da raggiungere, il materiale che serve, i tempi necessari, gli ostacoli da eliminare. Essere costruttivi non significa fare qualcosa a tutti i costi, non significa improvvisare tempi e risorse, né essere tolleranti con chi o cosa ostacoli la costruzione. Insomma, nel sistema che riteniamo vada stabilito, ci potranno ancora essere organizzazioni impegnate a costruire edifici fatiscenti che vengono costantemente riparati tanto per dare impiego alla manodopera, ci sarà chi  si impegnerà a distruggere un avversario o un’ideologia, chi passerà il tempo a proporre idee irrealizzabili, ma tutto ciò non potrà più essere considerato attività in favore della collettività.

Più che porre principi, stabilire dettami morali di ambigua interpretazione, sarà fondamentale stabilire con chiarezza quando le pubbliche amministrazioni debbano intervenire finanziariamente a sostegno di progetti che affermano di produrre vantaggi per la collettività. Sarà, innanzitutto, necessario che chi governa le istituzioni demandate a sostenere i programmi di intervento nel sociale, valuti le effettive aree di necessità le classifichi chiaramente in base a categorie realistiche e pragmatiche, e decida la durata e la quantità di risorse necessarie per risolvere il problema. Dovremo sapere, ad esempio, se la tossicodipendenza rappresenti un problema sociale, giudiziario o sanitario e se vada adottata la soluzione di eliminarla o di tollerarla. Non è più possibile che sulla pelle di individui che soffrono e che trasmettono sofferenza, si svolgano dibattiti televisivi, si costruiscano carriere politiche, professionali o religiose, si spendano enormi cifre, tutto questo da almeno vent’anni, senza che ci sia un minimo sforzo comune e immediato per portare sollievo al malessere collettivo. Negli ultimi anni, stante la miseria intellettuale diffusa da una cultura attendista, l’inerzia scientifica, il menefreghismo dei politici e l’opportunismo moralista di molti “addetti ai lavori”, si è accuratamente evitato di fare esperimenti seri, si è elusa qualsiasi possibilità di lavorare su dati certi, ci si è nascosti dietro la maschera del ‘politically correct’ e dei funambolismi gergali per evitare di affrontare esperimenti e fallimenti, cioè di percorrere l’unica strada per costruire una soluzione efficace, e tutto ciò è avvenuto, praticamente, in ogni tipo di problematica ‘sociale’ che è emersa nella nostra società. L’evoluzione spontanea della società, ha risolto in tutto o parzialmente alcuni problemi e ne ha creati degli altri, senza alcuna influenza da parte di coloro che avrebbero dovuto orientare positivamente le soluzioni sociali in un sistema dinamico. Così la paura del cosiddetto AIDS ha ridotto la tossicodipendenza da eroina, mentre il dilagare di nuovi valori guida ha aumentato la diffusione di sostanze ‘stimolanti’, la criminalità dei giovani si indirizza sempre più all’interno del sistema familiare, è diminuita la militanza ambientalista ma sempre più persone vanno a vivere in campagna, e via discorrendo. Costruire soluzioni sociali non significa propugnare  la trasformazione delle strutture portanti di un sistema. Questo è compito dei meccanismi della democrazia rappresentativa. Il compito primario è capire l’evoluzione del sistema e correggerne gli aspetti che generano sofferenza.

Umiltà, curiosità, responsabilità, onestà, assenza di pregiudizi e faziosità, sono qualità essenziali per svolgere una tale impresa e le nuove organizzazioni di individui che intendano parteciparvi devono, in qualunque modo, acquisirle, mantenerle costantemente e renderle evidenti, soprattutto, attraverso la trasparenza degli obiettivi, dei risultati e delle risorse utilizzate.

 

Note:

[1] La situazione del no-profit in Italia. Breve storia, fallimenti e possibili alternative.
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[2] Tratto da una relazione di Lea Battistoni (allora dirigente superiore del Dipartimento degli Affari sociali, poi direttore generale del Ministero degli Affari sociali) datata 23 giugno 97 dal titolo "La proposta degli Enti locali, del volontariato, del no-profit"
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[3] Vedi il caso Informagiovani
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[4] Nel caso dell’Arca di Noè, è stato denunciato lo sperpero del denaro versato dal Comune di Roma per l’assistenza ai disabili: nell’estate del 1998, mentre gli operatori attendevano ancora lo stipendio di tre mesi prima, gli amministratori della cooperativa acquistavano una barca a vela del valore di oltre centoventi milioni e spendevano altre centinaia di milioni per organizzare gli spettacoli e i concerti dell’Estate Romana, dove i servizi - questi, ben retribuiti - erano forniti da parenti e amici degli amministratori.
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[5] Vedi il caso dell’Auser (Associazione per l’autogestione dei Servizi e la solidarietà, nata nel 1989 su iniziativa del Sindacato Pensionati della CGIL e della stessa CGIL) - I suoi operatori volontari hanno sostenuto l’organizzazione di biblioteche e musei del Comune di Roma ricevendo, a titolo di rimborso spesa, una indennità quantificata in circa 5000 lire l’ora che ha stravolto qualsiasi concetto di "rimborso spesa" e ha attivato una forma ai limiti del lavoro nero. 
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[6] Diversi lavoratori "scomodi" hanno fatto le spese dell’utilizzo strumentale degli articoli statutari che sanzionano i "comportamenti antisociali"; fra gli altri casi, nel 1998 la cooperativa Iskra espelle il responsabile della CGIL Funzione Pubblica di Roma Sud e all’inizio del 1999 uguale sorte tocca al coordinatore provinciale delle Rappresentanze di Base, licenziato dalla cooperativa Arca di Noè. In entrambe le situazioni, i sindacalisti denunciavano le pessime condizioni degli operatori, la mancanza di democrazia e trasparenza nella gestione delle aziende e le conseguenze negative che questo comportava nei confronti del servizio reso agli utenti e alle famiglie.
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Approfondimenti

La situazione del no-profit in Italia. Breve storia, fallimenti e possibili alternative

Affari sociali. Il vortice dei miliardi nella spesa sociale a Roma durante i governi del centrosinistra

Per evitare il peggio. Il degrado sociale, ambientale, politico e morale nella Roma di Rutelli & Co.

 

 

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